Le osservazioni dell’Università di Sassari sul Piano Triennale della Lingua Sarda

11 luglio 2011 17:00200 commentiViews: 271

unissL’Università di Sassari ha inviato all’Assessore della Pubblica Istruzione e al Presidente della Commissione cultura le proprie osservazioni sul Piano Triennale della Lingua sarda. Lo riporto in calce. È una buona occasione per uscire da perimetri assertivi dogmatici che stanno dividendo in modo profondo il sistema formativo e culturale della Sardegna. Ma, si sa, è dai contrasti, declinati in dialoghi, che vengono gli sviluppi migliori e in genere inattesi.

Le osservazioni dell’Università di Sassari

200 Commenti

  • Gianni Muroni

    Vedo che la prof. Lorinczi continua imperterrita a polemizzare anche dopo gli interventi di Gianfranca Piras e Mario Sanna. La informo che gli operatori linguistici lavorano con i famigerati contratti a progetto e per di più part time. Per campare dignitosamente hanno bisogno di un altro incarico o addirittura di un altro lavoro. Nessuno di quelli rimasti senza contratto, e sono tanti, si è mai incatenato alla porta dell’ente con cui ha collaborato né ha occupato torri aragonesi o parchi naturali con codazzo di politici e telecamere. Tutti hanno cercato un’altra occupazione. Ma, evidentemente, la dignità non paga. Quindi la smetta di dipingere chi ha lavorato o lavora negli sportelli linguistici come una manica di decerebrati avidi di denaro pubblico e pronti a farsi plagiare dal primo mentecatto che passa per strada. Tra l’altro il denaro in questione è statale, per sua informazione, non regionale. In ogni caso è giusto e sacrosanto che la Regione finanzi progetti sul sardo e che ci sia gente che si guadagna da vivere col sardo, così come capita con l’inglese, il tedesco etc. O vogliamo che il sardo rimanga una lingua di serie b confinata ai circoli ricreativi? E comunque le sue considerazioni sula politica linguistica in Sardegna lasciano il tempo che trovano, visto che il sardo è la nostra lingua, non la sua. Se permette ce ne occupiamo noi. Di stranieri venuti qui a fare carriera e arricchirsi per poi magari trattarci come dei minus habentes ne abbiamo le scatole piene.

  • Sergio Maria Gilardino è da anni impegnato nella promozione e valorizzazione del provenzale in fortissima polemica con la standardizzazione in senso unitario e “occitano” delle varietà del Piemonte occidentale e la norma grafica unitaria che gli occitanisti cercano di imporre. Quindi sta al contesto sardo come i sostenitori delle varietà del sardo che si oppongono alla LSC. Dico questa cosa in maniera del tutto neutra, come semplice constatazione.

  • Mario Sanna

    A sa Prof.ssa Lorinczi e Maralai- mario nanni naro una cosa, a innantis de si che pònnere a rìere de sa zente chi traballat in sos Isportellos (chi est mègius giamare UFITZIOS DE SA LIMBA SARDA), fortzis si che depent dimandare si in cada categòria bi siant traballadores bonos e traballadores malos.
    Connosco dotzentes universitàrios chi sunt balentes meda, ma àteros (chi sunt pagos….) chi no cumprendent nudda e istant in s’universidade peri ca pro coju, pro su babbu o pro lettu….
    Tando deo naro: si connoschides operadores chi traballant male e chi no faghent su traballu issoro, faghide sos nùmenes, ca imbruttare una categòria de traballadores pro carchi mandrone o pro calchi pessona chi no balet nudda est simple.
    E bos naro puru de istare atentos, ca a bortas su trettu dae beffadores a beffados est curtzu meda!!!!
    B’at zente chi traballat cun cumpetèntzia e passione puru, chi tenet puru su derettu de a èssere respettada.
    Caro MARIO NANNI tue ite traballu faghes?
    Ti piaghet si calicunu si che ponet a rìere de su traballu tou?
    Ti che piaghet si calicunu chircat de te lu derùere?

  • Per la signora Gianfranca Piras. Lei ha scritto cose tutte da condividere specie sui “veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne”. Anche loro da molti anni studiano le varietà del sardo”. Le varietà del sardo. Da sottoscrivere. Non ho capito quella sui pregiudizi. Pregiudizio sulla costruzione di una lingua che non c’è? Se c’è cosa vogliono costruire(se c’è)? Si costruisce quando una cosa non c’è. Mentre invece vanno ricuperate le varietà del sardo, a volte “imbastardite” (come l’italiano porcheddino) dal concorso o dall’influenza, usate a sproposito specie nei centri litoranei dell’Isola, dalla lingua italiana. Faccio un esempio: cuginu o cugina anzichè fratile o sorrastra; giallu al posto di grogu. S’istessu anzichè su matessi. Istanzia anzichè posentu; tabacchinu al posto di istancu. Riposandhe anzichè pasandhe. Sa comuna a dispetto de Sa domo cumonale. Untana a torto di su cantaru, su pesusu in spregio a s’istatea o su cantare. S’isporteddhu limbisticu (caro all’assessore alla cultura), che potrebbe dar luogo alla descrizione de su mojuoleddu (mojolu minoreddu) anzichè s’isportellittu (piccolo sportello). Come quello limbisticu(limbisticu!).Devo continuare?
    Saluto anche lei molto cordialmente.
    mn

  • Gianfranca Piras

    Per la professoressa Lorinczi e il signor Maralai:
    Vedo che il pregiudizio è duro a morire, specie in alcuni ambienti.
    Vi do una notizia che forse vi sorprenderà: ci sono tanti buoni operatori linguistici sulla piazza, persone formate, aggiornate e che fanno bene il proprio lavoro. Rientrano anch’essi a pieno titolo nella categoria dei “veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne”. Anche loro da molti anni studiano le varietà del sardo. Oltre a studiarle astrattamente, loro toccano con mano ogni giorno le difficoltà collegate alla diffusione del sardo, alla sua trasmissione intergenerazionale, alle strategie per evitarne la morte, e lo fanno anch’essi “senza nessuna particolare mostra di sé”. E’ la famosa foresta che cresce in silenzio.
    Capisco che questa è una questione che fa rodere il fegato a molte persone. Sicuramente la questione andrebbe sviscerata, approfondita, dibattuta, sezionata e chi più ne ha più ne metta.
    Siccome però io ho anche altre cose da fare, oltre a scrivere sui blog, per quanto mi riguarda la questione si conclude qui.
    A me non interessa convincere nessuno, tantu su fogu est currende a sa sola.
    Saluti cordiali e amenità.

  • Lingua Italiana? Spiacenti tutti; la lingua italiana non esiste e mai c’è stata. Mai è esistita. Esiste la ricchezza dei dialetti […] Io dico bimbo o bambino e lo sfido a S’Istrumpa, gli getto pure l’anka a s’archile e così lo stendo per terra, colui che si azardasse di obbligarmi a dire bebè, piccino, piccolo, frugoletto, pupo, bimbetto, pargoletto, pargolo, bambinello, fantolino, creatura, marmocchio, bamboccio, fanciullo, ragazzino, ragazzetto, moccioso […]

    Dico nubile e rispetto colui che dice signorina. Dico nonno e rispetto chi dice nonnetto e quell’altro che dice nonnino. Dico babbo e altri dicono papà…

    Dico azardasse e non azzardasse, zzoccolo e non zocolo, rozo e non rozzo, ssiame e non sciame, nonnetto e non nonneto …

    Si sa professoressa Lorinczi imbetzes de achicare su fogu de sos issollòrios, nos aiat ispiegadu sa diferèntzia intre limba e dialetu (in sotziolinguistica) macari bi balangiat unu pagu s’arrèsonu.

    Ma datu chi issa tantu non lu faghet, forsis pro Mariu Nanni e su restu, podet èsser de agiudu custa intervista a Sergio Maria Gilardino, professore in limbas e literatura germanicas (Bocconi), dotoradu in limbas e literatura romanza (Hardvard), professore de limbas e literatura comparata (Montreal), dae pagu torradu in Piemonte pro traballare cun sa limba provenzale. Chi custas cosas las acrarat bene

    http://www.divshare.com/download/14528944-db3

    Pro su chi pertocat su standard gràficu, deo, cando m’agradat, iscrio

    mugere e lego [mutsere]

    fìgiu e lego [itsu]

    chìgiu e lego [kitsu]

    lìgiu e lego [litsu]

    mègius e lego [metsus(u)]

    ògiu e lego [otsu]

    pìgiu e lego [pitsu]

    Comente si faghet?

    Bastat de lèghere su sardu a sa sarda, no a s’italiana.

  • Un grazie molto sincero alla garbatissima Marinella Lorinczi che senza neppure conoscerla mi sono preso il lusso di chiamarla “cara Marinella Lorinczi ti rispondo al volo”. ti rispondo al volo! ti rispondo al volo!! l’ho scambiata per una delle tante carissime amiche blogger dove il “ti rispondo al volo”, contiene in se un rispetto della persona enorme(punto) sono convinto che Marinella Lorinczi, diversamente da Gianfranca Piras (che comunque saluto) si è resa conto che gli sportelli linguistici (s’isporteddu!) non mi hanno per niente traumatizzato, ma molto divertito. per me difatti è un divertimento difendere a gratis, con racconti, scritti, ironie, interventi il proprio dialetto, mentre trauma grande è arrovellarsi il cervello per costruire una lingua che non c’è, peraltro in una regione dove regna sovrano il detto delle chentu concas chentu berrittas, e pretendere pure rubinetti aperti della P.A. (vorrei che i liberali del consiglio regionale facessero qualche ricerca sugli sborsi per s’isporteddu), per costringere addormentati e forse anche imbranati amministratori comunali a scrivere delibere oppure ordinanze nella nuova lingua, che è diversa, stonata e sgraziata dalla lingua madre. ne ho visto qualcuna, tempo fa, e mi sono fermato, molto ovviamente divertito, nel leggere uffissiu dove io dico (che vi piaccia o no) uffiziu ed ho subito rappresentato all’estensore, anzi all’estenditrice, il mio stupore. tu, cara dottoressa, avevo scritto, meriti di avere il lavoro, quindi il pane assicurato, com’è giusto che sia, ma non storpiando la mia lingua. segui i miei consigli; diventa difenditrice anche del tuo dialetto, così se scrivi una delibera del mio comune usa l’oroseino. se non lo conosci, rallenta l’entusiasmo linguistico e fai scrivere le delibere al primo contadino locale che ti passa per strada. resteremo più amici di prima. non mi risultano altre delibere scritte in limba di postitza, oppure se le hanno scritte si vergognano persino di farle leggere. per tranquillizzavi, amo follemente la mia Isola, sono appassionato dei suoi canti, del suo folclore, delle sue musiche che spesso inserisco nei miei post, che sono rivolti anche ai “continentali”. se poi lo desiderate, vi posso postare qualche racconto, scritto in limba (ne scrivo anche in italiano, a scelta), ossia scritto nella scrupolosa osservanza della “mia parlata”. visitate il mio blog, molto impegnato in difesa della decenza della politica e dello “status” del cittadino, che non diventi suddito.

    saluti
    mario nanni

  • Marinella Lorinczi

    Caro Mario Nanni (Maralai), grazie. Ci dai così l’opportunità di rimarcare di nuovo la fioritura di neofans della neolingua sarda, cresciuti durante gli ultimi pochi anni nel vivaio concimato con finanziamenti regionali e rigogliosi all’apparenza ma con radici debolucce per cui hanno bisogno continuamente di tutori ai quali abbarbicarsi (ai cosiddetti tecnici a noleggio delle politiche linguistiche). Purtroppo questo fenomeno, non affatto originale come insegna l’illustre prof. doct. ing. T. Kranz insieme con altri, nasconde parzialmente il fatto che accanto a loro ci sono e ci sono stati i veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne, che da decenni se ne stanno occupando senza nessuna particolare mostra di sé, del tutto spontaneamente e naturalmente, per mestiere o per passione. Sbagliando alle volte anche loro, litigando magari, come succede. Vi includo coloro che hanno partecipato all’inchiesta sociolinguistica coordinata dalla prof. Anna Oppo (non emerita prof. ma eminente prof. visti i risultati): non si sono guadagnati nemmeno una presentazione decente!

