La coerenza di essere diversi. Adesso agiamo

5 agosto 2013 08:323 commentiViews: 20

di Giuseppina Boeddu

Un tema che in questi giorni è ricorrente, anche se spesso utilizzato come capo d’accusa, è la coerenza.
Chiaramente o velatamente, si vorrebbero far passare le scelte fatte nel tempo che hanno generato anche appartenenze politiche differenti, come espressione di una personalità opportunista, con tratti più o meno evidenti di narcisismo, rivolta alla supremazia di un sé iperstrutturato. Parlo di Paolo Maninchedda, ovviamente. Per carattere e per mestiere, cerco sempre di capire oltre le parole e i contenuti, anche i processi che sottendono i pensieri. Alla base leggo una grossa difficoltà che prima ancora di essere politica è di ordine strutturale, in chi utilizza la semplificazione dell’incoerenza politica. La difficoltà, per essere più chiara, è accettare una diversa visione. Chi agita la bandiera dell’accusa è come chi tenta di rinnovare una casa secondo principi moderni, tenendo l’organizzazione e la concezione degli spazi inalterata: stesso numero di stanze, stessi muri portanti…. Si chiede e si proclama il cambiamento, agendo, di fatto, gli stessi modelli di organizzazione politica o stesse “ritualità di corte”. La sfida che si propone, non da oggi, è invece quella di fare politica dove l’elemento sostanziale non è la speculazione, ma è l’approccio ai problemi, con concretezza in cui prima si acquisisce conoscenza sulle e delle cose e poi si propongono possibili strade interpretative o di soluzione. Questo approccio però porta dentro, tra le altre cose, la fatica di approfondire le conoscenze, l’umiltà nel mettere in discussione le cose che si sanno e che costituiscono le credenze alle quali ci si affida, e una buona dose di generosità perché si mette a disposizione tutto questo. E’ un modo diverso di interpretare il proprio ruolo. L’elezione passa da essere risultato (per chi è eletto) ad essere passo iniziale verso quello che, utilizzando le parole di mio nonno, è un impegno e servizio per chi ti elegge e per coloro che non lo hanno fatto. Questa è la coerenza, perché c’è connessione fra il pensiero e l’azione; non è incoerenza il sano cambiamento di posizione che si deve adottare quando si verifica che le premesse iniziali sono mutate. In un intervento in questo blog, si invita a procedere ai cambiamenti dall’interno senza creare fratture. Sono d’accordo, soffro la conflittualità e la conservazione delle relazioni è una mia tendenza. Credo, però, che ci sia un momento in cui sia necessario fare un passo in avanti, si debbano prendere delle posizioni, perché non farlo sarebbe il male peggiore. Non c’è più tempo, i tentativi sono stati fatti, sono stati anche documentati in questo blog; prendere una posizione netta e aprire strade politiche che accolgano istanze che non trovano casa all’interno dei partiti storici, è una prerogativa legittima, tanto più quando vi è comunque apertura e disponibilità al dialogo e al confronto. Assumere questo impegno rappresenta un atto di responsabilità, rispetto ad una situazione economica e sociale che peggiora di giorno in giorno, se crediamo ancora che fra gli obiettivi della politica, ci sia quello di indicare soluzioni e visioni per il bene-essere delle comunità che si intende governare.
In questo quadro, cosa immagino? Azioni che realizzino i pensieri e le idee; che Sovranità si possa declinare come sovranità della persona, in un quadro di politiche sociali in cui la centralità è data alle persone e non alle prestazioni parcellizzate che caratterizzano attualmente gli interventi di aiuto nelle situazioni di bisogno; l’inversione da un modello di welfare che pare moltiplicare le richieste (che ormai non è più in grado di evadere) ad un modello che riconosca, sostenga ed implementi le risorse che le persone hanno, che noi abbiamo come popolo sardo. Si deve in altre parole interpretare la propria unicità fatta di relazioni, di territorio, di famiglia, di realtà imprenditoriali medio piccole, e realizzarne lo sviluppo assieme, in una logica generatrice, partendo dall’ascolto delle varie componenti. Non c’è da inventare, basterebbe ascoltare le esigenze di chi le porta e le soluzioni che si propongono, il nuovo è rifondare un patto tra una comunità politica e le comunità territoriali che governano, in cui si pratichi la vicinanza e non la distanza. Immagino un altro sguardo alla scuola e alla formazione in generale; la più grande sconfitta è vedere la Sardegna ancora soffocata da indici di dispersione scolastica altissimi e da livelli di istruzione e qualità delle agenzie formative fra le più basse in Europa. Una scuola che accolga la specificità culturale e linguistica, che utilizzi questo come risorsa e non come ostacolo, che colga finalità formative in grado di generare conoscenze e competenze per il raggiungimento di obiettivi di autodeterminazione, che sostenga la consapevolezza e fiducia nella propria specificità, quella di essere sardi senza precludersi il fatto di sentirsi cittadini di dove si vuole.

