L’illustrazione della mozione sull’indipendenza

21 settembre 2010 12:3639 commentiViews: 60

950Onorevoli colleghi,
sono vissute nel passato e vivono in Sardegna persone molto migliori di noi che oggi avrebbero gradito essere qui per iniziare a compiere ciò per cui sono vissuti e vivono: scrivere il nome Sardegna nell’elenco delle nazioni del mondo.

Abbiamo sempre come parlamentari il dovere di andare oltre la pochezza che siamo, perché rappresentiamo altri; ma oggi dobbiamo esserne consapevoli più di ogni altra volta, perché si attende da noi non un’analisi, ma un compimento, la fine di un’attesa, la fine di una frustrazione.

Noi sardisti abbiamo iscritto la parola indipendenza nel dibattito politico-istituzionale di questa legislatura.
Francamente ci è parso di dare l’unico nome possibile a ciò che scrivono nei loro atti molte forze politiche della Sardegna. Perché che significa altrimenti parlare di “diritto del popolo sardo ad essere padrone del proprio futuro” come recita la mozione approvata il 24 febbraio del 1999 da questo Consiglio e richiamata oggi dai documenti di alcune forze politiche; o parlare “di poteri di autodeterminazione dei popoli”, come fanno alcuni; o affermare che “la Sardegna è una nazione con proprio territorio, storia , lingua, cultura e identità”, cioè uno Stato, come fanno altri; o affermare e scrivere che “il popolo sardo reclama il diritto di decidere del proprio avvenire secondo quanto sancito dalla Carta dell’Onu, dall’Atto di Helsinki, dalla Carta di Parigi”, facendo così riferimento ai documenti che disciplinano i rapporti tra gli Stati e le Nazioni; o evocare il Kosovo per stagliare su un nuovo orizzonte la questione sarda; che significa tutto questo, colleghi, se non “indipendenza”?
Noi non siamo rivoluzionari: non pensiamo all’indipendenza come a un interruttore che scatta e realizza il suo compito.
L’indipendenza è un processo , ma oggi è un processo in crescita di consenso. Vogliamo inibire questo consenso con tabù verbali e annacquarlo con parole inutili?
Noi vogliamo avviare con chiarezza il processo; la conclusione la vedranno, forse, altri, ma non potranno mai dire che abbiamo avuto paura di aprire definitivamente la porta che per noi è chiusa da secoli.
Noi affermiamo la legittimità di un nuovo discorso di sovranità e di autogoverno, di indipendenza appunto. Questo è oggi un sentimento diffuso tra i sardi.
Noi gli diamo il suo nome: indipendenza.
Perché lo facciamo ora?

Oggi il tema della sovranità è al centro della crisi dello stato italiano e delle sue risorse e il tema all’ordine del giorno è proprio il nesso tra sovranità, libertà e risorse.
Come si partecipa a questa partita decisiva? In primo luogo con un pensiero autonomo e non derivato da chi è più forte.
Vi dimostrerò, colleghi, quando parleremo di federalismo fiscale quanto sbagli chi dice che la ricchezza prodotta in Sardegna non è sufficiente a finanziare le funzioni di sovranità a cui noi ambiamo. Non è vero, e ve lo dimostrerò; dipende sempre da chi fa i conti e da come li fa.
Come pure, colleghi, non seguite il pensiero debole di chi pretende che per dimostrare la legittimità e la praticabilità dell’indipendenza si debba dimostrare la capacità di esistenza autarchica della Sardegna. Nessuno stato al mondo vive separato dagli altri, ma non per questo affida la propria sovranità a chiunque o se ne disinteressa.
Stiamo dunque a questa nuova coscienza indipendentista dei sardi, che è maturata senza cercare, per legittimarsi, motivazioni storiche come si faceva nel Risorgimento: il senso dell’indipendenza dei sardi di oggi nasce dall’esperienza della responsabilità. In molti sono andati dalla Sardegna in giro per il mondo a lavorare, a studiare, a mettersi alla prova.
Hanno sperimentato che spesso noi sardi sappiamo stare al mondo meglio degli altri; questa coscienza che la cittadinanza del mondo non ci è preclusa, ha portato molti a volerla tradurre da un percorso soggettivo in un fatto sociale e politico. Le esperienze di lavoro, di istruzione e di cultura fatte dai sardi in Sardegna e fuori dalla Sardegna stanno alla società sarda di oggi come la Grande guerra è stata ai sardi di ieri: abbiamo fiducia e capacità nel nostro fare. E’ finita la paura di non farcela; abbiamo la coscienza di sapere come fare.
Noi oggi sappiamo fare ciò che i reduci non potevano saper fare: noi sappiamo di finanza, di istituzioni, di scienza, di economia e sappiamo anche governare, perché anche governando male e facendo errori si impara a governare.
Noi oggi non diciamo che siamo una nazione perché abbiamo una lingua; diciamo che vogliamo essere uno stato per difendere e promuovere la nostra lingua, le nostre lingue.
Noi oggi siamo come i reduci della Grande guerra avrebbero voluto essere: siamo capaci di governare le sfide che ci riguardano.
In quale contesto abbiamo questa coscienza?

