Isterrida e torrada cun Bolognesi

23 giugno 2013 08:329 commentiViews: 58

Io e Bolognesi ci siamo scambiati alcuni post in sardo e in italiano:

Maninchedda a Bolognesi“Deo mi soe pronuntziadu medas bortas pro sa limba, pro su ligatzu ki tenet sa limba cun s’educatzione, pro sa limba in s’iscola e non in sa ricreatzione de s’iscola. Tenzo sa curpa de no iscriere supra custu argumentu, ma l’apo a faghere. E in su programma, ki amos a iscriere paris, bisontzada no faghere commissiones, ma oras de letzione (kena oreris de sa limba ki faedan meda ma faghen pagu…..), praticas de comunicatzione, politicas limbisticas kena makines limbisticos (deo no m’apo a segare sa conca po iscriere ‘cadhu’ pro ‘caddu’, basta ki iscriimos totus in sa matesi manera). Su ki mi dolede est custa presuntzione de medas mastros de limba, ki si comente iskin faeddare ‘ene su sardu pensana de iskire totu de sa vida: dae mastros de limba a mastros de vida. Sa limba est s’isprigu de s’istoria ma no s’est bidu mai ki unu ki iskidi faeddare (como Mario Pudhu comintzada a frastimare ca no apo iscritu ‘faedhare’ e a mie cominzat unu periculosu imboligamentu ‘e butones) iskidi comandare puru, narrere a sos ateros kale est su bene e kale su male. B’est unu moralismu limbisticu ki portat in conca unu progettu egemonicu ki deo no suporto. Deo, o Roberto, soe unu cristianu libertario; keret narrere ki soe un omine politicu kena kresia, un omine creskidu kirkande de brigare dae solu cun Deu coment hat fatu Giacobbe. Totus sos omines tenent su diritu de una briga cun su compimentu nostru e non bi depet esse su solitu prepotente ki ‘dia kerre ponne sa sedda a sos ateros (l’iscrio kena accentu, ka a mie custa istoria de s’accentu ispano-catalanu mi faghet torrare sa colite ispastica e su dotore narat ki mi faghet male meda….) in custu caminu ki est sa vida nostra. Limba sì, sedda no, o Roberto. Tue mantene s’ispiritu libertario ki tenes e as a biere ki nos incontramos luego.”