Immagino e confido nella forza delle azioni che verranno.

 

 

 

 

 

 

3 Commenti

  • Marco m. c.

    L’analisi di Teacher è chiara ed incisiva e ne deduco che questa persona conosce bene Paolo.
    Condivido tutto cio’ che è stato scritto, ed aspetto il momento per poter dare il mio personale contributo alla causa.
    PS: Una considerazione: ho passato due settimane in Italia e ho dovuto portare l’automobile.
    Ho speso € 355 per Cagliari-Civitavecchia e € 450 per Livorno-Olbia.
    Al porto di Livorno, alcuni turisti italiani hanno criticato noi sardi perche’ facciamo pagare troppo il biglietto della nave…

  • Evelina Pinna

    In piena fase celebrativa della sovranità, ci mancano la dimensione e le regole del dibattito in casa centrosinistra, ci manca capire quali sono gli argomenti logici che supportano le diverse posizioni sovraniste, quali sono i legami che costringerebbero partiti diversi, con storie diverse, ad occupare la terra di mezzo in tutte le questioni rimaste irrisolte nel tempo e di cui dovrebbero occuparsi, d’alleanza e d’accordo, il giorno dopo le elezioni. Nessun partito o movimento spiega preliminarmente la natura distintiva del proprio dibattito. Ognuno tende a rivendicare il suo manto di sovranità, anche quando gli obiettivi sono diametralmente opposti. Su quali base dunque si dialoga o si negozia? E’ un po’ l’ora dell’estetica politico-alternativa: la maggior parte dei partiti e dei movimenti sono dentro uno spettro politico-progressista indistinto, impegnati nella fase soggettiva delle autoproclamazioni, una scenotecnica politica quasi completamente distaccata da qualunque arsenale di fatti e ragioni che ci sia dato a sapere. Ricordiamoci che progressisti sono i liberali pragmatici, i socialdemocratici, la destra radicale, gli anarchici utopici, agli attivisti di strada. In questa congerie di partiti e persone, il sovranismo rischia di diventare il terreno del possibile fantasmagorico, più un terreno politico-commerciale pieno di direttori creativi di pubblicità, di produttori ed editori di media celebrità, che non un luogo architettonico della politica. Così facendo si va incontro al dispersionismo. I ‘diversi’ sono tradizionalmente in minoranza mentre coerentemente noi desideriamo l’emergere di una ‘maggioranza’. Qualcuno ha scritto che “il disordine della storia non deve mai essere riordinato”, figuriamoci quello della politica. Ancora troppa confusione. Abbiamo idea dei conflitti interni che scatenerà la questione morale contrapposta a quella economica se non si chiariscono in maniera molto esplicita le tappe di un programma sovranista? L’empirismo strumentale in questa fase può condannare all’irrilevanza politica. Stiamo attenti a non virare verso un rimescolamento di carte con un niente di fatto. La bomba politica del sovranismo, senza regole del dibattito, privati gli elettori del motivo di sintesi dei conflitti attivi, per fisiologiche interpretazioni diverse della realtà, lascia la sovranità esposta a visioni politiche diametralmente opposte, e può generare delle condizioni ancora più permissive per gli interlocutori, abbassando la barra delle condizioni. Per cambiare occorre certo rivelare le menzogne del potere istituzionalizzato, e già questo per la maggior parte è scomodo. Ma la cosa si complica se solo pensiamo che per anni, sinistra e una destra, praticamente in accordo trasversale, si sono passati a vicenda i ruoli di diritto, il mantello del radicalismo e progressismo a sinistra e la bandiera del conservatorismo a destra. Non si può cambiare l’ordine delle cose se il presupposto iniziale del voto è una polarizzazione intrinseca dell’attenzione generale che guarda troppo al passato dei vecchi partiti. Certo, i successi e gli insuccessi del passato non si escludono a vicenda, ma viene difficile pensare nel 2013 a colloqui troppo ravvicinati e pacifici con avversari che ti vorrebbero annientare, e ad accordi che passino attraverso un libero scambio democratico d’idee. Cerchiamo di non passare come accademici e teorici. Se necessario corriamo da soli, eviteremo di essere considerati come quelli che lambiscono i problemi, secondo il vecchio modello di protesta sociale ormai semplice e compassato, o attraverso l’esposizione mediatica di indagini e proteste, senza poi centrare le soluzioni. Avanti a testa alta!

