La Giustizia in Italia

16 settembre 2013 00:001 commentoViews: 55

Faccio una premessa: io ogni anno, quando ricorre l’anniverario della strage di Capaci e di quella di via D’Amelio dove morirono Falcone, Borsellino e i loro agenti di scorta, mi fermo, penso a loro. Sono stati e saranno per me sempre un punto di riferimento.
Ho sempre creduto che ci siano stati e ci siano ottimi magistrati in Italia, persone normali ma dedite al loro lavoro con competenza e serietà. Ma ho anche sempre pensato che la Giustizia in Italia funzioni male, per non dire malissimo, e non solo per mancanza di strutture, di tecnologia e di organici, ma anche per un sistema e una cultura giudiziaria sostanzialmente autoritari, autocratici e non verificabili fino in fondo nelle loro responsabilità. È eccessivo il divario tra il potere e l’arbitrio dei magistrati e la difesa dei diritti del cittadino.
Avant’ieri Ilda Bocassini, presentando il libro L’onere della Toga, di Lionello Mancini (Bur, 11 euro), ha detto: “Ognuno deve fare la sua parte, anche i politici, anche i giornalisti, ma in questi vent’anni lo sbaglio di noi magistrati è di non aver mai fatto un’autocritica o una riflessione”. Detto dalla Bocassini ha anche un altro significato: la vicenda Berlusconi, costringendo tanti a schierarsi o con i giudici o con lui,  ha sclerotizzato il sistema giudiziario, ha impedito che lo si potesse criticare e modificare con laicità, senza ideologie. Tutti abbiamo pagato e paghiamo l’ibernazione del sistema giudiziario italiano conseguente al conformismo da tifoseria che il bipolarismo ha prodotto nella Repubblica.
Ieri, un sito non molto noto (http://www.errorigiudiziari.com/) ha pubblicato dati ufficiali del Ministero del Tesoro, poco o nulla conosciuti, che fanno tremare i polsi. Si tratta della tabella riepilogativa degli indennizzi per ingiusta detenzione erogati dallo Stato dal 1989 ad oggi. Sono numeri imponenti: 25.000 italiani ingiustamente condannati a pene detentive; 550 milioni di euro di indennizzi pagati dallo Stato. Di contro, a partire dal 1988, da quando è entrata in vigore la legge Vassalli sulla responsabilità civile dei giudici, sono state aperte 406 cause contro magistrati e solo 4 si sono concluse con una loro condanna. Possiamo continuare a vivere irresponsabilmente in questo Stato?

1 Commento

  • La magistratura appare sradicata dalla società e la dimostrazione è nelle cronache quotidiane che evidenziano un crescente protagonismo di alcuni soggetti che, con azioni di ingerenza tecnicamente legittime, condizionano l’esistenza delle strutture economiche e sociali del Paese fino a determinare la loro sopravvivenza. La politica, trincerandosi dietro la classica frase fatta del rispetto delle regole, sostiene con assoluta sottomissione qualsiasi azione promossa dal potere giudiziario dimenticando che le leggi sono la prima ed assoluta prerogativa del parlamento. Il nostro ordinamento giudiziario, eccellente sulla carta, accusa problemi enormi nell’applicazione pratica delle dinamiche di cui necessita un sistema complesso come quello italiano. La giustizia viene amministrata, o meglio gestita, a seconda del valore venale di cui dispongono le parti in un processo. Nel processo civile, di norma, vince chi ha più risorse finanziarie per durare nel tempo e quindi riesce a far soccombere la parte avversa più debole. Nel processo penale la ragione si ottiene con l’interpretazione del codice di procedura penale utilizzando, spesso fino al paradosso (la prescrizione è forse lo strumento più frequente) norme e cavilli che un imputato facoltoso, assistito da un ” buon avvocato “, riesce a far valere durante le varie fasi processuali. Tradotto in soldoni significa che la giustizia rispecchia, come quasi tutte le istituzioni dello Stato, lo sfaldamento dei sistema che ancora, miracolosamente, mantiene una apparente solidità grazie anche a quei magistrati che, sostenuti anche dalla consapevolezza del ruolo, operano nell’interesse esclusivo dello Stato secondo legge e secondo coscienza. Naturalmente le responsabilità principali le ha la politica. I magistrati, come altri ” servitori dello Stato ” non fanno altro che colmare le voragini che separano i cittadini comuni da istituzioni che somigliano sempre di più a feudi ed a potentati.

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