La posta in gioco sul progetto Scuola digitale

6 agosto 2012 08:169 commentiViews: 48

servi1Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Silvano Tagliagambe

Premessa: la chiarezza dopo il riserbo Sono costretto a chiedere ospitalità a questo sito per spiegare il significato del mutamento di rotta che si sta cercando di imporre al progetto Scuola digitale in quanto, pur essendo il direttore scientifico del progetto, mi è stata negata la possibilità di farlo in occasione dell’incontro con la delegazione del MIUR, avvenuto il 16 e 17 luglio e concluso dalla visita del ministro Profumo, e degli eventi pubblici connessi.
Finora non ho parlato, imponendomi un atteggiamento di riserbo che evitasse di rendere palese il mio dissenso nei confronti dell’orientamento che la Regione stava assumendo e che costituiva una palese retromarcia rispetto alle scelte precedenti, sancite in più di una delibera della Giunta regionale. Il tono della conferenza stampa del Presidente della Regione e dell’Assessore della Pubblica Istruzione del 2 agosto e le cose che sono state dette nel corso di essa, mi impongono però di rompere questo silenzio e di spiegare all’opinione pubblica e al mondo della scuola, in una logica di aperto confronto e di dialogo, che cosa sta succedendo, in modo che ci si renda ben conto di ciò che si guadagna e di ciò che si perde con il cambiamento in atto.
Data center: dalla scuola che organizza la domanda per il mercato, al mercato che subordina la domanda della scuola alle disponibilità di magazzino del mercato Dunque nel sito della Regione è tuttora presente un comunicato che enfatizza il ruolo di “Data center nazionale” che la Sardegna verrebbe ad assumere con la nuova versione del progetto Scuola digitale e si scrive testualmente: “Grazie al cloud computing la definitiva digitalizzazione della didattica e la fruizione on-line di molti servizi per gli studenti, i docenti e le famiglie sarde”. A parte la scelta dell’aggettivo “definitiva”, che proprio male si concilia con il sostantivo “digitalizzazione”, in cui è espressa una prospettiva di continuo aggiornamento e di apertura costante al nuovo, il senso che si vuole proporre è chiaro ed è stato infatti uno dei motivi conduttori della conferenza stampa citata: c’è chi, come noi, si muove in un’ottica nazionale e internazionale e si propone di fare della Sardegna l’ombelico del mondo, e chi, come Silvano Tagliagambe, è rinchiuso, poveretto, in una logica puramente regionalistica, provinciale e paesana. Nella deliberazione “Modifica della deliberazione n° 18/12 dell’11/05/2012 relativa all’approvazione delle linee-guida del progetto Scuola digitale”, assunta il 31 luglio dalla Giunta regionale, il senso di questo contrasto viene esteso dallo spazio (ottica nazionale contro ottica regionale) al tempo. In essa si dice infatti che bisogna stare al passo con i tempi e, soprattutto, saper cogliere le opportunità offerte dalle “recenti evoluzioni del mercato dei materiali didattici”, che “presenta oggi una molteplicità di prodotti già realizzati e che alla data di approvazione del progetto non era possibile prevedere, essendoci al tempo una composizione del mercato sostanzialmente diversa da quella attuale”.