  • Gianfranca Piras

    Scrivo per rispondere alla professoressa Lorinczi. Apprezzo sempre la pacatezza dei suoi interventi ma su varie cose non mi trovo d’accordo, e in modo particolare quando dice che gli operatori linguistici “son dovuti venire ai ferri corti con la LSC sperimentale”.
    Lavoro da vari anni nell’ambito della promozione della lingua sarda, e le assicuro che ai professionisti di questo lavoro è indispensabile avere uno strumento come lo standard. Provi a chiedere a qualsiasi operatore, e tutti le diranno che il nostro lavoro non può prescindere da uno standard grafico, pur con tutte le difficoltà date da uno standard perfettibile, a volte inadeguato e limitato. Ogni giorno ci scontriamo con la mancanza di strumenti di riferimento, e non mi si dica che esistono decine di vocabolari e grammatiche perchè sfido qualunque professore a far bene il suo lavoro quando ogni vocabolario ha un modo diverso di scrivere la stessa parola.
    Sono campanilista quanto ogni Sardo, e proprio per questo so quanto è difficile trovare un compromesso fra le varie parlate locali, in mancanza di una norma di riferimento scritta.
    Aggiungo, per esperienza personale, che anche all’interno di una comunità che parla la stessa variante a volte è difficile trovare un accordo di scrittura, se manca una norma super partes.
    Leggo commenti di ogni genere su questa fantomatica “lingua” comune che assassinerebbe le varietà locali, e solitamente chi li fa ne parla per prese di posizione preconcette.
    Sono consapevole del fatto che l’argomento “lingua sarda” tocca i nervi scoperti di molte persone. E’ normale che sia così ed è giusto che ciascuno abbia il diritto di esprimere il proprio parere, ma come in tutti i lavori sono poi le persone che ci si sporcano le mani che possono dire se una innovazione è buona oppure no. Altrimenti io sarei la prima a dare consigli ai medici su come curare varie patologie.
    Voglio sfatare qui anche un altro falso mito riguardo all’unificazione grafica della lingua sarda. Ho lavorato in quasi tutta la Sardegna, e posso garantire che non è vero che la gente è contraria ad una scrittura standardizzata, una volta che capisce a che cosa serve e in quali ambiti è necessaria.
    Purtroppo ci sono ancora molte persone disinformate, questo sì.
    Infine, riguardo al commento fatto da Maralai, mi chiedo quali terribili esperienze abbia mai avuto per essere così traumatizzato dagli sportelli linguistici. Nessuno le toglie la possibilità di comunicare parlando la sua lingua, stia sicuro, e se qualcuno glielo ha fatto credere lo ha fatto sicuramente in mala fede.

  • Cara Marinella Lorinczi, ti rispondo al volo. sai perchè ti rispondo al volo? perché mi dai l’opportunità di ricordare il rimbrotto scritto all’assessore alla cultura (mica al traffico o alla nettezza urbana!) del mio comune -ragazzo simpatico, militante nei Rosso Mori, ma prima con sardigna natzione”) che tanto, sulla rete, sponsorizzava “‘s’isporteddu limbisticu cumonale”. isporteddu? avevamo iniziato la discussione proprio da qui: da s’isporteddu, anzichè da s’isportellitu. più altre perle linguistiche più vicine allo stupro dei ns dialetti che alla loro valorizzazione. l’ho spuntata io. il giovane assessore, peraltro amico di famiglia, s’è arreso sostenendo che lui con i dialetti (mentre conosceva alla “perfezione” il catalognese, il catalano e quello dell’irlanda che adesso mi sfugge, ma non il suo. l’avevo battuto ko. quindi lo slogan: giù le mani dai nostri dialetti. perchè la lingua sarda non esiste; se fosse esistita non ci sarebbe mai stata la necessità di costruirla artifitzialmente a spese di Pantalone. ossia costruirla di postitza, pasticciando di brutto quelle vere perle linguistiche che sono i ns dialetti.
    saluti (visita il mio blog, ora impegnato a concorrere nel ristabilire la decenza della politica sulla manovra salvacasta).
    mn

  • Marinella Lorinczi

    Gentile Maralai, vorrebbe raccontarci la sua esperienza con gli sportelli linguistici che ha avuto occasione di frequentare? Sarebbe per noi tutti molto interessante.

  • A proposito di questo tema, segnalo un mio commento su Sardegna Quotidiano di oggi: http://www.cagliarifornia.eu/2011/07/un-mio-commento-su-sardegna-quotidiano.html

  • Piero Atzori

    A me risulta proprio indigesto leggere tutte queste polemiche fatte in presenza della nostra lingua moribonda. Attendo impazientemente che qualcuno dimostri di voler lavorare po ‘attire sa limba sarda a iscola.

  • Franco Ruiu

    Gentile Sign. Michele Pinna, o Camillo Bellieni, o Pierre La iata, mi dispiace davvero non poterla conoscere di persona. Penso, infatti, che Lei sia un signore simpatico, ironico, per nulla astioso o permaloso e certamente un affermato e raffinato intellettuale del sardismo turritano-costerino. Dai suoi testi, che trasudano umiltà e leggerezza, tutto ciò si evince senza fraintendimenti di sorta. Lo ammetto. Credo altresì che Lei sia un conferenziere consumato, di capacità provata e soprattutto che il suo sconfinato amore per la cultura e la lingua sarda lo abbia in tutti questi anni condotto a concedersi disinteressatamente, gratis et amore Dei, all’adorante folla di discepoli desiderosi e impazienti di ascoltare, durante le attese visite pastorali, i suoi distillati sapienziali (naturalmente in sardo). Mi sono informato e ho constatato che davvero la fama La precede. In più, come San Francesco, si è spogliato di tutte le sue ricchezze. Non dirige nessun istituto di pseudo-studi sardi (come fanno certi discutibili professoroni italioti), non ha mai usufruito di finanziamenti regionali (anzi li ha respinti con sdegno) e soprattutto non ha mai voluto fare (come invece osano taluni sfrontati) il giro delle sette chiese per mendicare pseudo titoli accademici da esibire in sede di partito per folgoranti carriere politiche. Chiedo quindi venia per essermi oltremodo invelenito, per essere stato lezioso e per non aver saputo apprezzare neanche un po’ (e non “pò”, come scrive Lei, Sign. Michele Pinna, o Camillo Bellieni, o Pierre La iata) la bontà e l’ironia del simpatico interlocutore. Io che sono un sardista e “latrinista” flagellante da sempre, da ora in poi mi chiederò con tormento: “qui prodest”? Aiuto.

    PS: all’esimio Prof. Kranz, la seconda che ha scritto: mosca sarda molto vorace.

  • …”la lingua sarda e le alloglotte vengano introdotta nelle scuole a partire dalle scuole materne e nelle particolarità di ogni comunità approdando a sintesi standard quando sarà possibile, utile e condiviso”. Lingua sarda? Spiacenti tutti; la lingua sarda non esiste e mai c’è stata. Mai è esistita. Esiste la ricchezza dei dialetti: il baroniese, il barbaricino, il logudorese, su casteddhaiu e così via. Esiste invece un flusso di danaro per stuprare i nostri dialetti. Un flusso di soldi e un manipolo (nel senso civile del termine) di pretendenti intellettuali dispiegati per costruire la lingua sarda artificiale, disumanizzante, ridicola e persino indigesta. Una lingua artefatta, una lingua di postitza. Scandaloso che si continui a ritenere indispensabile la lingua di postitza per l’asserita necessità di poter comunicare anche tra di noi: l’oroseino con il calangianese, il bittese con il rione sud di Quartu sant’Elena. Si comunica benissimo parlando ognuno di noi con il dovuto rigore anche fonetico con la propria lingua che non è quella sarda, ma quella che sa esprimere con la lingua madre (altro ch lingua sarda!) che è il proprio dialetto. Giù le mani dai nostri dialetti, vera ricchezza linguistica da esplorare, approfondire con la dovuta onestà intellettuale e istituzionale e difendere anche, o soprattutto attraverso il coinvolgimento della scuola. Da difendere, non da stuprare e ridicolizzare. Forse che io non mi sento sardo? Scrivo anche racconti ma nel rigoroso rispetto del mio dialetto, l’oroseino, diverso dal nuorese e persino dai dialetti dei comuni vicini della baronia. Io dico muzere e non voglio (lo pretendo) che nessuno mi obblighi a dire mugere. Ma non voglio che ne pure si occupi o si preoccupi specie se a carico di Pantalone sardo. Dico pizzinnu o pizzinneddu e lo sfido a S’Istrumpa, gli getto pure l’anka a s’archile e così lo stendo per terra, colui che si azzardasse di obbligarmi a dire pipiu o piseddu. Dico vacchiana o vacchianedda e rispetto colui che dice bajana o bajanedda. Dico mannoi e rispetto il bittese che dice manneddhu e quell’altro che dice nonnoi. Dico babai e altri dicono babbu. Fizzu e non figgiu. Travallu e non traballu. Dico entrata e non intrada. Issita e non issida o bessida. Dico capitanni e non cabudanni. Cumpresu? La cosa più assurda è che si vuole pretendere di diffondere una lingua che non c’è usando una che c’è, come l’italiano che almeno non stupra i nostri dialetti. Toglieteliimmediatamentequeiridicolisportellilinguisticidainostricomuni! Se vogliamo comunicare con la ns lingua, con la lingua madre e figlia della nostra identità, prego, caru Mario Carboni; inizia con la tua lingua. Giuro, metto la mano sul fuoco che è dissimile alla mia. E per questo sono portato a rispettarla e difenderla ancora di più. Anche col cuore e non soltanto con la mente.
    Salutoso (e non saludoso).
    mario nanni

    http://www.maralai.ilcannocchiale.it

  • Michele Pinna

    Va bene Elvezio sono d’accordo. “Cortocirquito” è proprio imperdonabile. Accetto la lezione e l’ironia. Ora attendiamo le cose serie.

  • Prof. Tadeus Kranz

    Adesso io vorrei dare contributo di qualità e sottolineo che è importante anche cinesica sarda: protrusione di labbra, inclinazione di sopracciglio, uso di mani ecc. ecc. fanno parte di comunicazione in sardo. Quello che io dimostro è che per esempio donna svedese che parla in sardo non ha cinesica sarda, dunque è come pesce in scatola.
    Anche io ho pronto filmino:
    http://www.youtube.com/watch?v=i92tjowcM-M
    Parole sono italiane, ma cinesica di relatrice è sarda.
    Prof. Dott. Ing. Tadeus Kranz – Università di Siligo del Brandembrugo

  • Marinella Lorinczi

    Analizzando le situazioni di conflitto verbale tra coniugi, i linguisti, sociolinguisti, psicolinguisti, analisti del discorso, psicologi, insieme o separatamente, hanno rilevato che la strategia principe per tentare di averla vinta consiste nello spostare la discussione dal problema ossia dall’oggetto, sull’interlocutore-avversario, per irritarlo, provocarlo, fargli perdere l’autocontrollo, per insultarlo o per screditarlo davanti a terzi. Banale, semplice, frequente, spesso efficace. Un giudice divorzista ne apprende certamente molto sul carattere e sull’etica dei contendenti. Questo a proposito del ‘latinorum’ di QUI/CUI sopra, perché la tecnica è dovunque applicabile se non altro come ultima risorsa. Fa parte anche dei cosiddetti insulti ritualizzati, quando tra bande si combatte a parole per evitare lo scontro fisico.