La situazione italiana attuale può essere così riassunta: la Costituzione della Repubblica Italiana è in una crisi profonda di consensi.
Non regge più il sistema dell’equilibrio tra i poteri dello stato, è in crisi il Parlamento, l’istituzione principe della democrazia; non regge, ed è sotto gli occhi di tutti, il rapporto tra il potere esecutivo e il potere giudiziario e tra il potere giudiziario e i diritti dei cittadini; è in crisi anche il quarto potere, quelle dell’informazione; anche la parte dei cosiddetti principi della Costituzione è in crisi di consenso da quando è stato accettato, a Destra e a sinistra, che i diritti non possono essere considerati valori senza prezzo, ma devono essere parametrati rispetto a un costo che ne decide la sostenibilità e la vigenza.
E’ in crisi la libertà, oppressa da una burocrazia irresponsabile e da una finanza ormai dotata di immunità e impunità.
E’ in crisi la struttura unitaria dello Stato, il suo rapporto con i cittadini, le comunità, i Comuni , le Regioni, crisi che la riforma del Titolo V non ha minimamente sanato. Perché l’esperienza delle autonomie locali ha posto all’Italia un problema risolto male dal Risorgimento e acuito dal fascismo: il problema è quello di quale sia il luogo di residenza della sovranità che è poi quello di quale sia il luogo che legittima all’esercizio del potere.
Le famiglia, i corpi intermedi, i Comuni, le regioni, sono ormai consapevoli che sono titolari di una sovranità originaria che li legittima ad esercitare poteri originari; questa coscienza mette in crisi ogni forma di autonomismo, fondato sempre e comunque sull’idea di una sovranità centrale, revocabile, esercitabile perifericamente solo per delega.
Non si può difendere la sussidiarietà, come si fa oggi, e parlare di autonomia; la sussidiarietà si lega al federalismo, generato dalla fides e dal foedus tra sovranità originarie solidali; la sussidiarietà non si lega all’autonomia, che invece presuppone un solo potere centrale, unico legittimato a delegare l’esercizio delle funzioni sovrane e che per di più, per pura e folle eredità hegeliana, è un potere centrale che pretende di essere l’unico educatore (in contrasto con la libertà dei singoli, con la libertà della cultura e col diritto della famiglia) dei suoi cittadini.

Anche l’attuale discussione sulla legge sul federalismo fiscale aggira il tema della sovranità perché lo teme, e allora che fa? nasconde agli italiani che la potestà impositiva rimarrà saldamente nelle mani del governo centrale, in nome dell’Unità;
poi afferma che, però, tendenzialmente le risorse fiscali torneranno alle regioni in misura proporzionale alla ricchezza prodotta e al gettito realizzato da ciascuna.
Cioè il gettito fiscale, unitariamente concepito, sarà distribuito per rafforzare le differenze tra regione e regione, cioè andrà a rafforzare la realtà della diversità delle regioni d’Italia che smentisce l’esistenza stessa dell’Unità. Queste sono le distorsioni dell’autonomismo e del regionalismo.
Non solo: il feticcio dell’Unità raggiunge livelli di irrazionalità per noi sardi molto pericolosi. Nei decreti attuativi della legge sul federalismo fiscale, si sta andando a definire i cosiddetti costi standard, cioè il costo dei servizi garantiscono i diritti, parametrati nelle regioni dove costano di meno e sono più efficienti. Dopo di che il costo così determinato diviene quello nazionale.
La Sardegna ha più o meno la stessa estensione della Lombardia e ha 1.600 mila abitanti: sfido chiunque a dimostrare che le stesse funzioni (la scuola, la sanità, i trasporti, la sicurezza eccc) esercitate qui da noi hanno lo stesso costo che in Lombardia. I costi standard sono egemonia non democrazia, ricordiamocelo.

E allora, colleghi, tutto questo ritegno a parlare di indipendenza ha ancora senso?
Si teme l’affermazione della nostra mozione sul disimpegno istituzionale, se ne ha paura; ma a me sembra uguale agli appelli ripetuti in quest’aula a rompere il patto di stabilità, cioè a violare una legge dello Stato italiano (noi siamo pronti a farlo, ma perché è una legge ingiusta non per il gusto della provocazione); a me sembra uguale all’idea di Pietro Soddu sdi smontare e rimontare diversamente lo Stato italiano; a me sembra uguale alle dichiarazioni di Antonello Cabras nelle quali egli afferma che è nostro dovere essere fedeli ai nostri bisogni e diritti di sardi piuttosto che alla Costituzione italiana. Questi non sono disimpegni istituzionali? A me pare di sì.
Avere un pensiero indipendente, dunque, e quindi impostare un percorso politico originale, che non parte dal presupposto debole e servile di non dare fastidio, di ottenere non ciò che è giusto, ma solo ciò che è concesso e concedibile.
L’Italia, badate, non reggerà con la finta unità e con l’aumento delle disparità economiche e dei diritti di cittadinanza del federalismo fiscale; la riforma che farà Calderoli sarà inevitabilmente riformata, perché non si può affrontare il tema del fisco senza affrontare il tema della sovranità e inevitabilmente l’Italia giungerà a riconoscere nelle sue regioni o macroregioni degli stati che delegheranno a una confederazione quota della loro sovranità.
Solo con questa impostazione sarà possibile distinguere una fiscalità di stato-regionale da una fiscalità confederale per le funzioni più alte delegate alla federazione. Solo così sarà possibile comporre le diversità e rendere plausibile e sostenibile la solidarietà. Solo così noi sardi potremo calibrare la fiscalità adeguata al nostro sviluppo distinguendola da quella che andrà a finanziare le funzioni confederali. Noi siamo stati e siamo umiliati dalla pressione fiscale italiana.
Noi dobbiamo avere un pensiero più forte di quelli disponibili sulle bancarelle della contingenza politica e delle abitudini scolastiche.
Noi pensiamo che non si possa dire, come affermano tutte le forze politiche sarde con accenti diversi, che si deve rinegoziare il patto con lo Stato e pensare di presentarsi al negoziato con un pensiero autonomistico, fondato solo sulla ragioneria delle funzioni delegabili.
Se si va a trattare con un pensiero autonomistico, si accetta che dall’altra parte si sieda il detentore legittimo della sovranità a cui chiedere concessioni. Il punto di partenza non può essere questo. Deve essere una forte coscienza della nostra sovranità, una formalizzazione di questa coscienza che tracci la rotta per il futuro, che manifesti allo stato italiano che con noi si pone la questione della sovranità, la quale noi intendiamo realizzare nelle forme via via possibili.

