La Sardegna tra l’Italia e Equitalia

6 luglio 2011 06:257 commentiViews: 25

300da Sardegna Quotidiano
di Giovanni Maria Angioy
Le aziende inseguite e colpite da Equitalia sono in Sardegna poco più di sessantaquattromila, di cui 2.354 già fallite nei primi mesi dell’anno scorso.
Esse devono allo Stato una montagna di denaro: tre miliardi e mezzo di euro. La somma non corrisponde alle imposte o ai contributi non versati: come tutti sanno, la quota più rilevante è data dalle more e dagli interessi calcolati sulle more. Col cosiddetto Decreto Sviluppo il Governo italiano ha messo qualche limite a Equitalia: sono state alleggerite le ganasce fiscali per i debiti fino a 2mila euro e si è impedito di ipotecare la prima casa per importi sotto i 20mila euro. Piccole cose per imprese con contenziosi ben più sostanziosi come quelle sarde.
Negli ambienti della Giunta regionale si fa strada l’idea di uno strumento finanziario, gestito come al solito dalla solita Sfirs, per anticipare al fisco la somma dovuta dall’impresa, la quale la dovrebbe poi restituire alla finanziaria regionale in rate più comode di quelle ammesse dalla legislazione nazionale. Senza offesa, ma anche questo è un pannicello caldo, perché presuppone di agire su imprese in qualche modo in una salute tale da riuscire a garantire un intervento finanziario di questo tipo; viceversa le sessantaquattromila imprese sarda sono in crisi, col patrimonio gravemente ipotecato e con una liquidità ridotta al lumicino, per le quali un intervento di anticipazione si configurerebbe come un aiuto di stato bello e buono.
E allora, che fare?
In primo luogo avere le idee chiare: l’Italia non farà mai sconti sulle cartelle fiscali, perché ha iscritto nella parte attiva del suo disastrato bilancio quei moltissimi miliardi sulla cui riscossione è impegnata Equitalia. Se mai lo Stato italiano dovesse pensare a una rottamazione delle cartelle, ne avrebbe un contraccolpo la sua credibilità nei mercati finanziari.
Questa è la tenaglia in cui è presa la Sardegna: da una parte l’Italia, che non può fare sconti sul suo mostruoso sistema fiscale; dall’altra Equitalia che deve fare cassa per sostenere la credibilità del ciclopico debito pubblico dello Stato.
In secondo luogo, avere coraggio. Se alcune imprese sono in crisi, si salvino gli imprenditori e si consenta loro di fare nuove imprese con cui riprendere a lavorare e salvare il patrimonio familiare. La Regione non deve concentrarsi sulle rate scadute, ma sulle persone: non deve dare il pesce a tutti, ma fornire a tutti nuove canne da pesca.

