Le tasse, lo sviluppo e la sovranità dei Sardi

18 gennaio 2012 07:5212 commentiViews: 12

governoOggi la Nuova Sardegna pubblica questo mio articolo

L’intervento di qualche giorno fa di Francesco Pigliaru sulle risposte che la politica sarda deve mettere in campo dinanzi all’acuirsi della crisi economica merita un approfondimento. Io non concordo su molti aspetti del suo ragionamento.
In primo luogo sui rimedi alla crisi in Sardegna.
Pigliaru si attesta una linea mista: sostenere il reddito dei lavoratori e finanziarne la formazione in vista di una nuova occupazione, da una parte, e attrarre nuove imprese, dall’altra, soprattutto attraverso la semplificazione normativa e l’efficienza burocratica. Sono validissime entrambe le misure e tutte nella responsabilità dei sardi, ma sono dell’idea che siano insufficienti. Più passa il tempo e più mi convinco che il gap di sviluppo della Sardegna è legato al secolare disallineamento tra la pressione fiscale a cui è stata ed è sottoposta e i suoi livelli di sviluppo. I processi di accumulazione di capitale e di incremento del sistema economico non sono andati naturalmente crescendo con l’articolarsi dello Stato e dei suoi costi in un rapporto positivo, come è avvenuto in altre regioni europee; in Sardegna è arrivato prima il fisco, poi lo Stato e solo negli anni ’70 uno sviluppo fondato sul debito pubblico e sull’incentivazione diretta dell’impresa. Ciò che dico è noto a tutti, ma perché non si consolida nella coscienza del sistema politico sardo? La risposta è semplice: perché comporta iscrivere all’ordine del giorno un tema rimosso che è quello della sovranità reale. Parlare di fisco, infatti, significa parlare di chi è davvero detentore della sovranità. Nel caso dei sardi, il detentore del potere è l’Italia, la quale, unica tra gli stati del vecchio continente, quando ha sottoscritto i trattati dell’Unione europea non ha mai notificato l’esistenza o la necessità di un regime fiscale agevolato per la sua più grande isola. Perché? Perché la ‘Madre’ Patria non può sopportare a un’ora di volo dai suoi aeroporti una zona di vantaggio fiscale dove le tasse possano gravare, per esempio, sui redditi per non più del 30% dell’imponibile. Sulla questione fiscale la Sardegna e l’Italia non hanno interessi coincidenti, e pertanto non possono avere una comune politica ‘nazionale’. A quando una presa di coscienza seria di questa decisiva tensione?
In secondo luogo, soprattutto alla luce di ciò che sta emergendo sulla vera natura e sui costumi dei mercati finanziari, non credo che si possa ancora ‘classicamente’ parlare del mercato come di ‘un organismo globale, complesso, impersonale, non manovrabile’, come vuole Pigliaru. La richiesta che viene da tutte le parti del mondo di regole condivise per il mercato globale denuncia chiaramente che esso non è poi così impersonale, così non egemonizzato, così poco manovrabile e manovrato. Anzi, i movimenti di piazza che sotto varie forme costellano la politica di questi mesi, denunciano che, forse anche grazie al volume di informazioni che la rete internet mette in circolazione, oggi è molto più chiaro a tanti chi esercita un’egemonia e chi la subisce: le malefatte dei banchieri – socialmente molto costose – sono sotto gli occhi di tutti. Certo, Pigliaru dice pragmaticamente che non è nella disponibilità della piccola politica sarda incidere sulle grandi scelte globali; ma culturalmente è importante marcare in quale posizione ci si collochi rispetto alle esplicite e non democraticamente e legalmente delegate egemonie e tirannidi di mercato. Considerarle come ‘date’, allo stesso modo del creato, è una posizione passiva, non riformatrice da cui personalmente dissento.
Stesso discorso può farsi sulla fuga del manifatturiero dal mondo occidentale. Anche questo è un fatto da giudicare, non da accettare. Scriveva quest’estate Giovanni Sartori: “Nel 1993 scrivevo che a parità di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi. Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita. È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi”. In altre parole, il manifatturiero, nei tempi della tecnologia globale, si trasferisce laddove minore è la tutela dei diritti, del lavoro, della salute, dell’istruzione e dove è dunque minore la pressione fiscale necessaria a sostenere livelli umani di cittadinanza. Ma anche questa realtà richiede e sollecita una decisione: si è d’accordo oppure no sull’uguaglianza di accesso al mercato a prescindere dalla disuguaglianza dell’accesso ai diritti individuali? Non è banale quando si fa politica nel piccolo, sapere come la si pensa nel grande.

