La farsa autoritaria di Sardara

Dacci oggi il nostro sangue quotidiano Oggi, la Magistratura sarda dà da mangiare e nutre maternamente l’istinto giustizialista della piazza e annuncia al mondo (con soddisfazione erettile dei giornalisti sanguinolenti, i giornalisti di bordo-patibolo) che sì, finalmente ha trovato i reati da contestare ai grulli di Sardara: omissione di atti di ufficio (mancata elevazione delle multe ai partecipanti) e peculato d’uso a coloro che hanno usato le macchine di servizio per andare alle Epulas Sardarum.

Tutti i sapienti accucciati Non un accademico si è levato a contestare questa esibizione narcisistica della magistratura cagliaritana; non uno storico minimamente memore dei fondamenti giuridici dello Stato liberale (ormai gli storici conoscono solo le ‘mediane’ per fare carriera universitaria e tra queste non vi è il ricordo della sovranità della legge su tutti i poteri dello Stato).

Reati noti, reati pezzenti Nella fattispecie, la magistratura isolana si è sentita in dovere di agire rapidamente su questo spuntino (mentre si è presa tempi lunghi e lunghissimi per tentativi di finanziamenti sportivi non andati a buon fine, per l’incredibile incremento delle spese sotto i 40.000 euro in tutte le amministrazioni pubbliche sarde, per le lauree secretate, per le concessioni demaniali in proroga tonnellante, per gli uffici di tutela del paesaggio a geometria politica variabile ecc. ecc.).

Come ha agito la magistratura? In questo modo.
Prima di tutto ha aperto un modello 45, cioè un obbrobrio dell’ordinamento giudiziario italiano.
Secondo l’art. 335 del Codice di procedura, il Pubblico Ministero appena ricevuta una notizia di reato deve immediatamente iscriverla nell’apposito registro.
Ma siamo in Italia, e che diamine!
La domanda è d’obbligo: che cos’è una notizia di reato? Già, che cos’è? Gli italiani, tra vedere e non vedere, prima di darsi una risposta sul reato, hanno disciplinato come agire verso i presunti colpevoli e dunque hanno stabilito che il Pubblico Ministero, se può identificare i presunti colpevoli apre un modello 21, se invece non li conosce apre un modello 44. Per entrambi, però, ci deve essere il reato.
Applichiamo questa linearità a Sardara: almeno 19 partecipanti subito individuati da un verbale di contravvenzione; pubblici ufficiali e/o alti dirigenti pubblici già individuati; assenza di convocazioni pubbliche molto evidenti; perché dunque non ipotizzare un reato, aprire delle indagini, avvertire gli imputati dell’accusa e consentire loro di godere delle garanzie che l’ordinamento stabilisce per gli indagati? Perché lo scenario seguente era molto più allettante per l’esibizione virile della Giustizia.

Modello 45: confessa, figliolo Cosa succede se il reato non c’è e il Pubblico Ministero ha comunque desiderio di capire, di indagare, di svelare, cioè di occuparsi di cose che non lo riguardano minimamente? Ecco, in Italia, in questo caso, il PM apre un modello 45.
Il modello 45 è un capolavoro di schifosissima prepotenza: il modello 45 dà vita al registro degli “atti privi di rilevanza penale”. Capite? Un magistrato che ne abbia voglia può aprire un fascicolo su atti privi di rilevanza penale, cioè su atti sui quali il suo potere non dovrebbe in alcun modo agire. E non pensiate che un modello 45 sia un’eredità medievale, no, è modernissimo. È del 1989. La prima domanda è: perché un magistrato dovrebbe occuparsi, fino a tenere un registro, degli atti privi di rilevanza penale? Perché non si sa mai, dicono i torquemada che hanno inventato questa bestialità e grazie a questa bestialità un magistrato può chiamarmi e chiedermi chi c’era nella tale riunione (la libertà di riunione è garantita dalla Costituzione ma lui se ne fotte), chi mi ha chiamato a quella riunione (la segretezza della corrispondenza è garantita dalla Costituzione ma lui se ne fotte), di che cosa ho parlato (la libertà di espressione è garantita dalla Costituzione, ma lui se ne fotte) ecc. ecc.