7 Commenti

  • Conclude l’articolista: “In secondo luogo, avere coraggio. Se alcune (quantità non determinate ma limitate che non possono essere 64.000 e quindi il caso si sgonfia e merita diversa attenzione dico io) imprese sono in crisi, si salvino gli imprenditori e si consenta loro di fare nuove imprese con cui riprendere a lavorare e salvare il patrimonio familiare. La Regione non deve concentrarsi sulle rate scadute , ma sulle persone: non deve dare il pesce a tutti, ma fornire a tutti nuove canne da pesca”
    L’On. Maninchedda difende l’articolista che ne condivide sicuramente l’argomentare. A me non resta che “avere coraggio” ed affrontare in solitudine l’agguerrita difesa con la speranza di far breccia nei giudici (i cittadini lettori).
    Salvare gli imprenditori e fare nuove imprese significa che altri si debbono far carico delle vecchie imprese.Con tutto il loro carico di problemi finanziari e di mercato. E non sarà solo Equitalia creditrice ( e chi è Equitalia se non tutti noi, in larghissima misura persone per bene, che utilizziamo quegli introiti per pagarci ad esempio il servizio sanitario?) ma ci saranno fornitori di beni (incluso il denaro) e servizi. Chi si fa carico di tutto ciò posto che “la Regione non deve concentrarsi sulle rate scadute”? Forse viviamo in un mondo di filantropi ed io non me ne sono accorto. E quindi si pensa che i creditori attendano i frutti delle newco. Eppoi gli imprenditori salvati (io credo a contrario condannati a lungo) senza la soluzione del pregresso imprenditoriale che credito avranno nel mercato ancorchè inseriti in nuove imprese? E dei tanti che hanno resistito a costo di sacrifici enormi se ne vuole tener conto? Si verificherà che la moneta cattiva scaccia la buona?
    E così via enumerando. Bene se l’articolista, strenuamente difeso, da risposte agli interrogativi sopra esposti concordo con la “verve pregiudiziale” attribuitami dall’ On. Maninchedda.
    Qualcosa però bisogna anche dirla sul carico da novanta che si pone sul “pignoramento della casa” che a prime vista genera emozione squotendo i sentimenti. Si tratta di un gravame tecnico privo di sostanza perchè nella stragrande maggioranza sono cespiti che non hanno mercato e quandanche lo avessero la messa in vendita richiede tempi lunghi, aste deserte, deprezzamento notevole e il ricavato non soddisferebbe neanche il 50% dei crediti. I creditori questo lo sanno e giocano soprattutto sull’effetto paura. Ecco perchè i creditori accettano di buon grado il consolidamento, disponibili a transare su interessi e mora. I patrimoni impegnabili per il consolidamento non ci sono? Ma allora neanche si perdono! La Regione finanzia lautamente (e controlla?) i Consorzi di garanzia che statutariamente hanno il compito di supportare le aziende sottocapitalizzate. Possono intervenire? Io credo di si.
    Questo è il modo concreto (è il mio pensiero ma attendo leggerne di più validi) per non sputtanate l’imprenditore, cosa che si verifica curando la persona ed abbandonando l’impresa, aiutarlo a superare le difficoltà contingenti e ridargli serenità e soddisfazione reddituale. Con la politica, lo ripeto, che fa il proprio dovere creando le condizioni generali necessarie per lo sviluppo d’impresa.
    Assolutamente sereno ed inguaribilmente innamorato della mia terra.

  • Aprite il sito del Tribunale di Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano, Tempio, etc.., andate alla sezione “procedure fallimentari”, scorrete con pazienza ed attenzione gli ultimi anni e farete una spiacevolissima scoperta : tutte le aziende che fino a qualche anno fa lavoravano e davano lavoro a tanti dipendenti sono scomparse tra i flutti di un maremoto che ha sconvolto l’intero sistema produttivo ( a patto che lo fosse realmente) della Sardegna. Quelle che sopravvivono galleggiano insieme ai relitti di una economia da sempre falsata dall’illusione di un sistema inesistente ed incapace di creare i presupposti minimi per lo sviluppo di qualsiasi tipo si impresa. Zone industriali abbandonate, capannoni nuovi fiammanti (pagati con il denaro di tutti) che non hanno mai visto neanche la targa di identificazione dell’impresa; macchinari e cabine elettriche prese d’assalto da gente affamata che per pochi euro di rame e di altri metalli distrugge apparecchiature costate milioni di euro (sempre con denaro di tutti).PIP, ZIR e Consorzi Industriali (Industriali????) che cercano di sopravvivere per tenere in vita i Consigli di amministrazione e le strutture dirigenziali per garantirsi compensi e retribuzioni che fanno la differenza con il resto della gente. E nel bel mezzo di questo quadretto ci sono (o meglio ci sono stati) gli imprenditori; strane persone alle quali in tempi non molto lontani è stato promesso di tutto: sgravi fiscali per le assunzioni, fiscalizzazione degli oneri sociali per alcuni settori strategici per lo sviluppo, sportello unico per la semplificazione delle procedure di avvio e di gestione dell’impresa, consorzi di garanzia fidi, addirittura l’internazionalizzazione delle stesse imprese. Sembrava di vivere in Irlanda (prima della crisi ovviamente) salvo rendersi conto che tutte le manifestazioni di intenti ben confezionate dai vari BIC, Conzorzio 21, INSAR, etc. (bracci armati della politica) erano delle bufale talmente grandi che avremo potuto ricreare paesaggi U.S.A. con relativa Silicon Valley.
    L’altro braccio armato (in questo caso dello Stato) è Equitalia che, con atteggiamento bipartisan, esegue gli ordini dei maggiori azionisti (Agenzia Entrate ed INPS)applicando regole, tassi ed aggi che avrebbero fatto inorridire anche il più spregiudicato dei cravattari.
    Comunque la proverbiale tolleranza dei Sardi è in fase calante. Ed in questi giorni è sempre più palese che la situazione è esplosiva perchè non è pensabile che un’impresa debba subire dallo Stato qualsiasi imposizione (ritardi cronici nei pagamenti, patti di stabilità decisi dalla mattina alla sera…) senza assumersi alcuna responsabilità; per contro a qualsiasi ritardo da parte dell’impresa corrisponde una azione vessatoria sproporzionata da parte dello Stato che nella migliore delle ipotesi porta alla chiusura volontaria dell’attività. Tutto il resto è fallimento. Ma non solo dell’impresa, dell’intera società sarda.