    A proposito invece delle forzature ed imposizioni in materia di uso linguistico, vi propongo un filmato edificante; quando l’ho visionato, mi ha procurato una sensazione di disagio incredibile. Premetto che sono particolarmente sensibile ed attenta alle atmosfere di tensione, di frustrazione e di disagio che si creano quando si vuole sfruttare la presunta incompetenza linguistica di qualcuno, quando lo si vuole mettere, anche inconsapevolmente, in una condizione di subalternità o di soggezione linguistica; forse perché, essendo passata nella mia vita attraverso tante lingue, a turno dominanti e poi declinanti, e sempre da capo, sono diventata allergica al fenomeno dello spaesamento linguistico indotto da altri. Cari miei, chi non sa il sardo, non deve vergognarsene. E’ successo e basta. E non deve nemmeno fornire spiegazioni o autocertificazioni ora che il sardo è politically correct, proprio perché la fenomenologia della competenza linguistica è assai complessa e mutevole, soprattutto nelle situazioni di plurilinguismo collettivo ed individuale. Lasciamo perdere l’argomento della lingua italiana colonialista e antiidentitaria, sempre che sia applicabile (l’italiano è presente in Sardegna dall’XI secolo, con capacità di influenza variabile), perché nell’Africa subsahariana le ex-lingue coloniali sono invece in moltissimi casi ufficiali, coufficiali, dominanti de iure o de facto, in una ragnatela di complessive relazioni linguistiche inimmaginabili per noi europei.

    Ho assistito qualche volta a rimproveri insieme da maleducati e da tonti, da parte di persone più anziane verso giovani, oppure da autorità (assessori alla cultura) verso altri giovani, perché questi parlavano poco/male/non affatto, il sardo. Come se si trattasse di cattiva volontà o di alto tradimento, della patria, per intederci. Se è lecito e bene invertire la tendenza di obsolescenza linguistica, non sono questi metodi bacchettanti a invogliare, perché appunto si sposta il discorso dal fenomeno su cui intervenire sulle persone, colpevolizzandole ingiustamente.

    Ora il filmato. Buona visione. Nota: degno d’interesse l’atteggiamento, fisico e linguistico, del rettore Mistretta. Tutti sappiamo che lui il casteddaio lo conosce, come tutti i maschi della sua generazione e anche più giovani, se non altro perché hanno avuto a che fare per mestiere, come ingegneri, con operai dell’edilizia.

    19.12.08 , rubrica “Lingua e cultura sarda”

    http://www.regione.sardegna.it/j/v/13?&s=103566&v=2&c=392&t=1

    L’onorificenza “Sardus Pater” è conferita al professor Antonio Cao
    (filmato di cca 16 minuti) [intervengono Cao – Soru – Mistretta]

    Dott. Renato Soru, governatore della RAS: inizia in italiano, al minuto 3,58 passa al sardo (campidanese) fino al minuto 9,40 (riassunto parziale del suo discorso: il sardo non è più considerato dalla gente come lingua normale quotidiana, usata dalle istituzioni, come lingua per le cose importanti; ora è però naturale premiare usando il sardo);

    Prof. Antonio Cao, studioso di fama internazionale: minuto 9,45: inizia in sardo, al minuto 10,04 introduce “I’m [I am] …” (risate) continua in sardo, al minuto 10,35 passa ad un italiano molto più spedito dopo il suo sardo autodefinito “infelice”;

    Prof. Pasquale Mistretta, Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari: impassibile fino a questo punto, al minuto 13,38 inizia il suo intervento con “Vossignoria su presidente, almeno l’apertura” (e poi prosegue in italiano).

  • Tanti po aciungi linna a su fogu, si lassu su “link” a un’intervista mia chi est bessia pròpiu oi in “Il Minuto – Notizie Mediterranee” e chi fueddat giustu-giustu de custas chistionis:

    http://www.ilminuto.info/2011/07/unintelletuali-impinniau-po-sa-lingua-sarda-intervista-a-ivo-murgia/

    A àteras bortas

  • suvvia Pinna, non se la prenda, in fondo Ruiu & company le hanno lasciato passare il “cortocirquito” con la q. Non è questo il più bel segnale di una sana volontà di dialogo? Torniamo alle cose serie, per favore!

  • Michele Pinna

    Gentile Franco Ruiu, ma potrebbe essere anche Giovanni Sanna o Pistis, confermo quanto ho scritto ed aggiungo che le confusioni le fa lei; me mi paiono, anzi, molto ben strutturate nella sua mente si da presentarla oltre che come velenosa, anche un pò ottusa.(Il veleno fa anche questi scherzi, se non uccide lascia segni pesanti. Si non bochit futuperiat) Nel mio “gioco linguistico” il “cui” latino, dativo,(bravo) è assimilato al “Qui” italiano, da me usato come sintagma di luogo. Come dire “Qui serve?” E Comunque, la differenza tra un dativo ed un nominativo,se questo la potrebbe rincuorare, ai miei tempi, si studiava tra la quinta elementare e la prima media. Frassica, che comunque ritengo un grande della comunicazione contemporanea, probabilmente, l’ha seguito, sicuramente, più lei di me, ma non ha imparato niente, invece, io si. (Me lo ricoonosce lei) Quando ero in calzoni corti e studivo il latino, in casa mia la televisione si guardava con parsimonia e noi ragazzi non oltre le 21. Tutto ciò che lei sig. Ruiu, Sanna, Pistis, mi attribuisce: “opinionista”,”mosca cocchiera” (nota espressionee gramsciana, usata dal pensatore di Ales, per definire i difensori d’ufficio del nulla, come lei) “massimo pensatore del sardismo turritano”. Ebbene si, lo confesso. Sono un insegnante di Filosofia e di Storia, in un Liceo. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Sono anche un sardista, sardo, goceanino e turritano. Qualche conferenza, qua e la, la faccio, ma in sardo, (e aggiungo, gratis, se non affronto spese, altrimenti chiedo un piccolo rimborso per la benzina e le gomme, anch’io tengo famiglia)non in latino. Del latino,(o del latrino) magari se ne occupi lei e, come si chiama, la sua patrocinata, Maria Franca. Io preferisco giocare con il mio “latinorum” (stavo per scrivere “latrinorum”) per far ridere le persone grigie come lei. Le persone che fanno ridere, sono, senz’altro, migliori di quelle che fanno piangere. Lei fa piangere, punto. Rida, rida pure che le fa bene. Ma, mescamente,nella discussione,si attenga al tema. Consideri che stiamo parlando della lingua sarda non di quella latina. Si beva, inoltre, un bicchiere d’acqa con zucchero,o un buon sciroppo alla frutta, le addolcirebbe, forse, il veleno che le circola nelle vene. Qui serve sul serio. Direi, Qui prodest. Ci vedremo in campionato. E se crede organizzi un corso di latino telematico.

  • Prof. Tadeus Kranz

    Genau, collega Lőrinczi.
    Prof. Dott. Ing. Tadeus Kranz – Università di Siligo del Brandembrugo

    p.s.: piccola preghiera a tutti di usare parole facili. Chi sono mosche cocchiere? Mosche che guidano calesse? O tipo di mosca sarda molto vorace?

  • Sono andato a leggermi l’articolo sul romancio segnalato da M. Lorinczi. Fatte le dovute differenze ambientali, le analogie sono impressionanti: visto che la RAS propone il caso dei Grigioni come modello di “successo” di un’impostazione di politica linguistica analoga alla sua, sarebbe il caso di cominciare a rifletterci un poco. Là il “successo” è consistito in un rifiuto generale della lingua standard (là la chiamano di polistirolo, qui di plastica, ma la sostanza è la stessa), divisioni tra i sostenitori della lingua, clamorosi pentimenti di standardizzatori in buona fede (da loro ci sono, a quanto pare) e così via. L’articolo merita di essere letto attentamente, lo aggiungo qui sotto per comodità degli interessati. Se poi qualcuno vuol prendersi la briga di tradurlo, meglio ancora, ma lo si faccia con il dovuto rispetto della grafia, evitando di massacrare quella della lingua sorella (italiana) come si è fatto con quella madre (latina),

    A long-standing controversy about the standardisation of Romansh has broken out again with surprising virulence in canton Graubünden, where the language is spoken.
    It has to do with the rival claims of the standard language and the five “idioms” or regional dialects. These are more than just dialects, because they are standardised written forms of the language which go back several centuries.
    The standard language – Romansh Grischun (RG) – is being gradually introduced as a means of acquiring literacy in primary schools and seems likely to displace the idioms.
    But opponents of RG as the language of instruction have now formed a lobby group called Pro Idioms.
    Alexi Decurtins, an eminent Romansh lexicographer, delivered a fighting speech to the founding meeting of the group in the Surselva region in February. “Our idioms are cultivated languages open to every modern development. Their potential is superior to that of any artificial language,” he declared.
    Pro Idioms was founded in the Engadine region late last year, then spread to Surselva. The association has a website, which of course is in two different idioms.
    Meanwhile, many people who were initially enthusiastic about RG now have their doubts about the wisdom of making it the language of literacy in schools from day one, instead of introducing it at secondary level.
    Even local politicians who voted for legislation paving the way for RG as the language of instruction are now having misgivings.
    “Bastard” language
    Romansh Grischun was introduced in 1982 by the Romansh League, the organisation that represents and coordinates the interests of the language and its speakers.
    At that time RG was condemned by traditionalists as a “bastard language” which should not be imposed on speakers. It has remained controversial, to say the least.
    In the intervening years, Romansh radio and TV (RTR) and the daily newspaper La Quotidiana have made use of RG alongside the traditional idioms. RG has also been adopted by the cantonal and federal governments as an official standard language for communicating with Romansh speakers.
    The cantonal government clearly welcomed RG and saw it is an opportunity to save money, considering the cost of producing not only official forms and announcements, but also schoolbooks (for which it is responsible), in five different versions of Romansh.
    As part of a package of legislation reducing government expenditure, the cantonal parliament agreed in 2003 to publish schoolbooks and other instructional materials in RG only.
    This meant that RG would inevitably become the language for acquiring literacy in Romansh schools.
    Pros and cons
    But under law, the local communes (towns and villages) have the authority to decide what is to be the language of instruction in their schools. Some communes, lauded by the government as “pioneers”, have adopted RG and implemented it, but many others seem to want to retain their idioms as the language of literacy.
    If a new generation of young Romanshes from the Surselva to the Engadine learn to read and write in RG, they will be able to communicate with one another in a unified way for the first time in history.
    On the other hand, they may no longer be able to read the literature written by previous generations (including current works of literature), and the idioms in their written form will quite likely disappear.
    The leading spokesmen for RG like Bernard Cathomas, former head of the Romansh League and RTR, have been repeating their usual arguments emphasising the “innovative” and “dynamic” character of the new standard and of those who embrace it.
    Clà Riatsch, professor of Romansh at Zurich University, and a defender of linguistic particularism in his native Engadine, satirises this kind of talk as “styrofoam”.
    To many grassroots Romansh speakers, RG is really a “styrofoam” language with no emotional appeal – not the “language of the heart”, a term which speakers often use to refer to Romansh.
    Seeking compromise
    The “idiomists” as they are now called, see the advancement of RG in schools as a conspiracy by the cantonal government and the Romansh League to flout democracy.
    The government’s new minister of education, Martin Jäger, and the Romansh League say they are now seeking a compromise – though how much they are willing to concede to the idiomists is a moot point.
    “Romansh speakers who understand the political situation in this canton know themselves that the demand to create school materials in all the idioms again is politically just not realistic,” said Jäger in a recent interview with La Quotidiana.
    On the positive side, the current raucous debate shows that Romansh speakers, often accused of apathy by language activists, do care passionately about their language and its future.
    Martin Mathiuet, director of adult education for the Surselva region, observes wryly: “the main point now is that so many people are so committed to Romansh and getting so involved. We haven’t seen that before.”