Noi sardisti siamo d’accordo a dichiarare i principi separatamente dagli atti legislativi per rendere praticabile l’attività legislativa nel contesto normativo attuale, perché questo significa essere riformisti e non rivoluzionari, ma lo Stato deve sapere che con noi, qualsiasi accordo, è sempre e solo una tappa di un percorso, il percorso di costruzione del nostro stato, della nostra nazione, di noi stessi.
Con questa impostazione si può trattare. Ma questo richiede che noi abbiamo dietro, con noi, il popolo.
Per questo abbiamo sempre parlato di costituente: un’idea forte senza il popolo non ha valore politico. Lo abbiamo fatto con i Riformatori e con i sindacati. Oggi si obietta che una procedura quale quella da noi pensata rischierebbe di essere troppo lunga da realizzarsi. Benissimo: mettiamola così, purché si trovi il modo di coinvolgere il popolo, a noi sta bene. Ma mai da soli, mai come elites presuntuose e aristocratiche.
Anche perché, diciamolo chiaramente, nella coscienza dei sardi la Regione-istituzione ha gli stessi connotati dello Stato: accentratrice, inefficiente, burocratica, prepotente e talvolta corrotta. C’è un potere dei sardi sui sardi che deve farsi perdonare, che deve fare i conti con le sue gravi responsabilità, di parassitismo, di fuga dalle responsabilità, di subordinazione: noi abbiamo bisogno di un percorso autentico di catarsi, di pulizia, di recupero del senso del dovere e della fratellanza. Per noi la Costituente è questo: è partecipazione, decantazione, pulizia. Ma, ripeto, trovate un altro percorso che garantisca lo stesso risultato e per noi va bene. Purché unisca la nazione sarda, purché finiscano le interdizioni dei migliori che favoriscono i mediocri e i servili.
Devo concludere e tiro le somme.
Noi chiediamo al Consiglio regionale di esprimersi in un ordine del giorno, che vorremmo scrivere con tutti voi, per l’indipendenza della Sardegna, intesa come costruzione dello stato sardo all’interno di un patto federativo con l’Italia. Chiediamo cioè l’atto politico di individuazione dell’obiettivo a medio termine; l’atto politico del presupposto culturale per un pensiero forte e originale e del presupposto politico con cui andare a trattare con lo Stato; l’atto politico del mandato da chiedere ai sardi. Fissato questo punto, varato questo ordine del giorno, in cui far confluire tutta la parte ideale dei documenti presentati, inviato questo ordine del giorno al Parlamento italiano, come propongono alcune forze, determinato dunque l’impegno politico alla costruzione dello stato sardo, chiediamo di definire le forme di partecipazione del popolo sardo alla fondazione di questo percorso nazionale. Fatto questo, siamo prontissimi a collaborare con le nostre proposte ad un percorso consiliare che determini l’insieme delle riforme istituzionali, ma chiediamo che esso sia il più possibile unitario e coraggioso, cioè che abbia l’obiettivo di realizzare davvero il massimo di sovranità possibile e che ponga le premesse per aumentarla un domani, cambiando noi e cambiando l’Italia. Chiediamo che esso si svolga entro dodici mesi da oggi, perché occorre mettere in sicurezza la Sardegna, occorre proteggere il suo futuro sociale e politico.
Credetemi, come diceva un grand’uomo, io non voglio convincervi delle cose che dico; chiedo solo che concediate che la vostra esperienza si paragoni con ciò che noi diciamo:
lo stato in Sardegna dobbiamo essere noi perché diversamente lo Stato in Sardegna non sarà mai per noi.

39 Commenti

  • Attilio Pinna

    Gentile Professore,
    È vivace, in questi ultimi tempi, il dibattito sul federalismo fiscale.
    Mi porgo e Le porgo una domanda: E’, questa riforma, vero federalismo?
    Faccio una breve considerazione. Allo stato della legislazione statale attuale, se io costituisco in Sardegna una società per azioni della quale detengo un’azione , ad esempio, e se in un anno questa partecipazione mi fa guagagnare 100 euro, allora pagherò, su questi 100 euro, un tributo di circa 27 euro. Se, invece, vendo la mia azione, e guadagno, per esempio, 100 euro, pagherò un tributo, su questi 100 euro, di circa 12 euro. Una volta approvato il ” federalismo fiscale”, il Consiglio Regionale della Sardegna, potrebbe approvare una legge che stabilisca che, nella nostra regione, la rendita che mi deriva dalla mia partecipazione azionaria, non venga tassata? Mi risulta di no. Credo allora che la riforma attuale non sia vero federalismo. Se la nostra regione avesse la potestà di stabilire, con legge propria, quando, come e se tassare, non si porrebbe il problema di avere fondi perequativi e altri palliativi vari e, credo, si supererebbe il pericolo di divarii tra le regioni del sud e le regioni del nord.
    La ringrazio e buon lavoro.

  • Giancarlo Mameli

    Il merito principale del PSd’Az, in questo preciso momento storico è dato dal fatto che contrariamente al 1948,oggi siamo stati in grado attraverso i nostri Consiglieri Regionali, di essere oltre che promotori, attori principali della redazione di un’idea confederativa che porti la Sardegna ad una maggiore sovranità.
    Nella sostanza, abbiamo consolidato la convinzione che in politica non si può partire da una minoranza di pensiero e imporlo alla restante maggioranza del popolo.( non sarebbe democratico).
    Quindi in tal senso il PSd’Az, ha elaborato una strategia a medio e lungo termine; questa strategia stà portanto concretamente dei risultati che erano scritti sino a poco tempo fa nel libro dei sogni, poichè ci si ostinava a non prendere in considerazione l’evoluzione degli scenari politici congiunturali.
    Penso che affronteremo il confronto con i movimenti indipendentisti una volta che avremmo dimostrato che esiste un percorso meno folkloristico, ma senz’altro più incisivo nel raggiungere l’obbiettivo finale.
    In questo, ha grande merito l’azione di ricerca del confronto da parte di Paolo che ha eroso le convizioni di opportunità negli schieramenti dei partiti Italiani. il risultato è che la nostra idea di Nazione Sarda piace ad ampi settori della sinistra, e comincia ad insinuare grossi dubbi di valenza politica anche al centro ed in alcuni esponenti della destra. ( vedi l’On Mauro Pili).
    Certo, il lavoro più complesso inizia ora, dovremmo dimostrare di pari passo con le evoluzioni istituzionali, che nel frattempo avremmo formato dei quadri istituzionale all’altezza nei vari settori istituzionali:economia, finanza, legislativo, in linea con il pensiero di uno Stato Sardo Confederato….. ma che sia INDIPENDENTE!… nel vero senso …. indipendente… economicamente….perchè come recita la filosofia spicciola…prima mangiamo, poi, parliamo!!
    Fortza Paris.

