Le distorsioni del federalismo fiscale

27 settembre 2010 06:520 commentiViews: 6

034di Pino Usai
Università degli studi di Cagliari

1. La pratica della strumentalizzazione di valori e concetti
I valori che si perseguono nella realtà politica e sociale non possono non essere correlati alle caratteristiche del contesto socio-economico al quale si riferiscono e sono necessariamente influenzati dagli specifici interessi e bisogni dei soggetti umani che li manifestano. Questa circostanza non giustifica il “relativismo” di comodo o, acritico, ma ricorda che anche l’assolutismo astratto delle scelte politiche e socio-economiche non è accettabile ancorché talvolta venga affermato.
Analoga considerazione vale per il linguaggio utilizzato nelle relazioni politiche e sociali, ossia per l’insieme dei concetti per il tramite dei quali si identificano i contenu-ti dei programmi e dell’azione politica e sociale.
E’ vero che, non di rado, si verifica la tendenza alla strumentalizzazione di valori e concetti e questa è tanto più frequente quanto maggiore è l’inaccettabilità generale degli obiettivi perseguiti.
La strumentalizzazione di valori e concetti condivisi consente infatti di ottenere l’acquiescenza delle tante persone che accettano l’ipotesi più o meno inconsapevol-mente, soprattutto se non risultano palesi le reali intenzioni dei proponenti.
Evidentemente l’indicata circostanza si verifica in quanto si confida sull’inconsapevolezza o sulla distrazione dell’interlocutore e, in generale, sulle defi-cienze della politica, cioè sul suo “rifiuto” o, almeno, sulla disaffezione da essa da par-te degli elettori generalmente considerati.
La pratica su citata si basa sul disprezzo dell’opinione pubblica ed è realizzata da chi, a ben vedere, non ha scrupoli morali nel perseguimento delle proprie finalità e, in definitiva, utilizza la disonestà e le furbizie, pur di soddisfare le proprie esigenze, giuste o sbagliate che siano.
E’ possibile effettuare una verifica empirica delle precedenti constatazioni consi-derando ciò che si sta verificando nella realtà politica italiana a proposito del cosiddet-to “federalismo fiscale” il quale, tra l’altro, inopinatamente, viene identificato da taluni con “il federalismo” tout court.
Questo breve testo ha l’obiettivo di contribuire a evidenziare la gravità delle di-storsioni che nell’attuale realtà politica e sociale avvengono in Italia e, in tale ambito, tentare di realizzare una sorta di verifica empirica delle distorsioni praticate in tema di federalismo.

2. Le basi essenziali della teoria del federalismo
La teoria del federalismo ha un’esistenza plurisecolare e, ovviamente, contiene delle basi identificative incontrovertibili.
La prima di tali basi deriva dalla stessa analisi etimologica della parola federali-smo.
La radice di tale termine (feder) deriva del latino “foedus”, che si traduce in ita-liano col vocabolo patto. Il federalismo, pertanto, è prima di tutto un patto che le parti in causa, cioè esseri umani caratterizzati dall’appartenenza a etnie diverse o, più in generale, a differenti sfere culturali, politiche, socio-economiche o di altro genere, sti-pulano o realizzano per evitare che eventuali controversie debbano “regolarsi” per il tramite di guerre o, comunque, di violenze.
Evidentemente il patto di cui trattasi implica il libero esercizio delle volontà delle parti e non sopraffazioni o costrizioni in genere. Ed è pure evidente che le stesse parti abbiano consapevolezza puntuale dei rispettivi “interessi” e della natura dell’accordo che si deve realizzare.
Tutto ciò implica, altresì, la pari dignità reciprocamente riconosciuta ai contra-enti.
Come si nota, la teoria del federalismo ha contenuti sostanziali ben precisi e, ov-viamente, si ispira a un’etica caratterizzata dal riconoscimento – come notato – della pari dignità e in più alla volontà di considerare l’altra parte con spirito essenzialmente solidaristico.
E’ indispensabile comprendere (e pertanto sia consentita la presente sottolinea-tura) che il federalismo contiene molteplici aspetti e, che pertanto, è incongruo ridurre tale teoria politica a un solo aspetto, ancorché fosse il più importante.
E’ altresì da sottolineare che il federalismo implica l’esistenza di un contesto po-litico istituzionale congruamente articolato in senso orizzontale e in senso verticale.
L’articolazione orizzontale concerne la divisione del potere politico-istituzionale nelle tre ramificazioni del potere, parlamentare, del potere di governo e del potere giu-diziario: tali poteri devono essere non solo distinti e autonomi ma pure reciprocamente riconosciuti come detentori delle rispettiva competenze a titolo esaustivo.
La divisione verticale del potere implica l’esistenza di sfere di competenza alle quali partecipano tutti gli interessati e di sfere di competenza specifiche per le diverse aggregazioni che compongono la complessiva entità politico-istituzionale. Ed è del tut-to ovvio che l’esercizio di questi specifici poteri possa essere completamente e libera-mente esercitato da ognuna delle parti che, appunto, deve essere dotata dei mezzi per l’esercizio stesso.
Se ci si interroga sull’eventuale esistenza del federalismo in Italia, ovvero sulle anticipazioni conosciute del “percorso” che si intende realizzare per attivare il federali-smo o, se si vuole, il federalismo fiscale, si constata facilmente l’assoluta divergenza tra il modello emergente dalla teoria del federalismo e il modello perseguito dalla Lega padana.
Questa constatazione è particolarmente vera se ci si riferisce alle pretese e alle enunciazioni di quella parte della realtà politica italiana che proclama il proprio volere di fautrice del federalismo, ciò la Lega padana: non si trovano solo divergenze e con-trasti, bensì modelli e ipotesi incompatibili.
Forse la principale incompatibilità deriva proprio dal fatto che, come è scritto nell’articolo 5 della Costituzione “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e pro-muove le autonomie locali” e il federalismo richiede ben altro oltre a un articolazione in autonomie locali, cioè in Regioni, Province e Comuni. Ciò che risulta veramente contraddittorio è la proclamata unitarietà che nel federalismo si realizza e si interpreta in relazione al modello citato in precedenza e non semplicemente in relazione a decen-tramenti di potere: nel federalismo, infatti, è essenziale che l’autonomia del potere del-le singole parti (per le sfere di propria competenza) sia originariamente autonomo e non autonomo per delega o per decentramento.

