L’accordo Fiat: le parole e la cultura

17 gennaio 2011 09:302 commentiViews: 3

317Riporto in calce l’accordo Fiat e il Comunicato stampa di marzo. Sono due documenti importanti che occorre studiare. Per la Sardegna possono aprirsi o grandi scenari o grandi crisi. Come sempre le opportunità possono diventare minacce e viceversa a seconda di chi le governa o, per lo meno, le affronta. Una cosa è però certa: per parlare di costo del lavoro e di processi produttivi, la cultura politica e sindacale sarda appare non aggiornata.
Io intravedo una grande opportunità per i sardi in un accordo che si stacca dalla contrattazione nazionale, non foss’altro perché le contrattazioni nazionali presuppongono una uniformità di sviluppo, di infrastrutturazione, di cultura, di costo della vita, che l’Italia non ha mai conosciuto. Se la Sardegna riuscisse  a ragionare seriamente sulle politiche del lavoro rivendicando la libertà di poter definire autonomamente le regole più adatte a se stessa e al proprio sistema economico, io credo ne avrebbe un significativo vantaggio. Una cosa è certa: gli oneri sui salari sono troppo alti e, di contro, i servizi che paghiamo con le tasse e con gli oneri sociali sono inadeguati e costano troppo. Non potendo ricorrrere all’indebitamento, siamo al capolinea: bisogna fare scelte importanti e subito. Si voglia o no, chi ha il lavoro deve chiedersi che sacrifici è disponibile a fare perché chi non ce l’ha possa trovarlo; come pure, i sardi ricchi devono ficcarsi in testa che se continuano a utilizzare il denaro solo per aumentare il proprio patrimonio messo a rendita, prima o poi verranno travolti da una crisi tunisina. La ricchezza va investita per produrre ricchezza, beni e servizi, non solo rendite.
L’accordo Fiat, poi, ci mette di fronte ad una nuova strategia della produzione, la World Class Manifacturing (WCM), nata negli States alla fine degli anni Ottanta, e che sostanzialmente è fondata sulla motivazione di ogni persona che partecipa al processo produttivo, sul controllo di tutte le fasi della produzione, sul rapido intervento correttivo dinanzi a errori o debolezze ecc. ecc. Insomma, un meccanismo di organizzazione del personale per evitare sprechi, perdite, inefficienze, pause ecc.; una filosofia della responsabilità che però, legandosi a processi di produzione, può meccanizzare l’uomo convincendolo che questo è il suo destino. Si possono accettare meccanismi di organizzazione aziendale più efficienti (anche perché altrimenti i cinesi ci disintegrano), ma bisogna contenerli al loro contenuto strumentale; bisogna impedire, cioè, che diventino da modelli organizzativi quali sono, dei modelli morali e esistenziali. L’uomo è sempre più di ciò che fa; spesso i capitani d’industria, specie quelli mai colpiti da un dolore, dal senso della precarietà della vita, dal dolore dell’assenza di chi non c’è più e doveva avere più tempo per farsi uomo o donna, spesso, dicevo, i vincenti, confondono il successo dell’impresa col destino del mondo. E allora bisogna rimettere di fronte a loro la grandezza della tragicità dell’uomo, costretto da sempre a sperimenatre la sproporzione tra ciò che desidera e ciò che è. La Fiat è la Fiat; non è Dio. 

Accordo

Comunicato

2 Commenti

  • Dire che alla Sardegna convine l’abolizione dei contratti nazionali di lavoro in un momento di grave crisi economica ed ocupazionale, significa a mio modesto parere, unu notevole passo indietro. Verrebbero annulate, cancelate in un attimo, le grandi lotte dei lavoratori, che costò loro lacrime e sangue, per l’abolizione delle gabbie salariali. La contrattazione di cecondo livello (quella aziendale) ha la funzione di accrescere, laddove, questo e possibile
    ( e non lo è in questo tragico periodo di crisi economica foriera di alcuni milioni di lavoratori in CIG) il salario dei lavoratori legato alla produttività. Laddove questo non è possibile i lavoratori, senza il rifeimento dei contartti nazionale, rimarrebbero ancora di più alla mercè della voracità delle aziende. Il problema non è cinesizzare le aziende italiane, ma europizzare quelle cinesi. Non riesco a capire perchè si dve essere contro i lavoratori cercando di convincerli che è per il loro bene…

  • Per un “ismo” al crepuscolo un altro “ismo” irrompe sulla scena. Quello di Marchionne. Nel nostro piccolo “continente” un “ismo” lo abbiamo anche noi, resiste da 90 anni ma non ha, non trova la forza di coinvolgere, di imporsi, di guadagnare il centro del palcoscenico. Epperò è lì come una costante resistenziale al pari della terra che lo ospita. Che si stiano creando le condizioni per mettersi in cammino? Ed ecco allora la domanda: può essere il “Marchionnismo” a dare il la? Non lo so,sicuramente non guasta discuterne. Focalizzare il costo del lavoro quale fattore decisivo per lo sviluppo della Sardegna non mi convince, non foss’altro perchè fu proprio Marchionne, qualche tempo fa, a dirci che il costo del lavoro nella sua azienda grava per il 7% (appare verosimile assumere il dato valido in generale) sul costo complessivo della produzione. Quindi perchè la lente di ingrandimento sul 7%, trascurabile o inesitente il 93%? Ciascuno può farsi la sua opinione. Certo è che lo sfruttamento del lavoro, che porta poi all’accumulo di capitale, nei paesi emergenti (Cindia, Brasile per citare i più imporanti) di problemi al mondo occidentale ne sta ponendo e di rilevanti. Questo tema mi richiama il fenomeno delle “gabbie salariali” che sbarcò in Sardegna con la SIR di Rovelli, praticato nel resto d’Italia già dagli anni cinquanta. Non portò fortuna alla Sardegna perchè non si determinò un radicamento di industrie redditizie, non ha funzionato quale polo attrattivo di investimenti (cacciatori di contributi molti), non ha generato indotto.Assistiamo oggi alla esalazione degli ultimi respiri con una Sardegna prostrata.
    Per aumentare il PIL, per creare posti di lavoro bisogna investire.Per investire e realizzare profitti in Sardegna l’imprenditore non deve farsi carico delle diseconomie che esistono e sono reali; la leva fiscale è lo strumento idoneo per superare l’ostacolo.L’imprenditore serio andrà a verificare prima il 93% del costo di produzione e poi anche il 7% che però diventa marginale.
    E a questo punto entra in ballo la volontà politica.Quì l’ISMO autoctono può dire la sua se avrà la capacità di parlare chiaro ai cittadini.

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