Peculato d’uso Alla fine di questa azione in perfetto stile inquisitorio (l’Inquisitore arrivava in città e faceva sapere a tutti, col banditore, che lui sapeva già tutto di loro e delle loro pratiche eretiche, che sarebbe stato meglio per ciascuno presentarsi e confessare) cosa viene fuori: il peculato d’uso! Qualcuno ha usato la macchina di servizio per andare a un pranzo non ufficiale.
Ma di cosa stiamo parlando?
Ma solo nella scorsa legislatura si distinguevano nettamente due tipi di assessori: quelli che andavano in ufficio con le proprie macchine e si spostavano con quella d’ufficio solo per gli impegni istituzionali e quelli che ogni giorno si facevano andare a prendere a casa e riaccompagnare dall’autista e la casa non era proprio dietro l’angolo. Nuovi peculanti rossi? NO, perfetti interpreti di un costume autonomistico perpetrato per sessant’anni. E la magistratura ora scopre il peculato d’uso?

E non è peculato d’uso ordinare il cibo per un breve pranzo di lavoro in ufficio in un ristorante esclusivo piuttosto che al bar dell’angolo? Il pesce fresco non è peculato? No?

Poi c’è la contestazione dell’omissione, ed è clamorosa. L’ufficiale di pubblica sicurezza non ha emesso una multa e per tanto sarà processato. Benissimo! E allora che dire dei PM che ricevono da un loro testimone di accusa una notizia che si rivela falsa e che non agiscono contro il loro testimone se non quando tirati per i capelli? In un processo, una persona ha detto di un’altra che era proprietaria di una società coinvolta nel reato. Il PM ha potuto constatare da subito che non era vero. Ha agito ex art. 371 bis del Codice penale? Ma manco per un pisello! O quando un alto ufficiale della PG ha scritto che una determinata Asl registrava un incremento dei costi del personale per le attività criminose legate al reclutamento degli interinali e poi invece, verificati i bilanci, si è scoperto che non solo era falso ma che quella Asl era la più perfomante di tutte, il PM ha agito contro l’ufficiale di PG? Ma quando? Ma dove? O quando un politico ha accusato un suo collega di dichiarazioni contro una determinata azione politica e poi si è scoperto che l’accusato non aveva mai detto una sola parola a riguardo, il PM ha agito contro l’accusatore? Ma manco per nulla! E oggi la magistratura pensa di essere credibile con questa ridicola e accigliata severità sulle omissioni?

Magistratura etica Diciamolo chiaro: la magistratura a Sardara non c’entra un fico secco, anzi, è diventata la migliore foglia di fico per Solinas.
A Sardara entrano in gioco questioni etiche e politiche, non giudiziarie o disciplinari.
L’unica vera omissione è di Solinas che avrebbe dovuto avere il coraggio di chiedere formalmente le dimissioni ai partecipanti con ruoli nei suoi uffici, perché non si può chiedere ai sardi di stare chiusi in casa (e non se ne può più di questa galera dovuta alla prepotenza dei negazionisti, ai balentes del virus, tutti abbiamo voglia di vedere e abbracciare gli amici, di stare all’aperto anche solo a prendere il sole e a ringraziare Dio di un momento di serenità) e poi fare gli spuntinanti impuniti.
Punto, tutto qui.
La magistratura dovrebbe occuparsi d’altro e meglio di come fa, con più cultura, profondità, attenzione. Ma purtroppo non è così: abbiamo la magistratura social, un mostro culturale dal potere infinito.

One thought on “La farsa autoritaria di Sardara

  • Egr. Paolo Maninchedda
    I suoi commenti sui fatti quotidiani che posso leggere su Sardegna e libertà, pur costituendo a suo dire il pensiero di cittadino privo di “funzioni pubbliche e con assoluta irrilevanza degli studi universitari e della militanza politica e civile nella società contemporanea”, vanno colti in quanto portatori di un elemento ormai raro per le coscienze: sensibilizzazione.
    Non è da tutti esporsi a denunciare questo malaffare diffuso nelle istituzioni.
    Non è da tutti non restare indifferenti, non voltare il viso di fronte a prepotenze e violenze di sistema.
    Non è da tutti non rassegnarsi o adeguarsi di fronte al dilagare della mediocrità in tutti i campi, dilagare che pare incontrovertibile.
    Non è da tutti lottare senza arrendersi, anche di fronte ai poteri più alti.
    E’ di questi giorni la ricorrenza dei tragici fatti di Livorno, la tragedia del Moby Prince. Ebbene, a trent’anni da quei tragici fatti, i rappresentanti sardi dei familiari delle vittime, i fratelli Angelo e Luchino Chessa, con tenacia e resistenza degne di tantissimo rispetto, continuano una battaglia estenuante in quanto combattuta contro menzogne stratificate ad ogni livello istituzionale.
    Allora ecco perché scrivo per ringraziare Paolo Maninchedda. E ringrazio Angelo e Luchino Chessa.
    Esempi di ricerca della verità, di desiderio di cambiamento. Scosse di sensibilizzazione per coscienze sopite.

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