Bolognesi a Maninchedda: Ammetto di essere rimasto perplesso dalla tua risposta:”Ma come?–mi sono detto–lo vuoi o non lo vuoi il mio voto? E allora, perché ti metti a dettare condizioni?”
E sì, anche io un po’ contagiato dal pensiero populista!
Questa risposta ti fa onore, o Paolo: non sei un populista, hai il tuo progetto politico e spetta a me elettore stabilire se aderirvi o meno, non a te venirmi dietro.
Rivendichi giustamente il tuo ruolo di avanguardia politica.
Ma allora ti ripeto che il tuo progetto politico, per quanto riguarda la lingua, non mi è assolutamente chiaro. Del resto ammetti anche tu di scrivere troppo poco su questo argomento.
Sei chiaro soltanto su quegli aspetti della questione linguistica che rifiuti.
Beh, su queste cose mi trovi d’accordo.
Come sai bene, pur essendo uno dei firmatari della proposta della LSC, non la utilizzo quando scrivo in sardo.
Ti dirò di più: considero l’esperimento della LSC non riuscito.
“Fallito”, sarebbe un termine troppo pesante, ma non si può assolutamente dire che sia riuscito.
Oltre agli addetti agli sportelli linguistici, non la usa praticamente nessuno. Non solo, osservando il comportamento linguistico dei Sardi più attenti alla questione linguistica, dal mio “osservatorio privilegiato” di Facebook, ho potuto notare che la percentuale di comunicazioni in sardo è inferiore al 5%, e questo malgrado il fatto che i miei amici di FB, in maggioranza, mi abbiano contattato per via del mio attivismo per la limba.
La LSC, almeno nella sua applicazione concreta, non ha portato a un uso più esteso del sardo scritto.
Uno dei motivi–forse il principale–è che lo spirito con cui è stata fatta la proposta della LSC non è stato rispettato.
Niente libertà lessicale, niente apertura alle forme meridionali.
Non so come Corraine ci sia riuscito, ma la LSC è di fatto regredita a LSU, privilegiando in modo sfacciato le forme settentrionali, contro ogni evidenza etimologica o identitaria (i due criteri adottati).
Dedicherò un articolo specifico all’argomento, mostrando come la cosiddetta “LSC realizzata” faccia violenza alla proposta iniziale della commissione, la quale, occorre ricordarlo, non ha proposto uno “standard” linguistico, ma si è limitata a indicare un modo per scrivere i documenti regionali in uscita.
Questo per quanto riguarda il mio spirito libertario…
Ma adesso passo al ritratto del mio candidato ideale, che, caro Paolo, non sei necessariamente tu.
Se mi limito a parlare di lingua, non vuol dire che io consideri la questione linguistica come la più importante.
Semplicemente non sono un tuttologo, né voglio diventarlo, e mi limito a parlare della cose che capisco meglio.
Il mio candidato ideale vede la questione linguistica come uno degli snodi principali della questione sarda.
L’intera questione sarda nasce dalla dipendenza linguistica, e quindi culturale, e quindi psicologica, e quindi politica, e quindi economica dell’intera classe dirigente sarda.
Non si tratta semplicemente della dipendenza dei politici–come sembrano credere molti indipendentisti–ma di tutti coloro che finora hanno scelto questi politici.
Soluzioni miracolose e immediate, quindi, non ne possono esistere.
Esiste soltanto un percorso lungo e faticoso di costruzione quotidiana dell’indipendenza che passa necessariamente per ciascuno di noi.
Il mio candidato ideale è cosciente del fatto che a ciascuno di noi occorre un accesso agevole a strumenti culturali affidabili, prodotti in modo non discontinuo da un istituzione che abbia a proprio fondamento l’indipendenza dalle istituzioni culturali italiane e dalla politica: il modello potrebbe essere ‘Institut de’Estudis Catalans”.
Se l’indipendenza culturale è l’obiettivo strategico, un Istitutu de sa Limba e de sa Curtura Sardas è l’obiettivo tattico, realizzabile già nel corso di una legislatura.
Se al mio candidato stesse venendo la tentazione di ricorrere al famoso “Abbiamo altro a cui pensare!”–a cui ricorrono gli economicisti meno dotati–faccio presente che l’Istitutu avrebbe come uno dei primi compiti quello di studiare le cause della dispersione scolastica in Sardegna–fonte strutturale di disoccupazione endemica–investigando in particolare il rapporto di questa con la situazione linguistica, argomento notoriamente tabù per la ricerca italiana e sardignola.
S’Istitutu avrebbe come compito generale quello di produrre identità attraverso la conoscenza, e quindi indirettamente, ricchezza: Tagliagambe: “L’identità produce ricchezza”.
Non ci può essere ricchezza diffusa senza indipendenza culturale e psicologica–leggi: identità–perché indipendenza culturale e psicologica comportano la diffusione del potere politico, condizione chiave per costruire una società economicamente e tecnologicamente innovativa: Passaggi obbligati.
Come il mio candidato ideale può vedere, se si vuole superare l’eterna “emergenza” della Sardegna–alla quale si devono dedicare gli altri nove punti del programma politico–bisogna necessariamente affrontare il problema strategico della dipendenza linguistica e culturale delle classi dirigenti sarde.
I candidati che non capiscono questo punto fondamentale semplicemente non avranno il mio voto.

 

9 Commenti

  • Pro Antonello Loriga e sos chi la pensant che a isse: est cosa bella a iscrìere in italianu, ma diat èssere finas interessante si su testu est acumpangiadu, nessi in Sardigna, dae sa versione in sardu.

  • Roberto Bolognesi

    @ Fisio: O Fisinu, chi pensas sceti a su famini di oi, cras as a tenni torra famini!

  • Per Loriga:
    Una cosa mi trova d’accordo con Bolognesi: la questione di inseguire un’idea di indipendenza, per la maggior parte dei sardi, è una questione di cultura che non è intimamente presente. E nelle questioni culturali, il fattore linguistico incide pesantemente. Sicuramente è vero: sin da bambini siamo stati abituati a vederci come un pezzo d’Italia bello ma arretrato, come degli italiani in deficit di qualcosa, non come sardi.
    Bolognesi dice che occorre innanzitutto sopperire a questo gap culturale.
    Mi sembra che Paolo invece parta da un’altra questione, almeno così pare a me: prima di tutto uniamoci per liberare dal bisogno economico noi e i nostri figli, integrandoci in Europa da nazione indipendente. Poi penseremo alle questioni linguistiche e culturali. Sicuramente non ha torto, perché per arrivare ad una classe dirigente con la mente e non solo il corpo in Sardegna occorre che la gente che la elegge pensi soprattutto ai sardi ed alla Sardegna. E questo comporterà parecchio tempo.
    Certo che almeno bisogna iniziare…
    Segue risposta di Paolo, convinta e interlocutoria…

  • Fisio a Ricky

    Fisio scrive:
    “O Ricky, deo seu Casteddaio e non sciu nudda de su sardu ma scetti de famini, piccioccus de crobu e sa Giusta.
    A sa fini non mi friga nudda de cumenti chistionas tui o s’artru, ma sa cosa mera importante esti che nosu si comprendeusu. Anda beni? Cià!”

