Lettera agli imprenditori: passiamo dalla Sardegna dell’avere alla Sardegna del fare

28 agosto 2013 07:209 commentiViews: 31

Cagliari, 27 agosto 2013

Egregi signore e signori,

l’argomento di questa lettera è la ricchezza della Sardegna.

L’imprenditore dedica, in genere, la propria vita ad adattare la figlia-impresa al contesto in cui opera, ma questa esperienza nella creazione di valore può (e, a nostro avviso, deve) essere impegnata anche affinché il fare, e non l’avere, sia posto al centro del sistema Sardegna, in modo da invertire il rapporto negativo fra le energie produttive e quelle parassitarie che oggi affligge la Sardegna.

Ci pare infatti che nella nostra Isola non si abbiano per niente le idee chiare su come si produca e si trasferisca valore, mentre è molto diffusa la teoria e la pratica della consumazione improduttiva della ricchezza attualmente disponibile.

Cinquant’anni di Autonomia hanno prodotto la più grave crisi educativa e culturale che si potesse immaginare. I giovani stanno lontani dal mondo dell’impresa fino ai vent’anni e quando iniziano a cercare lavoro non hanno abilità apprezzabili. L’ideale di realizzazione personale più diffuso è la conquista di una rendita, cioè di un reddito staccato dal ciclo economico reale, dal meccanismo virtuoso che lega creatività, investimento e responsabilità, quel meccanismo che esalta il valore dei singoli e della società, l’indipendenza morale e materiale di ciascuno. Troppi giovani, laddove non abbiano addirittura rinunciato a cercare un lavoro, si adattano o si piegano all’idea di un reddito improduttivo, a forme di assistenza più o meno mascherate.

Questo stato di cose oggi, in un contesto che non consente l’incremento del debito pubblico per finanziare i redditi e sostenere i consumi, piuttosto che mantenere i livelli di vita e di sviluppo comunque raggiunti, produce una consumazione progressiva della ricchezza esistente.

L’inefficienza del sistema sanitario e del welfare, il costo dell’inutile complicazione burocratica di ogni aspetto della vita civile in Sardegna, il costo della bolletta energetica dovuto alle regole oligopolistiche del mercato elettrico, il disordine e le inefficienze nel settore dei trasporti, l’incapacità della scuola di formare adeguatamente i ragazzi per l’università e per l’impresa, sono tutti fattori che non solo limitano la produzione di valore ma soprattutto intaccano la ricchezza esistente.

La coscienza del fatto che un euro trattenuto in Sardegna vale meno (anche perché, spesso inutilizzato e condannato a patire costi dell’inefficienza del sistema sardo che altri non patiscono) di un euro lasciato in altri territori, non è adeguatamente diffusa. C’è chi ritiene che sia sufficiente superare questa fase del ciclo economico aspettando che passi e non impegnandosi in prima persona per superare questo disordine assistito, per cambiare e costruire insieme un sistema socio-economico efficiente. C’è chi ritiene che il proprio risparmio e la propria ricchezza non siano minacciate, ma sbaglia.

Questo è il punto. Per rispondere al bisogno più forte dell’emergenza sarda, il lavoro, bisogna produrre più ricchezza e bisogna produrla meglio, con più sapere e meno impatto ambientale.

È possibile? La maggioranza dei sardi si è rassegnata all’idea che non sia possibile e che la Sardegna, per mantenere gli attuali standard che garantiscono alcuni e dicono agli altri di andare fuori a trovare lavoro, non può che rivendicare di essere ulteriormente assistita perché povera. Questa rassegnazione va combattuta duramente.

La Sardegna può essere uno Stato europeo con incrementi di sviluppo apprezzabili. Basti l’esempio di Malta, isola ancor più piccola e con meno risorse naturali della Sardegna, ma con un’organizzazione dei poteri, delle procedure, dei diritti e dei servizi più efficienti, a tal punto da determinare incrementi significativi del Pil annuo e un’equa distribuzione della ricchezza. Capace dunque, grazie alla qualità delle sue istituzioni, di offrire ai suoi cittadini possibilità di auto-realizzazione individuale e una dignitosa qualità della vita collettiva.