In effetti la delibera citata è un autentico inno al mercato, a quello editoriale nella fattispecie, e alle sue grandi capacità di innovazione che bisogna saper seguire per essere moderni e progressisti, e non retrogradi e conservatori come qualcun altro (me nella fattispecie). La tesi che viene avanzata può dunque essere sintetizzata dicendo che la modernizzazione del mondo della scuola e della didattica deve avvenire seguendo la logica del mercato, in un approccio di adattamento passivo e di adeguamento alle scelte da esso operate e di accettazione supina dei prodotti da esso proposti, che infatti ci si propone di acquistare senza discutere, così come vengono graziosamente offerti dalle case editrici.
Qui si comincia a vedere chiaramente qual è l’autentica posta in gioco, al di là di tutti gli espedienti retorici messi in campo. Il capitolato tecnico del bando che la delibera che stiamo esaminando impone di revocare, e che, tra parentesi, non è stato ancora revocato, nonostante scada il 6 agosto, anziché adattarsi al mercato, stabilisce che tipo di materiali e prodotti servano per uno sviluppo della didattica coerente con i nuovi orientamenti metodologici che si stano affermando sulla scena internazionale e con i nuovi linguaggi che stanno emergendo e detta al mercato, in una logica attiva di effettivo protagonismo del mondo della scuola e della ricerca, ciò che deve essere prodotto per avere ambienti di apprendimento rispondenti alle esigenze dei processi di insegnamento e di apprendimento. Da una parte, dunque, è il mercato a dettare e ci si limita ad acquisire ciò che esse offre; dall’altra è una visione progettuale e sistemica dei nuovi orientamenti che stanno affiorando nella ricerca nazionale e internazionale e che il mercato non ha ancora recepito a stabilire ciò che deve essere fatto e come. La differenza mi pare sostanziale: il senso del confronto è chi debba assumere il ruolo guida nel rinnovamento del mondo della scuola. Il progetto Scuola digitale nella sua versione originaria attribuiva questa funzione alla comunità scolastica regionale con la quale l’Assessorato della Pubblica Istruzione si era ampiamente e capillarmente confrontato presentando la proposta progettuale in tutte le province prima di emetterne la versione definitiva. Da questo confronto era scaturita l’opzione in favore di materiali didattici che fossero modulari, articolati in asset (atomi di contenuto), molecole, lezioni, corsi, in modo che i docenti potessero strutturali e organizzarli secondo le loro specifiche esigenze didattiche, e personalizzabili, aggregabili in catene di contenuto anche sulla base di criteri di affinità semantiche. Tutto ciò, si diceva esplicitamente nel Capitolato tecnico, “al fine di garantire un alto livello di personalizzazione al docente, che può navigare tra i contenuti e costruire percorsi didattici tarati sui bisogni della classe”. E si aggiungeva, in modo da non lasciare adito ad alcun dubbio: “La scomposizione dei contenuti didattici digitali editoriali in asset (atomi di contenuto) aggregabili liberamente da parte dei docenti è il passaggio chiave per la trasformazione del tradizionale libro di testo cartaceo in materiale aperto e “calibrato” sui bisogni dello studente”.
