La fame e il pericolo sono sempre là: noi votiamo e le banche, assolte e nascoste dai giornali, vendono la terra

7 maggio 2012 06:5615 commentiViews: 13

giara139Dopo i referendum, si riparlerà di cose concrete, cioè di tutte quelle gravi situazioni da cui la gente, i partiti e le istituzioni stanno scappando perché non sanno cosa fare.
Io continuo a fare il mio dovere, costruendo con altri un gruppo con una testa diversa da quella dominante, un gruppo che abbia in testa l’assunzione piena della responsabilità del governo dei processi, che sappia dove mettere le mani, che lavori e costruisca soluzioni più che manifestazioni. Ci sarà una proposta alle prossime regionali che unirà sovranità, sviluppo, libertà, competenza e responsabilità. E ci sarà con o contro i partiti, poco importa. Oggi essere indipendentisti significa sapere cosa fare e assumersi la responsabilità di farlo. Se dovrò guidare, guiderò; se invece, come mi auguro, dovrò aiutare, aiuterò. Chi vuole partecipare, si faccia sentire. L’11 sarò a Baunei e il 12 a Terralba.
Mi preme però far notare una cosa: mentre la Sardegna si occupava di referendum, una banca molto importante pare abbia venduto i suoi crediti ad un’altra banca o finanziaria specializzata nel settore. Dentro questi crediti ci sarebbero anche quelli dell’agricoltura. Che sta succedendo? Succede questo: il pastore ha un debito di 100; la banca che acquista questo credito lo paga 20; poi va dal pastore e gli comunica che se vuole estinguere quel debito (di 100) può o pagare (ma se non è ancora risucito a pagare, vuol dire che non ci riuscirà certamente adesso) o concedere un po’ di terra per un impianto fotovoltaico, dal quale non incassa nulla ma che è in grado di produrre un gettito capace di coprire il rateo per estinguere il suo debito. Come nei film western americani, le banche strozzano l’agricoltore e poi magicamente compare il responsabile della compagnia ferroviaria che fa l’offerta che non si può rifiutare, la quale nella fattispecie ruba sole e terra: i pastori continuano a vendere il latte di vacca a 0,35 e quello di pecora, quando va bene, a 0,70, e nonostante vi siano modi importanti e pratici per aiutarli (ne parlerò nei prossimi giorni) e sono abbandonati al rapporto capestro con le banche che si avvantaggiano delle loro limitate conoscenze in campo bancario e finanziario. Rispetto a queste cose, serve un nuovo ceto politico organizzato, non generiche proteste o mobilitazioni impiegatizie.
Faccio un altro esempio: un importante piccola impresa del mio territorio ha acquisito una commessa rilevante per realizzare grandi impianti in giro per il mondo. Le servono saldatori specializzati. Non li trova. La politica delle rivendicazioni generiche ha prodotto operai generici: il mondo dell’impresa certifica la poca utilità del poco sapere diffuso tra i sardi. Chi non sa, subisce e molti sardi sanno troppo poco. Il sapere, per noi più che per gli altri, è denaro. E il sapere è fatica non protesta.
L’indipendentismo è oggi questo: sapere, saper fare, saper costruire. Esattamente il contrario della politica che evita i problemi.
A Macomer stiamo costruendo una cooperativa di consumo originalissima, che unisce consumatori, produttori e distributori in un vincolo solidale molto forte, senza un euro di finanza pubblica. Macomer comincia a capire che i sardi, nelle difficoltà, si uniscono, non si scannano.

Riflettevo ieri sera su alcuni fatti: mentre noi si pensava ai referendum, il Governo italiano ha concluso una sofisticata operazione con cui si è impossessato delle risorse di regioni e comuni, nonché dei loro conti correnti, e ha chiuso i rubinetti delle erogazioni; contestualmente il Governo italiano ha annunciato tagli anche sulla scuola, il settore su cui in Sardegna occorrerebbe investire di più; contestualmente il governo italiano aumentato le tasse; le banche continuano a raccogliere denaro in Sardegna – quel poco rimasto – e a prestarlo magari a Ligresti; la burocrazia regionale – vera responsabile dell’inefficacia di qualsiasi politica – continua ad essere terribile, anonima e irresponsabile di fronte ai suoi doveri; ; E.On continua a passare pericolosamente vicino alla Bocche con le sue petroliere e a non fare il quinto gruppo a carbone; Terna continua a tutelare il cartello elettrico di Enel, Saras e E.On che noi paghiamo duramente; Onorato continua a tenere la Sardegna in ostaggio attraverso la Tirrenia, sovvenzionata dallo Stato italiano per tenere in ostaggio la Sardegna.