In altri Paesi, i ceti produttivi, nei momenti più difficili, si sono assunti la responsabilità della costruzione delle soluzioni, cioè si sono assunti la responsabilità di non pensare solo a lavorare e produrre, ma anche a costruire un programma di governo e uno Stato diverso, più efficiente, giusto e prospero.

Noi guardiamo alla Sardegna come se fosse uno Stato. Sentiamo per intero e non per parti la responsabilità della costruzione di un futuro diverso. Vi chiediamo di poter discutere di questa responsabilità. Qualora questa mail non vi risulti sgradita e qualora siate interessati a parlare di questo serio impegno, pensiamo di organizzare un incontro che ci consenta di discuterne con reciproco profitto.

Cordialmente

Paolo Maninchedda Franciscu Sedda

 

9 Commenti

  • Carlo, non ho nessuna intenzione di prendere in esame una questione di carattere generale, quale deve essere il ruolo dello stato in Sardegna visto dall’ottica di noi nazionalitari, e trasformarla in una querelle di tipo personalistico. Non ho nessun impaccio nel dire che parlo del Corpo Forestale perché ne faccio parte, e mi reputo abbastanza obbiettivo e non corporativo da poterne analizzare la questione con sufficiente distacco. A me, personalmente, che nelle procure sarde, o nei controlli nei porti sardi, ci siano forestali della Sardegna o dello stato, credimi non mi cambia niente. Ripeto ho voluto evidenziare un problema politico di gestione delle nostre competenze che ci assegna quello straccio di statuto sardo che non riusciamo a far rispettare dallo stato. E poi scusami se quando si parla di un problema specifico dovessimo escludere chi per un verso o per l’altro ne è direttamente coinvolto, cosa facciamo che quando parliamo di agricoltura non devono intervenire gli allevatori, di economia gli economisti e così via?….Dobbiamo avere la lucidità politica di essere riformatori, ma non dobbiamo correre il rischio di buttare l’acqua sporca col bambino.

  • Evelina Pinna

    D’accordo con il tenore della lettera, penso che le istituzioni debbano davvero ridare valore strategico alle iniziative imprenditoriali private, poiché il sapere funzionale delle persone trova massima motivazione quando il lavoratore si sente soggetto e artefice della sua impresa, e non oggetto passivo di norme severe e restrittive che limitano a tal punto la libertà d’azione, da assopire ogni interesse a creare valore aggiunto.

    Una scaletta di riflessioni potrebbe essere questa:
    1)Le produzioni di nicchia in Sardegna, nel 2013, sono sempre una buona strategia di fare impresa? Quali gli spazi disponibili e le possibilità di fare rete?
    2)Le imprese familiari danno sempre un vantaggio competitivo di partenza? E come possono ingrandirsi e reclutare risorse qualificate?
    3)Cosa deve fare il sistema privato per intercettare quello pubblico senza restarne triturato, al fine di trattenere i talenti all’interno della propria organizzazione produttiva privata? E’ vero che le istituzioni rivolgono la loro ‘attenzione’ preventiva alle imprese, solo e prepotentemente in fase di insediamento? Questa spesso si chiama ingerenza. Nessuna o poche attenzioni durante la fase di avvio, la gestione dei contatti e l’interazione col mercato.
    4)Com’è possibile mantenere separati il patrimonio immobiliare di un’impresa da quello economico-commerciale, mantenendoli reciprocamente al riparo dalle perdite e dai fallimenti totali?

    Il Suap Sardegna è un fiore all’occhiello dell’assessorato dell’Industria che oggi si sta organizzando in rete (sportelli diffusi, anche agli enti terzi) per acquisire funzioni ed erogare servizi di ‘centro di accoglienza regionale per le imprese’. Sarebbe interessante entrare in merito alle specifiche del progetto. La politica del nuovo corso dovrà seguirne gli sviluppi e gli imprenditori suggerire ogni miglioramento, affinchè diventi anche un ‘centro di eccellenza aziendale’.