Il nucleo fondamentale del progetto Il nucleo fondamentale del progetto nella sua versione originaria era dunque questo e veniva sintetizzato già nelle primissime pagine del Capitolato tecnico: “La Regione Sardegna, partendo dalle recenti indicazioni della riforma dell’istruzione (progetto nazionale del MIUR), dalle indicazioni europee e facendo tesoro delle migliori pratiche della comunità internazionale, intende perseguire le finalità di cui sopra partendo dalla realizzazione di una infrastruttura per l’erogazione di contenuti didattici, utilizzando pratiche ormai consolidate di dematerializzazione, condivisione, riaggregazione e personalizzazione di fonti editoriali. Fulcro della realizzazione di tale modello è l’implementazione di un innovativo processo redazionale in grado di trattare fonti grezze per trasformarle in contenuti aggregati che possano sfruttare la multicanalità mediante uso di modelli realizzati appositamente per le tipologie di risorse didattiche e canali distributivi previsti”.
Mercato, case editrici italiane crisi dei libri di testo Ora la domanda cruciale da porsi è questa. Nel tanto decantato “mercato” esistono già prodotti che abbiano queste caratteristiche e che dunque la Regione possa acquisire senza bisogno di chiederne la produzione? Posso rispondere tranquillamente di no e sfido chiunque a farmeli vedere se ritiene il contrario. La realtà è che le case editrici italiane sono state ferme per anni sul versante dell’innovazione e della digitalizzazione, al punto che è dovuta intervenire una circolare prescrittiva dell’allora ministro Gelmini per imporre, sia pure in maniera parziale e confusa, il passaggio dai manuali cartacei ai manuali misti, che offrano almeno un apparato digitale (per lo più off line) che costituisca parte integrante del prodotto. Ora stanno cominciando lentamente a muoversi, ma in modo disomogeneo e senza una visione complessiva e realmente innovativa. Lo dimostra il fatto che continuano a essere riproposti e offerti come “novità” materiali di varia nazionalità (polacchi, indiani e via dicendo) realizzati molti anni fa e che il poco prodotto autonomamente e di recente non appare impostato per soddisfare il principio della scomposizione in atomi e moduli, in modo da favorire la flessibilità dei processi d’insegnamento e l’effettiva personalizzazione dei processi d’apprendimento, e della sua successiva ricomposizione in ambienti integrati, progettati e realizzati così da fornire un quadro concettuale adeguato e un contesto efficace nel quale inserire i moduli suddetti.
Il cuore della questione è dunque questo. Il progetto faceva presente al mercato queste esigenza e dettava la tipologia dei contenuti più adatti a soddisfarla. Perché, allora, la Regione ha cambiato rotta? Qui non c’è bisogno di esegesi. Lo ha detto chiaramente l’assessore Milia nel corso della conferenza stampa di presentazione della nuova versione di Scuola digitale: perché le maggiori case editrici nazionali avevano ritenuto di non dovere rispondere al bando. Questa affermazione è vera solo in minima parte, in quanto dalle richieste di chiarimento (FAQ) presentate per rispondere al bando siamo in grado di desumere per certo che la Mondadori e il gruppo De Agostini-Utet, che certo non sono piccoli editori, avevano invece deciso di partecipare alla gara e sono rimasti sconcertati quando è cominciata a circolare l’ipotesi di revoca. Certamente, oltre a questi citati, ci sarebbero stati altri grandi editori in lizza, e per sapere quanti e quali bisognava semplicemente aspettare che venissero presentate le offerte e aperte le buste.
