L’esempio siciliano

16 maggio 2014 09:385 commentiViews: 584

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di Franciscu Sedda

Il Partito dei Sardi lo aveva segnalato in campagna elettorale ed ora è accaduto:

Dopo 68 anni, trova attuazione il principio secondo cui le imprese con sede centrale fuori dalla Sicilia e impianti e stabilimenti nel territorio siciliano devono versare alla Regione siciliana i tributi sui redditi prodotti nell’isola. Con la risoluzione 50/E, l’Agenzia delle Entrate ha istituito i codici tributo, ultimo passo per rendere possibili i versamenti” (Il Sole 24 Ore, 14/05/2014).

Si tratta di una notizia importantissima anche per noi sardi. Nel 2007, l’oggi Presidente Pigliaru aveva ottenuto nella Vertenza Entrate che le tasse spettanti alla Sardegna venissero calcolate non solo sul riscosso, ma sul generato, comprendendo, appunto, la ricchezza generata in Sardegna da imprese con sede fiscale fuori dall’Isola.

Si tratta di una partita importantissima per la nostra economia in sofferenza perché questo nuovo meccanismo di calcolo e ripartizione delle risorse fra lo Stato e la Sardegna potrebbe produrre un maggior gettito a favore dei sardi di oltre un miliardo all’anno.

E’ tempo dunque di far valere accordi e diritti; è tempo di ottenere che la ricchezza prodotta in Sardegna resti in Sardegna.

Per questo è necessario dare attuazione alla sovranità tributaria e fiscale necessaria a poter calcolare e gestire la nostra ricchezza. Il che passa in primo luogo attraverso l’attivazione dell’Agenzia Sarda delle Entrate, unico presidio contro l’impossibilità di gestire i nostri soldi, troppo spesso riconosciuti ma bloccati o non resi dallo Stato.

Che quella vinta dalla Sicilia non sia una partita politica semplice lo sappiamo. Ma nulla di veramente importante è mai facile. Tuttavia vincere è una possibilità reale.

Che pretendere di gestire la propria ricchezza ci metta davanti a una grande sfida collettiva, che si tratti di una grande presa di responsabilità, è evidente. Ciò che il Sole 24 Ore scrive per la Sicilia potrebbe benissimo valere per la classe dirigente sarda:

C’è da dire che l’aver subordinato l’attuazione della norma al trasferimento di funzioni da parte dello Stato dimostra che non è per la Sicilia un’operazione a costo zero. La classe dirigente dell’isola dovrà dimostrare di saper gestire una macchina amministrativa complessa per minimizzare i costi e massimizzare le entrate. Forse la vera sfida dell’autonomismo passa da qui. Auguri Sicilia.”

Sono parole che dovrebbero toccare gli autonomisti più conservatori. Ma dovrebbero toccare ancor di più noi, la coalizione al governo, che abbiamo detto di voler fare dell’esercizio responsabile della sovranità il punto caratterizzante della nostra azione.

Per noi indipendentisti del Partito dei Sardi, che dell’agenzia Sarda delle Entrate abbiamo fatto la nostra bandiera, si tratta della conferma che siamo sul cammino giusto. E che il miglior augurio che si può fare ai sardi è quello di ridargli la sovranità sulla propria ricchezza.

Franciscu Sedda

Segretario Nazionale Partito dei Sardi

 

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5 Commenti

  • libero isolano

    Non c’è alcun dubbio. La Regione ha il dovere di monitorare e verificare costantemente le sue entrate e ha il diritto di riscontrare la correttezza delle operazioni contabili poste in essere dall’amministrazione finanziaria statale. E questo potrebbe farsi anche tramite la c.d. agenzia sarda delle entrate. Però, preso atto che si tratterebbe di attività ad alto contenuto specialistico, se si dovesse optare per l’agenzia, bisognerebbe tener conto di un altro problema che si verrebbe a determinare: quello costituito dal reclutamento del personale. Ciò detto, il problema dei controlli esiste, è grave, reale e va sicuramente affrontato e risolto subito.
    Caro Giuliu, conosco molto bene l’evoluzione dei regimi finanziari delle regioni a statuto speciale e delle province autonome, dall’approvazione dei rispettivi statuti ad oggi, ed è grazie a questa conoscenza che posso affermare senza tema di smentita che non abbiamo niente da invidiare alla Sicilia. Se ti volessi confrontare su questi temi sono pronto, ma evitando discorsi generici che rimandano a dinamiche, tempi, e motivazioni che paiono evocare chissà cosa. Peraltro, pur non avendo il piacere di conoscere personalmente né te né Franciscu, sono piuttosto convinto che entrambi, se aveste conosciuto nel dettaglio le trattative e i conflitti che per anni hanno contrassegnato i rapporti Stato-Regione e le vicende (politiche e giudiziali) attraverso le quali i siciliani sono pervenuti all’accordo che ha determinato l’attribuzione alla Sicilia dell’IRES riscossa fuori dal territorio regionale, quell’accordo, voi, non lo avreste mai accettato.
    E sono anche sicuro che voi come me tenete molto alla Sardegna e ai sardi. Ed è proprio per il rispetto dovuto ai sardi che ritengo doveroso e importante fare la massima chiarezza possibile in merito a questi temi, informando puntualmente i nostri conterranei sulle tante cose buone che potrebbe fare un’agenzia delle entrate sarda, ma anche precisando le cose che l’agenzia non potrebbe comunque fare.
    Ho l’impressione che nella precedente mail non si sia compreso perché ho messo a raffronto le aliquote dell’IRAP e dell’addizionale regionale IRPEF della Sardegna con quelle della Sicilia. Era solo per dire che oggi in base al vigente ordinamento la Sardegna può abbassarle, la Sicilia invece, anche se non avesse problemi di cassa e volesse ridurre le tasse, non potrebbe!