  • Non scantoniamo: la Sardegna del fare è quella Sardegna Stato che – al netto delle leggi quadro europee e del mercato globale – compete con gli altri Stati fra cui l’Italia.
    Riusciamo, se ci affranchiamo dall’Italia, a mettere in gara europea i trasporti, a reperire finanziamenti per gasdotti, a eguagliare Malta, Cipro, Irlanda ecc.
    Gli imprenditori sardi necessitano di regole chiare, burocrazia snella, fiscalità equa e di infrastrutture efficaci e non elemosina.
    Ben venga la coscienza della singolarità ambientale e della specificità qualitativa delle colture, coadiuvata da precise professionalità a tutto campo: agronomiche, ambientali, strutturali.
    Si, importanza a strutturisti che sappiano come e dove costruire per esempio approdi per il turismo nautico, che in ogni caso non mancherà MAI.
    Non dobbiamo più guardare solo al Tirreno bensì al mare di Alboran, e i nostri interlocutori non devono essere solo a Roma Bensì a Madrid o Tunisi.
    E sicuramente ormai la Sardegna necessita di anche di una effettiva pubblicità globale, senza venire oscurata dalla storia d’Italia e di Roma: nuraghi, domus de Janas, menhir…
    Riprendendo un termine tanto caro al Total Quality Management: “non solo è importante fare e fare bene: è ancora più importante farlo sapere”.
    Certo, fino a quando non riusciremo ad eradicare certo modus operandi, non avremo successo, ma possiamo cercare di unire gli sforzi almeno per iniziare il cambiamento.

  • Certo caro Fausto. La procura ordina, la regione mette i soldi per il centro di ascolto della forestale, e poi vediamo i risultati!! Trascrivono, interpretano e gli avvocati son felici per i loro assistiti! Visto che mi pare di capire che sei parte in causa. Continuate cosi!! E la Sardegna brucia..

  • Riccardo R.

    Onorevole, nella vs. lettera voi scrivete:
    “La maggioranza dei sardi si è rassegnata all’idea che non sia possibile e che la Sardegna, per mantenere gli attuali standard che garantiscono alcuni e dicono agli altri di andare fuori a trovare lavoro, non può che rivendicare di essere ulteriormente assistita perché povera. Questa rassegnazione va combattuta duramente.”

    Voi avete ragione, ma se non reagiamo mai alle angherie di uno stato coloniale…
    Insomma… su questa questione del corpo forestale italiano in Sardegna ci vorrebbe una severa reazione dei sardi!
    Non vorrete che poi i forestali italiani inizino a buttare giù le porte delle case nei nostri paesi alla ricerca dei lombrosiani delinquenti sardi…

  • ammesso e non concesso che l’ipotesi della non efficenza sulla repressione delle frodi (quali?) possa essere addebitata a presunte carenze del Corpo Forestale (?), se estendiamo tale modalità di sostituzione che so alla tutela dei beni archeologici,alla politica…. o ad altro…. non dobbiamo poi lamentarci se lo stato ci manda i sovrintendenti.. i prefetti ecc. Non sarebbe forse meglio se risolvessimo le eventuali nostre carenze in Sardegna?. Miriamo ad essere stato STATO e agiamo da colonizzati!!
    P.s. le intercettazioni le affida la Procura…. e se il Corpo le fa bene vuol dire che almeno c’è qualcosa che viene fatta bene… se la cosa non disturba.

  • Il corpo forestale dello stato sopperisce semplicemente alle carenze delle strutture regionali. Siamo talmente inefficienti in Sardegna che non scopriamo una frode manco se ci fanno il disegnino. Però un cosa la forestale sarda la sa fare bene… Intercettare!

  • Nazionalità sarda

    E aggiungo che non comprendo l’atteggiamento prono della Giunta oltre che del Consiglio di fronte a questa gravissima vicenda.
    Si è capito dove porterà tutto questo?

  • Nazionalità sarda

    Molti imprenditori del Settore agricolo ed imprenditoriale non hanno visto di buon occhio l’iniziativa tutta italiana di inviare il corpo forestale statale in Sardegna.
    Ancora meno vedono di buon occhio lo strisciare del comandante del corpo forestale sardo di fronte a tanta arroganza.
    Certo, noi abbiamo i nostri problemi, ma dobbiamo sbucciarceli da soli e non con la guida dei paparini toscani.
    Auspico che Lei, On. Maninchedda, prenda posizione netta.
    Saludos.

Invia un commento