  • Marinella Lorinczi

    Ho cercato di ricordare come si è arrivati a parlare pubblicamente del progetto dell’Università di Sassari e dei contrasti tra Sassari e Regione (o, per l’esattezza, non la Regione nella sua totalità, ma il Servizio lingua e cultura sarda, la cui ‘mission’ – come si dice barbaramente oggigiorno – dovrebbe essere rivolta alla lingua sarda e non per carità alle altre lingue di Sardegna, non so se avete badato al senso della denominazione; teniamolo presente per il futuro). Così si è formulata da sé anche la domanda: come mai non si è parlato mai del progetto dell’Università di Cagliari, per lo meno come mai non c’è stata la curiosità generale di conoscerlo. Io ce l’ho, il progetto, ma chiaramente non spetta a me divulgarlo. Tra l’altro non ne faccio parte. La mia competenza di sardo è solo ricettiva (come per tanti Sardi, sono quindi in buona compagnia). E non mi metterò certamente ora ad esibire quelle poche frasi indicanti, soi-disant, inserimento, ammiccamenti tra pari, e altre cavolate del genere. Son perciò curiosa anche di vedere come si terranno corsi professionalizzanti di ore e ore in buon sardo da parte di persone che hanno competenze dormienti o sopite o giù di lì. Proprio per questo, nelle fasi incipienti di revitalizzazione si agisce in gruppo o in coppia, completandosi e istruendosi a vicenda. Oppure si accetta il dialogo bilingue, dove uno magari parla bene il sardo, l’altro invece è un professionista. E il famoso CLIL lo si sviluppa collettivamente, come avviene peraltro anche negli interscambi monolingui. Il famoso CLIL è un’altra mezza, con permesso, cavolata.

    Dunque, ricostruendo un po’ i ricordi e ricontrollando, il terreno di coltura delle discussioni e delle valutazioni intorno al solo progetto di Sassari (perché quello di Cagliari sarebbe ineccepibile), è un blog personale e privato caratterizzato da un eccesso di incontinenza emotiva, come si evince anche dalle figure che accompagnano ogni esternazione, le quali spesso calzano con quello che è prudente non dire ma solo dar da intendere. Ma quest’aspetto, che lascio ad altro tipo di analisti, non nasconde il fatto che tempo addietro si sono affrontati anche temi che potevano essere noti soltanto a chi, in veste ufficiale, partecipava allo scambio di opinioni e di documenti tra Sassari e il Servizio. Finché non ci sono state le dichiarazioni ufficiali e pubbliche di Sassari, da dove provenivano le informazioni commentate pubblicamente in un blog personale? Tant’è che sono stati questi commenti ad accendere le polemiche, altrimenti tutto si risolveva tra le due parti con minor danno per entrambe.

    Il danno eventuale subito, invece, da un precario di lusso di tale Servizio, il quale Servizio ha erogato anche sovvenzioni per numerose missioni ed incontri nonché per pubblicazioni (in una misura che noi all’università ce la sogniamo), è già stato chiarito dalla signora Marianna che è relativo e rimediabile perché all’origine si tratta di un distacco. Tra le puntualizzazioni elencate da Paolo Maninchedda, che evidenziano una certa disomogeneità di importanza (a mio avviso, s’intende), avrei inserito piuttosto il danno subito dalle/dai giovani che hanno sperato (o si sono illusi) di poter diventare operatori linguistici a tempo pieno ed indefinito, nel loro paese, usando la propria varietà e migliorando così le proprie capacità linguistiche, e invece son dovute/i venire ai ferri corti con la LSC sperimentale e il suo rappresentante regionale (o i suoi rappresentanti regionali) dagli atteggiamenti molto meno sperimentali. Ci avrei incluso anche il danno soprattutto politico e di immagine subito dalla Regione, derivante dalla promozione forzata e maldestra della LSC a lingua standard. Se quest’ultimo problema fa parte di una politica linguistica dirigista portata avanti dalla Regione, rappresentata per tale tematica dal suddetto Servizio, una siffatta politica linguistica è più che esposta alle critiche provenienti dalla società civile, non soltanto dagli universitari. Più in generale, è prerogativa dell’intera comunità interessata intervenire nelle scelte di politica linguistica che attualmente va veicolata anche attraverso la scuola. Come dicevano da Sassari, si deve imparare anche dai semi-fallimenti come quello romancio (http://www.swissinfo.ch/eng/culture/Romansh_speakers_rebel_against_standard_language.html?cid=29637410; 6 marzo 2011).
    E per interloquire col Prof. Dokt. Kranz, io parlare completamente a gratis, ora come nel passato.

  • Prof. Tadeus Kranz

    Ah, piccoli amici sardi, devo proprio spiegarvi tutto io. Anche questa università di Sassari… Ultima volta però che spiego!
    Ma insomma, io faccio piccolo esempio. Noi in Brandembrugo abbiamo inventato giostra di calcio in culo, quella che si gira su sediettine piccole piccole, si vola in alto in alto, quello di dietro tira calcio in culo a quello di davanti e quello prende bandierina messa in punta di casino. Ogni tanto qualcuno si scatafracella in suolo, ma chi se ne frega. Dopo qualche morto giostra è diventata illegale in Brandembrugo, ma nel frattempo inventore si è arricchito. Poi qualche altro ha portato giostra di calcio in culo in suo paese e così da capo. Credo che adesso la usano solo in qualche paese di terzo mondo. In fondo ne muoiono molti di più per inquinamento che per giostra di calcio in culo!
    Capito insegnamento? Qualcuno da qualche parte si inventa business di lingue minoritarie, scopre che si possono fare i soldini, finché dura. Qualcuno copia da un’altra parte e via: fin quando gente non si accorge… e capisce che parlare lingue è gratis!

  • Franco Ruiu

    Strepitoso l’esercizio di alto equilibrismo linguistico di Michele Pinna per mascherare il suo latinorum. Esilarante. A proposito di parola mendace e di dissimulazione disonesta, come ha efficacemente scritto Dino Manca, l’impudente Pinna si è esibito, con la leggiadrìa di un elefante, in un intorcinamento dialettico e retorico degno del miglior Frassica. Confonde il nominativo col dativo (e viceversa) e, impermalositosi per la giusta osservazione simpaticamente espressa da Franca Maria, guardate come, senza arrossire, giustifica la scivolata: “è un semplice gioco linguistico (che mi sono voluto permettere confidenzialmente) basato sull’assimilazione tra “cui” e Qui” resa possibile, nel parlato,ma anche nello scritto, dall’ottundimento dell’accento e, a dispetto della differenza grafica, tra le due occlusive che, nella voluta collisione semantica tra due sintagmi differenti per appartenenza linguistica,producono un clic, un cortocirquito…”. Da restare basiti. Cosa vuol dire? Ci sarebbe da ridere se non fosse che il noto “opinionista” insegna in un liceo (capiranno i ragazzi?) e, soprattutto, da tempo si propone in ogni dove e con la baldanza della mosca cocchiera, come il massimo pensatore del sardismo turritano. Aiuto.

  • Alessandro Casu

    Signor Biolchini,
    come forse lei saprà, le pubblicazioni scientifiche sono valutate in base all’impact factor. Ammesso e non concesso che “Sa chistione mundiali de s’Energhia” sia un lavoro non infarcito di italianismi e anglismi con la -u finale, con una sintassi scopiazzata dall’italiano ecc. ecc., sarebbe interessante sapere quale beneficio ha portato alla comunità scientifica mondiale: tradotto, vuol dire “chi è che lo cita nel mondo”? Se non ha lo scopo di essere citato nel mondo, allora è solo un lavoro in sardo, perché lo scopo di ogni pubblicazione scientifica è quello di partecipare a un dibattito il più ampio possibile, e oggettivamente oggi non lo si può fare in sardo (e sempre di meno lo si può fare in italiano). Insomma, riferendosi a quel lavoro lei non dimostra niente: non può neppure dimostrare che abbia fatto del bene al sardo.
    Quando lei fa questi discorsi, secondo me li fa con enorme superficialità e anche presunzione, e fra l’altro è pure parte in causa, perché prende finanziamenti dalla Regione per trasmissioni in sardo, come lei stesso ha scritto onestamente da altre parti. A me il discorso di Mastino è sembrato serio, anche perché alla fine si dice disposto a rinunciare ai fondi della Regione, se questo significa dover fare compromessi per ciò che riguarda la dignità scientifica della sua Università. Non dice poi che il sardo non esiste (dice che lo parla): dice che al momento è velleitario voler parlare di tutto in sardo. Non so se lei abbia fatto studi classici: crede che il latino abbia creato dall’oggi al domani una terminologia filosofica? Ha un’idea sia pure vaga di cosa voglia dire produrre la terminologia in un certo settore (mettiamo la chimica) in una lingua che ne è priva? Crede che si possa dire “sa molecola”, “su bariu”, “su plutoniu”, “su stronziu radiattivu” ecc., prendendo tutto dall’italiano e massacrando il sardo?
    La invito quindi ad approfondire, a leggere meglio e a cercare di capire il senso delle parole altrui, perché altrimenti è solo ideologia.

  • Michele Pinna

    Brava Franca Maria ma avrebbe fatto prima, magari, a tradurre “prodest” in italiano e avrebbe trovato la soluzione al problema: “Qui serve?” o “Qui giova?” anzichè pensare,necessariamente,”cui prodest?” “a chi serve?”.
    È un semplice gioco linguistico (che mi sono voluto permettere confidenzialmente) basato sull’assimilazione tra “cui” e Qui” resa possibile, nel parlato,ma anche nello scritto, dall’ottundimento dell’accento e, a dispetto della differenza grafica, tra le due occlusive che, nella voluta collisione semantica tra due sintagmi differenti per appartenenza linguistica,producono un clic, un cortocirquito che lei, Franca Maria, sottolinea con la matita blu, come un errore (“arratza de latinu!”) ma che, comunque, è servito a richiamare la sua attenzione; me ne rallegro. Vede, questa è la relatività delle cose:Ciò che per alcuni è un errore per altri può essere un gioco. Se avesse voluto, però, correggere qualche errore avrebbe potuto farlo con “scientificca”, “formaziione” e forse, anche, con qualche passaggio sintattico dettato dalla fretta che, normalmente, si ha quando si scrive in un blog. Spero, comunque, che il mio latino, a suo dire, non di razza, non abbia compromesso il significato sostanziale del mio intervento.

  • Franca Maria

    Cui prodest! A razza ‘e latinu!

