Letteratura e indipendenza. 1 parte.

3 settembre 2009 06:563 commentiViews: 46

344Riportiamo la sbobinatura ripulita di una conversazione tenuta da Maninchedda con alcuni suoi allievi nella campagna di Antonio e Tetta Succu vicino a Bosa.

Un amico romanziere mi ha comunicato di non voler più scrivere. Il motivo? “O scrivi un romanzo capace di rappresentare il mondo, o non serve scrivere”. In parole povere, il mio amico, che è sardo, dice che o uno scrittore ha veramente qualcosa da dire oppure scivola a inventare storie come un cantastorie ma poi, prima o poi, comincia a stancarsi, a soffrire o di un senso di vacuità o di quell’insopportabile eccesso di cinismo che può catturare i commercianti che credono troppo nel proprio mestiere.
Faccio degli esempi di grandi romanzi con l’ambizione riuscita di fornire una visione del mondo dilettando il lettore con una storia appassionante. Faccio nomi scegliendo tra i più noti e limitati all’Italia, in modo da chiarire bene ciò che intendo dire. In Italia: I promessi sposi, Mastro don Gesualdo, Il Gattopardo, Il giorno della civetta, Il nome della rosa.
In Sardegna, io non trovo né la Deledda né il suo iniziale modello Enrico Costa, capaci di grandi costruzioni simboliche, cioè capaci di quelle grandi architetture mentali che sono i romanzi, dotandole di strutture ideologiche, simboliche, emotive e fantastiche che un romanzo deve avere. La differenza fu che la Deledda fu più capace di intuire lo spirito con cui l’Europa guardava e guarda alla Sardegna. Capì che l’Europa che si stava meccanizzando, l’Europa bellica e industriale (come l’attuale Europa tecnologica e virtuale) cercava nell’arcaico il legame con l’autenticità perduta, il rapporto col corpo, con la natura, con la primordialità delle passioni. La Deledda soddisfò questa esigenza salottiera della borghesissima e violentissima Europa dei primi del Novecento; lo fece più in virtù di un fervido intuito, di una forte capacità di risposta al pubblico, non certo per una personale capacità di elaborazione teorica. Respirò gli umori dei pittori della secessione, senza però saperne condividere il perimetro ideologico. In fin dei conti, l’erede migliore di questa attitudine deleddiana, capace di soddisfare l’esigenza di primitivo come surrogato dell’esigenza dell’autentico che percorre da sempre l’Europa, specie dopo la Controriforma e dopo le due ondate iper razionalistiche dei cascami dell’Illuminismo e del Positivismo, è oggi Niffoi. Carne, corpo, sangue, morte, maschi e femmine prima che uomini e donne, magia e destino, sono tutti elementi che il professore di Orani sa maneggiare in modo eccellente. Ma si tratta pur sempre e solo di prodotti letterari, che si vendono e si comprano, privi (programmaticamente privi, perché Niffoi, volendo, saprebbe scrivere un romanzo importante, ma sa altrettanto bene che avrebbe difficoltà a pubblicarlo e probabilmente non sarebbe capito dai più) di una pretesa di visione di Dio, del mondo, delle cose e degli uomini. Questi testi, accompagnano il mondo senza modificarlo. Invece la letteratura, la musica e il cinema hanno una grande potenzialità riformista rispetto alla realtà. Il mio Diaspora ha il difetto opposto: troppo ideologico e troppo poco narrativo.