  • Ho seguito sulla stampa nazionale e sui vari blogs la discussione per la sovranità e mi sto convincendo che non sarà un pranzo di gala, ne una festa letteraria e nemmeno un forum tra bloggisti. Ripeto quanto già scritto in questa sede il 29 Giugno 2010: non deve finire in una discussione tra noi ma deve interessare associazioni di volontariato e culturali, industriali, sindacali, la Chiesa etc,etc. Ci vorrà pazienza, spessore culturale consenso e di nuovo pazienza perchè si dovranno vincere diffidenza e conformismo. Primi fra tutti dobbiamo convincercene noi stessi. Fortza Paris.

    Antonio Gavo

  • Piergiorgio Pira

    caro Marco, se vuoi organizzare qualcosa mi puoi chiamare al 389 6856813 oppure al 0784 36407 e.mail pirapierogiorgio@virgilio.it

  • Per Piergiorgio Pira.
    Non da ieri chiedo di illustrare e propagandare i dati oggettivi della sostenibilità economica dell’indipendenza della Sardegna dall’Italia.
    Cosa vogliamo fare?
    Io sono nella Federazione di Cagliari e collaboro con altri tesserati e simpatizzanti.
    Vogliamo organizzare qualcosa?
    Un intervento in saletta o un incontro in Sede…
    Anziché parlarne facciamo qualcosa di oggettivo.
    Saluti.
    Marco M. Cocco.

  • Piergiorgio Pira

    Caro Carlo Deidda, condivido pienamente le tue osservazioni allo stesso tempo voglio ricordare a te e a tutti coloro che hanno a cuore il problema dell’indipendenza quanto segue: il primo studio che dimostra l’autosufficienza economica del polpolo sardo è stato fatto da Giovanni Battista Tuveri che fu il primo a parlarne nel famoso articolo” chi oserà attaccare i campanelli al gatto” pubblicato sul giornale La cronaca di Cagliari nel lontano 1867. Dimostrava allora, con dati alla mano, che lo Stato Italiano prelevava dalla Sardegna circa 12 milioni e ne restituiva soltanto 8. In tempi più recenti altri lo hanno dimostrato compreso il sottoscritto che in numerosi interventi nei congressi, consigli nazionali, assemble del Partito sardo d’Azione, e in altre sedi, ha sempre ribadito e dimostrato che la Sardegna è autosufficiente dal punto di vista economico.
    Sono e sarò sempre a disposizione per dimostralo ancora.

    Piergiorgio Pira

  • Gianfranco Congiu Sardista di Macomer

    Ottimo !
    La mozione è solo il fischio d’inizio di una partita che si annuncia lunga e aspra e dove per la prima volta tutti (militanti compresi) avranno la possibilità di dare un contributo.
    L’auspicio è che si abbandoni quella naturale forma di partecipazione emotiva che porta, quasi si stesse assistendo ad una partita di calcio, a gioire, incazzarsi, esultare giusto lo spazio della partita e poi … tutti a casa.
    Perchè dico questo:
    perchè declinare la parola indipendenza significa essere indipendenti, vivere da indipendenti, volere la indipendenza senza remore o, peggio, paure.
    Ho apprezzato l’intervento di CARLO DEIDDA che in due battute pone con garbo ma con coraggio e decisione, un problema di coinvolgimento e di consapevolezza del popolo sardo: hai ragione Carlo quando dici che vi è una percentuale di sardi che vivono l’indipendenza con paura (paura di perdere lo status quo; paura di perdere privilegi; paura di peredere assistenze etc.) ma è altrettanto vero che vi è una percentuale (molto consistente) di sardi coraggiosi che ci stanno provando con grande serietà e convinzione.
    Annovero il PSDAZ tra i protagonisti seri, convinti e determinati.
    Finalmente riusciamo, al nostro interno, a parlare un unico linguaggio, che è quello della convinta partecipazione.
    Per queste ragioni non ho apprezzato l’intervento di CLAUDIO BARDI che leggo molto più proteso verso un apprezzamento da tifoso che da militante consapevole: che c’entra nella economia del ragionamento una divagazione, quasi edonistica, sul segretario nazionale.
    Caro Claudio, non ti conosco personalmente, ma francamente mi spiace che nello spazio di due battute nella rete passi da una militanza attiva e dichiarata ad una ex militanza: e credimi non è un problema di lesa maestà ma è un problema di apporti dei singoli.
    Non siamo un partito leaderista, combattiamo i protagonismi, esistiamo e resistimamo da 90 anni; esisteremo e resisteremo per altri 90.
    Personalmente vedo e apprezzo una dirigenza sardista che lavora verso un obiettivo condiviso senza protagonismi, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e senza travalicare il ruolo altrui;
    vedo invece una base che è talvolta ondivaga nei suoi istinti partecipativi.
    L’indipendenza è un’attitudine caratteriale che prescinde dal bello o dal brutto, dallo storto o dal dritto.
    Facciamo in modo che l’appassionato momento partecipativo non cessi con la lettura della mozione e prosegua invece nella quotidianità e iniziamo a chiederci

    COSA VOTEREBBE IL POPOLO SARDO SE DOMANI SI ANDASSE A REFERENDUM E CHI HA IL CORAGGIO DI ANDARE FINO IN FONDO.

    Fortza Paris
    Gianfranco Congiu
    Consigliere Nazionale PSDAZ

  • Claudio Bardi (forse ex Militante)

    Avrei diritto di replica..
    Ho peccato di lesa maesta!!
    Non credo sia quasta l’occasione di replicare, io ho espresso una mia opinione e credo sia molto simile a quella degli iscritti alle molteplici sezione della federazione di Cagliari che ancora attendono, da circa un anno, una risposta in merito a qualche irregolarità (circa 29 sezione).
    Mah!! lasciamo stare…

    Sappiamo tutti che per fare le riforma ci vuole la schiena dritta, io il mio nome e cognome l’ho scritto sul post e non mi nascondo dietro ai muretti e nemmeno sto sul ciglio del fiume ad attendere che il cadavere passi.

