La debolezza della forza virtuale. Mentre la Sardegna scimmiotta il neo-leaderismo, in Italia preparano il neocentralismo

3 settembre 2013 09:555 commentiViews: 12

È il giorno delle primarie del Pd. Solo per riepilogare: noi non abbiamo presentato alcuna candidatura non per i veti, le contumelie, gli insulti e tutto il fuoco di interdizione messo in campo, ma perché abbiamo condiviso con le altre forze che stanno tentando di dare un’identità politica all’alleanza tra gli indipendentisti come noi, i sovranisti, e i partiti tradizionalmente designati di centrosinistra, lo sforzo di costruire prima un profilo politico competitivo dell’alleanza e poi di procedere all’individuazione del candidato alla presidenza. Le forze diverse dal Pd non hanno presentato candidati proprio in ragione del vuoto politico che caratterizza il momento attuale e noi abbiamo condiviso questa impostazione di serietà, costruendo, per altro, un serio documento politico e una proposta di codice etico molto severa (noi non diamo lezioni di moralità a nessuno, ma neanche ce ne facciamo dare. Io resto convinto che Berlinguer sollevò la questione morale non perché fosse giusto farlo ma perché voleva superare, in attacco ben fondato, una debolezza politica del Pci, ma, detto questo, oggi in Sardegna non si può evitare il confronto sulla moralità pubblica in nome dell’urgenza dei problemi politici, sia per ragioni etiche intrinseche, sia perché ci si confronta anche con forze politiche antisistema che inevitabilmente utilizzeranno, e legittimamente, questi argomenti per proporre un’alternativa semi-anarchica ma ‘pulita’) che è stata opportunamente divulgata e pubblicata.
Io non sono convinto che si abbia la corretta coscienza che per vincere le elezioni regionali non è minimamente sufficiente convincere i convinti, cioè avere una base programmatica e politica e un approccio all’elettorato fatti per linee tutte interne alla stretta militanza tradizionale. L’elettore medio non è un militante. Noi andiamo ripetendo in ogni piazza che occorre una visione di Stato per creare una nuova prospettiva della Sardegna. Abbiamo fatto la cosa più seria che si potesse fare: ci siamo radicati territorialmente, abbiamo esplicitato il nostro perimetro politico, non abbiamo accettato i battibecchi da salotto dei radicali chic (inesistenti socialmente e elettoralmente). In una parola: ci stiamo rafforzando, come è giusto fare. Nel frattempo, però, accade che la solita vocazione a imitare il peggio della politica italiana per sentirsi più integrati (e invece si diventa intimamente subordinati), porta gli organi di stampa e gli apparati di partito a sviare lo sguardo dalla politica reale e a indirizzarlo, invece, alla personalizzazione, alla leaderizzazione dello spazio politico. È nota la mia posizione sul leaderismo e quindi non la ripeto, ma val la pena riprendere un concetto che avevo già approfondito nel 1986 sulle colonne dell’Unione sarda. Raccontavo allora che se da un lato Rousseau diceva che bisognava trovare “una formula di associazione per la quale ciascuno unendosi a tutti non obbedisca che a se stesso e resti libero come prima”, dall’altro Maritain , colpito mortalmente dai totalitarismi che devastarono l’Europa prima del secondo conflitto mondiale, si convinse che invece questa logica conduce inevitabilmente al mito della volontà generale nella quale la volontà di ciascuno si annulla e resuscita misticamente, nonché al mito della legge come espressione del numero e non della ragione e della giustizia, e infine della pericolosissima idea del capo come perfetta espressione del numero. Questi pensieri sono pericolosamente dimenticati dalla politica italiana: non capisco i Sardi che partecipano festanti a questo oblio della consapevolezza.
Mentre accade tutto questo, a Genova Confindustria e sindacati hanno firmato questo documento che, potete scommetterci, sarà la base della prossima manovra finanziaria del Governo italiano. Che cosa c’è dentro? Ne farò un’analisi commentata di dettaglio nei prossimi giorni, ma oggi serva far notare come, nella proposta di riforma del titolo V della Costituzione italiana, Confindustria e Sindacati, propongano un rafforzamento dei poteri centrali dello Stato, come pure, rispetto al costo dell’energia, da una parte colgano cose da noi ripetute in solitudine per due anni (di fatto contestano il ruolo di Terna), dall’altro continuano a chiedere una regolazione centralizzata del mercato elettrico sempre impostato sui gasdotti, opportunamente liberati da imbuti lobbistici. Ancora si noti che le proposte di riforma fiscale legate al rilancio dell’industria e del lavoro continuano a non considerare che l’Italia è una finzione di uniformità invece che una realtà di diversità, per cui si propongono soluzioni uguali per tutti e non regimi fiscali calibrati sulal realtà delle cose e sulla situazione reale delle regioni e dei popoli che vivono nella Repubblica italiana.
Che conclusione trarre? Semplicemente quella di continuare a essere una forza politica consapevole della competizione tra gli interessi dei sardi e quelli della Repubblica italiana. Noi dobbiamo evitare i conflitti inutili e costruire un ceto di dirigenti politici che pensano alla Sardegna come a uno Stato: più numerosi siamo, più la struttura dello Stato cresce.