12 Commenti

  • Giuseppe Bellu

    Ottimo il ragionamento dell’On. Maninchedda. Due riflessioni sui commenti che ho letto:
    1) non credo nella spinta riformatrice del movimento siciliano. Esso mi pare costituito da categorie sociali che hanno fatto della “prebenda” politica il pane quotidiano. Basterà elargire qualche contributo a pioggia (e vedrete che per gli amici siciliani i soldi salteranno fuori), e il movimento si disperderà in mille rivoli, anche perché privo di una leadership forte…comunque staremo a vedere, non vorrei essere smentito dai fatti!
    2) il contesto nel quale va calato il ragionamento di Maninchedda, é quelle della UE. Io credo che la cinesizzazione della UE, ossia il processo di nascita di un mercato con regole proprie sempre più chiuso verso l’esterno, sia uno dei principali motivi della crisi attuale. I paesi anglosassoni, USA e UK, stanno attaccando questo processo con le nuove armi, quelle della finanza (é in corso in somma una guerra mondiale) perché non possono permettersi che anche nella UE accada quello che é accaduto in Cina e nei paesi BRIC, mercati che sia stanno sottraendo pian piano alla loro egemonia. Se l’ UE, come sembra, riuscirà a sottrarsi all’ attacco perverso delle agenzie di rating anglosassoni, ma anzi creerà la propria agenzia, come già ha fatto appunto la Cina, faremo un passo in avanti importante per vincere la guerra. Se come mi auguro ciò avverrà, e la nomina di Schulz (se ne avete sentito l’intervista a Ballaró, dove criticava l’atteggiamento della Germania come autolesionista nel rifiutare l’aiuto agli altri paesi €), a presidente del parlamento europeo mi pare sia un segnale positivo, la Sardegna dovrà ritagliarsi il suo spazio nella UE e confrontarsi con le sue regole. Gli esempi non mancano, e Bomboi nel suo Blog ne ha parlato diffusamente ed in maniera intelligente.

    Ancora una volta Maninchedda dimostra l’utilità del politico e della politica ragionata, come proposta per guidare i processi complessi. La proposta politica deve essere riconosciuta -quando intelligente ancor di più- dai cittadini. Su questo si deve basare il giudizio da esprimere nelle sedi democratiche, con il voto. Invece vedo ancora troppo spesso attacchi urlati nelle sedi sbagliate, con lo sport della caccia all’untore sempre più di moda. Quando supereremo questo infantilismo faremo un grosso passo in avanti.
    Auguri e buon lavoro.

  • quinto moro

    Ho paura..ma forse non lo è ..che il movimento dei forconi siciliani stia per far partire una rivolta che diventerà generale e travolgerà (quasi) tutta questa classe politica che per anni ha vissuto nella torre d’avorio dei privilegi personali,lontana anni luce dai bisogni della gente,incapace di intercettare -in tempo utile-gli accadimenti dovuti alla cosidetta “globalizzazione” (termine oramai “logoro” che ha consentito ogni nefandezza).E noi sardi? Ancora divisi su tutto:nei movimenti, nei partiti, nei sindacati, nei comuni:uno contro gli altri armati a “difendere” un nemico venuto da fuori che ci ha oramai plasmato a sua immagine e somiglianza.Ora..d’improvviso…tutti a parlare di “zona franca” (a proposito c’è già la gara a chi ne ha parlato per prima!)e quant’altro come la soluzione di tutti i nostri mali.Il dramma che a parlarne sono gli stessi che in tutti questi anni hanno consentito che si arrivasse…a questa situazione ..senza muovere un dito.A quando un popolo unito, orgoglioso, solidale e non più subalterno? all’esterno?