    Come detto in precedenza, ritengo che il gruppo consigliare sia ottimo e svolga un ruolo importante e trainante per il partito, ma cari miei, questa segreteria non c’è’ proprio, non c’è mai stata e mai ci sarà. (questa è la mia idea e pensiero)

    Fortza Paris (Sardista – Sardo Libero pensatore – e non stutturato–

  • Hai ragione Loddo, gli altri movimenti indipendentisti sono invidiosi, anche se sul punto che ho indicato in precedenza ci saranno questioni di principio.

    Il discorso complessivo comunque è quello di dover osservare la luna e non il dito: abbiamo un partito che ha avviato un percorso riformista su cui comunque tutte le forze politiche dell’isola sono chiamate ad esprimersi e, bene o male, la montagna non dovrebbe partorire il topolino.

    Si tratta in ogni caso di un piccolo momento storico che non può essere sottovalutato, peccato che i media non stiano assolvendo completamente alla loro funzione. Altrove un dibattito consiliare del genere avrebbe scatenato speciali sulla stampa, dibattiti televisivi, ecc.
    Ma questo è anche il prodotto della storica omologazione italiana sociale e politica della Sardegna.

    Complimenti in ogni caso a Maninchedda per la forza di volontà e l’impegno.

  • Toninu Bussu mi ricorda la figura di preide Muroni di Semestene. La storia della fine del 1700 che lui ha ripercorso ci insegna e indica la strada che dovremo seguire. A scuola ce l’hanno sempre negata proprio per il carico d’insegnamento che contiene. Occorre concordare anche solo cinque punti irrinunciabili e porli in forma di ultimatum, o… , o… .

  • come si possono dire e scrivere queste stupidagini, nei confronti del Segretario Colli, nel momento in cui tutti come sardisti e sardi dobbiamo fare forza paris?
    Chi è costui che nell’ignoranza e mala fede più assoluta si dichiara Militante sardista. Questo non è democratico dissenso, ma stupidità

  • Caro Paolo, mi sembra di capire che è in preparazione uno studio che dimostri la autosufficienza economica del popolo sardo o quantomento il fatto che lo Stato italiano non ci regala niente…. La remora maggiore dei sardi, e tu lo sai bene, è proprio la paura che l’indipendenza ci penalizzi da un punto di vista prettamente economico… Pertanto ti chiedo che a questo documento venga data la massima pubblicità e visibilità possibile.

    Grazie

  • Ho seguito con grande interesse l’illustrazione delle mozioni sulle riforme e, in linea di massima, nell’aula del Consiglio Regionale, che d’ora in poi bisognerà chiamare Parlamento Sardo, è rieccheggiata moltissimo la parola INDIPENDENZA, mentre quando si è parlato di Autonomia era solo per dire che era o superata o fallita.
    Non so quale effetto questo dibattito in Consiglio Regionale, pardon, nel Parlamento Sardo, possa avere nei confronti della Repubblica Italiana, ma è già un grosso successo che oggi il massimo organo legislativo sardo abbia espresso concetti, posizioni, scelte e aspirazioni di grande dignità e spessore politico che fanno ben sperare in un futuro di autogoverno dell’Isola.
    Il Parlamento Sardo questi giorni sembra rivestire le competenze di una vera e propria assemblea costituente dove sono state espresse le aspirazioni alla sovranità voluta e sentita storicamente dai sardi, ma finora negata e impedita dai limiti oggi dell’attuale Statuto e della Costituzione repubblicana.
    L’intervento magistrale,equilibrato, ma coraggioso di Paolo Maninchedda ha permesso al Parlamento Sardo di svolgere un ruolo di primordine indicando la strada all’interno delle attuali istituzioni per arrivare in un domani non lontano all’indipendenza.
    E è stata esorcizzata anche questa parola che prima veniva pronunciata con timore e, come ancora qualche voce timorata e residuale si attarda a fare, veniva identificata con il separatismo.
    Mentre quindi l’illustrazione delle mozioni e il dibattito ha avuto come denominatore comune che lo Stato in Sardegna devono essere i sardi, bisogna ora lavorare, con grande diplomazia e senza lasciarsi ingannare dai nominalismi, per giungere ad una proposta unitaria da inviare al Parlamento Italiano per ridiscutere sul come arrivare ad avere in Sardegna i pieni poteri dello Stato.
    Nei mesi successivi poi è bene portare avanti una serie di dibattiti che coinvolgano cittadini e istituzioni sarde a tutti i livelli,per cominciare a indicare cosa significa che lo Stato in Sardegna debbono debbono essere i sardi.
    Sarà già una grande vittoria politica se dal Parlamento Sardo arriverà una proposta unitaria e decisa nei confronti dell’Italia, una proposta che può essere paragonata alle CINQUE DOMANDE che gli Stamenti hanno presentato al Re di Sardegna nel 1793 e alle quali dovettero attendere una risposta che non è mai arrivata, n quanto il Re rispose al Vicerè perchè gli Stamenti non gli rappresentavano nulla.
    Ma in seguito a questo comportamento, tenete conto che i rappresentanti degli Stamenti fecero circa sei mesi di anticamera a Torino per essere ricevuti in udienza dal Re, i sardi arrivano alla determinazione di cacciare, il 28 aprile 1794, tutti i Piemontesi dall’Isola, vicerè compreso.
    Immagino che anche il Parlmento Italiano abbia altro di cui occuparsi e tardi a rispondere e a prendere in considerazione le proposte del Parlamento Sardo, farà fare quindi una lunga anticamera anche alle proposte del Parlamento Sardo di oggi.
    E allora che fare perchè la Sardegna sia presa maggiormente in considerazione?
    Dobbiamo pensare a un moderno ed efficace 28 aprile, mettendo dunque una scadenza e superata quella, per esempio,attuare forme di disobbedienza civile non violenta, ma determinata.
    Una delle tante scelte unilaterali che si potrebbero fare è che, scaduti i termini, il Parlamento Sardo disconosca i vertici di tutti gli uffici periferici dello Stato presenti in Sardegna e nomini persone che li possano sostituire in modo che si attui il principio che lo Stato in Sardegna debbano governarlo i sardi.

