Una lunga storia d’amore è una canzone immensa ed è quella con la quale io a Gino Paoli abbiamo fatto la pace, perché non gli avevo mai perdonato La gatta. Casualmente, è la canzone del mio incontro con mia moglie, quindi devo qualcosa al cantautore genovese, gli debbo soprattutto il recupero d’ordine dei miei sentimenti e delle mie pulsioni.
Di Gino Paoli si dirà – come sempre accade ai morti illustri – che fu un poeta dell’amore. Il che è vero, ma non basta. Paoli fu soprattutto un praticante dell’amore, e con una dedizione che pochi poeti hanno avuto il coraggio – o la logistica – di sostenere.
Scriveva canzoni d’amore come altri compilano verbali: con precisione, esperienza diretta e una certa urgenza di mettere le cose per iscritto prima che qualcuno chiedesse spiegazioni.
Le sue canzoni erano brevi, intense, quasi economiche. Gli amori, invece, tendevano a essere più numerosi e complicati, come una riunione di condominio in cui tutti hanno ragione e nessuno vuole uscire dalla stanza. Paoli possedeva quella qualità rara che alcune donne chiamano fascino e alcuni uomini chiamano imprudenza: la capacità di vivere più amori contemporaneamente senza mai perdere il tono lirico.
Non era il tipo da nascondersi dietro grandi sistemi filosofici.
Il suo metodo era più semplice: amare, cantare, e sperare che la canzone uscisse prima della spiegazione.
Si dice che fosse maschilista.
È possibile.
Ma era un maschilista con una caratteristica disarmante: le donne lo adoravano lo stesso, spesso con piena consapevolezza del rischio. Certe donne amano gli uomini affidabili; altre preferiscono quelli che scrivono Senza fine. È una questione di priorità estetiche.
Nella vita pubblica aveva anche opinioni politiche, che difendeva con quella serietà un po’ distratta di chi sa che la vera politica si gioca altrove: nei tavolini dei bar, nelle stanze in penombra, nelle promesse pronunciate a mezzanotte e già mezze smentite alle otto del mattino.
La cosa curiosa è che Paoli riusciva a essere amato anche dalle donne dello schieramento opposto. Il che dimostra che in Italia le divisioni ideologiche possono essere profonde, ma non quanto una buona canzone.
Gli uomini che hanno attraversato amori doppi, tripli o semplicemente mal sincronizzati lo capivano benissimo. Non perché approvassero tutto – la morale maschile è severissima quando riguarda gli altri – ma perché riconoscevano in lui un collega di navigazione sentimentale. Uno che, tra una tempesta e l’altra, trovava ancora il tempo di scrivere due versi che mettevano ordine nel disordine.
Paoli non predicava la fedeltà. Predicava qualcosa di più difficile: la sincerità del momento. Quel momento preciso in cui una stanza diventa improvvisamente il cielo e uno pensa, con l’ottimismo tipico degli innamorati, che durerà per sempre.
Naturalmente non dura. Ma lui lo sapeva già, ed è per questo che lo cantava così bene.

Grande Gino, cantautore semplice e umano, allo stesso tempo grande. Lo amavo, ma, meno di De André che cantava la vita e per i poveri.
Grazie Paolo,
di aver rievocato la più bella canzone d”Amore (la A è d’obbligo) del grande cantautore Gino Paoli, è del 1984, 42 anni fa…io l’ho fatta mia in tarda età e ancora è nel mio spirito … lui ha scritto tante canzoni d’amore, come dimenticare SASSI del 1961, una struggente e difficile storia d’amore…
Ma non potrò mai dimenticare quell’estate a Portopaglietto del 1963, 17 anni, amici e amiche, sulla spiaggia, mangiadischi a tutto volume e tutti a cantare ” Sapore di Sale, sapore di mare, che hai sulla pelle che hai sulle labbra, quando esci dall’acqua e ti vieni a sdraiare, vicino a me vicino a me ” uno dei più grandi Gino Paoli… RIP 🙏🏼
Bella ciao ,senza fine ,ormai la cantano tutti ,anche al di sopra della legge
Ottima interpretazione e descrizione del personaggio e delle sue canzoni di come predicava e viveva l’amore
Senza fine…..
Il potere teocratico togato, l’alleanza fra croce e mezzaluna…
Senza fine….
Era meglio morire da piccoli, Gino Paoli è morto in tempo