  • Paolo Maninchedda

    Nino, difendo l’articolista, che immagino collettivo, perché l’ho ospitato. 1) è chiaro che l’articolista invita la Regione a non pagare i debiti maturati con Equitalia, ma indica una strada per rimettere nel sistema produttivo gli imprenditori o i soggetti che stanno sotto la mannaia;
    2) la strada è quella delle newco, cioè di nuove società, o dell’autoimpiego, ossia strumenti già esistenti e a bando, senza regalie;
    3) salvare l’imprenditore, vuol dire metterlo nelle condizioni, con le leggi esistenti, di lavorare per pagarsi i debiti. Peggio sarebbe se la Sfirs pagasse i debiti.
    4) le nuove canne da pesca sono le nuove opportunità per rimettere nel sistema produttivo i 64.000 che oggi si trovano in questa situazione. Nessun regalo. Quanto al patrimonio familiare, vorrei ricordarti che ci saranno in giro tanti lazzaroni, ma ci sono anche tante persone che per debiti inferiori a 20.000 euro si sono vista pignorare la casa. Solo ora la legge impedisce, per questi importi, queste sanzioni. Se c’è una cosa che il governo non vuol fare è proprio la parte da te proposta sul consolidamento, e si è visto nella Finanziaria proprosta al Colle. Inoltre, anche i consolidamenti necessitano di patrimoni impegnabili e non tutti ormai li possiedono. “Condizioni perché il settore riprenda a produrre profitto” significa esattamente condividere l’idea di Angioy, cioè far nascere nuove eimprese che producanono nuova ricchezza con cui vivere e pagare i debiti. Talvolta, permettimi, hai una verve pregiudiziale che non capisco.

  • Gavino Gaspa

    L’argomento dei debiti delle imprese sarde, soprattutto di quelle piccole e di quelle artigianali, è stato oggetto di vari interventi che feci sia all’ultimo Congresso Nazionale del PSd’Az che in Consiglio Nazionale (quando ne facevo parte).
    In tempi non sospetti sostenevo che lo Stato Italiano, attraverso i suoi strumenti (vedi le leggi Visco) ed i suoi bracci operativi, l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia, stavano letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale della piccola, indifesa, sottocapitalizzata, stra-indebitata, impresa sarda.
    Ancora una volta si mettevano sullo stesso piano le ricche e prosperose imprese del Nord-Italia, “costrette” ad occultare ingenti utili ed ad esportare la liquidità in banche straniere, con la nostra imprenditoria che si misurava con un mercato gravato dall’essere in un isola, da una condizione economica e sociale da sottosviluppo (non a caso eravamo nell’Obiettivo uno), con un costo dell’energia del 40% più altro che nel resto di’Italia, con il costo del denaro maggiore rispetto al resto del Paese (in virtù del maggiore rischio di insolvenza da parte delle nostre imprese) ed. infine, dal mancato trasferimento delle importanti somme che lo stato ci deve e che avrebbero potuto ingenerare nuova economia per l’isola.
    Oggi ci troviamo di fronte alla ormai famosa “vertenza entrate” che ha certificato che lo Stato Italiano ha un debito di dimensioni gigantesche nei confronti dei sardi, che non si sa quando e se mai verrà onorato. Per contro sappiamo che la Sardegna non applicherà al “debitore Stato Italiano” interessi di mora, spese per la riscossione, sanzioni onerose che quintuplicano il debito originale, che non pignorerà alcun bene di sua proprietà per poi venderlo all’incanto, che non affiderà ad Equitalia Sardegna il recupero delle somme che l’Italia ci deve, né più né meno di come si comporta l’Erario nei confronti dei contribuenti Sardi.
    Ragion per cui trovo indispensabile che si apra una nuova vertenza con il Governo Nazionale per far sì che i debiti che ha accumulato lo Stato Italiano nei confronti della Sardegna, siano messi sullo stesso piano di quelli che hanno le imprese sarde nei confronti dell’Erario. Ovvero se nell’accordo della “vertenza entrate”, una volta definite le ormai famose norme di attuazione, verranno stabiliti i tempi e le modalità di restituzione delle somme che spettano alla Sardegna e se queste ultime si limiteranno ad essere quelle strettamente “dovute”, senza perciò interessi, more, sanzioni e quant’altro, ebbene nello stesso accordo ci dovrà essere anche scritto che i debiti che hanno le imprese sarde nei confronti del Fisco verranno onorati con le stesse modalità e tempi che lo Stato utilizzerà nel restituire il debito che ha nei confrinti dei Sardi.
    Nell’attesa che ciò avvenga pretendere che si blocchino tutti i procedimenti in corso che Equitalia sta attuando nei confronti dei contribuenti Sardi.