15 Commenti

  • Il discorso è che siamo a cose fatte: ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno votato in buona fede. A queste bisognerà dare risposte. Il caso dell’Ogliastra infatti è emblematico di questa situazione, l’ho citato nell’intervento: http://www.sanatzione.eu/2012/05/risultati-referendum-2012-lettera-al-pres-della-commissione-regionale-autonomia-maninchedda/ Ma non ci sto a inquadrare tutto il contesto come espressione di una borghesia reazionaria tendente al sacrificio sulla pubblica piazza, oggi le cose sono più articolate. Le motivazioni sono varie e spesso sovrapposte. Ignorare il messaggio popolare è sempre stato il primo errore che ha portato il collo di diversi politici sotto la scure di Cromwell.
    Al punto in cui siamo si può solo scegliere di proseguire con più convinzione il processo sulla riforma degli enti intermedi (e le altre) senza delegittimare in blocco il voto. Ricordo infatti: il voto, non la lapidazione. E’ stato mandato un messaggio democratico, e questo non è mai inutile. Sta alla politica interpretarlo al meglio in sede amministrativa.

  • Per Marcello: io credo in percorsi politici seri, non emotivi né rivoluzionari. Se non è chiaro questo presupposto, non è chiaro il resto. I referendum, rispetto alle riforme possibili (e largamente inutili per i limiti che la legisalzione italiana impone ai sardi) sono inutili. Non a caso sulle province, per esempio, sbagliano l’obiettivo: volevano annichilire il ceto politico intermedio e hanno azzerato le funzioni sovracomunali intermedie, quasi a dire che per amministrare l’Ogliastra occorra di necessità o Nuoro o la Regione. Io so perfettamente quello che sta accadendo: c’è una competizione per il potere con poche idee per gestirlo, senza il perimetro di una coscienza nazionale e di una responsabilità istituzionale adeguate. È già accaduto: nel periodo di tangentopoli il ceto politico che sostituì il precedente svelò rapidamente la sua mediocrità di cui oggi noi paghiamo le conseguenze. C’è un sentimento vendicativo di certa borghesia italiana che non riconosce mai a se stessa la colpa di selezionare e scegliere un ceto politico inadeguato come quello sardo odierno. Questo ceto dà sempre la colpa agli altri, produce disordine istituzionale (come ha fatto negli anni Venti e come sta facendo ora) e poi ne ha paura, si rintana e cerca l’uomo d’ordine a cui affidare le proprie attese e frustrazioni, sempre orientate contro qualcuno. Questo è il ‘popolo’ che è andato a vedere il rogo di Giordano Bruno e la decapitazione di Danton. È il ‘popolo’ che prova un piacere sadico nel vedere morire un uomo ritenuto potente. Io sono contro questo ceto perché sono libertario, tollerante, pacifista e antifascista nel profondo del cuore. E lo sono perché sono cristiano e storicamente relativista. Mio nonno ha fatto la fame per colpa di questo ceto; mio padre è cresciuto in un orfanotrofio per colpa di questo ceto; mia nonna è morta vittima dei parenti che hanno fatto la rivoluzione per fare arrivare in orario i treni e a lei hanno negato l’aspirina con un solenne e classico ‘Merda’. Io immagino una Sardegna sovrana, ma legale, democratica, partecipativa, non centralistica, ordinata e efficiente. Questo ceto neo-fascista e molto vigliacco è il mio nemico; non educa a governare, non ha cultura e non vuole averla (anzi la irride); insegna invece a odiare, protestare e poi leccare il culo a chi comanda di nuovo.

  • Marcello Simula

    Per Angelo: io non sono né scemo né in malafede, e affermo che, nella stragrande maggioranza, i votanti ai 10 referendum hanno espresso 10 pareri ragionati e consapevoli. Tieni presente che chi non è stato in grado di esprimere 10 pareri ragionati e consapevoli non è andato a votare, tant’è che i votanti sono stati poco più di un terzo degli aventi diritto. Ci pensi?