    P.S. Giuliu spiace comunicare che le elaborazioni eseguite a suo tempo dall’osservatorio economico sono risultate inutilizzabili, beninteso non per errori dell’osservatorio, ma perché i dati affidati alla sua trattazione si sono poi rivelati inaffidabili e non aggiornati.

  • Libero Isolano, le tue osservazioni sono corrette, ma solo, secondo me, nella parte dei dati di ciascuna regione. Ma non tieni conto delle dinamiche che hanno generato i due sistemi. Qui si parla della riscossione diretta, non delle percentuali di tassazione o della quantità, anche perchè quelle sono viziate dai due sistemi stessi e dalla genesi che li ha generati (la Sicilia c’è arrivata in tempi, modalità e motivazioni ben diverse dalla nostra) . Per quanto riguarda la Sardegna noi abbiamo già il riconosciemnto del generato, ma, proprio in virtù, o per colpa, del mancato controllo sulla correttezza dei versamenti ci perdiamo sicuramente. Nei primi periodi successivi alla modifica delle disosizioni sull’art 8 dello statuto che modificava appunto la modalità di calcolo dal riscosso al generato, e richiesto proprio da Pigliaru quando era assessore, si scoprì che il 25% delle società che generava profitti in Sardegna non versava i relativi tributi correttamente, e questo è stato possibile proprio grazie al fatto che all’epoca esisteva l’osservatorio economico che in collaborazione con l’ufficio delle entrate potè fare i controlli, ufficio che Cappellacci ha chiuso perchè ritenuto inutile. A noi spetta già il gettito dei dipendenti dell’istruzione, cosi dei pensionati, e cosi dei dipendenti di tutte le banche (ricordiamo che ormai nessuna, tranne piccolissime rarità, hanno sede in Sardegna). Tutto questo avrebbe fine solo con l’istituzione dell’agenzia sarda delle entrate, che, nel testo di legge del fiocco verde comprende anche un ufficio di controllo. Il resto dei tributi non subirà alcuna variazione in alto, casomai, in alcuni casi e per alcuni settori potrebbe tranquillamente subirlo al ribasso. Alzare le aliquote irpef da applicare nella quantità della Sicilia sono una libera attuazione, non un dato obbligato.

  • libero isolano

    Caro Franciscu,
    da sardo non posso che apprezzare il tuo sincero impegno (e quello di Paolo) per la nostra Terra e per le battaglie condotte in difesa delle prerogative statutarie. Anche io, come voi, mi appassiono ai temi della sovranità fiscale e tributaria e sono molto attratto dalle rivendicazioni dirette a lasciare alla Sardegna la ricchezza prodotta in regione. Ho letto con molto interesse il tuo articolo “l’esempio siciliano” e ho pensato mettere a disposizione un mio piccolo contributo.
    E’ superfluo sottolineare che la finanza regionale, di questi tempi, non goda di buona salute e che occorra intervenire con tempestività e decisione. Però bisogna stare molto attenti, l’amministrazione della “res publica” si ripercuote direttamente sulla qualità di vita dei cittadini e interventi inadeguati o imprudenti possono determinare l’aggravamento di una situazione già molto precaria. Quando un bimbo sta male una buona madre non gli somministra pozioni di incerta natura, né si limita a stringerlo amorevolmente a sé, ma chiama il medico. Analogamente quando in ballo c’è la salute della nostra regione (cioè dei sardi) bisogna comportarsi come si comporterebbe quella buona madre per il proprio figlio.
    Proprio perché la situazione è molto delicata risulta importante mantenere la calma e non farsi prendere dallo sconforto pensando sempre che i sardi sono trattati da cittadini di serie B e che a loro non venga concesso quello che invece è stato concesso agli altri. La convinzione di essere vittime di palesi ingiustizie fa crescere la rabbia e questo non fa che aumentare il malessere e il disagio. Abbiamo tanto di cui lamentarci, ma dobbiamo essere in grado di individuare le vere storture e di separare le verità dai falsi luoghi comuni. Ad esempio siamo sicuri che la Sicilia possa e debba rappresentare un modello cui la Sardegna dovrebbe ispirarsi per creare una vera sovranità tributaria e fiscale e per poter trattenere la ricchezza prodotta in regione? Io credo francamente di no e provo ad argomentare le mia convinzioni sia riguardo ai temi della sovranità fiscale sia al diritto di fruire della ricchezza prodotta in regione (su queste e su tante altre questioni mi piacerebbe anche confrontarmi direttamente con te).
    Immaginiamo per un momento cosa accadrebbe se in Sardegna si dovessero applicare le regole vigenti in Sicilia.