5 Commenti

  • Capitan marc

    La forza delle idee e’ la capacta di rapresentarle. Il messaggio e’ credibile in funzione del mezzo che lo propaganda. Come diceva la bonanima di mio suocero “mrexiani non angiada conillus” . Avanti tutta “soli” i sardi non sono rincoglioniti per capire dov’e’ la ragione. Credo sia troppo sterile pensare che abbiamo ragione se agreghiamo quattro ,,,,,,,,,, e questo ci consentira di cambiare le cose. La politica non e matematica dove 2+2 =4 .Grillo insegna

  • Gent.mo On.le,
    dopo che leggo sui giornali che anche il PSdAz ha tentato un approccio con la variegata compagine della cd sinistra, mi chiedo: tanta energia non potrebbe venire impiegata unitariamente in una terza candidatura con lista indipendentista?
    Perchè – dico – perchè le persone come G. Colli, G. Sanna, G. Sale, M. Murgia, F. Sedda, P. Maninchedda, C. Zuncheddu, G. Muledda continuano a comportarsi da sardi disuniti?
    Chiaramente non lo chiedo a lei, che so avere tentato di riunire quella che ironicamente viene definita la galassia indipendentista; il mio è solo uno sfogo e una constatazione del fatto che gli intenti sono a parole identici, ma evidentemente il fine ultimo non collima!
    Un peccato per l’occasione che si perde in questa tornata, che potrebbe essere l’ultima prima dello stravolgimento della società stessa e che potrebbe portare anche alla fine della vera sardità in virtù di una tale continentalizzazione da far si che alla prossima tornata elettorali (se i padroni lo vorranno) i nomi dei candidati saranno milanesi o romani, russi, cinesi, africani. E questa gente non avrà amore per la sardità ma solo per il business e l’estetica dei luoghi, in quanto un luogo vale l’altro.

  • Evelina Pinna

    Probabilmente in Sardegna neoleaderismo e neocentralismo in buona parte coincidono; oserei dire che forse siamo in fase precoloniale, troppe commistioni di politica estera, pronti a svendere il territorio dominati dall‘impulso di reperire capitali urgenti per valorizzare e creare lavoro. Bisogna abbassare la qualità delle istituzioni per centrare certi obiettivi: è questo ciò che sta accadendo, l’effetto e causa della situazione attuale. Mentre noi sardi non cerchiamo spiegazioni. La storia insegna che c’è necessità di centralizzare quando le élites locali o la politica, devono lavorare per un guadagno privato. E se centralizzare espropria dei diritti individuali, allora occorre rilanciare quelli collettivi, è questo il mezzuccio. Quanto al doc di Confindustria e sindacati, lo scenario che si prefigura è senz’altro quello, ma la Liguria, tra portualità e metalmeccanico, al contrario della Sardegna, sa rilanciare benissimo la sua posizione strategica in Italia, deve far per forza quello, e non rispetto a qualche genere di autonomia futura.
    La politica dice che maggiore è il decentramento>>migliore dovrebbe essere la qualità delle istituzioni; maggiore è l’accentramento>>maggiore la qualità del governo. Il punto è che la qualità del governo non è migliorata affatto in questi anni di esaltazione sfrenata del favoritismo che aimè, aleggia ovunque e corteggia tutti, ed è peggiorata anche in tanti anni di pessima sinistra; per dirla tutta in Sardegna non è tutta colpa degli accentratori. Quando tutti gli impianti industriali del Sulcis erano accesi, il metallurgico di Ottana e l’agricolo del Campidano fiorenti, quello non era forse centralismo mascherato? Tanti finanziamenti incontrollati e a pioggia, hanno generato l’attitudine a comandare controllando interessi particolari. In realtà la mancanza di controlli ha regredito l’economia, il localismo non ha rafforzato i diritti sul suolo, sterilizzando ogni germe di espansione, e facendo perdere di vista il presupposto che dell’economia va controllata sia la dimensione globale che territoriale, perché la prima non esclude la seconda. Lungi dal redarguire i governi pigri e minacciare i disonesti, il localismo ha peggiorato la situazione.
    Progettare una visione di stato oggi è difficilissimo se non sconfiggiamo la sindrome del malgoverno. La soluzione è discontinuare i governi, lo steady state naturale è prendere atto della morte di certi politici e favorire il turnover degli eletti. Bisogna cambiare la pelle, modificare l’arena politica, eliminare le collusioni politiche che finiscono per mettere d’accordo su nuovi soprusi.
    In Sardegna il potere finora si è sostanziato nell’influenza sulle decisioni di nomina o nell’autonomia totale delle decisioni e troppo spesso, nel non decidere. La competizione politica non è rispetto alle idee, ma rispetto al capobranco. La popolarità del re della giungla – direbbe Hobbes – è data dalla forza di reprimere i deboli non dal modo di riaccreditarli i società. Occorre fare tabula rasa.
    Un buon modello di governo deve attirare seguaci, e per esserlo deve offrire vantaggi e soprattutto la possibilità di prosperare autonomamente. Anche se non credo a priori nei modelli e vedo che semplicemente la gente si adatta a un modello imposto senza la coscienza di poter creare essa stessa un prototipo, dobbiamo cercare di sagomare uno stato che ci permetta di formulare delle ipotesi di governo, su cui eseguire dei test empirici per identificare i benefici del nuovo governo. Chiediamo alla gente di aderire, proponendo soluzioni e responsabilizzandoli sul loro territorio. Questo si può fare anche entro i confini dell’Italia, della Costituzione e dello Statuto.

  • Per quel che mi riguarda, io sono sempre stato aperto al dialogo in vista di un programma di governo e di una strategia reale per governare.

  • Nazionalità Sarda

    Com’è andato, dopo l’incontro a Losa di Luglio, l’approccio del Partito dei Sardi con i vertici regionali PD?
    Noi del Partito dei Sardi (mi ci metto anch’io e vi seguiro’ con entusiasmo, forse ora anche maggiore) intendiamo elaborare una piattaforma programmatica condivisa con altre sigle indipendentiste?
    Se si, con quali?
    O correremo da soli (con scarse speranze, come ebbe modo di dire a Losa)?

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