  • Enea Dessì

    Ritengo plausibile l’impostazione ma rimane sempre l’annoso problema: che cosa fare in Sardegna e della Sardegna? Quali strumenti utilizzare per crescere, per attrarre e stimolare imprese e capitali? Dubito che se la Regione continua a credere nel futuro del carbone, della metallurgia pesante, dei contratti d’area e balle varie il futuro non sarà di certo quello che si vorrebbe.

  • Suggestivo il nome dell’articolista del (nuovo?) quotidiano, meno il contenuto. Se questa è l’alba l’indipendenza si allontana!
    Da una parte c’è il disastrato bilancio dello Stato Italiano che non consente l’azzeramento delle cartelle, pena le forche caudine dei mercati finanziari, dall’altra c’è invece il bilancio della Regione Sardegna (florido(?!?) per l’intervento suggerito dal giornalista) che deve salvare l’imprenditore e non l’impresa. Quì diventa impervio raccapezzarsi sul come. Aiuto di Stato se interviene la Sfirs (con i soldi della Regione), aiuto di chi nella ipotesi suggerita? Che pare essere il modello seguito per il salvataggio Alitalia con la differenza che nel caso in salsa Sarda gli “azionisti” rimangono gli stessi. Sulle spalle dei creditori (tutti noi) i debiti privati, sulle spalle di tutti noi i costi delle “nuove canne di pesca”. Salvi però i patrimoni famigliari! Ma si può? Sarei curioso di conoscere il pensiero del Sig. Angioy sul proposto condono tombale delle multe inflitte agli allevatori padani.
    Soluzioni? Non ce ne sono molte.La più praticabile: consolidare il debito con intervento sulla mora e sugli interessi, creare condizioni generali (questo è il terreno di intervento della politica)perchè il settore riprenda a produrre con profitto. Si salvano i patrimoni famigliari e si onorano i debiti sia civilmente che evangelicamente.

  • Rotonda di Sarroch ore 7.30 di oggi: traffico bloccato da una ventina di persone con maglietta bianca e camion imbandierati con i quattro mori.
    Dopo 40 minuti di fila per percorrere 6 km, ad una rotonda mi spiegano: manifestiamo contro le tasse di Equitalia.
    Dopo altri 10 minuti riesco a forzare un blocco e mi insultano pesantemente. Li capisco. Sono uomini che vanno dai 18 ai 50 anni.
    Arrabbiati, talvolta vergognosi e smarriti (probabilmente non hanno mai fatto nulla del genere in tutta la loro vita).
    Vedo polizia, carabinieri, guardia di finanza e penso: lo Stato Italiano è solo questo, un tentativo di propagandare che tutto va bene quando invece tutto è fuori controllo.
    Però mi fa stizza vedere le abusate bandiere dei quattro mori agitate e sventolate come fosse l’estrema ratio: questa gente fino adesso si è fatta abbindolare dalla partitocrazia italiana e ora, disperata, espone un vessillo di soggettività che prima aveva relegato in un angolo.
    Ps: Caro Paolo, sei un soggetto molto solo fra i politici, ma in grande compagnia fra la gente comune.

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