  • Giovanni Piras

    A mie diata parrere chi donz’unu devete iscriere comente l’ischiti e lu pessata, poi in caminu s’acconzata su garrigu, bastat de iscriere e su chi nata lu devete juchere in coro e in mente, si no non semus liberos de narrere su chi pessamus.
    Sos mastros er veru ki bi cherene, ma deuvarda chi (ki) non facata a pesare nasu ca deretu nos briana.
    Chin (kin) sa Sardigna in su coro

  • Hai ragione, Antonello. D’ora in poi bilingui.

  • Antonello Loriga

    Considerazioni.
    Ho la sensazione che ci sia un egocentrismo diffuso tipico dell’età infantile e qualsiasi intrusione che non sembri indirizzata a confermare supremazie appare ingiustificata e indirizzata a screditare i propri domini.
    La sovranità, l’indipendenza, la lingua, la democrazia non sono strumenti compatibili con gli atteggiamenti infantili, e se non si tiene conto della fatica che la crescita personale comporta per superare tali atteggiamenti non si può arrivare a comprenderli.
    Partendo dai significati delle parole si arriva, attraverso interrogativi, risposte, chiarimenti, confronti e commenti, al tema dell’impegno personale, necessario perché la parola non resti teoria ma si trasformi in pratica effettiva.
    Nessuno nasce capace. Dalla nascita in poi si inizia ad imparare. Perché si impari è necessario, di solito, che qualcuno insegni dando informazioni, metodi, ragioni. Ma non basta, serve l’educazione e l’educazione è necessariamente tendenziale : si può educare alla libertà o si può educare all’obbedienza ed al comando. Educare alla libertà e assai complesso e faticoso. Significa cercare e trovare la strada perché chi impara diventi consapevole della libertà di scegliere e la apprezzi.
    Informazione e conoscenza consentono di sapere perché le cose accadono, di individuare o escludere i rapporti di causa, di attribuire meriti e responsabilità, per elaborare opinioni sulle persone e sugli avvenimenti, per elaborare le proprie preferenze.
    Senza essere adeguatamente informate le persone non possono scegliere quel che vorrebbero, e se la scelta è sinonimo di libertà, quando manca l’informazione manca anche la libertà.
    NOTA : bello scrivere in sardo, potrebbe essere interessante se il testo fosse anche accompagnato dalla traduzione in italiano.
    Buon lavoro

  • No Toni, in s’idea mia de natzione e in s’istrategia po la fraicare sas politicas culturales e limbisticas tenent unu importu mannu. Kena cossentzia no b’est motivatzione; kena motivatzione no si resessidi a passare dae sa conditzione de assistidos a sa libertate de sos produttores, ca bisontza faghere sacrifitzios mannos. Su problema est cumprendere ki tenimos prus consensu supra sa patria e su sviluppu nou ki kerimos, si faedamos de bilinbismu e plurilimbismu ke non si faeddamos de un’idoelogia egemonica limbistica. Gia ‘nde amos a faeddare mentzus.

  • Una cosa mi biet de acordu cun Bolognesi: sa chistione de ponner fatu a un’idea de indipendentzia, po sa parte manna de sos sardos, est una chistione de curtura chi no tenimos intro ‘e a nois. E in sas chistiones curturales, sa limba contat in d’una manera grae meda. De seguru est beru: dae pitzinnos semus bistados abituados a biere a sa Sardigna comente unu cantu ‘e s’Italia bellu ma arretradu, e nois sardos comente italianos unu pagu “mancantes”.
    Tocat de poner remediu a custa chistione curturale, narat Bolognesu.
    Paolo imbetzes partit dae s’ateru chirru, mi paret de cumprendere: aunimonos suta sa netzessidade de nos badandzare su pane po nois e sos fizos nostros, in d’una idea de natzione sarda chi est unu cantu de s’Europa. In segus amos a pensare a sas chistiones curturales. Podet esser chi issu tendzat rejone, po su fatu chi po lompere a tenner classe diridzente cun sa conca in Sardigna tocat chi innantis de totu SA ZENTE chi la ponet a cumandare tendzat issa in conca sa Sardigna e sos sardos. E b’at a cherrer tempus meda. Zertu chi si a su nessi no cumimtzamos…

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