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La dignità della Sardegna: procurarsi meriti e glorie proprie. Meglio il video di Gigi Riva

Ieri è stata una giornata di dichiarazioni di tutte le forze politiche sarde a favore dei referendum consultivi della Lombardia e del Veneto.
Ogni volta che qualcuno vince, accade che in Sardegna si corra dietro al suo carro a dire che aveva ragione; lo si fa nel modo ingenuo dei bambini che pensano di diventare Gigi Riva semplicemente indossandone la maglia e non patendone le fatiche (e infatti questo video di eroica debolezza trasformata in profondissima forza spirituale, girato  da alcuni ragazzi con Gigi Riva ieri mi ha ripagato di tante tensioni). Tutti vogliono replicare il referendum del Veneto per poi pensare di egemonizzarlo per vincere le elezioni politiche e regionali. C’è un eccesso di strumentalità che fa male alla Sardegna. Una cosa però è certa (l’ha detta bene ieri il nostro segretario Franciscu Sedda): i fatti catalani e i fatti lombardo-veneti, pur con significati opposti, insegnano a tutti noi che il soggetto principale che muove la storia è il popolo. Averne paura, non frequentarlo, non accettare il rischio del dialogo educativo, non accenderne le migliori intenzioni, non interpretarne le legittime attese, non combattere nei momenti giusti per le sue legittime aspettative, disprezzarne esplicitamente le risorse umane, temere il compito di difesa del popolo e dei suoi rappresentanti che l’esercizio del potere comporta, tutto questo consuma i rapporti, svilisce la politica a pratica burocratica e la candida all’inefficacia.
Stiamo sempre, tutti i Sardi, concentrati su di noi.
Mi pare che in tutte le forze politiche stia prevalendo una coscienza: la Sardegna ha bisogno di maggiori poteri.
Fino a ieri lo dicevamo solo noi, oggi lo dicono tutti, ma va non bene, va benissimo.
Noi vogliamo più poteri perché intendiamo questi poteri come necessari al nostro desiderio di libertà e di sviluppo e per la costruzione del nostro autogoverno in Europa, altri li guardano come ampliamento dell’autonomia (che però, proprio perché delegata, è sempre soggetta ad essere compressa dagli interessi dello Stato unitario, e questo genera quello stato di incertezza normativa che è esattamente ciò che denunciano gli autori dell’articolo di cui parlerò tra poco). Ma il tema è non dove ci scontriamo sulla prospettiva, ma dove ci incontriamo oggi e quale coscienza abbiamo dello spirito inevitabilmente competitivo che occorre avere  con qualunque Governo italiano (Gian Antonio Stella faceva notare qualche giorno fa che la Lega quando è stata nel Governo italiano non ha agitato i temi federalisti quanto invece ha sempre fatto quando si è trovata all’opposizione. Altri ieri facevano notare che il referendum di dicembre era tutto di segno contrario a un percorso anche di segno federalista).
Non corriamo dunque tutti a cospargere di fiori un discorso altrui, cerchiamo sempre di costruirne uno nostro, ragionevole, ben calibrato, ben alimentato.
Faccio solo notare alcune cose.
Per noi sardi il tema fiscale è un tema di giustizia e quindi di poteri prima che di cassa (un fisco uguale in Sardegna a quello delle regioni del Nord è sommamente ingiusto). I commenti dei vincitori dei referendum sul fisco sono tutti e solo in termini di cassa.
Il potere sul fisco è il potere della conoscenza e del controllo dei flussi.
Noi abbiamo fatto una legge sull’Agenzia delle Entrate che in questo clima di entusiasmo federalista indotto andrebbe difesa da tutti i partiti sardi. Tutti i partiti dovrebbero esigere dal Governo italiano il ritiro del ricorso presentato dinanzi alal Corte Costituzionale. Lo dovrebbero chiedere tutti prima ancora di pensare a un referendum sardo su qualsiasi materia. Perché non difendere una nostra vittoria comune e gioire di una vittoria altrui?
Per noi il tema fiscale è tema di giustizia. Si calcola il residuo fiscale della Sardegna (erroneamente calcolato sui Conti Pubblici Territoriali come avevo già dimostrato in un vecchio articolo; pensate che nel conto delle Entrate Sarde vengono computati anche i soldi che ha l’Anas in pancia, una follia!) e si dice che la Sardegna consuma più risorse pubbliche di quante non ne produca, ma si tace il fatto che in 30 anni la Sardegna ha perso 20 punti percentuali di indice di infrastrutturazione rispetto all’Italia e tutti sappiamo che reagisce meglio alle crisi cicliche (l’ultima è quella iniziata nel 2008) chi è più infrastrutturato. Ieri Raffaele Paci mi ha segnalato questo articolo che rivela come durante la crisi 2008-2014 la perdita di occupati nelle regioni del Sud è stata quattro volte quella del Nord e che il Pil del Sud si è ridotto due volte quello del Nord. In questa situazione la pressione fiscale è rimasta uguale al Nord e al Sud. Si chiama ingiustizia, non compartecipazione.
Per noi sardi l’essere un’isola comporta costi sui trasporti marittimi per oltre seicento milioni di euro in più l’anno rispetto a un’altra regione italiana. Ma la pressione fiscale italiana è rimasta sempre la stessa.
Noi abbiamo bisogno di poteri, non di contributi.
Noi sardi abbiamo le servitù militari e due tra i siti inquinati di interesse nazionale più complicati da gestire. Ma la pressione fiscale è rimasta sempre la stessa.
Noi sardi siamo una minoranza linguistica (e stiamo sbagliando malamente a non inserire il sardo come materia curricolare nelle scuole dell’obbligo), però non godiamo dei privilegi elettorali – e quindi di rappresentanza e di potere – di cui godono Trentino e Val d’Aosta.
Insomma, la faccio breve: va bene tutto, va bene far festa sulle vittorie altrui, ma stiamo concentrati sui nostri discorsi, sui nostri diritti e costruiamo ampie alleanze sulle cose che realmente ci servono. Stiamo alla coscienza della nostra gloria. Ho visto Riva all’Amsicora per la prima volta nel 1970. Non l’ho mai dimenticato. L’ho rivisto da poco in un ristorante, dignitoso e solo come un eroe greco e ho passato qualche minuto a riempirmi il cuore di tenerezza.