  • Michele Pinna

    La posizione di Paolo Maninchedda mi pare che getti un pò di luce e di speranza intorno alla questione dei corsi di formazione degli insegnanti di sardo che l’Università di Sassari avrebbe dovuto attivare da tempo e che, invece, ancora, non sono stati avviati.
    Le date esposte da Manca non mi pare che rispondano, proprio, al vero. Da un normale accesso agli atti, che qualunque cittadino potrebbe fare, non risulterebbe né alcun progetto presentato dall’Università di Sassari, fino al settembre 2010, né alcun carteggio in merito tra l’Università e la Regione, se non due lettere, una del settembre 2010 ed una dell’aprile 2011, a firma del direttore del servisio lingua sarda della RAS, dottor Giuseppe Corongiu, in cui, sia nella prima che nella seconda, s’invita l’Università di Sassari a presentare un progetto in linea con le direttive del Piano triennale 2008-2010. Un normale atto d’ufficio che qualunque funzionario, onestamente e corretamente,credo, avrebbe fatto.
    A riprova del fatto che il progetto è ancora da fare, un gruppo di docenti dell’Università di Sassari e due funzionari della RAS dovranno incontrarsi per raggiungere lo scopo. Ma chiedo a Dino Manca: l’Università, per redigere un progetto di formaziione linguistica,benchè di lingua sarda, dovrebbe aver bisogno di essere affiancata da due funzionari della Regione? Corongiu o non Corongiu, quando mai un ex professore di Liceo, oggi ricercatore universitario, non è in grado di fare un progetto, pure sperimentale, seguendo il metodo CLIL? E che sarà mai questo CLIL! Quando un docente di Filologia italiana, come lo è dino Manca, fa lezione ai suoi studenti, non usa forse l’italiano come lingua veicolare e dunque il metodo CLIL? Capisco che farlo in Sardo è un’altra cosa: manca l’abitudine, manca l’eserciizio, manca l’intenzione politica. Ma iniziare a farlo potrebbe essere l’occasione, anche, per costruire un lessico, una prosa didattica,un protocollo etc. etc. Risponderebbe, anche, al programma dell’Araolla (se mai gli intellettuali sardi potessero condividerlo) “de magnificare, et arrichire sa limba nostra sarda dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu e arrichidu…” (non è in LSC Corongiu non ce ne voglia)O forse non sarebbe scientifico fare questo?
    Caro Dino, mi permetto di chiamarti amichevolmente cosi, perchè per qualche anno siamo stati colleghi allo “Spano” ed ho anche stima di te e della tua produzione scientificca,ma era il caso di fare tutto questo casino? Qui prodest? A nos bider sanos

  • Ottimo l’intervento di Dino Manca e vorrei sottolineare che Corongiu non ha perso nessun lavoro visto che lavora al comune di Quartu e si trovava in distacco in Regione e il suo stipendio è costato (e forse costerà ancora) a noi contribuenti oltre 100.000 euro l’anno. Cose dell’altro mondo!!!

  • l’art. 8 comma 3 della L.R.31/98 stabilisce che :
    3. Ai dirigenti dell’Amministrazione e degli enti spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano le amministrazioni verso l’esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa, ivi compresi i procedimenti gestori di cui al capo II e all’articolo 61 della legge regionale 5 maggio 1983, n. 11, mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo. Essi sono responsabili in via esclusiva dell’attività amministrativa, della gestione e dei relativi risultati.

  • Caro Paolo
    in vari interventi su questo blog, molto documentati, si afferma una cosa abbastanza grave che riguarda il corretto utilizzo di fondi pubblici da parte di un altro ente pubblico. Bene, di cosa potrebbe trattarsi? Danno erariale? Reato penale? O semplice sciatteria amministrativa.Bo!
    La Legge impone ai funzionari pubblici di denunciare ogni fatto che possa ravvisare un reato, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito (artt 331 codice procedura penale e 361 codice penale).
    Al tempo stesso, se non la vogliamo fare così tragica, l’art.8
    comma 3 della L.R.31/98 stabilisce che:
    <>
    Sono quindi i dirigenti sono i veri e propri dominus dell’attività amministrativa, che spetta ad essi in via esclusiva.
    Non possono in alcun modo mettere la testa sotto la sabbia altrimenti facciano un altro mestiere!
    Le denunce però si fanno, non si ventilano per interposta persona, aspettiamo quindi questo passo doveroso ed in tal caso saremmo tutti dalla parte dell’onesto funzionario.

  • Vito Biolchini

    Per Franca Maria: infatti facciamo trasmissioni in sardo anche non finanziate! Ma ti risponderei: si spendono soldi per i media per lo stesso motivo per cui si spendono soldi per le scuole e si finanziano le università. Vogliamo promuovere la lingua sarda a costo zero? Proviamoci e vediamo cosa succede.
    Mi sembra che si stia perdendo un po’ la bussola. Se la lingua sarda ha bisogno di essere introdotta nei media regionali per portare avanti una politica linguistica condivisa, è necessario fare degli investimenti.
    Per quanto riguarda poi il mercato: secondo lei in Sardegna esiste un mercato pubblicitario? Lo sa che, secondo uno studio della Fondazione Rosselli commissionato dalla Regione, nel 2006 le testate del gruppo Unione e La Nuova Sardegna assieme rastrellavano l’85 per cento delle risorse sul mercato?
    Ma qua stiamo finendo fuori tema, e me ne scuso.

  • Paolo Maninchedda

    Signori, io ho sempre parlato della questione della lingua in questo blog e mai in sedi istituzionali. Il motivo di questa scelta sta tutta nella volontà di produrre un confronto e non uno scontro fine a se stesso. Mi pare ci siano tutte le condizioni perché si arrivi ad una soluzione condivisa, magari intorno ad un tavolo assessoriale. Provo a fare il peace-maker: 1) l’Università di Sassari non pretende di dettare la politica linguistica alla Regione Sardegna; la Regione Sardegna non pretende di dettare la politica accademica e culturale all’Università di Sassari; 2) il dibattito scientifico e culturale è positivo e deve continuare ad accompagnare tutte le sperimentazioni; il mono-ideologismo dogmatico è dannoso; 3) il metodo Clil è un buon metodo; 4) l’applicazione del metodo Clil nella scuola è più semplice che nell’università; 5) l’applicazione del metodo Clil nell’Università comporta, nel reclutamento dei docenti, la distinzione tra l’accertamento delle competenze linguistiche e l’accertamento delle competenze scientifiche (es: devo insegnare in sardo la geologia. Qualora non abbia il professore che sappia di geologia e di sardo, non posso, all’università, reclutare un esperto di sardo che ripeta in sardo il manualetto di geologia; dovrò reclutare l’esperto di sardo che veicoli i contenuti concordati col professore di geologia); 6) si riprenda il tavolo di confronto tra Università e Regione e si chiuda l’accordo su base pragmatica, posto che su base culturale e scientifica si è su due mondi sideralmente lontani; 7) Corongiu ha perso il suo posto di lavoro. Non è giusto. È giusto confrontarsi ma non fare vittime. Questo vale anche per lui: il potere amministrativo è un potere super partes. 8) Il sindacato dei sostenitori del Clil abbandoni i toni e le pratiche inutilmente aggressivi. Il balentismo linguistico non paga.

  • Franca Maria

    Aggiungo: ma perché,se è come dice Biolchini, le trasmissioni in sardo non si fanno e basta? Se funzionano, e non ho motivo di dubitarne, che bisogno c’è degli incentivi? Perché si cercano gli incentivi? Si stia sul mercato e non si rompano le scatole chiedendo soldi al pubblico!

  • Gentilissimi,
    se non si ricorda come sono andate le cose, ci si può lasciar confondere dal frastuono indistinto dei tanti urlatori e mestatori di professione. La parola mendace da sempre trova orecchie sensibili nei multiformi e chiassosi luoghi del rapimento emotivo e degli illusionismi circensi. Il linguaggio è potere e non di rado, per ragioni molteplici, si corrompe e ci corrompe nella dissimulazione disonesta. Perciò, come Paolo ben sa, ci soccorre la filologia, l’amore per il discorso, l’amore per la cultura. La filologia, infatti, si occupa della verità dei testi piuttosto che della verità delle cose. Tuttavia, però, la seconda non è data senza la prima. Per queste ragioni mi permetto sommessamente di introdurmi nel vostro prezioso spazio di discussione (qui dove altri hanno cercato di propinarvi ricostruzioni fantasiose sui lavori della Commissione lingua e cultura sarda) e di proporvi la nostra ricostruzione degli accadimenti secondo un classico ordo-naturalis. Quid est veritas? Chiedo scusa per l’intrusione.

    Cordiali saluti
    Dino Manca
    Università di Sassari

    La formazione degli insegnanti il lingua sarda

    L’Università di Sassari intende contribuire efficacemente alla realizzazione di corsi di aggiornamento per la formazione di insegnanti di lingua sarda, adottando criticamente il Piano Triennale predisposto a suo tempo dal Consiglio Regionale. L’Università intende contribuire sul piano scientifico a fornire un quadro di riferimento che sia metodologicamente avanzato e in sintonia con le più recenti acquisizioni della ricerca linguistica.
    Le osservazioni critiche formulate sulla stampa, sui blog e perfino in una interpellanza al Consiglio Regionale riferite al ritardo con il quale l’Università di Sassari presenta il suo progetto non risponde a verità, perché esitazioni e incertezze sono da addebitare esclusivamente alle rigidità del piano triennale che non tiene conto dell’esigenza che la docenza universitaria risponda a criteri di qualità e ad indicatori significativi, evitando banalizzazioni e impoverimenti del patrimonio linguistico isolano. L’Università non è al servizio della politica, ma obbedisce a logiche di applicazione di standard internazionali riconosciuti sul piano scientifico.
    Con riferimento alla recente polemica, sembra necessario comunque ristabilire la verità dei fatti e si rende necessario elencare la successione degli avvenimenti in ordine cronologico.

    Il 23 febbraio 2010 l’Università di Sassari riceve un documento nel quale è invitata, dall’allora direttore del Servizio lingua e cultura sarda della RAS, il dott. G. Corongiu, ad attivarsi per l’esecuzione di corsi finalizzati alla formazione di insegnanti di lingua sarda, in quanto la Regione ha accantonato per tale scopo la cifra di 750.000 euro (relativi alle annualità 2008, 2009 e 2010) per ciascuno Università isolana. C’è dunque un ritardo iniziale della Regione nella programmazione della spesa delle risorse.

    Il 17 marzo 2010 il Senato Accademico dell’Università di Sassari designa una Commissione di Ateneo ad hoc, composta dai proff. Aldo Maria Morace, referente amministrativo contabile, Giovanni Lupinu, Dino Manca, Antonello Mattone, Carlo Schirru, Francesco Sini e Fiorenzo Toso. L’Ateneo è rappresentato nell’Osservatorio per la lingua sarda dal prof. Angelo Castellaccio.

    La Commissione si riunisce il 12 e il 26 aprile, il 6, il 10 e il 12 maggio 2010. Viene progettato un corso di aggiornamento, destinato a insegnanti di ogni ordine e grado, battezzato Il sardo a scuola, di durata biennale (costo 490.000 euro); a esso è affiancato, inoltre, il progetto di un Master di II livello (Insegnare la Sardegna), sempre rivolto agli insegnanti e agli educatori, della durata di due anni accademici (costo 260.000 euro). In entrambi i progetti, l’indicazione cogente della RAS sull’uso veicolare delle lingue minoritarie in almeno il 50% delle lezioni è pienamente assolta con le attività laboratoriali. Si preferisce invece non accogliere i suggerimenti, non vincolanti, della RAS relativi ai metodi e alle forme di insegnamento, che l’Università ritiene non in linea con la più recente ricerca scientifica: da un punto di vista formale, infatti, risulta quanto meno irrituale che un ente amministrativo fornisca indicazioni di questo tipo all’Università, e inoltre, per il merito, tali suggerimenti appaiono poco consoni alla realtà sociolinguistica della Sardegna e in particolare dell’area, caratterizzata anche dalla presenza di varietà alloglotte, alla quale l’università di Sassari è chiamata a erogare i suoi servizi.

    A fine maggio 2010 i progetti sono spediti al direttore del Servizio lingua e cultura sarda della RAS, dott. Corongiu.

    In data 16 settembre 2010 il dott. Corongiu comunica una serie di osservazioni critiche sulle proposte dell’Università di Sassari.

    Il 14 ottobre 2010 il prof. Morace, in risposta al documento del 16 settembre, manifesta formalmente piena disponibilità a ridiscutere le presunte criticità dei progetti, nell’ovvio rispetto della libertà scientifica e didattica dell’Università.

    Intorno alla metà ottobre 2010, il prof. Morace è invitato a Cagliari per discutere nel merito dei progetti presentati. Nel corso del colloquio col dott. Corongiu, in presenza di terzi, quest’ultimo ritiene che gli aspetti a suo parere non convincenti dei progetti siano stati superati dai contenuti del documento e dalle precisazioni verbali giunte in quella sede.