Gramsci fu uno dei pochissimi (a mio avviso l’unico, ma non sono un esperto attrezzato del marxismo) a capire che la letteratura non è lo specchio dei rapporti economici e sociali di una data società. Anzi, lui considerava poco intelligenti coloro che avevano una visione così elementare della storia.Per esempio, pochi sono consapevoli che una delle radici della laicità, ossia il diritto di ciascuno a un percorso individuale e libero verso la felicità (o “compimento di sé che dir si voglia) ha un’antichissima radice letteraria e solo letteraria. Credo si capisca dove voglio andare a parare: la causa dell’indipendenza e dell’autogoverno della Sardegna ha bisogno di una letteratura, di un cinema, di una musica e di un teatro che abbiano grandi ambizioni culturali. Ora, il problema dell’arte in Sardegna consiste nelle modalità estetiche di assimilazione della modernità. Mi spiego. La modernità è arrivata in Sardegna, ma la mentalità comune, e la stessa cultura degli alfabetizzati, la sente come accessoria e aggiuntiva rispetto al sapere tradizionale. Ora, il problema non è dato da che cosa sia la modernità, ma da che cosa sia questo sapere tradizionale, quella che enfaticamente è chiamata la cultura sarda. Non vorrei essere frainteso: la cultura sarda esiste eccome, ma comunemente, non in alcune e ristrettissime élite, essa è un coacervo acritico di abitudini, linguaggi, approcci, privi di sistematicità e non filtrati da alcuna criticità. C’è stata una fase di vaglio critico molto proficua: Miele amaro di Cambosu è un grande tentativo di sintesi di cronaca e letteratura che Peppino Fiori ammirò e, a mio avviso, invidiò (per cui, ovviamente, criticò) Cambosu. Però, proprio i libri migliori di Fiori (che io farei studiare nelle scuole), Baroni in laguna, La vita di Antonio Gramsci e Il cavaliere dei rossomori, fanno un tentativo analogo, riuscitissimo, ma privi della fusione dell’intensità del reportage con la potenza evocativa, sia razionale che emozionale, della fantasia e dell’arte. Al contrario, il Ballo a tre passi di Salvatore Mereu riesce ad avere una fortissima carica simbolica, una profondità poetica notevole, ma nessuna lettura modificativa della realtà (dai suoi film emerge chiaramente che a Mereu non importa un fico secco della politica, ed è veramente fortunato ad avere questa libertà, non la capisce e un po’ la teme, come tutti gli artisti). Non a caso, quando prende il romanzo di Giuseppe Fiori Sonetaula e lo trasferisce in pellicola, si nota uno scarto tra il linguaggio cinematografico, molto lirico e estetizzante, e la materia, quella di un romanzetto ideologico, a tesi, che non è l’opera migliore di Fiori (la cosa peggiore sono i dialoghi, forzati anche nel libro). Per certi versi, un libro adatto alla trasposizione lirica che ne saprebbe fare Mereu, è Alivertu, scritto da Mario Puddu quando ancora faceva il pastore e sostanzialmente un’opera imperfetta e incompiuta, aperta dunque a compimenti a piacere; Mereu ne farebbe un capolavoro consolatorio, ma lo priverebbe, perché la violenza del mondo lo spaventa e non sa interpretarla, in un’opera rassicurante e assolutamente inutile per la Sardegna. Mereu, però, è utile per parlare di una generazione di artisti formato esportazione. Prima di tutto una domanda: il successo di un sardo è il successo della Sardegna? Il successo significa solo che una persona ha saputo ben coniugare talento, intelligenza e circostanze. La logica del testimonial (affidare la propria immagine ad un’altra immagine di successo) funziona, e non sempre, per le merci, ma non funziona per i popoli. Neanche il cosiddetto marketing territoriale ha effetti sicuri dai testimonial. Viceversa, dire: “Siamo grandi” perché uno è diventato grande, è assimilabile ai processi di identificazione innocui (sul piano civile) che stanno dietro il tifo calcistico o i clubs dei fan dei gruppi musicali. Il formato esportazione è per noi rilevante nella misura in cui è sintesi cosciente di tradizione e modernità. Alcune sintesi si sono registrate in campo musicale. L’apripista è stato Piero Marras, ma oggi Tazenda e Elena Ledda sono certamente interpreti e non epigoni di questa sintesi. Tuttavia, se si ascoltano tre brani quali Sa ‘oghe ‘e Maria di