3. La mancanza degli elementi essenziali del federalismo nella proposta della Lega padana
Non occorrono molte precisazioni e analisi puntuali per dimostrare che il fede-ralismo attualmente urlato in Italia è, nella migliore delle ipotesi, un pseudo federali-smo o, meglio, una parodia fuorviante e menzognera del federalismo traibile dalla con-solidata teoria del federalismo sintetizzata nel punto precedente. La dimostrazione del-la incomparabilità si può trarre facilmente dal confronto tra gli elementi essenziali di tale teoria e gli elementi essenziali proposti dalla Lega padana.
Per rendere molto semplice il confronto, si ribadisce che gli elementi essenziali del federalismo sono, per definizione, i seguenti:
a) un patto (o accordo esplicito);
b) le parti in causa che stipulano tale patto;
c) l’articolazione verticale e puntuale dei poteri;
d) la volontà di dirimere le controversie in sede giuridica e politica e non con l’usurpazione e la prevaricazione.
Orbene, nella proposta urlata dalla Lega padana, gli elementi di cui alle lettere a) e b) sono trascurati in modo totale. L’elemento di cui alla lettera c) (articolazione ver-ticale dei poteri) viene affermato solo genericamente e non per il tramite di una con-grua proposta di un definito e puntuale sistema di prerogative e di responsabilità dei livelli politico istituzionali (Stato, Regioni, Province, Comuni).
Quanto notato alla lettera d) è continuamente contraddetto e talvolta pure ne-gato esplicitamente da taluni dei sedicenti federalisti della Lega padana.
Ciò che invece viene affermato con continuità da tali sedicenti federalisti è la minaccia di secessione della cosiddetta Padania dall’Italia e, ancora più spesso, la ten-denza a forme e modalità di “riordino” politico-istituzionale dell’Italia basate sul federa-lismo e sulla netta distinzione dei poteri d’intervento sull’economia.
E’ evidente che, in mancanza degli elementi su citati, ciò che la Lega padana prospetta, non può essere in alcun modo ricondotto alla teoria del federalismo e per-tanto l’evocazione continua del federalismo da parte della Lega padana costituisce una finzione strumentale.
In definitiva, su questo argomento si può affermare con decisione e sincerità che le proposte della Lega padana non risultano conformi ai postulati fondamentali della teoria del federalismo. A conferma di questa constatazione c’è pure il fatto che l’ideologo del federalismo da cui la Lega padana si è ispirata inizialmente (il Prof. Mi-glio) è stato platealmente espulso dalla Lega stessa, o meglio da Umberto Bossi e dai suoi seguaci, diventati interpreti prima improbabili (per cultura e consapevolezza) e poi fallaci del sedicente federalismo padano.