Lo scontro con gli editori italiani: la Regione rimaneva esclusiva proprietaria dei contenuti È comunque un dato di fatto che l’AIE (Associazione Italiana Editori) non era soddisfatta del modo in cui il bando era stato impostato e proposto. Sapete perché? Per il semplice fatto che la Regione pagava, ovviamente, i contenuti digitali prodotti (per tutte le discipline e per tutti gli ordini di scuola, lo ricordo, in modo da sgravare totalmente e una volta per tutte le famiglie del costo, sempre più oneroso, dei libri di testo) ma, altrettanto ovviamente, rivendicava l’incondizionata proprietà dei materiali acquisiti, senza limiti né di tempo, né di spazio. Quest’ultima non è una formula retorica: sta a indicare, in concreto, che i vincitori della gara dovevano aggiornare questi contenuti gratuitamente per cinque anni e poi renderli disponibili per l’aggiornamento successivo da parte del sistema scolastico regionale, in modo che fossero sempre al passo con i tempi: e che, avendone la libera disponibilità, la Sardegna poteva esportarli e renderli fruibili in altre Regioni, previo accordi di collaborazione e di scambio di servizi che già si cominciavano a impostare e realizzare, e anche con altri Stati, essendo i contenuti in inglese, oltre che in italiano.
Spero che ci si renda di ciò che, in questo modo, si sarebbe ottenuto: la Regione sarebbe stata proprietaria dell’archivio dei contenuti didattici per l’intero sistema scolastico nazionale, diventandone, di fatto, il centro propulsivo, e avrebbe avuto il diritto e la possibilità di esportare all’esterno, dalla propria piattaforma, i materiali di propria esclusiva proprietà.
La piattaforma: dalla Ferrari alla Cinquecento Qui entra il discorso della piattaforma, che era pensata in modo non solo da poter ospitare la tipologia dei contenuti descritti, ma da favorirne l’organizzazione e la ricerca non soltanto per parole chiave, come fanno i motori di ricerca maggiormente diffusi, ma per associazioni in termini di significato e di affinità semantiche, in modo da stimolare e rendere possibile una reale ottica inter e tran disciplinare. Non a caso nel Capitolato tecnico si faceva esplicita richiesta (cito testualmente dal Capitolato) di “un motore di ricerca semantico che:
a) abbia la capacità di sfruttare la rete semantica dei contenuti anche in contesti disciplinari diversi;
b) sia in grado di proporre all’utente accostamenti di contenuti didattici basati sia sulla prassi didattica dell’utente stesso che sulla prassi didattica degli altri utenti (superando in tal modo le logiche statiche e rigide dei database tradizionali);
c) offra la possibilità di realizzare nuove modalità di fruizione dei contenuti, come ad esempio percorsi di fruizione con le tecniche di storytelling;
d) possa essere reimpiegato in scenari di apprendimento diversi, ad esempio scuole di ogni ordine e grado, apprendimento lungo tutto l’arco della vita, formazione professionale, enciclopedie ecc.”
Questa era la caratteristica fondamentale della piattaforma da realizzare, funzionale alla filosofia del progetto descritto. E anche in questo caso, elemento da rimarcare, la Sardegna sarebbe stata proprietaria del codice sorgente del web semantico, in modo da poterlo liberamente sviluppare, “calibrandolo” sulle esigenze via via prospettate dal sistema scolastico nazionale.
Fin qui il progetto come era stato impostato, travasandone i cardini metodologici e culturali nei documenti di gara.
Con la delibera adottata alla Giunta regionale il 31 luglio che cosa subentra a questo scenario? Una prospettiva i cui punti fondamentali possono essere così sintetizzati:

