La nuova poesia della Sardegna al cinema: L’arbitro

6 ottobre 2013 10:593 commentiViews: 136

Sono andato a vedere L’Arbitro.
Il regista Paolo Zucca ha un fortissimo talento poetico. Questo tratto non realistico sta accomunando molto i ‘giovani’ registi sardi (penso all’emozione provata a suo tempo vedendo Ballo a tre passi).
Già la scelta del bianco e nero è stile e segno: noi non vediamo in bianco e nero, ma abbiamo conosciuto la fotografia e il cinema in bianco e nero. È una scelta vintage per creare la distanza (l’ironia) da cui si vede meglio.
Zucca tratta ironicamente l’arcaicità e la rozzezza (birra e pecore) e questo è un ottimo antidoto contro il primitivismo istintivo sardo che fa vendere tanti libri in Europa ma che ha veramente stancato qui da noi.
Ci sono delle perle:
– il discorso ‘abbiamo vinto’  è il discorso di tutti coloro che perdono nei fatti per l’ingiustizia altrui, ma vincono moralmente nell’eternità dello spirito (o della mente, per i materialisti che non si rassegnano all’esistenza di Dio);
– il monologo del capitano-padrone di Montecrastu nel giorno del suo matrimonio è un capolavoro antifrastico;
– il bacio di Gepi Cucciari a Jacopo Cullin dopo la battuta ‘Te la regalo io la bicicletta rossa’ è di una dolcezza emozionante;
– la parodia dell’allenamento dei marines con la corsa intorno al campo del Montecrastu scandita dagli insulti al Paberile è magistrale;
– le due indagini sui reati in campagna svolte alla vecchia maniera, sul cucuzzolo di un monte (come se a parlare fosse un oracolo) interrogando un vecchio che riesce a fare il delatore senza fare mai il nome di nessuno, è un ossimoro scenografico: un contesto ancestrale e magico che accoglie due dialoghi ridicoli;
– la natura sarda è colta nella sua bellezza, ma non è enfatizzata.
Il film è poetico e antieroico: questa è la sua grandezza.
Limiti: c’è un errore di sintassi. I percorsi narrativi attivati non vengono chiusi in modo soddisfacente (Vito Biolchini ha notato questo difetto e lo ha addebitato al tributo che il film ha voluto fare al ‘corto’ da cui è originato). Mi spiego: il percorso dell’arbitro Stefano Accorsi (ripreso da Zucca con una voluttà berniniana nella fase di ascesa e perdizione con l’indugiare della cinepresa sul suo corpo, reso ‘anatomico’ con l’uso sapiente delle luci. Evidente l’intento estetizzante, volto a connotare il mondo falso e dorato del potere, del balletto un po’ dandy nella stanza d’albergo ecc. eccc.) doveva compiersi nella sua discesa agli inferi della terza categoria del distretto nord-occidentale della Sardegna con una dilatazione temporale e narrativa dell’ultima partita che unisse meglio la sua disperazione e ansia di riscatto con la gara del Montecrastu con il Paberile. Il gol involontario con cui l’arbitro dà la vittoria ai ‘buoni e giusti’ doveva essere preparato narrativamente. Forse si poteva dilatare un po’ di più l’ultima partita e togliere l’episodio della partita truccata che è forzato. Infine, la faida non doveva concludersi nella partita, ma continuare a svolgersi in essa, come se l’odio fosse la variante estrema della competizione sportiva. L’omicidio è un corpo estraneo nel contesto narrativo del finale.
Detto tutto questo, però, a me ha fatto piacere conoscere e divertirmi con un poeta antieroico, un poeta che dirà ancora molte cose. In Sardegna sta crescendo una cultura che, mischiando codici e linguaggi, sta parlando al mondo con un punto di vista molto originale.

3 Commenti

  • L’arbitro sia nella versione “corto” che in quella estesa sono davvero due bei prodotti della cinematografia sarda.
    Non sono d’accordo su alcune osservazioni.
    Quale parodia dei Marines la corsa intorno al campo? Quasi nessuno dei nostri campi di periferia ha una pista di atletica e anche chi ce l’ha (Macomer) poi va a correre al circuito o nel salitone per andare a Fria, oppure al Monte di S. Antonio. Magari in quel contesto mancano gli insulti che poi si materializzano (con disincanto) durante il derby.
    L’arbitro he fa il balletto nella stanza di albergo non è dandy né una forzatura, nella mia trentennale carriera di arbitro so bene cosa si prova (e le conseguenti manifestazioni di follia) quando ricevo notizie che possono determinare una svolta della tua carriera, così come conosco l’ipocrisia e la malafede di certi dirigenti arbitrali bravi ad illuderti ed esserti amici per poi rinnegare tutto al primo stormir di foglie, soprattutto quando pesti i piedi di qualcuno. Anche il protagonismo scenico dell’arbitro del corto e del film appartiene ad una certa categoria di esaltati di cui si trova ancora qualche rara traccia nei campetti di periferia, così come giocatori e pubblico esaltati e disposti a tutto per una gara di infima categoria o un derby tra “bidde” poco distanti.
    Infine mi si perdoni se, vedendo Matzuzi, ci ho trovato una certa somiglianza con Angelo… :-)
    Auguri a Paolo Zucca, a Geppy, a Jacopo Cullin e tutto il cast. Ad majora!
    Alfio

  • Concordo con te sulla poeticità di questo film, che riesce a prendere in giro alcuni stereotipi sulla Sardegna e a far rivivere magicamente dei momenti che migliaia di noi, ex calciatori dilettanti di scarsissima levatura, avvezzi alla birra e al bar più che al gioco a zona, agli spuntini più che ai ritiri, conservano nel cuore perchè vissuti nella prima gioventù.
    Tantissimi di noi, vedendo il film, hanno ripensato col sorriso nel cuore ai terreni disastrati dove abbondavano sassi, cardi e altre tipiche essenze del pascolo sardo, dove la complanarità non era neanche presunta, ricavati da vecchie cave o che lambivano le mura di un nuraghe, terreni che venivano proposti come campi di calcio, sui quali a volte la partita veniva interrotta perchè il pastore doveva far transitare il gregge.
    Tanti di noi hanno vestito i panni del Matzutzi di turno, eroi estemporanei della “bidda” dove la diretta tv della serie A non esisteva ancora, dove quattro chiacchiere con la bella del paese (a proposito, Geppi monumentale) dopo la gara erano il premio partita. quanti ricordi in quelle magliette scompaginate, in quelle partite tragicomiche, in quegli allenamenti mprovvisati, in quei tifosi e dirigenti impastati di fanatismo e umanità. il film, detto da un profano del cinema, muove emozioni dolci ma anche forti, fa ridere e sorridere e commuovere, dei nostri ricordi così come dei luoghi comuni e dei miti della sardità, ed in questo sta, a mio giudizio, il suo alto contenuto poetico.

  • Concordo in massima parte con la lettura critica di Paolo. Conoscevo il corto e senza dubbio la storia era più asciutta, ma proprio per questo più efficace. Potrei pensare che la dilatazione della sceneggiatura sia stata funzionale ad altre ragioni che non sono artistiche. Ma non sono un critico e la tengo come sensazione. Aggiungerei a quanto detto che Zucca è riuscito a far vedere la grande abilità scenica di personaggi come Benito o Franco Fais che sono rimasti, purtroppo troppo spesso, imbrigliati dentro il provincialismo, o se volete regionalismo, dello spettacolo basato sigli stereotipi che proprio qui sono stati abilmente raggirati.

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