    Il 4 novembre 2010 si tiene il sesto incontro della Commissione sassarese di Ateneo. Il prof. Morace – dopo aver informato i partecipanti dei rilievi mossi dal dott. Corongiu al documento precedentemente redatto – invita i presenti a intervenire nel merito per ridefinire una serie di punti dei progetti presentati, tenendo conto delle indicazioni del Servizio lingua e cultura sarda della RAS.

    L’8 novembre 2010 i progetti riveduti sono spediti al dott. Corongiu.

    Solo il 22 aprile 2011, a distanza di oltre cinque mesi e a séguito di svariate sollecitazioni, l’Università di Sassari ottiene una risposta dal direttore del Servizio. Una risposta ancora una volta interlocutoria.

    A distanza di oltre un anno l’Università di Sassari sta ancora aspettando una risposta ufficiale e definitiva dalla Regione, positiva o negativa che sia. Inoltre, dopo tre convocazioni andate a vuoto, solo in data 28 giugno 2011 è stato possibile aver un colloquio con il dr. Corongiu che peraltro, in tale occasione, non rivestiva più, ufficialmente, il ruolo di direttore del Servizio lingua e cultura sarda della Regione, a tutt’oggi vacante. In quell’occasione il delegato dell’Assessore On. Sergio Milia proponeva, al fine di definire rapidamente la questione, l’istituzione di una commissione ristretta costituita da tre rappresentanti dell’Università di Sassari, prontamente indicati nelle figure dei Proff. Carlo Schirru, Giovanni Lupinu e Dino Manca, e due rappresentanti della RAS, di cui però tardano a pervenire i nominativi.

    In conclusione, si rileva quanto segue:
    1) Nonostante l’impegno personale dell’Assessore, ogni ritardo è da addebitare esclusivamente ai funzionari della Regione Sarda che, anziché promuovere una pronta definizione della questione, ne hanno dilatato i tempi, anche attraverso lunghi silenzi istituzionali. Ciò ha certamente favorito una serie di polemiche sterili, alimentate da pesanti falsità, in particolare svalutando l’impegno dell’Università di Sassari che intende efficacemente operare in favore delle lingue minoritarie della Sardegna: a tal proposito, anzi, l’Università di Sassari sottolinea che le fughe di notizie che hanno alimentato le polemiche di cui sopra sono state favorite da un’accorta regia, che persegue obiettivi facilmente individuabili.
    2) L’Università di Sassari non può riconoscere ai funzionari della Regione Sarda il ruolo di valutare la qualità scientifica della propria azione formativa, né può accettare alcuna interferenza nella selezione dei docenti coinvolti nei corsi. Al tempo stesso, l’eventuale avvio dei corsi non può essere ritenuto un modo per far certificare all’Università di Sassari la bontà dell’azione politica regionale in materia linguistica, riguardo alla quale, anzi, l’Università si riserva, in piena autonomia, di formulare le proprie valutazioni di ordine metodologico e scientifico, nel pieno rispetto dei ruoli reciproci. L’Ateneo è preoccupato per alcune posizioni assunte pubblicamente dai funzionari regionali che sottovalutano la diversità linguistica della Sardegna, non si impegnano per le varietà locali e le altre lingue minoritarie e sposano un progetto di omologazione che può rappresentare un vulnus per la ricchezza del patrimonio linguistico isolano .
    3) Sinora l’Università di Sassari, con senso di responsabilità, non ha voluto assumere posizioni ufficiali e pubbliche. È evidente che se in tempi brevissimi l’Ateneo non riceverà una risposta chiara e definitiva da parte della Regione in merito all’approvazione o meno del suo progetto, si troverà costretta a rinunciare ai finanziamenti regionali e a valutare l’opportunità di attivare autonomamente, sia pure in ristrettezza di risorse, corsi di lingue e culture della Sardegna secondo forme e metodi che salvaguardino l’indispensabile autonomia scientifica e didattica dell’Ateneo.

  • Vito Biolchini

    Caro Paolo,
    Radio Press (l’emittente che dirigo) da anni partecipa ai bandi della Regione per la messa di onda di notiziari e programmi in lingua sarda. Posso dire con orgoglio che la nostra esperienza (iniziata oltre dieci anni fa) è stata presa per certi aspetti a modello. Leggere le osservazioni dell’Università di Sassari mi ha fatto cadere le braccia. Mi fermo solamente al primo punto:

    1) Nel piano triennale (=PT) si insiste, a più riprese, sulla necessità di emancipare le lingue regionali dalla cultura tradizionale che esse riflettono e ‘agganciarle’ sic et simpliciter al mondo moderno e ai suoi contenuti: bisogna tuttavia considerare che, agli occhi dei parlanti, le lingue locali, che si identificano primariamente con la propria varietà dialettale e non con uno standard calato dall’alto, sono legate strettamente a quella cultura tradizionale che si vorrebbe superare d’un balzo. Occorre dunque contemperare il reale con le aspirazioni: ogni forzatura, ogni assenza di gradualità produrrebbe degli strappi e forti sensazioni di straniamento.

    Ecco, basterebbe fermarsi qui per capire che siamo di fronte a persone che non hanno idea di quale successo e risultato positivo per la lingua abbiano avuto i programmi di tutte le emittenti radiofoniche (tutte) che, su precisa indicazione della Regione, hanno parlato in sardo delle cose normali, della vita di tutti i giorni e non delle nobilissime tradizioni popolari sarde.ù
    Trasmissioni di intrattenimento puro, giornalistiche, musicali (pagate quattro lire quattro perchè sulla lingua tutti parlano ma nessuno investe) che hanno riconciliato con la lingua sarda tantissimi ascoltatori.
    Il pubblico le ha seguite con passione, e tu sai bene che Cagliari i sardo parlanti non sono moltissimi. E nessuno dei nostri ascoltatori ha avuto niente da ridire, anzi.
    Per cui lo straniamento di cui parlano i professori sassaresi ce l’ho io quando leggo documenti come il loro.
    Non solo. E’ evidente che l’Università di Sassari vuole buttarla in rissa evocando la tanta contestata LSC. Ma ti posso assicurare che mai (mai) la Regione è intervenuta chiedendoci di usarla: mai. Neanche quando abbiamo scritto in sardo sul nostro profilo Facebook, chiedendo ai nostri ascoltatori di intervenire in diretta e di interagire con i nostri conduttori.
    In conclusione: mi limito al punto uno e dico in tutta sincerità che è frutto di una posizione retrograda, reazionaria e accademica (nel senso deteriore del termine: cioè lontano dalla realtà).
    E per colpa dell’Università di Sassari ora tutto il piano di comunicazione in lingua sarda per le radio e le tv (quattro lire, non pensiate che con il sardo si diventi ricchi: per quanto ci riguarda abbbiamo fatto otto ore di programmazione settimanale per quattro mesi per la bellezza di 13.500 euro) rischia di essere bloccato. Un gran risultato, non c’è che dire.

  • Gavino Chessa

    Senza entrare nel merito di altri punti toccati da Carboni nella sua lunga esposizione, suona quanto meno singolare la sua affermazione secondo la quale i “pochi professori sassaresi” avrebbero tentato di contrapporre “le lingue alloglotte alla lingua sarda” per “dividere il movimento linguistico e le comunità innescando fenomeni di reazione subnazionalistiche, quasi evocando l’oppressione del sardo verso gli altri dialetti o lingue alloglotte”. Ci sarebbe, a seconda dei casi, da deprecare o da ammirare la finezza politica di questi professori, se non fosse fondata l’impressione che il “movimento linguistico” coeso e unitario di cui favoleggia Carboni, esista in realtà soltanto nei suoi desideri. Anche spulciando banalmente su internet ci si imbatte ad esempio in dati di fatto che testimoniano del malessere profondo delle minoranze interne rispetto alle recenti politiche linguistiche della regione. Alghero: Rafael Caria, storico studioso e difensore della catalanità algherese, pubblica nel 2006 una raccolta di “Apunts per a un llibre blanc” ove afferma testualmente che rispetto alla legge 26/1997 “les bones intencions naufraguen davant de les prioritats polítiques i d’inversió (“investimenti”) de la RAS, a favor de la llengua sarda”, critica la formazione dell’Osservatorio linguistico regionale che non contempla la presenza al suo interno di un rappresentante algherese e sostiene che “fins ara l’única activitat posada en marxa per l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport – Regione Autonoma della Sardegna, sigui exclusivament a favor de l’ensenyament de la llengua sarda”. Gallurese: la Consulta che raccoglie più di venti Comuni della provincia di Olbia Tempio sosteneneva già in un documento del 2001 “i diritti della lingua gallurese nella consapevolezza che non esiste una lingua sarda, ma che esistono più lingue parlate dai Sardi, aventi tutte il diritto di essere salvaguardate, onde evitare il paradosso che un domani i Galluresi si trovino ad essere considerati stranieri in patria”; nel 2003 contestava l’imposizione della LSU “frutto non di processi naturali, storici e culturali, ma di scelte politiche, praticamente mutuata e fondata, con qualche commistione, su una parlata sarda egemone”, che “creerebbe motivo di divisioni, di forte attrito e giustificate resistenze tra le comunità delle altre aree linguistiche della Sardegna – e soprattutto in Gallura – con guasti irrimediabili”, e ribadiva “l’assoluta contrarietà a progetti che, nei fatti, determinerebbero la morte del Gallurese innescando reazioni pericolose e difficilmente governabili e costringendo i Galluresi a cercare altre strade ed interlocutori per difendere il loro patrimonio linguistico e culturale”; non mi risulta che questo atteggiamento sia cambiato dopo l’ufficializzazione strisciante della LSC. Nel 2004 la Provincia di Olbia Tempio, intanto, si rassegnava a delimitare l’ambito territoriale di tutela del “sardo” in base alla L.N. 482/1999, puntualizzando che la lingua ivi parlata è il «Sardo nella variante Gallurese», tentativo invero un po’ patetico di salvare capra e cavoli. Sassarese: non ricordo i dettagli, ma già alla metà degli anni 2000 l’Assessorato alla Cultura del Comune di Sassari avvia iniziative per il riconoscimento del sassarese come lingua minoritaria in base alla legge 482. Tabarchino: in parlamento sono depositati almeno tre disegni di legge per suo il riconoscimento come lingua minoritaria, e la stampa cagliaritana riporta periodicamente le lamentele dell’opinione pubblica locale, molto sensibile al tema della tutela della propria varietà (vedi “Archivio” dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna). Dulcis in fundo, un deputato algherese ha presentato infine, nel 2007, un disegno di legge (n. 1794) per “Disposizioni a favore della tutela e dell’uso della lingua sarda, della lingua catalana di Alghero, del tabarchino delle isole del Sulcis, nonché dei dialetti sassarese e gallurese”. Saranno tutti nemici della lingua sarda al soldo dei colonialisti italiani, o invece esiste davvero un malessere diffuso, di cui il “movimento linguistico” sardo non si è mai accorto, e che l’università di Sassari ha saputo invece cogliere con discreta attenzione e sensibilità? Il disegno di legge del 2007, oltrettutto mi pare indicativo fin dall’intitolazione: qui non si tratta di far guerra al sardo, ma di riconoscere prerogative e diritti che una Regione alquanto distratta, a quanto pare, non si è data molta pena di assicurare, accettando passivamente che la legislazione nazionale discrimini una parte dei suoi cittadini.