  • Marcello Simula

    Verissimo che la consultazione referendaria è avvenuta in un contesto di disinformazione totale. Da parte mia c’e’ ancora stupore non risolto per l’assenza di commenti su questo blog prima del 6 Maggio. Ho letto le motivazioni, caro on.Maninchedda, le capisco ma non le condivido, e fin qua siamo nel campo delle opinioni personali, in ogni caso degne di rispetto. Resta il fatto che davvero non si puo’ liquidare il voto dei sardi votanti come protesta anti casta. Credo che si incorrerebbe in un errore di semplificazione, mentre la consapevolezza del voler prendere in mano il proprio futuro e’ presente nei sardi molto piu’ di quanto non appaia ad un esame sommario dei dati. Lungi da me l’idea che Lei possa valutare sommariamente e superficialmente le dinamiche del voto di domenica, ma insisterei nell’approfondire i vari perche’, alla luce anche delle scomposte reazioni di coloro che sentono traballare lo scranno (traballare nel senso di insicuro,non nel senso di lavorare!). Tutto questo, se non altro, per provare a rendere piu’ fattibile e proponibile il percorso politico che, da convinto sardista ed indipendentista, condivido con Lei e con tanti altri da un po’ di tempo.
    Saluti ottimisti a tutti, come sempre, e forza paris!

  • Lo so bene Paolo, sono un collaboratore di Franciscu. Quello di cui parlo è di una posizione chiara a sostegno dell’iniziativa, non quella di quell’incontro in cui, sinceramente, non ho trovato una netta e chiara posizione di sostegno da parte tua. Sullo stato sardo: sappiamo bene che il raggiungimento dello stato sardo è un percorso a gradini che saranno rappresentati da sempre maggiori acquisizioni di sovranità acquisita (spero di esse a SS il 19 e ne parleremo meglio) e questa è la base per passare agli altri scalini, dobbiamo prenderci tutto prima e possiamo farlo, serve determinazione e coraggio nel forzare gli schemi, averne la coscienza e programmazione. Quante più firme verranno presentate e maggior forza rappresentativa avrà la proposta, per questo è importante che tutti i sardi partecipino e facciano partecipare tutti nella raccolta delle firme.

  • Giuliu, io ho partecipato e sono stato anche intervistato in occasione della presentazione a Cagliari di Fiocco Verde. In quella sede ho proprio discusso nel merito delle questioni poste e continuo a collaborare con diversi partecipanti all’iniziativa. Il mio disegno, però, è sullo Stato sardo, cioè sull’unitarietà della posizione politica, che si nutre di tanti argomenti. Con Franciscu abbiamo un ottimo rapporto.

  • Non posso fare a meno di scriverti. Mi spieghi perchè, dopo tutto quello che scrivi, non hai fatto un comunicato ufficiale per sostenere l’iniziativa del Fiocco Verde di Franciscu Sedda? Eppure i benefici sono chiari a tutti. Dare via a questa legge ci darebbe la possibilità di poter avanzare in tutti gli altri campi, per le acquisizioni di maggiori fette di sovranità, per avere liquidità immediata e quindi maggior potere di contrattazione. Significa avere fondi per pagare subito i nostri fornitori di servizi e merci alla pubblica amministrazione. Significa risparmio nelle spese farmaceutiche (dal 20 al 30%) in virtù del pagamento immediato. Significa poter finalmente determinare effettivamente e definitivamente a quanto ammonta la nostra entrata, oggi in pieno caos. Significa avere un osservatorio economico che monitora continuamente i nostri flussi economici, non per controllare i contribuenti come dicono alcuni, ma per non far più sfuggire neppure un euro fuori dalla Sardegna. Paolo, fino a quando non incasseremo da noi i nostri soldi, a nulla servirà tutto il resto, sarà aria fritta, i nostri soldi continueranno ad andare alle casse centrali dello stato e li resteranno, e lo sia bene questo. Non capisco il motivo per cui non cominciamo a determinarci in ciò che possiamo già ora. Da piccole proiezioni che ho fatto con il solo risparmio derivante dal risparmio nell’esser solvibili all’istante potremmo generare una cifra tale da poterci permettere di acquistarle il primo anno quelle benedette navi, senza contare quante aziende sarde, fornitrici di servizi e merci alla PA, saranno saldate e potranno evitare il fallimento. Non parliamo poi del fatto che l’attuazione di questa legge consentirebbe l’uscita definitiva dell’agenzia italiana delle riscossioni, e scusa se è poco già questo. Credo che una tua ufficiale posizione a favore di questo sarebbe sintomo di grande senso del dovere e determinazione, quella vera, oltre a dar forma reale a quanto affermi. Se hai dei dubbi dillo, se non hai capito qualcosa o non è stato spiegato bene dillo, possiamo darti tutte le risposte che ti servono.
    Grazie
    Giuliu

