La Germania di fronte al fallimento del multiculturalismo

18 ottobre 2010 08:531 commentoViews: 18

050Riporto qui sotto un articolo di Repubblica sulle dichiarazioni del Cancelliere tedesco Angela Merkel (che è il vero primo ministro europeo) sul fallimento del multiculturalismo in Germania. In sostanza la Merkel si dichiara aperta all’accoglienza ma a patto che chi arriva si integri in una sorta di cultura nazionale. È un po’ il riproporsi, in termini civili e non religiosi, del principio del “cuius regio eius religio” con cui si sancì la pace di Augusta tra cattolici e protestanti: in sostanza, chi vive in una regione con determinati principi e regole, deve osservare questi e non quelli della sua patria di origine. Al di là del fatto che si sia d’accordo oppure no, il dato rilevante è che i temi dell’identità si stanno stringendo fortemente, nel mondo globalizzato, con quelli della sovranità, cioè del potere che fissa le regole, che interpreta la loro coerenza con i valori fondanti della nazione e che, infine, controlla e sanziona. È bene ricordare tutto questo in Sardegna, quando si sta per andare a votare i documenti conclusivi del dibattito sulle riforme in n clima di superficiale disinteresse o di eccessivo tatticismo che non preannuncia niente di buono per la Nazione sarda.

GERMANIA
Angela Merkel non ha dubbi
“Il modello multiculturale è fallito”
La cancelliera al congresso dei giovani di Cdu e Csu: “Il Paese non può fare a meno degli immigrati, ma si devono integrare e devono adottare i valori tedeschi”

BERLINO – Il modello multiculturale in Germania è fallito. La lapidaria affermazione, che sicuramente farà discutere, è della cancelliera tedesca, Angela Merkel.

Durante il congresso dei giovani di Cdu e Csu – i due partiti al governo con i liberali di Fdp – a Potsdam, Merkel ha detto che il modello multiculturale è “totalmente fallito”. “La Germania non ha manodopera qualificata e non può fare a meno degli immigrati, ma questi si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi” ha aggiunto. E pur ribadendo che la Germania rimane un Paese aperto ha ribadito: “Non abbiamo bisogno di un’immigrazione che pesi sul nostro sistema sociale”.

In Germania il dibattito su questi temi si è acceso dopo la pubblicazione del saggio “La Germania si disfa” di Thilo Sarrazin, nel quale l’ex senatore socialdemocratico ed ex membro del direttorio della Bundesbank sostiene che gli immigrati, a cominciare dagli arabi e dai turchi, stanno portando il Paese all’abbrutimento.

La classe politica ha condannate questa tesi, ma i sondaggi rivelano che la maggioranza dei tedeschi è d’accordo con Sarrazin. Un’indagine i cui risultati sono stati resi noti qualche giorno fa ha evidenziato che più del 50% tollera poco i musulmani, oltre il 35% ritiene che la Germania sia “sommersa” dagli stranieri e il 10% pensa che dovrebbe essere governata “da una mano ferma”.

In questa situazione, la cancelliera sembra voler conciliare le posizioni dell’ala liberale del suo partito e di quella conservatrice, guidata dal capo della Csu Horst Seehofer.

1 Commento

  • E’ ciò che ho scritto il 2 ottobre anche in un articolo di replica a quello di Oliver Perra (IRS) sul non-nazionalismo, questo il nostro: http://www.sanatzione.eu/2010/10/il-senso-di-essere-liberal-nazionalista/

    Riporto un passagio della sezione finale che riassume il quadro con riferimento alla cittadinanza: “Ad esempio, favorire l’immigrazione esterna, come ha acconsentito equilibratamente a fare l’SNP scozzese, non significa trovare nello jus soli, piuttosto che nello jus sanguinis, la scusante dietro la quale cancellare la loro nazione. Esisteranno sempre e comune le cosiddette quote di ingresso (testate con successo nell’esperienza anglo-francese del Canada). Bisogna infatti evitare di confondere il nazionalismo di uno stato-nazione con quello della sua eventuale minoranza (circostanza in cui cade spesso il sedicente “non-nazionalismo”). In quest’ultima, persino lo jus soli implica per l’immigrato l’integrazione nella nazione ospitante ed il diritto all’esercizio della sua nazionalità originaria, ma non l’esclusivo “utilizzo sociale” della stessa. Ad esempio, non è pensabile che una Pubblica Istruzione possa realizzare corsi di studio in tutte le lingue esistenti del pianeta a seconda del cittadino che entra nella Nazione ospitante.
    Non sarebbe materialmente possibile. La Francia e la Cina in questo hanno dimostrato nella pratica tutta l’invasività del nazionalismo statale in più occasioni, incitando una colonizzazione interna della loro popolazione a danno delle loro minoranze, pensiamo infatti ai cittadini francesi trasferitisi per decenni dalla Francia continentale alla Corsica, od ai nazionalisti cinesi mandati a colonizzare ed abitare i territori del nazionalismo tibetano.
    I concetti di jus soli e jus sanguinis perdono dunque qualsiasi efficacia a prescindere nel momento in cui la minoranza non tutela più le sue prerogative e le sue caratteristiche territoriali, lasciando campo libero all’omologazione perpetrata dal competitor più forte. Altri esempi sono quelli drammaticamente osservati in Turchia a danno della minoranza Curda, come in Iran. Ma anche come quelli osservati ai tempi della colonizzazione italiana e francese del nord’Africa.

    Per questo quando ci dichiariamo indipendentisti, sarebbe assurdo definirsi “non-nazionalisti”.
    Non si stanno difendendo generiche società dei diritti universali, ma precise caratteristiche territoriali.”

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