  • Michele Pinna

    A dolu mannu sa chistione est cumplicada meda. Sa chistione de sa limba, est beru, no est solu una chistione limbistica. Cando nd’essit a campu nd’essint ateras chistiones chi sunt politicas, economicas, chistiones de bilantziu (chistiones de dinari comente narat calecunu) culturales, chistiones de abitudines, de fissios, de mentalidade e chistiones de cussentzia. Oe sa Sardigna, ma non solis, dia narrer su mundu intreu, est atraessende una crise manna chi nos ponet dimandas e bisonzos de contivizare comente depimus istare intro su mundu de oe.
    Pro nois sardos chi amus semper postu una chistione politica de ispetzialidade, de autonomia, de soberania, de indipendentzia, ca nos semus cussiderados unu populu, una natzione (finas si apartenimus a un istadu naschidu e fraigadu chena chi sos sardos si nd’esserent abizados) sa chistione de sa limba est sa chistione chi prus de onzi atera cosa, nos daet su marcu e sos sinnos de totu su chi semus: in su bonu e in su male.
    Pro nois, duncas, sa chistione de sa limba est una chistione chi nos tocat in sas intragnas, e in sos sentidos prus fungudos de totu su chi semus e finas de su chi non semus.
    Podimus atzetare tando o podimus sighire a creer chi sa chistione potat esser guvernada a manchispresiu, brighende unu chin s’ateru, o fatende a manera chi calecunu nde potat bogare profetos a gastos e a palas de calecunateru? Deo penso chi no.
    S’Universidade avantzat titulos prus de atere? Sos titulos si depent dimustrare e cun una limba bia su primu titulu e su de l’ischire manigiare.
    Carchi professore universitariu sardu, pro motivos chi totu ischimus, su sardu, finas si nd’istudiat sa raighinas, no l’ischit ne faeddare ne iscriere. Ma custa diat esser sa cosa de prus pagu importu. Sa cosa mala est chi si ponet comente inimigu de sos chi ant cumpetentzia, pro costoire sas debilesas suas. Sos professores de sas universidades de s’Istadu italianu sun pagados, est beru, pro faagher su chi s’Istadu lis rechedit e lu faghent, penso, finas bene. Mi dimando proite non tenent rispetu de issos matessi e faghent su chi ischint fagher. Sa Regione sarda at dimandadu a s’Universidade sarda de faghere unu servitziu. Proite galu non l’at fatu perdende tres annos e forsis, si sas cosas sighint goi, perdendende ateros tres? Ma si podet cundividire custa linia? Tando, sas cosas tocat de las lassare faghere a chie las ischit faghere e a chie las faghet in sos tempos zustos. De ite cherimus chistionare? Totu su chi b’est iscritu in su documentu de s’Universidade de Tatari (zustu o irballiadu pagu m’interessat) si depiat narrere a tempus sou in s’osservatoriu a mediu de su rapresentante sou. Si nono sa regione, prima de fagher ateru, mandet un’ispetzione a bider comente sunt istados ispesos sos dinaris chi l’at dadu in sos annos colados. Gai, a su mancu, cando si chistionat si chistionat de totu o nono?

  • Franca Maria

    Io avrei un’idea. Vedo che quando qualcuno fa un discorso concreto, struttura un ragionamento, subito qualche altro gli dice che vuole guadagnarci qualcosa, che ha qualcosa da chiedere ecc., insomma si fa casino. Allora chiedo all’On. Maninchedda: è possibile fare un’interrogazione per sapere come in questi anni il servizio lingua sarda della RAS ha speso i fondi? Chi come privato è stato pagato e quanto, per consulenza, progetti, lezioni, presentazioni ecc.? E quali istituzioni, enti pubblici o privati hanno ricevuto contributi?
    Fatto questo si potrà sapere se qualcuno di quelli che protestano lo fa in modo direttamente proporzionale ai contributi ricevuti, o se è disinteressato, se quello della lingua sarda è un business o un affare serio.

  • Documentu beni arrexonau e de importu.

  • Marinella Lorinczi

    Com’è evidente, il documento dell’Università di Sassari, come pure quello precedente dell’Acadèmia, indicano, quanto meno, che ci sono problemi intorno al piano triennale attuale. Ce n’erano anche col precedente (2008-2010), ma forse per il cambio di governo non c’è stata più la possibilità di discuterne. Tuttavia è viva in me l’impressione generale che mi aveva procurato: non sarebbe bastata un vita per realizzare tutti quei progetti, altro che tre anni. Ma torniamo all’attuale. Non so niente di Osservatorio (dove ne sono i verbali?), non so chi è il rappresentante per Cagliari università, eppure dovrei saperlo, lavorando in quest’università e non su Marte; ma dovrei saperlo non perché potrei andare ad informarmi (dove?), ma perché il rappresentante di Cagliari forse avrebbe potuto coinvolgere, o per lo meno informare, i colleghi che si occupano di sardo. Che cosa e chi rappresenta il rappresentante di Cagliari? Non sarebbe il caso che ora si esprimesse pubblicamente su come si è arrivati nell’Osservatorio all’approvazione del piano triennale attuale e che ipotesi si sono fatte in quella sede sulla possibilità di insegnare dignitosamente in sardo nell’ambito di corsi universitari? Al 50%? Ma dove vivono, anche scientificamente? Non sanno che l’avvio di questo processo – revitalizzazione di una lingua minoritaria anche come veicolo scolastico- è tra i più difficili e delicati e rischiosi anche in termini di rigetto o di fallimenti? Infatti, a mio avviso, si sarebbe dovuto iniziare con pochi corsi sperimentali in qualche scuola dotata di insegnanti già esperti (ce ne sono) e lasciare all’università il compito principale di monitorare la fase pionieristica, in termini teoretici e metodologici; per poi valutarne gli esiti e il successo. Poi da lì si poteva allargare ad altri.
    Un’altro aspetto che emerge è che non viene affrontata la questione di che cosa significa, nel caso concreto, competenza linguistica e sua certificazione.
    La promozione della LSC (varietà semi-artificiale ampiamente criticata su vari piani) a lingua standard, implicitamente attraverso il testo di questo piano triennale, dunque per decreto, è una mossa della massima scorrettezza, sul piano civile politico e culturale. Chi ne è responsabile e che rilievo culturale ha nella comunità dei Sardi, parlino essi sardo, italiano, tabarchino, algherese, gallurese od ostrogoto? Assomiglia molto al tentativo di infilare sottobanco degli articoli chiamati volgarmente salva-Berlusconi nel testo della manovra finanziaria, nella speranza che nessuno se ne accorga, e poi si palleggiavano la responsabilità. Bene, ce ne siamo accorti. Il testo va riveduto.
    Le critiche degli altri le avete lette.
    Un’ultima domanda. Perché viene snobbato il caso corso (sociolinguistica corsa, polinomia, Jean-Baptiste Marcellesi, significano qualcosa per qualcuno alla Regione e dintorni?)

  • La sensazione è quella di trovarsi di fronte un drappello non numeroso di persone che lottano apparentemente disunite ed invece sono fortemente incollate da una stessa idea: FARE SOLDI! La lingua solo una vacca da mungere.
    Non è un bel vedere e non si può rimanere passivi.

  • Michele Podda

    Potrebbero esserci anche altri aspetti, che l’ottimo intervento dei Docenti sassaresi avrebbe potuto prendere in considerazione, e che probabilmente ha per il momento tralasciato per evitare una eccessiva frammentazione e dispersività delle osservazioni.
    Fermo restando che esse sono comunque estremamente misurate e attente, e sempre giustificate con riferimenti precisi, dunque nel complesso assolutamente condivisibili, osservo almeno due questioni sulle quali permangono (ma è del tutto normale) seri dubbi:

    1. Al punto 3) della prima parte (osservazioni) emerge ancora una volta l’uguale livello di trattamento per il gallurese (con sassarese e maddalenino) e per le altre due varietà alloglotte, algherese e tabarchino. Ciò, è vero, è sancito da norme ormai acquisite (Carta europea, L. 482); tuttavia ritengo si debba distinguere fra gallurese e sassarese, che sono comunque varietà della lingua sarda, nonostante la maggiore differenziazione dal sardo e la vicinanza per contro al corso e al toscano; e l’algherese e tabarchino, varietà sicuramente non legate in alcun modo alla lingua sarda, se non forse per ridotti effetti di superstrato (oltre al fatto che sono localizzate in Sardegna, come altre lo sono).

    2. Alla conclusione è denunciato il silenzio, certamente grave, di quasi tutti gli uomini politici responsabili. Io aggiungerei anche gli stessi Docenti universitari (Cagliari e Sassari), che sicuramente si sono mossi poco e in ritardo; e i tanti intellettuali di rango, che spesso (non tutti, certo) hanno in gran parte taciuto o sono stati persino conniventi.

    Ora però la piega sembra destinata a sortire effetti concreti: si cherimus acontzu, carchi isconzu tocat chi b’apat! Senza “caccia alle streghe”, ma con fermezza e decisione; e col contributo di tanti, anche “dal basso”, come dicono i sassaresi.