  • Buona partenza, complimenti a Maninchedda. Le redini dell’isola dobbiamo riprendercele. I “rinunciatari” vecchi e nuovi all’angolo. I parassiti politici all’altro angolo. I nostri figli oggi non hanno futuro.

  • Non capisco e non condivido questo giudizio gratuito e fuori tema sul nostro bravissimo segretario nazionale, che ogni volta che parla c’è solo da meditare e riflettere.
    Forse occorre ascoltarlo con maggiore attenzione
    Bravo il nostro Prof, continuiamo così, il faticosissimo cammino è appena all’inizio.
    forza paris

  • Io penso che il Segretario Nazionale e i Consiglieri del partito siano stati i primi a leggere la dichiarazione di Maninchedda, perchè anche in Consiglio Nazionale parlano la stessa lingua, e Colli è abbastanza vicino al gruppo.
    Comunque sono molto soddisfatto dell’intervento del portavoce del PSDAZ, dichiariamo che non vogliamo la guerra civile e il Re, o un gruppo di fedelissimi, ma la partecipazione di tutta la classe politica sarda e del popolo alle scelte che riguardano il nostro futuro, con una visione delle cose da fare, attuale e dentro la realtà, dove abbiamo anche le questioni economiche e sociali ben chiare.
    Peccato che non abbiamo i mezzi mediatici che ci permettono di dare la giusta importanza ad un evento e una discussione così importante.
    Tanti hanno cercato di sminuire la portata della cosa, con accenni molto leggeri e superficiali, qualcuno non ne ha proprio parlato, altri hanno cercato per fare confusione e sparigliare, intervenendo con altre mozioni, anche stranamente ripetitive e prive di quella sostanza di cui ci sarebbe stato bisogno. I partiti indipendentisti che diciamo hanno gli stessi nostri obbiettivi ma da raggiungere con altre azioni, non li ho visti ne’ sentiti o perlomeno ho l’impressione che non abbiamo dato un plauso o una critica costruttiva al fatto. Tutto come se niente fosse.
    Per me è un segnale che abbiamo centrato il bersaglio, da oggi sarà l’argomento principale e aggiungo una frase riportata da Francesco Sanfilippo di Ghandi prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi VINCI!
    il percorso è iniziato!
    Fortza Paris

  • Per Pietro: è quello che sto dicendo da 5 anni, che una Sardegna può benissimo iniziare il suo percorso per l’indipendenza dallo Stato Italiano in un contesto federalista (che potrebbe durare decenni), è un percorso (obbligato certamente), ma non un fine. Perché il PSD’AZ non ha detto: “Vogliamo arrivare all’indipendenza partendo da un’Italia federale” ma che per “indipendenza” si intende l’Italia federale. Così come si inflazionò il termine autonomia, oggi rischiamo di fare lo stesso con quello dell’indipendenza (dal significato chiarissimo).
    Il pasticcio fornirà nuova linfa allo strisciante antisardismo di cui è già permeato l’ambiente indipendentista e declassa il sardismo nel campo delle proposte politiche a quello di altre forze con proposte sostanzialmente uguali, non indipendentiste.

    L’aspetto positivo che comunque ci interessa a tutti è che sulla questione della revisione del patto costituzionale si può discutere e si possono trovare assonanze tra tutte le sigle politiche dell’isola.

    Parleremo più esaustivamente della questione nel prossimo aggiornamento di Sa Natzione del primo ottobre perché ci sono parecchi altri aspetti da dibattere e che riguardano sia il Popolo Sardo attuale, che la retorica con cui diverse forze in Consiglio Regionale si sono approcciate all’autonomia del 1948.

  • Claudio Bardi - Sardista Militante

    Semplicemente Fantastica…

    Chiara Concreta e Precisa, ma nessuno dubitava che il condottiero del Partito Sardo facesse diversamente.

    Fortunatamente, come controcanto alla pochezza di un Segretario Nazionale che non ha nulla da dire, abbiamo dei consiglieri preparati e competenti.
    Fortza Paris

  • Giovanni Porcu

    Finivo di leggere un articolo sul giornale spagnolo El Pais a proposito della sentenza della Corte Costituzionale spagnola sulla non costituzionalità degli artt. 6, 76,78, 95, 97, 98, 99, 100, 101, 111, 120, 126, 206 e 218 dello statuto catalano. In particolare il 206 e il 218 che trattano della partecipazione ai tributi statali e della autonomia e competenze in materia finanziaria. Ma anche l’art 5 (il diritto all’autogoverno si fonda sui diritti storici del popolo catalano, sulle sue istituzioni secolari nella tradizione giuridica catalana…) e 8.1 (simbolo, bandiera e inno) che pure non sono stati dichiarati incostituzionali subiscono una interpretazione riduttiva della Corte la quale sostiene che ciò non da diritto all’autogoverno distintamente dalla costituzione spagnola affermando la indissolubile unità della Nazione spagnola. Ho voluto citare questo pronunciamento perchè l’Europa si muove in maniera ondivaga rispetto al riconoscimento delle nazioni senza stato e per incoraggiare l’azione del Psd’az in consiglio Regionale sulla falsariga della illustrazione della mozione fatta ieri dall’on.le Maninchedda. Mentre occorre trovare le forme perchè questo momento sia attivamente vissuto anche dal popolo sardo che deve avvertire su di se la forza innovatrice e storicamente determinante per le sue sorti.
    Forza Paris

  • Perdono! sono colpevolmente ignorante e poco sottile su certe distinzioni, stato federato o indipendente o che altro.
    so solo che noi sardi dobbiamo avere le mani libere e decidere da noi, fra noi e per noi quali norme darci, quale economia costruire, quale energia sfruttare, quale lingua parlare, che istruzione avere, etc. etc. etc.
    chiamatela come volete ma il concetto sia chiaro: VOGLIAMO FARE DA NOI, VOGLIAMO FARE PER NOI
    contro nessuno, ma PER LA SARDEGNA.
    basta! essere assistiti, servi, compatiti, aiutati, assoggettati, basta! essere dipendenti
    non sarà domani, ma iniziamo da oggi, dalle nostre teste e dai nostri cuori.
    se poi sarà per i nostri figli, almeno il loro grazie avremo

  • Pietro Delussu

    Per Bomboi.
    L’Unione Europea sta sempre più assumendo una connotazione confederale e per certi aspetti (moneta e ambiente) addirittura federale. Ciò nondimeno i 27 stati che la compongono sono tutti indipendenti.
    Questo per dirti che un processo indipendentista può tranquillamente convivere con un progetto che preveda la Sardegna confederata con l’Italia e/o con gli altri stati dell’Unione Europea.
    Magari passando attraverso uno stato italiano federale.