  • I nostri rappresentanti hanno molto ben chiara la funzione del loro mandato e se fra le preoccupazioni principali c’è quella di presentare una proposta di legge che faccia chiarezza tra la normativa nazionalee quella regionale in tema di elezioni beh signori miei, dobbiamo concluderne che i nostri problemi non sono ai primissimi posti nell’agenda delle priorità
    L’onorevole che ha presentato la proposta di legge è quello che aveva adottato il fortunato slogan l’asino lo freghi una volta soru…e quando ci rappresenta in regione non è peggio??

  • Giovanni Piras

    Est’una die custu contu, ma dae canno semus nanne sa metessi cosa, Zona Vranca, diat bisonzare de ammentare canno sos nemicos in domo nostra, sos partitos italianos, nos beffaian ca sa zona franca nachi iti unu istrumentu pro organizzare contrabannu e ateras porcherias e oje no s’intennete ateru che fiscalità di vantaggio, custu termine novu pro chircare de camuffare, assumancu l’ana inita de aeddare de puntos francos, un’ateru termine a metate. Su termine giustu diet essere INDIPENDENZIA, SOVERANIA, meres in domo nostra. Pesso chi Nino e Tonino siana de accordu.
    Forza paris

  • Qualunque soluzione si adotti non si potrà mai concorrere con i paesi come la Cina o l’india, ma anche con i Balcani. Fino a quando quei paesi non arriveranno ai nostri standard di diritti e doveri non ci potrà essere confronto. Èarrivato il momento in cui gli stati riprendano a dettare regole sull’economia. Altro che laisser faire e laisser passer.

  • La Zona Franca è uno strumento di politica economica di stampo capitalistico.”Abitudine ideologica” il capitalismo? Non attraversa un buon momento ma è lungi dall’essere al capolinea, come tante altre volte.”Abitudine ideologica” rivendicarne la paternità sardista? No, è un dato di fatto,una intuizione lungimirante più che mai attuale che, se attuata, val bene dire: da cosa nasce cosa. E se no dobbiamo aspettare il superamento del sistema per avere la piena potestà fiscale? La sola battaglia politico-istituzionale, in specie al momento, a me pare non in grado di riempire le piazze e quindi sufficiente a passare il Rubicone. Le priorità della gente sono i morsi della fame e della disperazione.L’ancoraggio Charitas ne è l’emblema più evidente.La libertà dal bisogno, non vi è dubbio, facilita il volare alto. Credo quindi, come già detto nella prima nota, che il tiket “modifica istituzionale e Zona Franca” abbiano, sapientemente spiegati, buone possibilità di mobilitazione perchè capaci di dare speranza a breve e a medio-lungo, mettendo nel mirino l’attuale sistema.Che è anche il mio auspicio. Senza di che si fermano al palo entrambe e chissà per quanto. La discussione,il confronto, che reputo non più dilazionabili, aiuteranno a trovare la soluzione migliore.

  • Mario Pudhu

    Bene meda! Ma bae e busca candho at a èssere chi sos Sardos amus a cumprèndhere chi a chircare a s’Itàlia su chi nos serbit est a chircare casu a sos sórighes! Paret chi, in fundhu in fundhu, totu su chi cumprendhimus est chi tocat una borta a corpare sa conca a unu muru, e un’àtera a su muru contràriu, chentza cherrer bídere chi semus arrocados de un’ala e de s’àtera e chi tocat a ndh’essire de s’arrocadorzu. Sinono Sardegna libertà ite cheret nàrrere? E si est sa zona franca, própriu neune menzus de sos Sardistas tiant dèpere ischire cal’est s’istória de custa cosa a tantas bortas presentada e ateretantas morta in carchi calassiedhu de su Parlamentu italianu.

  • Attenzione! Io sto facendo un passo in avanti. Il concetto di Zona Franca presuppone hce essa sia ‘franca’ da un sistema dato. Io contesto il sistema, perché penso che l’interesse dello stato italiano sia in conflitto con quello dei sardi. Forse mi sono spiegato male io, ma mi pare, nelc aso contrario, che sia necessario varcare il Rubicone delle abitudini ideologiche.