  • Mario Carboni

    L’università di Sassari ha fatto in modo che venisse pubblicato un suo documento inviato alla Commissione cultura del Consiglio regionale che illustra le proprie posizioni contrarie all’insegnamento del sardo e delle lingue alloglotte in queste lingue e la sua preferenza per il loro insegnamento in italiano.
    Le posizioni espresse nel documento dell’Università di Sassari, lo dico con rammarico e sconcerto, è un sintomo della crisi dell’Università, della sua lontananza dagli interessi e aspirazioni del popolo sardo e di una arroganza baronale che valutate politicamente contribuiscono ancora all’assimilazione in italiano dei sardi e a un disegno colonialista che li vorrebbe relegati in una riserva indiana dove la lingua propria della Sardegna sia al massimo un subalterno e folclorico residuo di un passato che va a morire.
    Nella scelta polemica e che ha pochissimo di scientifico e molto di politico, si usano i metodi della  propaganda e disinformazione per nascondere i veri intenti e depistare il dibattito verso mulini a vento appositamente costruiti ad arte.
    Il documento furbescamente si riferisce al piano triennale 2011-2013, ( in applicazione della legge regionale 26 ) appena approvato e glissa sul precedente 2008-2010 che è invece operativo e finanziato con ben 750.00 euro per l’Università di Sassari.
    Il fatto è che l’Università di Sassari vuole spendere questi denari per insegnare il sardo e le lingue alloglotte in italiano e non in queste lingue per almeno il 50% come richiesto appunto dal Piano triennale.
    Comunque anche le affermazioni rispetto al nuovo piano triennale vanno lette successivamente e attentamente per una corretta e completa analisi e valutando i pro e i contro..
    Focalizzata la vera questione, o almeno la più attuale e urgente pena la perdita dei finanziamenti e un blocco della formazione degli insegnanti in lingua sarda, vorrei inizialmente far rilevare che l’Università di Sassari ha designato nell’Osservatorio della cultura e lingua sarda come proprio rappresentante il Prof. Angelo Castellaccio.
    Nell’Osservatorio il Piano triennale è stato approvato all’unanimità.
    Durante i mesi che hanno preceduto l’approvazione del Piano, oltre alle discussioni interne all’Osservatorio, sono state richieste osservazioni e proposte anche alle Università di Sassari e Cagliari.
    Quelle di Cagliari sono state tutte accolte così come altre, mentre Sassari non ha inviato nulla.
    La questione però è anche un altra (dimenticata ad arte nel documento di UniSS) e di sostanza, ma ben evocata appunto in un ‘intervento precedente della Professoressa Mongiu sul blog Sardegna Democratica, cioè l’applicazione del precedente Piano triennale 2008-2010 e l’uso dei fondi relativi.
    È troppo facile fare il salto della quaglia parlando del domani per far dimenticare i problemi concreti di oggi e passare oltre alla questione.
    Si tratta in sostanza del rifiuto dell’Università di Sassari ed in particolare del Rettore Prof. Attilio Mastino, del Preside della Facoltà di Lettere Prof. Aldo Maria Morace e dei Professori Giovanni Lupinu, Dino Manca, Carlo Schirru, Fiorenzo Toso per la Commissione di Ateneo sulla Lingua Sarda, di utilizzare il sardo veicolare .
    Vogliono cioè utilizzare solo l’italiano nei loro insegnamenti.
    Questa è la sostanza del contendere, posizione contraria a come appunto è previsto per le due Università nel Piano triennale 2008-2010 .
    Basta leggerlo e non citarlo per sentito dire :
    “ -22.3 Progetto obiettivo 3.3- Finanziamento all’Università di Sassari e Cagliari per l’espletamento dei corsi universitari “
    dotato di ben 500.000 euro regionali per ogni anno di applicazione, che pure è  abbondantemente scaduto nei termini utili per la proposta tanto che è stato recentemente approvato il successivo.
    In particolare nella bozza di progetto dell’Università di Sassari e in vari documenti ufficiali e esternazioni pubbliche, si contesta il Piano triennale 2008-2010 quando indica:
    ” E’ auspicabile che gli insegnanti vengano formati all’utilizzo di metodologie didattiche innovative e non ancora sperimentate per l’apprendimento della lingua sarda, ma già consolidare per l’apprendimento delle lingue locali tout-court delle lingue minoritarie in particolare; ad esempio il CLIL-Content and language Integrated Learning, una metodologia didattica che prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua veicolare: i contenuti e gli argomenti sono trattati esclusivamente nella lingua da apprendere, un metodo che implica la costruzione di competenza linguistica e comunicativa contestualmente allo sviluppo ed acquisizione di conoscenze ed abilità disciplinari.
    Il 50% almeno delle ore d’insegnamento dovrà essere impartito con l’uso esclusivo della lingua a livello veicolare.
    Gli insegnanti potranno essere affiancati nelle scuole individuate come pilota con lo strumento operativo del laboratorio didattico in orario curricolare .”
    e ancora di seguito :
    ” A tal fine le due Università sarde, o gli organismi alle quali si appoggiano, presenteranno all’Assessorato entro il 30.11.2008 ed entro il 31 gennaio per i due anni successivi un programma di formazione e aggiornamento per insegnanti, in cui almeno il 50% degli insegnamenti siano impartiti in lingua sarda veicolare…”
    Questo piano triennale è stato approvato nel Luglio 2008 e anche allora con l’assenso del rappresentante dell’Università di Sassari Prof. Angelo Castellaccio.
    Divenne operativo nel novembre 2008 e presentato a dicembre alla Conferenza annuale sulla Lingua sarda prevista dalla legge 26, alla quale non partecipò l’Università di Sassari né dette segnali di dissenso alcuno.
    Pur conoscendo il Piano triennale le università di Sassari e Cagliari non presentarono nessun progetto e solo successivamente alle  sollecitazione dell’Assessorato,  intorno alle fine del 2009- inizio 2010, presentarono una loro bozza di progetto.
    È da notare una differenza inquietante fra il progetto sassarese e quello cagliaritano.
    Nel progetto dell’Università di Cagliari, chiaro nelle linee guida e nell’articolazione progettuale, si afferma:
    “ I corsi prevedono lezioni frontali e laboratori pratici nelle scuole, da tenersi nella sede universitaria di Cagliari e in sedi locali delle Province di Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano e Oristano.
    Gli insegnamenti verranno tenuti da docenti universitari e da docenti esterni di elevata professionalità metodologica, didattica e disciplinare relativamente ai campi di interesse per la trasmissione di competenze linguistiche in lingua sarda, compreso l’uso veicolare della stessa. In particolare almeno il 50% delle ore di insegnamento verrà impartito in lingua sarda.
    Per questo motivo il reclutamento dei docenti esterni avverrà attraverso appositi bandi di selezione…”
    Nel progetto, o meglio bozza di progetto incompleta, di Sassari non c’è nessun accenno all’uso veicolare della lingua sarda e tanto meno all’uso della lingua sarda almeno nel 50% delle lezioni frontali per insegnare le materie previste nei corsi, come indicato nel piano triennale 2008-2010 e accettato tranquillamente e programmato dall’Università di Cagliari.
    Ad una osservazione in merito dell’Assessorato, l’Università di Sassari ha prodotto documenti nei quali contesta tardivamente il Piano triennale in varie maniere e sopratutto in linea di principio la giustezza e la necessità dell’insegnamento del sardo in sardo e non solo nel 50% delle lezioni frontali
    In sostanza l’Università di Sassari vuole insegnare il sardo in italiano.
    Ciò è profondamente sbagliato ed è questo l’argomento del contendere.
    Per chiarire meglio, quando si parla di sardo, come ben si può verificare sia nella legge 26 che nel piano triennale, s’intende la Lingua sarda nella maggior parte delle comunità e il Gallurese, Catalano, Sassarese e Tabarchino nelle aree nelle quali sono radicati questi dialetti come appunto definiti e tutelati nella legge 26.
    È evidente che se l’Università di Cagliari e anche quella di Sassari, come è giusto e doveroso che sia, nella loro programmazione prevederanno dei corsi ad esempio a Carloforte o a Tempio (o con insegnanti che ivi operano) dovranno utilizzare il 50% del Tabarchino veicolare e del Gallurese veicolare oppure del Sassarese veicolare a Sassari o Catalano veicolare ad Alghero e in forma mista in casi particolari.
    Per essere più chiari dovranno insegnare in Sardo, Gallurese, Sassarese , Tabarchino e Catalano per almeno il 50% delle ore programmate frontalmente e in tutte le materie previste, culturali, economiche e altro e non in italiano, compresi i sussidi didattici da produrre.
    Per confondere le idee, questi pochi professori sassaresi, chiamiamoli così, per non confonderli con tutti i cittadini di Sassari e con l’intero corpo docente dell’Università di Sassari ai quali va tutto il rispetto e la stima, hanno innescato una polemica pretestuosa che va dalla LSC ( non richiesta a loro da nessuno e in nessuna maniera per programmare i corsi) al tentativo di contrapporre le lingue alloglotte alla lingua sarda, tentando di dividere il movimento linguistico e le comunità innescando fenomeni di reazione subnazionalistiche, quasi evocando l’oppressione del sardo verso gli altri dialetti o lingue alloglotte.
    Questo atteggiamento e veramente censurabile e teso a promuovere solo la lingua italiana ( già ben promossa e utilizzata da tutti ), il suo standard unico e cercare di affossare ogni tentativo di usi pubblico, scolastico e ufficiale del sardo e delle lingue alloglotte.
    Certe affermazioni, certificate dai documenti e anche dal dibattito dei fautori del centralismo linguistico anti sardo sono certo legittime in democrazia ma appaiono francamente insostenibili e replay di quelle che negli anni ’70 venivano espresse, ma in seguito sconfitte dal movimento per l’identità linguistica, contro la lingua sarda, negandone fin l’esistenza stessa e il diritto al bilinguismo sardo italiano e all’analoga tutela delle alloglotte.
    Quelle posizioni ben ascrivibili a una precisa e variegata area politica anti sarda e anti autonomista, risvegliatasi da un sonno decennale ma sempre centralista,  vennero appunto allora sconfitte, fu approvata la legge regionale 26 a tutela del sardo e delle alloglotte e in seguito su impulso della legge d’iniziativa popolare anche nel Parlamento fu varata la 482 del ’99 ( positiva per il riconoscimento costituzionale della lingua sarda ma incompleta e contestata già allora per l’esclusione delle alloglotte dal movimento linguistico nel silenzio tombale dell’Università di Sassari.)
    Oggi la stessa area politica e culturale anti sardo, in nuove vesti ha innescato una nuova campagna contro il bilinguismo che inizia contestando e opponendosi all’uso veicolare del sardo e delle lingue alloglotte nella formazione degli insegnanti che dovranno insegnare il sardo e le alloglotte nella scuola.
    In ciò non c’è nulla di nuovo, scientifico e nobile, ma è chiaramente una vecchia posizione politica mascherata con un latinorum pseudoscientifico e di retroguardia centralista.
    In sostanza vorrebbero spendere i soldi pubblici come meglio credono e senza insegnare il sardo e le alloglotte in queste lingue ma in italiano, perseverando col vecchio metodo delle lingue tagliate, evidenziando una linea in contraddizione con le migliori pratiche europee che non fa certo onore all’Università di Sassari.
    Il fatto è che il piano 2008-2010 opportunamente ha cercato di correggere la maniera, che è solo un eufemistico definire discutibile, con la quale i fondi della legge 26 sono stati spesi precedentemente al primo Piano triennale e che forse si dovrebbe opportunamente mettere di nuovo a fuoco.
    È chiaro che ciò è ingiustificabile ed inaccettabile.
    Se accadesse che il sardo venisse insegnato oggi con fondi pubblici frontalmente in italiano tutta l’Europa ne riderebbe.
    Vorrei osservare per concludere, che le mie riflessioni sono solo politiche e di politica linguistica, lasciando agli scienziati nell’Università, meritori ma pochi in verità, a difesa della nostra lingua madre e propria della Nazione sarda e delle alloglotte e ai cultori di linguistica che nei decenni hanno supplito all’assenza e all’ostilità di buona parte delle Università sarde verso il sardo e le alloglotte, il campo che è tutto loro.
    Vorrei anche sottolineare che il movimento linguistico sardo, che iniziò con la proposta di legge sul bilinguismo nel 1978, è sempre stato bipartisan, cioè trasversale agli schieramenti politici e di stimolo a questi in quanto la lingua sarda interessa tutto il popolo sardo e matrice non esclusivamente d’identità nazionale ma base per ogni progetto politico in avanti di superamento dell’Autonomia vigente, per un nuovo Statuto di sovranità, il rinnovamento della classe dirigente e per il rilancio dell’economia e dei diritti civili e per emanciparci tutti dal colonialismo economico e culturale.
    Ne è dimostrazione il fatto che il piano Triennale 2008-2010 che l”Università di Sassari non vuole pervicacemente applicare è stato approvato dalla Giunta Soru, mentre l’attuale è stato approvato dalla Giunta Cappellacci in perfetta continuità e coerenza con gli obiettivi del movimento linguistico sardo e sopratutto del buon senso.
    Questa sottolineatura non vuol certo fare di tutta l’erba un fascio, dato che ogni schieramento che aspira a governare o governa sarà giudicato dagli elettori da come i principi generali anche nel campo linguistico sono particolarmente, diversamente e incisivamente  rivendicati e applicati.
    In fondo la questione linguistica sarda è un fattore determinante di concorrenzialità fra le parti politiche e lo sarà sempre più in futuro nel caratterizzare i programmi, la comunicazione e la prassi nazionalista sarda, riformista, socialista come liberale e liberista.
    Le posizioni espresse nel documento dell’Università di Sassari, valutate politicamente contribuiscono invece all’assimilazione in italiano dei sardi e a un disegno colonialista che li vorrebbe relegati in una riserva indiana dove la lingua propria della Sardegna sia al massimo un subalterno e folclorico residuo di un passato che va a morire, appunto ad iniziare nella scuola.
    Da ciò un invito per oggi e domani all’insieme del Consiglio regionale ad opporsi a queste manovre reazionarie, conservatrici che vorrebbero far fare passi indietro piuttosto che in avanti al movimento linguistico sardo proprio oggi che è più viva la spinta affinché la lingua sarda e le alloglotte vengano introdotta nelle scuole a partire dalle scuole materne e nelle particolarità di ogni comunità approdando a sintesi standard quando sarà possibile, utile e condiviso.
    Sopratutto, va un sollecito affinché il Consiglio e le forze politiche operino senza farsi trascinare in polemiche e risse, come vorrebbe chi, forse non sapendolo fare, non vuole insegnare il sardo in sardo, e impedire che il sardo curricolare entri nelle nostre scuole.
    Infine un invito ai militanti e ai Consiglieri regionali che credono nel bilinguismo affinché spingano le forze politiche e i gruppi consiliari in modo che siano poste nei bilanci regionali a partire dal prossimo bilancio le risorse necessarie perchè il piano triennale 2010-2011 sia veramente operativo e valutato come uno dei principali fattori di sviluppo e occupazione perchè, come ben si sa, con i fichi secchi non si canta Messa.

    Mario Carboni

    11 luglio 2011

Invia un commento