1) Rinuncia alla piattaforma propria per acquisirne una, fornita dal MIUR, cito testualmente, “coerente con le nuove caratteristiche che la stessa piattaforma tecnologica dovrà assumere entro la nuova logica del data center nazionale prevista dal piano di azione e di coesione”;
2) Rinuncia ala produzione di contenuti didattici originali, così come descritti, e acquisto dei prodotti disponibili sul mercato;
3) Produzione autonoma limitata ai soli materiali riguardanti la lingua e la cultura della Sardegna;
4) Mutamento della configurazione e del ruolo del Centro di competenze per l’erogazione dei servizi di eccellenza, la cui costituzione costituisce uno dei punti focali del progetto, al punto da figurare nella stessa denominazione del Capitolato tecnico. La delibera, a questo proposito, dice infatti testualmente che “le mutate condizioni del contesto e il necessario riferimento nazionale del progetto rendono inoltre necessaria la ridefinizione degli assetti organizzativi e delle connesse procedure di governance a supporto delle reti scolastiche regionali e nazionali rendendo, quindi, necessaria una modifica della impostazione ipotizzata del centro di competenza”.

Vediamo di capire che cosa ciascuno di questi punti, tradotto in soldoni, significa e le implicazioni a cui porta:

Punto 1) La piattaforma che il Miur ha commissionato a HP e all’Indire originariamente per destinarla alla Puglia e che ora verrebbe fornita alla Sardegna non ha le caratteristiche previste dal progetto Scuola digitale, in particolare non prevede la realizzazione di un motore semantico che è non solo utile, ma indispensabile per le ragioni esposte. Basta leggere il progetto commissionato ad HP e a Indire per rendersene immediatamente conto. Manca inoltre di tutta una serie di requisiti e di caratteristiche tecniche che non sto ad elencare per non annoiare che legge. Oltre tutto la sua adozione significa, di fatto, per la Sardegna rinunciare al ruolo di protagonista e di centro dell’innovazione del sistema scolastico nazionale, acquisita con il progetto Scuola digitale, per cederlo al MIUR.
Punto 2) Il “mercato” offre, a caro prezzo, solo licenze d’uso dei contenuti digitali, limitate nel tempo (due, tre anni, estensibili a cinque a quanto mi si dice, dopo di che però bisognerebbe ricominciare da capo e riacquistarle ex novo sempre a caro prezzo, imposto dal “mercato”) e nello spazio (l’uso delle licenze è limitato alla sola Sardegna, il che significa, nonostante tutta l’enfasi e l’ottica trionfalistica circolante, che in questo caso dalla Sardegna non sarà possibile esportare un bel nulla. A soddisfare i bisogni della altre regioni ci penserà il mercato, vendendo anche a esse le suddette licenze d’uso). In questo caso sono dunque le case editrice a mantenere, come già oggi succede per i manuali adottati, i diritti di proprietà sui contenuti didattici digitali. Di fatto non cambierebbe nulla, seconda la solita logica gattopardesca che caratterizza ormai da decenni tutte le pretese innovazioni del sistema sociale e culturale nazionale, che non a caso è anchilosato al punto da non riuscire più a tenere il passo con i tempi, come dimostra la drammatica crisi che il nostro apparato produttivo sta attraversando proprio per mancanza di effettiva capacità creativa e innovativa.
Punto 3. A proposito di ottica provinciale e regionalistica: È come se si dicesse esplicitamente: tu, Regione Sardegna, hai la capacità e il diritto di occuparti solo dei contenuti che riguardano la tua lingua e la tua cultura, al resto, ai grandi temi, all’approfondimento delle questioni di rilevanza nazionale e internazionale ci pensiamo noi ministero e noi grande case editrici di respiro nazionale e internazionale. Vi ricordate il famoso inno delle sorelle Bandiera: “Fatti più in là”? La logica è esattamente questa;
Punto 4). Dai documenti che sono circolati nelle segrete stanze dell’Assessorato il senso del “mutamento di governante” invocato è chiarissimo. Si tratta di affidare all’Indire, ex Ansas, con sede a Firenze, la gestione del Centro di competenza per l’erogazione, al sistema scolastico sardo, dei servizi di eccellenza. Il che significa, ancora una volta, che anziché essere la regione Sardegna e la comunità scolastica regionale nel suo complesso a valutare e decidere quali innovazioni e quali nuovi servii adottare per migliorare l’efficienza e il rendimento delle istituzioni scolastiche di casa nostra e cercare di arginare la drammatica dispersione che colpisce il nostro sistema scolastiche. Questo ruolo cruciale, in nome dell’ottica nazionale adottata e così orgogliosamente sbandierata, sarà ceduto e appaltato all’esterno, a un istituto le cui iniziative non sono stata certo oggetto di un caloroso gradimento da parte degli insegnanti ai quali erano destinate (basta interpellarli per rendersene conto).
Allora, sulla base di tutto ciò che ho qui cercato di spiegare (e mi scuso della lunghezza di questo scritto, ma era necessaria per far capire bene cosa sta succedendo) riformulo la domanda da cui sono partito: chi è effettivamente prigioniero di una logica miope e arretrata, di totale subordinazione culturale e politica all’esterno, si tratti di ministero o di “mercato”, e chi invece ha cercato di porre in primo piano e di valorizzare il protagonismo e la capacità progettuale e innovativa che la Sardegna, con il progetto “Scuola digitale”, aveva per prima e in modo pionieristico dimostrato di saper esprimere, come attestato dai giudizi lusinghieri che questo progetto, nella sua versione originale, si era guadagnato a livello nazionale e internazionale anche presso gli ambienti culturali e di ricerca più accreditati? Lascio i lettori liberi di farsi un’opinione in proposito e di rispondere.