Marras, Tres mamas di Elena Ledda e Pane Caente dei Tazenda (quest’ultima una canzone fortemente niffoiana senza la visione cupa della sessualità che ha Niffoi) si scopre che Mereu non è solo: l’assenza di una visione aggiornata delle ambizioni civili della Sardegna, produce una prevalenza dell’aspetto lirico (e religioso), suggestivo ed emotivo, rispetto a quello civile. Non a caso gran parte, non tutti, di questi artisti hanno guardato a Soru come ad una grande speranza. Soru è stato nell’esperienza dell’autonomia il presidente che più ha trasmesso il senso di una sovranità dei sardi (il limite, rilevante e per me insuperabile, è stato concepirsi come sovrano). Per cui, agli occhi degli artisti, lui era la strada breve per colmare quell’assenza di pensiero di sintesi del futuro civile della Sardegna di cui parlavo, e che non può essere rappresentata dai cascami del post-colonialismo di matrice marxista che ancora capita di leggere e sentire nelle parole e negli scritti di qualche sessantenne peter pan del sessantotto. Ma quell’assenza di pensiero non può più essere colmato dall’estetica dell’eroe solitario (altra tentazione demoniaca che ha funestato l’esperienza Soru). Nella modernità vince la squadra, non il capitano solitario (cosa non compresa dagli intellettuali deboli nel cuore che si innamorano degli uomini forti). L’assenza di un collante credibile per la Sardegna è la radice della scrittura di Marcello Fois. Nulla è nel titolo e nel contenuto la migliore rappresentazione di una sintesi tra il vuoto dell’esistenza dei singoli e il vuoto del senso di esistere di una società. Questo intreccio mortale è palpabile a Nuoro, che Fois conosce (o conosceva) benissimo. Poi Fois si è professionalizzato e ha fatto l’apripista di Niffoi e degli altri, che in ultima analisi, perché meno tormentati di lui, l’hanno sorpassato negli scaffali e nei market (alcuni scritti minori di Fois, però, hanno robustezza ideologica, ma nenacche lui sembra crederci molto). Il nulla sta sotto anche L’oro di Fraus di Giulio Angioni. Chiunque legga Angioni (che quando scrive in sardo è molto più autentico e profondo che in italiano) avverte esattamente la percezione del vuoto storico e esistenziale raccontato da un autore con molte letture. Dopo quel primo libro (per molti versi acerbo e con una tensione innovativa nel linguaggio un po’ fredda e accademica), anche lui ha concesso molto allo scaffale, magari avvertendo tra le righe il lettore, di non prenderlo troppo sul serio. Ora, il problema della modernità della Sardegna è esattamente quello posto da questi due autori (posto da questi due, per tutti): la sua apparente o sostanziale insensatezza. Qui sta un punto decisivo: Gramsci, che è stato il più grande intellettuale sardo del Novecento (Lussu è stato il più grande comandante, aveva un talento militare insuperabile), è riuscito a leggere il suo tempo in modo profondo, solido. Non aveva una visione panica, confua, emotiva o estetizzante del presente. Era un uomo solido con un pensiero robusto. Dopo di lui non c’è stato un intellettuale di pari levatura. Però c’è stato un letterato che, scrivendosi il suo percorso nella carne, era giunto ad una sintesi di grande maturità. Si tratta di Sergio Atzeni. (continua…)

3 Commenti

  • Spero sinceramente,un giorno, di poter ascoltare dal vivo conversazioni come queste.

  • Interessante.
    A questo punto, forse, sarebbe più stimolante finirla così….
    Leggiamo i libri di Sergio Atzeni!

  • … a quando la seconda parte? Va bene creare la suspense, ma dopo una settimana si può anche continuare, no?
    A parte gli scherzi, come discorso è estremamente interessante… VOGLIO LEGGERE LA SECONDA PARTE

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