4. Le principali richieste esplicite
Le proposte di modificazioni istituzionali e politiche che i sedicenti federalisti della Lega padana presentano esplicitamente, non sono numerose e sono ambigue: tra l’altro sono state modificate, almeno in parte, lungo i tempi in cui si è realizzato il loro impegno politico (gli ultimi 3 decenni). Essi preferiscono perseguire le loro finalità in modo surrettizio!.
La richiesta maggiormente ribadita è, in effetti, quella del decentramento cioè dell’attribuzione di competenze dello Stato alle istituzioni locali (Regioni, Province, Co-muni). Più esattamente si è ripetuta con continuità la richiesta che si realizzi un de-centramento progressivo di poteri, da effettuare – stante la natura costituzionale dello Stato italiano – previa formale delega dello Stato.
Si tratta di una richiesta, peraltro soddisfatta sempre più, che non ha natura federalista, ed in effetti – come si ripete – il sistema istituzionale, risultante dall’approvazione della carta costituzionale repubblicana, non ha subito alcuna modi-ficazione per effetto della soddisfazione di tali richieste.
In alcuni casi le indicate richieste si sono basate sull’esigenza di evitare il cen-tralismo e talvolta sono state “rinforzate” per il tramite di slogan disinvolti, quale quello di “Roma ladrona”.
Negli anni più recenti si è molto insistito pure sull’esigenza di trasferire dallo Stato ai poteri locali alcuni impegni di spesa, con la giustificazione della necessità di ridurre l’enorme debito pubblico e il deficit annuale del bilancio statale.
L’evidente risultato di tali decisioni è stato una drastica riduzione dei “servizi pubblici” in quanto all’aumento delle competenze non ha corrisposto un aumento delle risorse finanziarie disponibili.
Anche l’ultima richiesta presentata finora dalla Lega padana si caratterizza per essere molto attraente, in apparenza, e molto negativa nella sostanza: ci si riferisce alla richiesta di stabilire precisi limiti di spesa per gli impegni delle comunità locali, cioè di imporre un insieme di costi standard per le attività di competenza. In altri termini, si pretende di fissare il dato di costo sostenibile e finanziabile per la realizzazione degli impegni, nel presupposto di poter eliminare o ridurre gli sprechi e le inefficienze che, secondo i proponenti, si verificherebbero esclusivamente o precipuamente nel meridio-ne.
Tale proposta si basa evidentemente sul presupposto che le condizioni in cui operano le molteplici comunità locali italiane siano tendenzialmente uguali, se non lo fossero, sarebbero… “cavoli” delle comunità meridionali, grandi o piccole che siano, gravate o meno dalle penalizzazioni dell’insularità, con grande o esigua densità demo-grafica, dotate o non dotate di sufficienti infrastrutture e di servizi pubblici.
E la solidarietà? Roba da illusi!
Comunque l’argomento merita un’analisi più approfondita che viene svolta nel paragrafo successivo.
Qui si nota che tutto ciò viene presentato per la realizzazione del cosiddetto fe-deralismo fiscale, ma è ben difficile ammettere che abbia attinenza con la teoria del fe-deralismo o, più banalmente, con l’ordinamento fiscale. Ciò che risulta evidente è che per il tramite dei cosiddetti costi standard si procede alla riduzione generalizzata delle erogazioni finanziarie statali alle comunità locali.