Silvano Tagliagambe
Direttore scientifico del progetto “Scuola digitale”

9 Commenti

  • Marinella Lorinczi

    Cari interlocutori, non potreste rispondere?

  • Marinella Lorinczi

    Caro Silvano Tagliagambe,
    qualche settimana fa è iniziata a circolare una notizia sulla quale ho cercato di chiedere informazioni ai colleghi:

    “Qualcuno che è informato potrebbe dirci cosa c’è di vero in tutta questa faccenda dei 128 milioni europei per la valorizzazione del sardo?
    http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_56_20120801085147.pdf

    Nessuno ha risposto, ma poi (forse con l’occasione della visita del Ministro Profumo) ho capito da altre notizie successive che si trattava del progetto di digitalizzazione in argomento, anche se veniva presentato in un modo assai povero, con dettagli confusi circa l’acquisto di materiali, o piattaforme, dalla Puglia, e il sollievo che avrebbero ricevuto le famiglie dal non dover più spendere per materiali cartacei.

    Penso ora, dopo le tue descrizioni, che il problema stia, o quanto meno un problema stia nel punto 3: “Produzione autonoma limitata ai soli materiali riguardanti la lingua e la cultura della Sardegna.” Se è vero che si parla di ‘lingua’, al singolare, ci stiamo avvicinando ancor di più al nocciolo.

    Tu rispondi al punto 3. in modo relativamente corretto, ma comunque la risposta non tocca tutte le implicazioni evidenziabili dalla formulazione “produzione autonoma limitata ai soli materiali riguardanti la lingua e la cultura della Sardegna”. Le domande di chiarimento che sorgono sono: “quale (lingua), chi (se ne occupa e garantisce per la qualità), quanto (costa anche in proporzione con gli altri aspetti, non strettamente sardi, da sviluppare), perché (quali sono gli obiettivi)”. Trascuro l’aspetto ‘cultura della Sardegna’ per brevità.

    Le risposte a queste quattro domande di chiarimento stanno forse nel punto 4, magari non secondo le informazioni che hai avuto nelle ‘segrete stanze’ (e che in parte sono state smentite, forse), ma comunque nell’ottica di cambiare la rotta delle modalità di gestione.

    Vorrei però anche sapere se legalmente è possibile avere finanziamenti per un progetto e poi utilizzarli per un altro.

  • La vicenda dello stop al bando in fase di espletamento, è stato un danno alla collettività, alle imprese e alle persone che ci han lavorato e soprattutto alla nostra scuola rischiando di perdere il progetto di innovazione apprezzato a livello internazionale.
    Segnalo solo, per chi intende avere gli elementi della questione che sul sito http://innovdid.wordpress.com sono presenti tutti i documenti, dalla delibera alla conferenza stampa dove è stato distribuito anche il famoso protocollo d’intesa MINISTERO REGIONE SARDEGNA,(Anch’esso presente nella documentazione) frutto dell’incontro del 17 luglio (ma nell’accordo la data è stata omessa o cancellata…).

    E’ presente anche una petizione che propone di risolvere la questione che ora si complica: alcuni han risposto al bando, altri non han risposto per effetto della delibera. Che non è ancora ratificata dalla necessaria determina. Insomma un pasticcio. Come uscirne? Semplicemente estendendo la scadenza del bando senza alterare la struttura del progetto. I perchè sono brevemente descritti nella lettera aperta nel sito.
    Chiedo a tutti coloro che credono in questo progetto e più in generale credono al rinnovamento della scuola di sottoscrivere la petizione presente nel sito. Aiuterà a sollecitare l’apparato politico a intrervenire velocemente nella giusta direzione.
    Grazie
    Carlo C.P.

