L’emigrazione come risorsa
per l’economia sarda

11 aprile 2014 13:184 commentiViews: 530

emigrati1di Ottavio Sanna

Ieri sera, in veste di Coordinatore provinciale di Sassari del Partito dei Sardi (PdS), ho avuto un incontro programmatico sul tema dell’emigrazione e del ruolo dei circoli sardi all’estero. Ne ho parlato con il responsabile del Comitato regionale emigrazione e immigrazione (Crei) delle Acli, Pino Dessì, e con il Segretario nazionale del PdS, Franciscu Sedda.

I dati sulle persone che abbandonano la nostra regione sono allarmanti. Sembra di essere tornati indietro di cinquant’anni quando per fame e bisogno si partiva per la penisola o all’estero in cerca di una vita migliore. Ancora oggi la meta più ambita risulta essere la Germania, dove tantissimi giovani arrivano ogni mese.

I circoli sardi, aperti dagli emigrati per non perdere il contatto con la nostra isola, sono delle vere e proprie ambasciate nel mondo, che vanno valorizzate e sostenute.

L’impegno della Regione deve essere garantito affinché queste realtà continuino a vivere e operare puntando sulla promozione del marchio Sardegna da esportare e pubblicizzare anche attraverso i circoli. Un marchio che vuol dire turismo, agroalimentare, artigianato e cultura: volano imprescindibile per il rilancio economico dei nostri territori.

I circoli devono essere sostenuti anche nel ricambio generazionale, che deve coinvolgere i giovani: migranti di seconda generazione, i veri promoter della Sardegna su cui si deve puntare.

Per aprire nuovi mercati alle nostre produzioni agroalimentari si potrebbe iniziare con il censire tutti i ristoranti e le pizzerie gestite da sardi nel mondo, metterli in rete e fare in modo che acquistino i prodotti, a prezzi vantaggiosi, direttamente dai produttori sardi.

Questo potrebbe essere il primo di molti passi con cui iniziare a valorizzare il marchio Sardegna.

 

Ottavio Sanna

Coordinatore provinciale di Sassari del Partito dei Sardi

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4 Commenti

  • Nel credo di Sig. Sanna, che molti emigrati possano ritenersi promoter dell’isola che hanno lasciato, non concordo affatto. Anzi, penso il contrario, cioè che tanti giungano fino a denigrare l’Isola, per disorganizzazione, costo insostenibile dei trasporti, eccesso di burocrazia e trascuratezza nell’innovazione e nella ricerca scientifica.
    Come ho già scritto, non concordo con lui neppure sul livello di inquinamento del porto industriale di Porto Torres, attribuito completamente agli scarichi degli stabilimenti industriali adiacenti il mare, un tempo sorgenti di ricchezza. Ed anche ciò, perché ritengo che grandi colpe siano attribuibili a trascuratezza generalizzata e scarsa ricerca scientifica. Al riguardo gli ho già spiegato che gli antichi Romani prima di impostare un porto si preoccupavano di poter ricambiare con la giusta frequenza le acque racchiuse, diversamente queste sarebbero morte. Sono state proposte da ben quindici anni soluzioni tecniche semplici ed economiche, sia per disinquinare in primis il detto porto industriale sia per impiegare in modo produttivo l’energia idraulica del moto ondoso marino, ma ancora non sono stati trovati proseliti in numero democraticamente decisivo.
    Addirittura, nel mentre in tutto il mondo si sta ponendo il massimo impegno per l’uso a costi competitivi dell’energia idraulica marina, la struttura Ricerche Sardegna, che noi teniamo in piedi pagando tasse, non si è minimamente posta il problema di poter usare tale ricchezza. Tant’è che nella bozza del Piano Energetico ed Ambientale Regionale Sardo non si fa riferimento a tale importantissima fonte di energia concentrata e rinnovabile.
    L’isola di Sardegna è l’unico territorio del Mediterraneo che potrebbe realizzare produzioni energetiche equivalenti a due centrali termonucleari, con l’energia ondosa del mare in misura di 15 KW/ml. E, se un giorno ciò avvenisse, gli emigrati diminuirebbero sicuramente; con la certezza che, se qualcuno emigrasse ancora, parlerebbe bene dell’Isola.

  • Daddu Caddu

    Approvo con Salvatore la meditazione ed aggiungo il pensiero che il non lavoro nei Comuni aumenta lo spopolamento e dunque la migrazione in altri lidi dove a volte bisogna reinventarsi o addiritura accontentarsi a fare ogni tipo di lavoro ,ma… leggendo i bandi dei comuni sul sito della Regione Sardegna mi vengono delle riflessioni che poi si percuotono in questa meditazione (E’ più importante rimanere a lavorare a casa o partire?)In un comune del Marghine c’è la richiesta un servizio cimiteriale con annesso il verde urbano e si richiedono delle caratteristiche importanti per poterlo svolgere e che nessuno ha nel paese stesso dunque il lavoro e dunque il reddito si dovrà spostare (parlo di addizionali , spese varie , buste paghe , carburanti e chi più ne ha più ne metta..). Non dico che è giusto o non lo è ma… ragionare e tenere a casa i giovani e alcuni padri di famiglia per preparare i carciofi ,mungere le pecore per poi creare i nostri prodotti , dare reddito locale.. invece che farli partire e comunque usare la idea del commercio con la gente che già vive nei circoli ? ( e dai dati “bin de suni meda!)Penso e spero a piccoli accorgimenti burocratici…

  • Molte persone lasciano la Sardegna con un sentimento di livore nei confronti dei propri conterranei.
    Vanno via anche per l’incapacità nostra, di noi Sistema Sardegna, di creare opportunità di lavoro e di condizioni dignitose del lavoratore. Se è condivisibile l’intento di aiutare l’economia sarda con l’allungamento di filiera extra mare, risulta molto più difficile ed ostico aggregare chi non vuole più essere aggregato.
    Inoltre, è in atto un meccanismo di bilanciamento numerico dell’emigrazione certificata, con una immigrazione non codificata e caratterizzato da mancanza di preparazione professionale, etica sociale e disponibilità finanziaria ma estremamente motivata e determinata a resistere a qualsiasi evento.

  • Salve,
    trovo l’articolo del sig. Sanna molto interessante.
    Pur non conoscendone la fonte, sono certo che i dati di cui dispone siano incompleti e ancora più allarmanti, dato che molti emigrati non si preoccupano di effettuare alcuna comunicazione alle Ambasciate o ai Comuni di residenza. E’ positivo pensare che dalla Sardegna si intenda investire sui Circoli all’estero, quasi fossero dei volani di ripresa economica.io stesso ho intenzione in un prossimo futuro di crearne uno.
    In buona parte del mondo questi circoli ancora non esistono, come ad esempio a Londra, o sono riconducibili ad iniziative private.
    Credo comunque che il loro scopo sia meramente quello di costituire un punto di ritrovo tra conterranei. Per quanto riguarda il marchio Sardegna, credo che sarebbe meglio puntare ad arginare il problema dell’ emigrazione piuttosto che sperare in un rilancio del commercio di prodotti tipici all’estero, che in realtà esiste già ed è ampiamente diffuso. Il problema sarebbe giusto quello di abbattere i costi di trasporto per non ricaricarli sul prodotto.
    Io penserei però a concentrarmi sul produttore, prima del consumatore (IL SETTORE PRIMARIO).
    Se i giovani vanno via, chi andrà a piantare i carciofi e a mungere le pecore????
    O forse quel ricambio generazionale di cui si parla è necessario solo nei Circoli all’estero?
    Meditate gente….

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