  • Gil, se il sardismo pensa di poter parlare di “indipendenza” come il PD, ovvero dentro uno stato già esistente…allora credo che IRS continuerà a crescere (e non a torto)…
    Un’Italia federale non presuppone necessariamente la costituzione in stati delle sue minoranze, ma sarebbe comunque un passaggio graduale per l’indipendenza.
    Una federazione può essere composta anche da autonomie (di quelle vere).
    Se poi ci saranno le condizioni future per farne una confederazione di stati, questo si vedrà, penso che per adesso un partito che si dichiara indipendentista dovrebbe comportarsi come tale: dichiarando il federalismo come un mezzo e non come un fine per l’indipendenza.
    Altrimenti si rischia di porsi nello stesso piano strumentale della miriade di partiti che affermano tutti più o meno le stesse cose (inclusi quelli romani).
    Niente di nuovo insomma.

    Per il resto, ben vengano le riforme statutarie che si intendono intraprendere, saranno comunque una fase in cui superare lo status quo, cosa che altri indipendentismi non hanno mai fatto datosi che sono fermi alle chiacchiere.

  • Lorenzo Palermo

    Avanti così.
    FORTZA PARIS!

  • L’indipendenza e lo Stato Sardo sono necessari per avere, se lo si desidera, un patto federativo con l’Italia o con altri Stati. Quale forza avrebbe la Sardegna per poter contrattare il contenuto del nuovo patto, senza prima aver costruito lo Stato sovrano? L’indipendenza è il mezzo non il fine. Bomboi rifletti. L’indipendenza potrebbe essere una fase per fare altro, se ci saranno le condizioni. Ho letto, riletto e ascoltato la presentazione della mozione, finalmente abbiamo ripreso la strada giusta.
    Bravo prof.

  • Piergiorgio Pira

    Vi dimostrerò, colleghi, quando parleremo di federalismo fiscale quanto sbagli chi dice che la ricchezza prodotta in Sardegna non è sufficiente a finanziare le funzioni di sovranità a cui noi ambiamo. Non è vero, e ve lo dimostrerò; dipende sempre da chi fa i conti e da come li fa.
    Come pure, colleghi, non seguite il pensiero debole di chi pretende che per dimostrare la legittimità e la praticabilità dell’indipendenza si debba dimostrare la capacità di esistenza autarchica della Sardegna. Nessuno stato al mondo vive separato dagli altri, ma non per questo affida la propria sovranità a chiunque o se ne disinteressa.
    Bravo, l’indipendenza è tutta qui.

    Appurato che stato italiano è restio a riconoscerci l’indipendenza politica ci dia la possibilità di competere da indipendenti almeno calcisticamente, allestiamo la nazionale sarda per i prossimi mondiali. Non ci mancano le risorse economiche e nemmeno quelle calcistiche, siamo in grado di competere come Nazione Sarda anche nel gioco del calcio. Ecco i nomi di alcuni titolari per la futura formazione della nazionale sarda:
    Sirigu, Pisano, Cossu, Ragatzu, … allenatore Ninni Corda. Probabile risultato: Sardegna-Italia 2-0.
    Piergiorgio Pira

  • Penso che sia arrivato il momento perchè questi temi cari a tutti i Sardi vengano trattati anche fuori dalle sedi istituzionali.
    Tutte le forze più genuine della nostra Terra devono scendere in campo e fare eco alle iniziative politiche di chi vuole dare voce e gambe alle aspirazioni più vere e profonde di ogni Sardo.
    Il mondo della cultura, dell’arte, della scuola del lavoro e di ogni altra espressione dovrebbe sentire il dovere di sostenere ed intrerpretare, con unità di intenti, il felice momento per poter volare sempre più alti.

  • Cito una frase del discorso che racchiude un pò a mio avviso il senso degli errori del sardismo attuale nei confronti dell’indipendentismo: “Noi chiediamo al Consiglio regionale di esprimersi in un ordine del giorno, che vorremmo scrivere con tutti voi, per l’indipendenza della Sardegna, intesa come costruzione dello stato sardo all’interno di un patto federativo con l’Italia.”

    E’ comunque un grande discorso, ma l’unica nota negativa a mio avviso è stata proprio quella di definire indipendenza una eventuale confederazione della Sardegna con l’Italia. Se si sta nello stesso Stato (o confederazione di stati), ovviamente non c’è alcuna indipendenza, a limite un potenziamento della sovranità ed una parificazione di diritti. Cosa che comunque ogni indipendentista auspica come passaggio graduale.

    Sarebbe stato più equilibrato dire che il giusto percorso intrapreso dal PSD’AZ vede nell’indipendenza il passaggio finale di una serie di tappe, ed una di queste è proprio il conseguimento dell’assetto federale dell’Italia (su cui pare ci siano larghe intese in diversi movimenti).
    Se l’indipendentismo ha un senso, è proprio quello di vedere nella federazione (o una nuova autonomia) un mezzo e non un fine, per l’indipendenza.

    Il sardismo insomma se vuole recuperare il suo ruolo-guida storico sul piano identitario, deve parlare con chiarezza e capire quali sono i suoi effettivi obiettivi: diversamente, anche un partito centralista come il PD Sardo ad esempio oggi si dichiara “federalista”.
    Ben venga la Costituente, ormai è una tappa da compiere.