  • In molte occasioni, sia nelle mie attività di ricerca che nel lavoro che svolgo da anni all’INDIRE, ho imparato ad apprezzare la competenza e la chiarezza di pensiero di Silvano Tagliagambe. Ho letto quindi con un certo stupore il suo scritto sul progetto di “Scuola Digitale” in Sardegna, non tanto per le questioni relative all’editoria digitale, sulle quali non voglio esprimermi (anche se mi piacerebbe discuterle in altra sede) quanto sulle illazioni su un supposto ruolo di INDIRE nello sviluppo di una piattaforma di erogazione alle scuole sarde dei contenuti didattici. Qui mi sento costretto a fare qualche doverosa precisazione:
    1 – sul punto 1: INDIRE non sta lavorando in alcun modo allo sviluppo di una piattaforma con HP che sarebbe destinata alla Puglia e che il MIUR imporrebbe alla Sardegna
    2 – sul punto 4: qui a Firenze non risulta che la gestione del Centro di competenza per l’erogazione, al sistema scolastico sardo, dei servizi di eccellenza sarebbe in corso di affidamento all’INDIRE, sarebbe quindi quanto meno curioso che documenti che circolano nelle “segrete stanze” a Cagliari parlassero di incarichi di cui l’istituto non è a conoscenza!
    Penso che più che di documenti, che (se esistono) ci piacerebbe vedere, si tratti di illazioni incontrollate e di insinuazioni messe in giro da qualcuno (non certo Tagliagambe) per tirare INDIRE dentro polemiche a cui è del tutto estraneo.
    Per chiarire ogni dubbio in merito, voglio anche precisare, perchè probabilmente è da qui che nascono i fraintendimenti, che INDIRE, insime a HP ES Italia, Olivetti, InnovaPuglia, Interattiva Media, Links MT, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Università del Salento, CETMA, ENEA, partecipa al progetto PON Ricerca denominato ”
    Modelli e Tecnologie per la SMART EDUCATION”, un progetto di formazione in cui l’istituto non si occupa di piattaforme ma di Modelli Pedagogici/Didattici.
    Per finire, l’unico ruolo per il quale INDIRE si è proposto nel progetto Scuola Digitale in Sardegna riguarda la formazione dei formatori (compito “storico” dell’istituto): per questo intervento il MIUR metterebbe a disposizione i fondi necessari, non gravando sui fondi della Regione ma incrementandoli con un apporto ad hoc.
    Non dirò niente invece sulle argute dietrologie espresse da Satta, si commentano da sole. Le mie osservazioni critiche espresse a Roma erano pubbliche, limpide e lineari e sarò ben lieto, quando incontrerò di nuovo Silvano Tagliagambe, di continuare a confrontarmi con lui come abbiamo spesso e molto costruttivamente fatto in passato.

    Massimo Faggioli
    Gruppo Pianificazione e Controllo
    INDIRE – FIRENZE

  • Piero Atzori

    Non ho capito molto, anche perché le parole di Tagliagambe sono mescolate alle critiche verso lo stesso. Quel che a me risulta confermato nella sua chiara evidenza è che la scuola è sempre oggetto di appetiti deleteri (oltrechè di sindacalismo muto e complice). Il solo fatto che gli insegnanti non siano neppure consultati basta a confermarlo. E sì che ce ne sono di insegnanti competenti. Capita come per l’edilizia scolastica, che esclude scrupolosamente ingegneri e architetti insegnanti. Dunque: spazio alle schifezze! Del resto siamo nel paese dove è stato possibile costruire scuole con rifiuti tossici (Calabria) e dove si è tanto risparmiato nel cemento che alla minima scossa tellurica a S.Giuliano di Puglia crollò solo l’edificio scolastico, purtroppo sulla testa di bambini e maestre. La Sardegna italiana è in linea.
    Cercherò di capirci di più sulla digitalizzazione delle scuole che si vorrebbe. Sono fermo al progetto che doveva dotare ogni aula scolastica dell’isola di una LIM, per una spesa molto rilevante. Da insegnante osservo che il progetto era o è veramente eccessivo. Nel mio liceo, 34 classi, abbiamo già cinque LIM. Ne basterebbero altre otto-dieci, non ne servono altre ventinove. Facciamo l’interesse della scuola e della Sardegna, non permettiamo che ci mangino la pastasciutta sulla testa.