5. Gli obiettivi effettivi e quelli proclamati
Le finalità che la Lega padana ha perseguito e persegue sono ovviamente mol-teplici anche perché non possono che riferirsi ai vari decenni della sua esistenza e alle diverse culture, consapevolezze e interessi dei leader che ha avuto nel tempo. Ed è pur vero che gli obiettivi effettivamente perseguiti non sono necessariamente coincidenti con quelli enunciati o, almeno, con quelli desumibili in modo inequivocabile dall’azione svolta.
Per questi motivi, gli obiettivi effettivi della Lega nord possono essere solo in parte evidenziati da chi analizza le vicende storiche e ciò comunque a prescindere dalle limitazioni o incapacità dell’analista.
Il più importante obiettivo proclamato è, sotto molti aspetti, e comunque a pri-ma vista condivisibile: si tratta del decentramento. Tuttavia è subito da precisare che nella teoria del federalismo la divisione dei poteri è originaria, nel senso che i poteri ri-sultano divisi tra i vari livelli istituzionali (Stato, Regione, Province, Comuni) ab origi-ne, e ciascun livello di tali poteri, poi, può essere esercitato in modo accentrato o de-centrato.
Nel caso dell’attualità politica italiana è abbondantemente praticata la delega dei poteri, ciò il trasferimento delle incombenze e dell’azione agli Enti locali, ai quali ta-li poteri vengono delegati e, pertanto, possono essere riassunti dall’autorità governativa a suo piacimento. In tal modo anche il decentramento praticato dalla Lega, merita ido-neo approfondimento e molte precisazioni: così come viene realizzato ora è semplice-mente inaccettabile.
E’ comunque intuibile che la Lega padana, quale entità di natura politica e so-ciale, abbia avuto e abbia innanzitutto finalità di acquisizione del potere politico e so-ciale: mentre nel passato più o meno recente ha limitato la tendenza al potere nell’area nord dell’Italia e soprattutto nella Regione Lombardia, attualmente è fortemente pre-sente nel Governo e nel parlamento italiano dove di fatto assume una posizione premi-nente, purtroppo, e pure arrogante e prevaricante.
In effetti, è impossibile non riconoscere che, conseguendo l’attuale posizione di potere in Italia, la Lega padana si trovi nella condizione ottimale per ottenere i risultati voluti sul piano politico e sociale, ancorché possa trattarsi, e in taluni casi si tratti, di risultati ingiusti e ingiustificati rispetto agli interessi dell’Italia complessivamente con-siderata e, in particolare, rispetto agli interessi degli Italiani non aderenti alla Lega stessa.
Risultano lontani i tempi in cui i sedicenti federalisti, dei quali qui si tratta, in-veivano contro Roma padrona e contro i meridionali, in quanto, da un lato, ora essi si sono ben radicati a Roma e, dall’altro, hanno il potere di imporre i rimedi contro gli sprechi e le inefficienze, come la vicenda dei costi standard, vorrebbe dimostrare. Si tratta di una vicenda estremamente istruttiva sulla quale il cittadino che non voglia subire prevaricazioni deve ben riflettere.
I “signori” (questo è un eufemismo) di cui sopra hanno trovato il modo di punire ope legis quelli che essi considerano spreconi e inefficienti, ossia i meridionali. Essi si sono inventati le tesi per cui tutte le comunità debbano sottostare a precisi limiti di spesa nell’esercizio della loro attività. In tal modo ogni incombenza deve determinare una spesa non superiore al dato standard. Ciò sarebbe possibile se le competenze e le capacità operative delle varie comunità locali italiane fossero identiche, ma questa ipo-tesi è semplicemente assurda, come dimostrano le seguenti verità:
– le infrastrutture e i servizi sociali non sono distribuiti in modo equiparabile;
– la dimensione territoriale e per popolazione dello comunità locali è estremamente di-versificata;
– le penalizzazioni dell’insularità non gravano di certo sulla Padania come gravano sul-la Sardegna (la si vuole riconoscere almeno questa verità?);
– i sistemi imprenditoriali operanti nelle diverse comunità locali sono affatto differenti;
– le stesse capacità di gestione e spesa delle diverse comunità locali sono naturalmente differenziate senza che ciò debba comportare assurde punizioni in mancanza di comportamenti seri e onesti.
E’ ancora da sottolineare che è immorale che i pubblici poteri pensino o peggio pratichino l’uso della punizione nei confronti delle comunità locali, magari con la giu-stificazione di insegnare ai cittadini a non rieleggere i reprobi.

6. La più grave assurdità
I sedicenti federalisti per il tramite dello slogan del “federalismo fiscale” sono riusciti a far penetrare nella complessiva società italiana la supposizione della validità del loro “federalismo” e non già del federalismo emergente dalla tradizionale teoria del federalismo. Solo pochi cittadini si rendono conto dell’inganno in corso e ancora mino-re è il numero di coloro che reagiscono o che, comunque, rifiutano le tesi leghiste.
In tal modo nella realtà politica e sociale italiana è in corso un grave pericolo, posto che i sedicenti federalisti hanno una posizione egemone nel Governo italiano e – come notato – non hanno alcuna remora a utilizzare strumentalmente la loro forza po-litica per ingannare gli Italiani e per conseguire le spregiudicate finalità di parte.
Data tale situazione la speranza di evitare il pericolo citato deriva dalla presa di coscienza effettiva della realtà, evitando l’inganno delle proclamazioni strumentali.
In particolare, occorre informarsi congruamente sulla teoria del federalismo per rifiutare le strumentalizzazioni in corso le quali “producono mostri”, quali il tentativo di superare nella Padania i limiti delle quote latte facendo pagare le relative multe a tutti gli Italiani, ovvero imbrattare con denaro pubblico un edificio pubblico, quale è una scuola elementare, di simboli della Lega padana con il beneplacito del sindaco le-ghista del Comune nel quale il fatto è avvenuto.
Questi ora citati sono due esempi, ma la “produzione di mostri” è copiosa: altri esempi tra i tanti casi verificatisi sono costituiti dalla pretesa di spostare la sede di ta-lune funzioni governative da Roma a Milano (perché non ad Ancona, o a Bari o a Fi-renze) o ancora l’aumento di esponenti leghisti nei Consigli di amministrazione di grandi Istituti di credito.
Ed è particolarmente grave che i citati “mostri” stiano aumentando con intensi-tà crescente nell’attuale periodo in cui la Lega padana detiene una quota notevole di Ministri del Governo Italiano.

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