  • A questo link è possibile riascoltare tutta la seduta n°137 di stamane 21 settembre 2010

    http://consiglio.regione.sardegna.it/sedutevideo/video.asp?idSeduta=14013701

  • michele pinna

    La relazione di Maninchedda è un’esempio di metodologia stratigrafica e di sintesi chiara e lucida dell’essenza del sardismo. Se nella dottrina dei padri del sardismo c’era già tutto, a lui è spettato il compito di rendere esplicita quell’essenza. Lo ha fatto molto bene conciliando e mettendo insieme, cosa non facile, i termini e le logiche del riformismo (proceso, percorso, consapevolezza dello scarto esistente tra principi e condizioni legislative esistenti, non rottura rivoluzionaria, perciò) con l’orizzonte indipendentisata di una statualità costruita dal basso.(nuclei originari di sovranità indipendente che si mettono insieme per stipulare nuovi patti) Indipendentismo e federalismo, costituiscono, così, i nuovi orizzonti della politica. Il coccortismo e il sattabranchismo che hanno caratterizzato il logo delle classi dirigenti sarde, da cui quella sfiducia, in esse nutrita, quasi con disprezzo da Bellieni, ne escono oggi definitivamente superati. Così come ne escono adombrati i ciarlatani dell’indipendentismo, del nazionalitarismo e del sardismo a buon mercato, che hanno costituito gli alibi per la classe dirigente coloniale sarda.
    Ci sono, come dire, tutte le condizioni teoriche, adesso bisogna costruire quelle pratiche, per passare dalla nazione che non ha partorito (per vari motivi) uno Stato ad una nazione feconda e prolifica che generi nuova statualità. La costruzione dello Stato sardo, in Sardegna, va più che bene. Il seme del sardismo lo farà nascere, ne sono convinto.Il Partito sardo d’azione è chiamato a nuovi impegni e a nuove
    responsabilità. Fortza Paris Michele Pinna

  • Giovanni Puddu

    Questo si che è un discorso da vero statista :)

  • Un bolu altu pa fa cuntà la Saldigna!
    Il Partito Sardo D’Azione saprà essere all’altezza. Come sempre.
    In bonora.
    Fortza Paris.

  • Evelina Angela Pinna

    Prefazione robusta e appassionata, di fine congegno intellettuale, che preannuncia una disamina coraggiosa e stringente dei punti di forza inesplorati e dei fattori di debolezza endogena del sistema fiscale sardo. Farà piacere ai Sardi, udire da quale parte penda la propria bilancia dei pagamenti, gli interessi in gioco sui due piatti, spesso consensuali, talvolta disgiunti o discordanti, altre volte all’unisono imperfetto. Ma soprattutto interesserà sapere perché nella politica fiscale sarda si gioca il potere di contrattazione esterna dell’Isola. Nel pensiero economico di un politico è giusto e doveroso un monito sorridente al passato, ad onta di tutti gli ostacoli e arretramenti subiti dai sardi, ma sopratutto è incoraggiante uno sguardo realisticamente proiettato sul futuro della nostra Isola, idealmente inserita in un’Europa di Stati mobili, liberi e confederati. Ci sono soluzioni morbide ma d’impatto che possono riequilibrare i conti pubblici, rimodulando costi e ricavi, rifocillando i settori produttivi ed elargendo premi alla responsabilità; ma gli strumenti del cambiamento, quelli veri attraverso i quali si possono gestire i conti pubblici, virando la ripresa al punto superiore della parabola, sono le riforme legislative sovrane. Buon punto di partenza è la stabilità interna delle istituzioni e dei partiti, dove un buon modello di governance e management lavorino in linea ai giusti diritti dei cittadini. Con un pizzico di doverosa cautela anche nel fermo ottimismo pratico delle questioni in uso. Forse si sta scrivendo la prima pagina del libro blu dell’Indipendentismo Sardo.

  • Incisivo ed efficace.
    Spero in un ripensamento di Claudia Zuncheddu e degli altri indipendentisti circa la chiusura al dialogo con il PSdAz.
    Nuovo corso e tanta forza.
    Da tesserato sono orgoglioso del mio Partito.
    Complimenti Paolo.

  • Francesco Sanfilippo

    Lo stato in Sardegna dobbiamo essere noi perché diversamente lo Stato in Sardegna non sarà mai per noi.
    DEU CI CREU!

  • Monaco Vincenzo Carlo

    Si è colta una occasione storica per spiegare, chiarire e ribadire una volta per tutte cosa si intende per Indipendenza della Sardegna alla intera classe politica ed al Popolo Sardo tutto.
    Le mie paure della vigilia, sono state in gran parte dissolte.
    Complimenti Paolo,

    Vincenzo

  • Faziosa se avesse parlato di quel che è successo nel nostro Parlamento senza citare Maninchedda. Ma la cosa è ben peggiore: davanti all’inizio di un percorso che, fuori da ogni retorica, potrebbe essere storico per la nostra nazione, si è girata dall’altra parte e se l’è cavata dando la parola per dieci secondi a tre persone. Riserviamo la parola “vergogna” a cose meno banali della ordinaria cialtroneria.
    Comunque, bravo Paolo. E complimenti per il passaggio sulla Costituente: d’accordo, cerchiamo tutti insieme come sia possibile (oltre che imperativo) sottrarre la discussione al ristretto club delle élite.

  • Stefano De Candia

    Altre volte ti ho criticato per il politichese oggi sono moltom orgoglioso di essere un tuo compagno di partito perchè hai scritto un bellissimo intervento nel quale hai chiarito chiaramente, scusa la ripetizione, che noi siamo per la costituente e non per quello che vuole Cappellacci e i suoi.
    Ancora complimenti… bravo

  • Intervento giusto, moderato e convincente.

  • Benissimo Paolo.Complimenti.
    Chissà che la maggior parte delle altre forze politiche si aggreghino a noi.
    A PROPOSITO, ALLE ORE 13:00 DI OGGI VIDEOLINA NON HA DETTO UNA SOLA PAROLA SUL TUO INTERVENTO. VERGOGNOSO!
    PERCHE’ NON SI DECIDE DI BOICOTTARE QUESTA TELEVISIONE PIU’ FAZIOSA DE RETE4 DI FEDE

Invia un commento