Là dove l’indipendenza non è un tabù

16 settembre 2013 17:141 commentoViews: 52

Il professore catalano Francesc Homs, docente di Economia all’Autònoma di Barcellona, ha scritto il 10 u.s. questo articolo sul  Guardian. Un amico mi ha fatto notare che è stato tradotto in italiano dal quotidiano on line L’Indipendenza.  Riporto la traduzione. Notate come in Europa di questi temi si parli senza, da una parte, le inibizioni e, dall’altra, l’ignoranza che caratterizza il dibattito sardo. Notate nel testo: 1) la consapevolezza della natura politica delle decisioni della Corte Costituzionale; 2) il rifiuto del punto di vista separatistico degli altri (il separatismo è solo il giudizio degli altri sul nostro desiderio di indipendenza); 3) la consapevolezza della rottura del patto di lealtà tra Madrid e la Catalogna.  (Nella foto, il simbolo araldico degli Arborea, perché io non pubblicherò mai i pali catalani sul mio sito, non per altro, per la memoria delle tasse e delle stragi, mentre continuerò a leggere Espriu, Carner, Foix, Fuster, Rodoreda, Villalonga e il mio Manuel Vasquez Montalban che scriveva in castigliano).

Proponiamo in ANTEPRIMA per L’Indipendenza la traduzione integrale in italiano dell’articolo Spain has let Catalonia down, now it must let it go, pubblicato su The Guardian, scritto da Francesc Homs, professore di economia presso la Universidad Autónoma de Barcelona, è attualmente il consigliere della presidenza catalana. (Traduzione di Luca Fusari)

La Catalogna è a un bivio. La domanda del nostro popolo è quello di tenere un libero voto sul nostro cammino futuro, proprio come quello in programma in Scozia il prossimo anno, così come altri Paesi europei hanno fatto negli ultimi decenni. Lo Stato spagnolo deve ora trovare un percorso per accogliere i desideri dei nostri cittadini.

Con il ritorno della democrazia dopo la dittatura di Franco, noi catalani siamo stati in grado di ricostruire il nostro Paese e il nostro patrimonio. Da oltre 30 anni, i catalani hanno lavorato con Madrid per costruire una società democratica, moderna, ed una Spagna europea, creando uno Stato che potrebbe essere il nostro. Abbiamo sperato che la Spagna avrebbe compreso, tollerato e soprattutto rispettato la personalità della Catalogna, della sua cultura e della sua lingua, e le speranze per il progresso e il benessere del popolo catalano.

Ma gli eventi recenti ci hanno costretto a pensare in modo diverso. Il nostro Statuto d’Autonomia, concordato tra il nostro parlamento e il parlamento spagnolo nel 2006, e poi sostenuto dal nostro popolo in un referendum, è stato unilateralmente riscritto dalla Corte Costituzionale spagnola nel 2010, in una causa intentata da Mariano Rajoy, oggi primo ministro della Spagna. Il ministro dell’istruzione spagnolo ha fatto esplicite minacce contro l’educazione linguistica catalana. Questi eventi hanno cambiato il rapporto tra i cittadini e lo Stato spagnolo.

Quando nel 2012 abbiamo proposto a Madrid che avremmo dovuto avere lo stesso rapporto fiscale che beneficiano i Paesi Baschi e la Navarra nei confronti del governo centrale, il nostro approccio è stato bruscamente respinto. Anche se contribuiamo molto di più per il tesoro spagnolo della maggior parte delle regioni, si ottiene in modo sproporzionato meno in cambio; la Catalogna ottiene meno pro capite in spesa pubblica della media di tutte le regioni spagnole. Madrid non ha ancora onorato i propri impegni finanziari previsti entro la revisione dello Statuto d’Autonomia. Al popolo catalano viene effettivamente detto che non siamo partner ma sudditi.

Alcuni a Madrid hanno dichiarato che non vi è alcun possibile percorso legale per poter votare sul nostro futuro. Non siamo d’accordo. La nostra analisi suggerisce una serie di opzioni perfettamente praticabili. Il problema chiaramente non è legale ma politico. Se la Gran Bretagna potrebbe delegare i poteri alla Scozia per condurre il suo referendum per l’indipendenza, Madrid può rispondere alle esigenze della nostra gente con flessibilità e simile immaginazione.

La volontà del nostro popolo è chiara. L’11 Settembre 2012, un milione e mezzo di persone hanno manifestato per le strade di Barcellona per ‘la Catalogna quale nuovo Stato d’Europa’. Alle nostre elezioni regionali del 25 Novembre 2012, i partiti che sostengono il diritto all’autodeterminazione della Catalogna hanno vinto 107 dei 135 seggi.

I sondaggi mostrano che il 75% degli intervistati ora supportano il diritto dei cittadini ad essere consultati in un referendum. I catalani hanno dato un chiaro mandato ai loro rappresentanti per andare avanti con l’agenda dell’autodeterminazione.

Questo processo deve essere, e sarà, scrupolosamente democratico, e approvato dalla decisione diretta del nostro popolo. Saremo palesemente trasparenti circa i nostri piani. Abbiamo intenzione di essere assolutamente tranquilli, con un atteggiamento positivo ed aperto. Naturalmente siamo e saremo sempre europei, la Catalogna è già completamente integrata nell’Unione europea e la Catalogna intende rimanere nel quadro dell’Ue, dell’euro e del mercato interno. Con la sua innovativa e dinamica economia basata sulle esportazioni, una Catalogna indipendente sarebbe un bene per tutta l’economia dell’Ue, non un danno.

Non cerchiamo l’isolamento. Barcellona e la Catalogna sono sempre stati diversi, dinamici e aperti, al centro delle rotte commerciali attraverso il Mediterraneo ed oltre, assorbendo culture da tutto il mondo e contribuendo a loro volta alla nostra creatività. Ma le condizioni alle quali vengono condotte le attività sono fondamentali, e la nostra comprensione reciproca con Madrid è crollata. Offerte ragionevoli sono state rifiutate, gli accordi sono stati sovvertiti da sentenze di parte. Lo Stato spagnolo non ha assolto ai propri obblighi verso la Catalogna e i suoi cittadini.

L’11 Settembre di quest’anno, per la nostra festa nazionale, centinaia di migliaia di persone hanno formato una catena umana in tutta la Catalogna, dai Pirenei ai nostri limiti meridionali, ispirandosi ai popoli baltici che hanno manifestato a favore del ripristino della loro libertà nel 1989, uniti nel chiedere: ‘votiamo!’. Per gli Stati democratici e le genti, non ci può essere che una sola risposta. La Spagna dovrebbe seguire l’esempio della Gran Bretagna e consentire che il referendum abbia luogo.

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