La lettera

Caro amico,

la peste è arrivata. Nell’isola e nella città.

Colpisce tanti, troppi. Colpisce e toglie il respiro, porta la morte. Colpisce ovunque, negli ospedali, nelle case, nelle comunità. Colpisce anche i forti, anche i giovani. Colpisce le lavoratrici e i lavoratori della medicina, quelli che salvano la vita e la dignità delle donne e degli uomini sofferenti.

La peste non si può nascondere, spontanee si alzano le grida di aiuto, e suonano le campane a lutto. Rumori insopprimibili della tragedia.

La peste sfianca il nostro popolo. Già provato, già stanco. Questo dramma non si recita a soggetto. Abbiamo aspettato un copione preciso, ruoli definiti e studiati a memoria. Se tutti ascoltassero, se chi comanda ascoltasse, se chi parla dicesse la verità, quella cruda, quella che viene dal fronte.

In tanti hanno chiesto protezione mentre si riversavano con pietà sui malati, protezioni per salvare i salvatori. Perché non chiedere scusa degli errori, perché la presunzione della inesistente perfezione?

La peste non salva il più ricco e aggredisce il più povero. Riconosce gli eroi nel bisogno, e passa quando passa cancellando il merito. Ma, la peste, fa anche i conti sulla dedizione, sul cuore del coraggio e, anche, sulle miserie. Conta le vittime e anima la protesta. Il popolo imprigionato e sfinito non sopporta l’ignoranza, non tollera arroganza. La peste vuole verità, odia i bugiardi. I bugiardi di regime e i borsari, miserabili odiosi che mortificano il sacrificio dei giusti.

Ma verrà il sole, quello caldo dell’estate. Finalmente.

Verrà il vento forte e asciutto. Verrà per spazzare il pericolo. Verrà a portare via, anche le incomprensibili indulgenze per i prepotenti, i bugiardi e i borsari. Finalmente, verrà.

E lotteremo, insieme, ancora.

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