  • Nel frattempo, perchè non abbassiamo i limiti del patto di stabilità?
    non ne ho più sentito parlare, come mai?
    eppure mi risulta che moltissime imprese abbiano alti crediti nei confronti dei comuni.
    non mi pare che il patto riguardi solo la Sardegna, mi chiedo come mai non se ne parla da nessuna parte, e nessuno ha sollevato questo problema al nuovo governo tecnico.
    penso abbassare i limiti del patto di stabilità contribuirebbe non poco a dare respiro alle nostre imprese.

  • Proprio ieri infatti abbiamo rilanciato i temi posti da Pigliaru ma integrando nella nota introduttiva il tema della zona franca: http://www.sanatzione.eu/2012/01/alcoa-la-crisi-sfida-la-politica-%E2%80%93-di-francesco-pigliaru/ Anche se questo tema può avere mille sfaccettature, non necessariamente integrale su tutto il territorio e su tutti i settori.
    Anch’io credo che un territorio senza una dose di manifatturiero non può sperare solo nel mito del “turismo che basta per tutti”, serve equilibrio. Ciò non toglie che non si debba seriamente considerare il tramonto dell’industria pesante da queste parti…A prescindere dal trattamento subito dai lavoratori in oriente.

    In una discussione su un social network Pigliaru ha affermato di trovare un po fuori tema l’intervento di Paolo Maninchedda, ma non ho ancora capito a quale parte si riferisse… Forse a quella sulla sovranità fiscale?

  • Tonino Bussu

    Sono perfettamente d’accordo con Nino: la soluzione è la Zona Franca Integrale che i sardisti di ieri hanno proposto sin dalle origini del Partito come strumento per superare la questione sarda che si è accentuata con l’Unità d’Italia e col primo esperimento di piemontesizzazione praticato da Carlo Alberto con l’incauta Perfetta Fusione.
    La Zona Franca abbiamo sempre detto e scritto che libererà le represse e contratte energie imprenditoriali sarde, ma non solo, e permetterà alla nostra oggi asfittica e morente economia sarda di svilupparsi e rapportarsi con determinazione nella competetizione con le altre economie senza avere le ali tarpate e senza dover aspettare le risorse finanziarie lesinate dal Governo italiano di turno.
    Nel momento in cui si tratta della vertenza entrate si ponga sul piatto della bilancia la richiesta di Zona Franca e si offra come contropartita allo Stato la rinuncia dei sardi alle corrispondenti risorse finanziarie(pari alle tasse esonerate) che ci vengono oggi elemosinate.
    Uno studio in merito potrebbe evidenziare:
    1)lo sviluppo possibile della nostra economia liberata dai freni del fisco;
    le potenzialità della Sardegna che grazie allo sviluppo sarà in grado di crearsi davvero un sistema finanziario solido;
    la dimostrazione che la sovranità , e le conseguenti libere scelte di politica economica, è possibile e converrà anche all’Italia che non dovrà più farsi carico della Sardegna.

  • Pigliaru, oltre a raccontarci che bisogna sostenere il reddito dei lavoratori (e chi non lo vuole!), perchè non indica anche il numero della carta di credito su cui scaricarne i costi? Perchè non indica in termini concreti come persuadere un imprenditore ad investire in Sardegna per creare sviluppo, ricchezza e posti di lavoro? No, non lo fa e pontifica ex cattedra dimentico, lui ma non noi, che è stato anche assesssore al bilancio della Regione Sardegna senza lasciare tracce, tranne il rifiuto ad obbedir tacendo, restando però sempre nell’orbita. Non si sa mai!
    Questo il commento che si può fare alle considerazioni dell’On. Maninchedda: a dispetto dei suoi 90 anni il PSD’AZ è ancora sulla breccia da protagonista. Oggi si declina come fiscalità di vantaggio o fiscalità di sviluppo ma il tema, al centro del dibattito, è il cavallo di battaglia SARDISTA: SARDEGNA ZONA FRANCA INTEGRALE!
    E allora direi a chi di dovere che non si deve attendere oltre. Innestiamo sulla battaglia politico istituzionale la Zona Franca e saranno i cittadini a prendere coscienza spazzando via le ipocrisie politiche italianiste.

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