  • Buonasera. Non conosco la sig.na Boeddu. Leggo e mi sento provocato a intervenire. Sono un collega universitario di Paolo e non tra i più amati da lui. Ma ciò che sta accadendo, e cioè la paura dell’estrema sinistra e dei correntoni conservatori del Pd contro di lui, va analizzato diversamente. Mi permetto di farlo. Paolo è un democratico; parte del Pd e estrema sinistra non lo sono. Ogni volta che la Sinistra vede in campo una proposta che invita i corpi sociali a non schierarsi in forme antagonistiche ma solidaristiche, la Sinistra parla di opportunismo. Paolo ha in testa la fondazione di uno stato secondo un percorso diverso da quello ipotizzato da Gramsci riflettendo su Machiavelli. Paolo non pensa a un partito che fonda uno Stato su di sé, ma vorrebbe provocare la società sarda a iscrivere la sua dialettica interna non dentro l’antagonismo Destra – Sinistra, ma dentro quello Sardegna-Italia che lui vede come il più pertinente.
    Paolo oggi è pericoloso per la Sinistra perché è invecchiato. Prima non aveva la chiarezza di idee che ha adesso.
    Paolo è stato monitorato dalla magistratura sia nell’inchiesta sui gruppi sia nell’inchiesta su Tuvixeddu e in entrambi i casi ne è uscito candido e legittimato. La Sinistra lo sa; e sa che lei ha problemi proprio con la questione morale e in modo rilevante.
    Ne consegue che la Sinistra lavorerà a uccidere politicamente Maninchedda: è il maggior pericolo per lei, perché paradossalmente può fondare una sinistra sarda non parassitaria e non marxista che è esattamente ciò che le burocrazie dei correntoni non vogliono.
    La Sinistra ucciderà politicamente Maninchedda perché ha capito che oggi è riconosciuto dal mondo dell’impresa, quel mondo che la Sinistra sarda non è mai riuscita a convincere della sua modernità.
    Sopravviverà il Nostro?
    Paolo ha cinque punti di forza e un punto debole. I punti di forza: ha una famiglia di ferro che ha sempre nascosto al sistema politico e che è il luogo in cui si rintana. È un luogo inaccessibile a tutti, una sorta di fortilizio che lo rafforza molto. Il secondo punto di forza è il rapporto con Sedda: ci ha messo molto ma ha trovato la persona che cercava da tempo, una persona di pari livello con cui dividere la fatica e il percorso: non è più solo. Il terzo punto di forza è che è diventato un indipendentista nel profondo: vuole davvero fare uno stato non una Giunta. In questo è così lucido da essere molto incisivo e molto pericoloso per l’ordine costituito. Il quarto punto di forza è che non muore dalla voglia di fare il Presidente: alla fine tirerà fuori dal cappello un giovane o uno che nessuno si aspetta. Il quinto punto sono i suoi amici: sono una compagnia d’armi più che un gruppo politico, ma sono diventati tutti veramente indipendentisti. Si difendono, si soccorrono, si sostengono: difficile smontarli. Chi non li conosce pensa che Paolo sia il capo, la verità è che sono un gruppo di capi, è diverso.
    Il punto debole: ha un carattere inconoscibile: è schermato. È freddo o sembra freddo, capace di contenere i sentimenti o di esplodere in gesti rabbiosi non facilmente contenibili; è imprevedibile negli effetti delle delusioni; è un solitario, una specie di monaco che vive in un mondo tutto suo. Per Paolo: Fait ai lo vers, no sai de cui / E trametrai lo a Autrui / Enves Macomer /que.m tramezes del sieu estui / la contraclau.

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