  • io non sono andato a votare. semplicemente perchè penso che la gente abbia percepito nella proposta referendaria complessiva un solo messaggio: “dismo un calcio in culo ai politici, che sono tutti dei ladri pelandroni”. quindi si è trattato di un referendum “di pancia”, non so se anche nelle intenzioni di chi li ha proposti, ma sicuramente nelle idee di chi è andato a votare.
    la gente si è illusa di dare 10 calci in culo a quella classe politica che emerge dalle vicende giudiziarie leghiste e parlamentizie, dal caso lusi – margherita, dal continuo battage mediatico che individua nella “casta” la causa di tutti i mali e nella politica un ormai inutile orpello del tutto superfluo alla vita sociale.
    aggiungo che per me votare 10 schede è una cosa semplicemente ridicola, e se qualcuno mi dice che la gente ha espresso dieci pareri ragionati e consapevoli oso dire che o è scemo o è in malafede.
    far esprimere la gente è un fatto preziosissimo, da non specare nel marasma del qualunquismo e della disinformazione

  • Specifico in aggiunta anche per i lettori: ho menzionato di proposito la commissione Autonomia proprio perché già preposta nel lavoro di riassetto degli enti locali. Personalmente ho sostenuto il referendum, non (naturalmente), in base alla demagogia anti-casta di Prato & company, ma poiché con questa precisa indicazione popolare adesso non si può più affermare che la volontà di rivedere l’assetto istituzionale interno dell’isola sia solo un fatto tecnico-politico richiesto da Roma e gestito dalla classe dirigente sarda.
    Tradotto: anche i Sardi hanno detto la loro e forse sono andati oltre gli orientamenti dei propositi fin quì portati avanti dalla commissione Autonomia. Ragion per cui dicevo che bisognerà recepire la volontà popolare nella fattispecie dei singoli quesiti referendari.

    Poi ovviamente c’è anche la crisi del lavoro, nulla da dire al riguardo. Certo che bisogna intervenire.

  • Adriano, la Commissione autonomia stava già lavorando e lavorerà alle cose che deve seguire, ma la crisi del lavoro è la più urgente ed è la più dimenticata. Chiedersi perché lo sia è molto utile, credimi.

  • Per Per Beppe: la consultazione referendaria è avvenuta in un contesto di disinformazione molto grave, al punto che non si sapeva che alcuni quesiti erano già accolti dall’iter normale delle leggi. Faccio un esempio: l’elezione diretta del Presidente è il sistema vigente già confermato in Commissione nella nuova legge elettorale. Nessuno ne ha parlato. Un altro esempio: la proposta di legge sulle province esitata da due mesi dalla Commissione già afferma che alla scadenza le province divengono unioni di comuni per gestire alcune funzioni e con la gestione dei soli sindaci (recepimento del decreto Monti); un altro esempio: le proposte di legge sulla costituente sono già all’ordine del giorno della Commissione, anche se è vero che il loro peso è stato rafforzato. Ancora: la vera legge di risparmio sulla politica è stata fatta nella scorsa finanziaria con la chiusura netta di qualsiasi finanziamento alla società partecipate in perdita. Sulle indennità: il Consiglio regionale della Sardegna credo sia l’unico in Italia ad aver annullato i vitalizi e ridotto le indennità del 25%. Tuttavia tutto questo è abbastanza irrilevante, perché il referendum non era su questioni di merito (sulle quali l’attività del Consiglio esce sostanzialmente semplificata e sarà più rapida e questo è un effetto positivo) ma consisteva nella volontà di dare voce a un giudizio negativo e generalizzato sulla politica. Quando, caro Beppe, non si fanno distinzioni e tutto è assimilato al peggio, io sento puzza di bruciato; sento la puzza di quell’insoddifazione deresponsabilizzata tipicamente italiana (la colpa è sempre degli altri, c’è bisogno di un vendicatore con cui identificarsi) che non si pone domande sulla soluzione dei problemi, ma che costruisce il consenso su settarismi e contrapposizioni da cui poi è sempre uscita una classe dirigente ideologica, mediocre e incapace. E allora? E allora io ho preferito stare ad occuparmi di aziende, di cassintegrati, di malati, di bambini abbandonati, di procedure di autoimpiego, di energia, perché è nella soluzione dei problemi che si forma una nuova classe dirigente, non retorica, non furba, non orientata a farla pagare a qualcuno ma a promuovere veri processi di cambiamento. Il referendum non risolve un solo problema tra quelli più urgenti, anzi si gira dall’altra parte, e non promuove una nuova classe dirigente; io voglio risolvere i problemi e costruire una strada diversa per chi vogli governare la regione.

