Legge elettorale: ritorna la tentazione del bipartitismo

5 giugno 2013 07:385 commentiViews: 6

A chi non conosce il Consiglio regionale riesce oltremodo difficile capire che cosa sta succedendo in queste ore. Infatti, chi ha una visione di ‘scuola’ del Consiglio, immagina che tutti gli 80 consiglieri siano impegnati a discutere sulla nuova legge elettorale, tutti con un adeguato grado di competenza, tutti con una forte capacità di rendere chiara e comprensibile la propria posizione. In realtà non è così. Il grado di competenza in questa materia è tutt’altro che diffuso. Prevale lo spirito pratico: ognuno cerca di verificare se la legge ipotizzata favorisca o meno la sua elezione nel collegio di appartenenza. In sostanza, molti hanno una visione di dettaglio, pochissimi ne hanno una d’insieme. Non solo: in realtà la discussione si sta svolgendo al massimo tra dieci persone, tutte con differenti conoscenze e capacità. Alcuni, per esempio, non si sono ancora accorti che sono in discussione due leggi, una elettorale-statutaria e l’altra ordinaria (quella sul procedimento elettorale); pertanto vanno negli organi di partito e riferiscono che non c’è più in discussione una legge statutaria-elettorale da discutere e da approvare a maggioranza rinforzata e sulla quale è possibile promuovere il referendum confermativo. Tant’è, non è certo una novità. Ma ciò che è peggio è che sta tornando in auge la proposta che ha fatto naufragare il primo tentativo di chiusura positiva della legge: lo sbarramento all’interno delle coalizioni al 4%.  Che cosa significa? Significa che se il mio partito partecipa ad una coalizione e prende meno del 4% dei voti, non elegge ma aiuta il partito maggiore della coalizione a far scattare un altro quoziente o un resto utile. In buona sostanza la proposta mira  a rendere più conveniente candidarsi nei partiti maggiori che allearsi con i partiti maggiori.  Chi sostiene questa ipotesi? Chi, all’interno dei partiti maggiori, teme che il risultato del proprio partito nel proprio collegio sia più basso di quello riportato dallo stesso partito in altri collegi, o chi all’interno del proprio collegio ha la certezza di non essere il più votato e ha l’urgenza di far scattare per la propria lista il maggior numero di quozienti. Chi commette questo errore strategico di disincentivare le alleanze? Ovviamente quei partiti che affidano temi così delicati a persone che mirano più al proprio calcolo che all’efficienza, democraticità e pluralismo delle istituzioni. Altrettanto certamente, dinanzi a queste assurdità, il referendum è sicuro.

5 Commenti

  • Leggendo l’articolo di Franchini sulla Nuova Sardegna, che completa questo post, non mi trovo in disaccordo con ciò che scrive Corrado Putzu.
    Ci deve essere una soglia minima per prevenire liste e listarelle portate su mettendo assieme 4 o 5 marpioni collettori di voti.
    Per quanto riguarda il Psd’Az, da ciò che si legge nei giornali e in luoghi come questo penso sia a un bivio: o cambia radicalmente o è destinato all’estinzione.
    Il gioco della stampella buona per ogni coalizione è ormai un gioco banale e scoperto che centrodestra e centrosinistra hanno capito e neutralizzeranno (non ci vuole un genio per farlo). E in assenza di una politica forte (ormai la Zona Franca le è stata scippata) ha ormai esaurito il suo ruolo elettorale. Quello che lei avvertiva tempo fa, liste del centrodestra come “Unidos” o altri (una riedizione di Fortza Paris a forte caratura Zona Franca) che tenteranno una capitalizzazione del sardismo (per colpa del psd’Az stesso) è qualcosa che avverrà nei prossimi mesi.
    Il Psd’Az morirà per incapacità politica (dei vertici)?

    L.P.

  • Corrado Putzu

    Personalmente sono d’accordo sull’equiparazione della soglia d’ingresso tra i partiti che si presentano all’interno o all’esterno di una coalizione, lo trovo più giusto, ed ora già esiste per chi non voglia stare con Pd o Pdl. Questo potrebbe portare anche a nuove idee e forme per la presentazione di alternative ai blocchi dominanti di Pdl e Pd, e magari alla costituzione di un partito dei sardi che sia proprio, in tal senso, una reale alternativa nazionalista sarda rispetto alla rappresentanza degli interessi dello stato italiano in Sardegna già ben presenti,possibilmente con nuovi metodi dello stare insieme come le primarie, che non sono appannaggio del centrosinistra italianista.

  • “bisogna prendere i voti”
    caro Nino, sono assolutamente d’accordo con te, hai detto una verità scontatissima, eppure poco praticata, sopratutto dal nostro partito che evidentemente ha scordato la parola “proselitismo” ed il suo significato.

    abbiamo un anno di tempo per “entrare nel cuore e nella mente dei cittadini”, come giustamente suggerisci.
    vediamo quali stategie scaturiranno e si decideranno nel prossimo consiglio del 15.
    speriamo bene.
    forza paris

  • A quanto pare le leggi elettorali che verranno condizioneranno tutto. E infatti i vertici del nostro bistrattato Partito Sardo sono muti come pesci e ammutolirano ancor di più.
    La tecnica del partito su misura stà stretta, eh!
    A chi non vuole competitori nel collegio e vuole che una parte se ne vada, a chi pensa di bleffare per mettersi nel listino col parititino del 3%, a chi umilia il sardismo credendo che sia a vocazione minoritaria, a chi vuole perpetrarsi in carichette per trattarsi l’orticello e a chi si illude e magari nella sua provincia e nel suo capolugo ha cifre di prefisso telefonico:
    daranno una SURRA tremenda!
    Urge soluzione

  • Che il Consiglio Regionale si occupi dei propri inquilini è un fatto macroscopico (purtroppo per pochi) da sempre. Diversamente ci saremmo trovati in questo stato?
    Confesso che la tecnicalità elettorale è un tema che mi appassiona poco pur nella consapevolezza che bisogna tagliare le unghie ai magnaccioni. Con qualsiasi sistema elettorale, per non essere marginale pur assicurato il diritto di tribuna, bisogna prendere i voti. Questo deve essere il programma. Come entrare nel cuore e nella mente dei cittadini. E ce ne fottiamo degli sbarramenti dei manigoldi.

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