    1. le imprese operanti in Sardegna vedrebbero schizzare le aliquote dell’IRAP dall’1,17% al 4,82%
    2. L’IRAP dei nostri comuni e delle nostre province passerebbe dal 2,55% all’8,5%.
    3- i sardi anziché pagare l’addizionale regionale IRPEF all’1,23% la pagherebbero all’1,73%.
    Sul fronte della sovranità tributaria non mi pare quindi ci possano essere dei dubbi. In termini calcistici la Sardegna batterebbe la Sicilia tre a zero.
    Noi possiamo manovrare le aliquote al ribasso, anche oltre i limiti fissati dallo Stato, la Sicilia no.

    Passiamo allora all’esame dell’altro aspetto e andiamo a verificare se la quota di ricchezza siciliana che rimane nella disponibilità di quella regione risulti superiore alla quota di ricchezza che rimane nella disponibilità della Sardegna. Per farlo immaginiamo ancora una volta di quantificare le compartecipazioni ai tributi erariali spettanti alla Sardegna con le regole attualmente previste dallo statuto siciliano anziché da quello sardo.

    A. Se dovessimo determinare la nostra quota IRPEF sulla base del solo riscosso come accade in Sicilia, la nostra IRPEF calerebbe di oltre un terzo (dovremmo ad esempio rinunciare all’IRPEF dovuta dai dipendenti statali che viene riscossa a Latina e all’IRPEF dei pensionati).
    B. Alla Sardegna non spetterebbero le accise sulle benzine e sul gasolio perché lo statuto siciliano esclude espressamente la compartecipazione alle imposte di fabbricazione (oggi invece noi percepiamo i 9/10 sulle accise gravanti su tutti i prodotti consumati in regione (giova rammentare che in Sicilia esiste una concentrazione di raffinerie che non ha eguali in Italia e che ogni anno raffina un volume di oli minerali corrispondente al triplo del volume raffinato in Sardegna).
    C. Il MEF ha recentemente riconosciuto la compartecipazione alla Sicilia dell’IRES ivi prodotta dalle imprese con sede legale in altre regioni. Il MEF ha però provveduto a sterilizzare i benefici effetti sulle casse regionali scaricando sulla regione nuovi oneri. Anche alla Sardegna è riconosciuta una quota dell’IRES maturata in Regione dalle imprese aventi sede legali fuori dall’Isola. Questo riconoscimento non è stato però accompagnato dall’attribuzione alla Sardegna di ulteriori oneri.
    D. Se si applicasse, come in Sicilia, la regola del riscosso, la compartecipazione della Sardegna all’IVA sarebbe dimezzata.

    Conclusione: a mio a parere sono i siciliani a invidiare i sardi.
    Ciò non significa che non ci siano molti e gravi problemi da affrontare e superare. Ma per poterli risolvere bisogna individuarli correttamente e studiarli approfonditamente. E’ una battaglia immane che esige che tutti i sardi di buona volontà si coalizzino per il pieno riconoscimento dei nostri diritti e per la cancellazione dei tanti lacci che stanno indebitamente strangolando l’economia isolana. E una volta tanto tiriamoci su pensando che tutto sommato siamo molto meglio di quanto siamo disposti ad ammettere.
    Tutto ciò premesso, caro Franciscu, sono convinto che la Sardegna non possa fare a meno del tuo impegno e della tua passione politica. Se chiami io ci sono.

  • Luigi, non è stata solo proposta ma addirittura l’abbiamo già ottenuta nel 2007. Il novellato articolo 8 dello statuto è stato modificato, le compartecipazioni per cui abbiamo diritto all’incasso è passato dal riscosso al generato, da ben 7 anni, e la Sicilia questo l’ha ottenuto solo in questi mesi. La differenza sta nel fatto che la Sicilia ha già da 50 anni il controllo diretto delle proprie entrate e quindi potrà quantificarle e controllare la correttezza delle proprie entrate, mentre noi no. Per farlo dobbiamo attivare la norma di atuazione sull’articolo 9 dello statuto che ci consentirà il completo controllo sulla correttezza del versato, cosa che oggi è in mano agli enti centrali dello stato, quello stesso che ci ha causato un danno miliardario negli anni passati. La proposta di legge del Fiocco Verde deve essere votata al più presto.

  • Condivido a pieno quanto scritto da Franciscu in una agenzia sarda delle entrate.

    O meglio trasferire la “residenza fiscale” in Sardegna di quelle imprese che operano nel territorio, o meglio ancora elaborare un sistema di “residenze fiscali” distribuite nel territorio Italiano la dove le imprese producono richezza, pagando nel territorio tramite agenzia regionale i tributi.

    Perchè siamo i primi a proporre e gli ultimi ad ottenere vantaggi?

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