  • Comprendo il ragionamento, il contesto e la contingenza politica Paolo che ti ha spinto verso questa posizione sul referendum. Ma un voto di oltre 500.000 persone in una popolazione da un milione e mezzo di Sardi che hanno espresso precise indicazioni non è poco. La commissione Autonomia nel suo lavoro dovrà trarne le debite conseguenze politiche.

  • l’affluenza a questi referendum mi pare un dato molto significativo, quasi quasi vorrebbe dire che chi non è andato a votare non sente i problemi legati ai quesiti, ovvero a due terzi della popolazione le cose stanno bene così.
    forse ha ragione chi diceva che stiamo bene, visto che i ristoranti sono sempre pieni.
    mi ricorda tanto la vicenda del titanic, molti continuavano a cenare mentre la nave andava a fondo.
    c’è però un elemento che mi preoccupa non poco: se anche fosse che solo un terzo del popolo sta male, prevale l’egoismo degli altri due terzi, che non si preoccupano se il vicino sta male.
    a cagliari si dice: budda bene sa pingiada mia !
    lo sconforto e la sensazione di impotenza mi attanagliano.
    chi può faccia qualcosa

  • In un momento di grande difficoltà e di file che si ingrossano dinanzi alle associazioni di volontariato, il pragmatismo che si occupa della economia quotidiana è sicuramente la risposta migliore. Primum vivere! Che è anche un modo per pensare al futuro con serità mettendo al centro la dignità e la libertà delle persone. E sempre in tema di futuro bisogna avere il coraggio di impostare, da subito, programmi di investimento nella valorizzazione del capitale umano a tutti i livelli.Che non da risposte nell’immediato ma costituisce una conditio sine qua non per programmi seri di sviluppo nel medio lungo.Toglierei di mezzo gli strombazzati Master and back che assicurano specializzazione nel nulla, generano aspettative che non verranno soddisfatte, assicurano (è il solo dato certo) una vacanza ai nostri giovani a carico della società. Senza ritorno!
    Penserei a scuole di alta specializzazione da istituire in Sardegna di respiro mediterraneo. Dopo l’Asia la prossima frontiera dello sviluppo è l’Africa. La Sardegna è l’unica piattaforma nel mediterraneo che le sta di fronte. Infinite le opportunità.
    P.S. E da domani si tolgano di mezzo le quattro Pronvince che rientrano nell’ambito della potestà regionale.

  • Caro Paolo, le questioni che poni sono realmente gravi e serie. Tuttavia, ieri c’è stato un Referendum Popolare in cui si chiedeva la “riscrittura dello Statuto Sardo da parte di un’ Assemblea Costituente eletta a suffragio universale”, un coinvolgimento diretto del popolo nella designazione del Presidente della Giunta Regionale, nonché il taglio degli enti inutili per ridurre i costi della politica.

    Come accadde nel 2003, in occasione dei referendum abrogativi delle nuove provincie sarde, nessun partito politico si è preoccupato di chiarire la sua posizione di fronte all’opinione pubblica. La logica di questa pozione è semplice: “meglio che il popolo non sappia, meglio non parlarne, così, in assenza del quorum, decideremo noi”.

    Piccolo particolare, nel 2003 questo giochetto è riuscito, questa volta un grumo forte del 35% del popolo sardo ha sbaragliato le aspettative dei partiti contro tutto e tutti (n.b. Fino all’ultimo giorno l’unione delle Provincie ha chiesto che questa consultazione venisse invalidata).

    Caro Paolo questo è un dato politico molto importante che non può essere liquidato come se niente fosse.

    Oggi, nessuno è più disposto a dare carta bianca a chicchessia, meno che meno ai professionisti della politica. Il popolo vuole essere realmente coinvolto nelle decisioni che lo riguardano in modo così drammatico.

    Per questo dispiace veramente molto non aver letto in questo blog un solo riferimento ai quesiti referendari.
    Fatto che deve far riflettere seriamente anche te Paolo.

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