  • Ma perchè meravigliarsi, è la tradizione che continua. Fino ad ora le risorse finanziarie approdate in Sardegna, e sono tante, non sono servite per creare reddito in modo strutturale ma per alimentare bisogni per soddisfare i quali bisognava acquistare beni e servizi prodotti dalle industrie del Nord. Che non hanno avuto bisogno di cercarsi il mercato,lo hanno avuto gratis e senza concorrenza. Loro si sono strutturati e rafforzati (finita la cuccagna pongono oggi la “questione settentrionale”), noi siamo rimasti deboli e senza futuro. Questo della scuola digitale è uno degli ultimi scampoli di denaro che poteva costruire in Sardegna un barlume di industria della conoscenza, che non ha limiti e soprattutto non corre rischi di sovraproduzione. Poteva invertire una tendenza consolidata? No, non poteva perchè gli ascari sardi dei partiti italiani devono ubbidire per salvare la loro posizione e non disturbare gli interessi di oltre tirreno.
    Ma sarà una lezione utile? Non metto la mano sul fuoco.

  • Questa operazione,sarà perché è di carattere culturale,sta eccitando il mio istinto.
    Ho una voglia matta di affilare il forcone.
    Non ce la faccio più a reggere questo continuo scippo e questo continuo imbroglio,per giunta vedendo quanto incide per esempio il caro traghetti sulla nostra economia,la trasformazione della nostra lingua in semplice dialetto e per l’ultimo questa porcheria .
    Basta ormai la misura è colma.

  • Mario Salis

    Purtroppo credo che Cappellacci e Milia siano svegli da tempo. Peccato che abbiano aperto gli occhi solo sui loro interessi. E’ consolante vedere che c’è chi non si piega alle logiche della mala politica, e da Lei Professore non mi aspettavo niente di meno. Continui così!

  • Michele Satta

    Egregio professore,
    finalmente chiarezza! Oggi esce la verità. Milia non ha capito che l’Indire è in competizione di mercato con Scuola Digitale Sardegna. Ha usato il Ministero per minare il percorso di Scuola Digitale Sardegna e ricondurlo sotto di sé, come per la Puglia. Milia non ha cultura nazionale sarda, non diffida del Ministero. Viceversa ne è lusingato, basta vedere come se lo sta giocando il Dirigente scolastico regionale. Lui fa la voce grossa e quello se ne frega e va dritto a privilegiare la provincia di Cagliari contro tutte le altre province. Biondi si è lavorato Milia che non ha le comptetnze per capire il Bando (gli possono dire che esiste anche Web 6.0 e non sa di che cosa si stia parlando). Cappellacci, dal canto suo, è alla ricerca di una botta di popolarità che spera di ottenere regalando i tablet agli studenti (lui spera di poterlo fare subito, ma non è così). Che tutto nasca dall’Indire, cioè da una creatura di Biondi e del suo Dipartimento (sciolto dalla spending review) è confermato dalla singolare coincidenza tra le considerazioni fatte in questo sito da Anonimo e le critiche mosse al progetto Scuola digitale da Massimo Faggioli, responsabile della formazione didattica dell’Indire, nel corso del convegno sui nativi digitali, svoltosi a Roma alla fine di maggio, che ho avuto modo di seguire integralmente via web. Che dietro tutte questi voci di dissenso nei confronti del lavoro fin qui fatto in Sardegna ci sia una mano non tanto invisibile, ma molto, molto ben visibile e interessata, riconducibile, appunto, all’Indire e a qualcuno dei suoi mentori che sta a Roma, non se ne sono accorti solo Cappellacci e Milia. Qualcuno li svegli.

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