Innovare la visione dello Stato sardo e non renderlo monolotico ed egemonico

1 agosto 2013 09:175 commentiViews: 14

di Enrico Cocco
Una tendenza costante nelle numerose rivendicazioni indipendentiste circa il riscatto isolano è quella di scontare perennemente una certa fumosità riguardo alla forma politico-amministrativa dell’auspicata Repubblica Sarda Indipendente: a feroci critiche ed approfondite analisi sulle negative condizioni economiche, sulle distorsioni storiche e sui genocidi culturali, approssimativamente mai si affianca una seria ed attenta riflessione sull’architettura istituzionale che la Nazione finalmente Stato debba (o, meglio, possa) assumere. Quasi che il lineare (e verticale) schema Comune, (Provincia), Regione nel quale viviamo – con i suoi meccanismi elettivi e di rappresentanza – non sia degno d’esame ed eventualmente critica: quasi che, in un’ipotetica traslazione dello schema statuale italiano nel perimetro della nostra isola, il binario Comune, Provincia o Regione, Capitale (Cagliari?) dovesse magicamente adattarsi perfettamente come un comodo calzare e non riproporre, in scala ridotta, le medesime – e tanto vituperate – distorsioni, fonti delle sacrosante rivendicazioni isolane.
Sia chiaro, non si tratta di mero sciovinismo, nel resistere costantemente all’estraneo o nell’imporre un endemismo delle idee nella nostra terra: ma si tratta di cogliere i tanti insegnamenti della storia e di individuare, oltre al contenuto, la corretta forma di una Sardegna indipendente.
Il concetto di uniformità è sempre stato il faro della modellazione nelle società democratiche e liberali: le diversità nazionali e culturali contenute all’interno degli Stati – riconosciute ma effettivamente trattate come potenzialmente devianti l’unità nazionale – sono sempre state vittime di un tentativo di assorbimento, mezzo privilegiato per ottenere l’integrazione politica. Essere uguali, essere liberi, essere cittadini -frasi e parole che giustamente quasi nessuno contesta- diventavano eleganti maschere che nascondevano l’opaco volto della frode: quella di essere uguali, liberi e cittadini come la maggioranza o come una piccola minoranza egemonica, acquisendo come universali le particolarità di questi gruppi.
E non è un caso che il diffondersi della critica circa la cultura dello stato democratico e liberale, sulla sua manifesta incapacità di gestire non solo le lotte sociali ma anche quelle nazionali e culturali, sia uno degli elementi costitutivi del successo delle istanze di autodeterminazione che ormai punteggiano il continente europeo: ed è per questo che bisogna avere un occhio critico, e finanche preoccupato, rispetto ad un silenzioso passar sopra a quale idea, quale visione di Stato e di rapporto tra territori e cittadini debba (o, meglio possa) instaurarsi nell’Isola finalmente indipendente. E soprattutto evitare di riproporre, come purtroppo spesso accade nei discorsi quotidiani a causa della pessima elaborazione di pessimi movimenti/partiti indipendentisti/autonomisti, che particolarità di un gruppo diventino le ataviche universalità del popolo sardo.
Dire che la pluralità interna, identitaria-culturale che sia, debba essere un valore per il futuro Stato indipendente sembra essere – a causa di un diffuso quanto vacuo dibattito – una banalità ed un’ovvietà più da propaganda che da ragionamento: ma tener conto della pluralità interna nell’immaginare un nuovo ed equilibrato sistema statuale, tener conto che l’autodeterminazione dell’Isola è, e deve essere, l’autodeterminazione delle pluralità che la compongono, non solo è fondamentale e necessario, ma dev’essere – anche strategicamente, per la ricerca del consenso – in primo piano nell’elaborazione politica di un partito che voglia emancipare in senso nazionale la nostra isola.

5 Commenti

  • Capitan marc

    Occorre battersi per un partito dei sardi e non per un partito bomboniera che assume colori e sembianze a seconda delle opportunita. Viva i contenuti e la sostanza e basta con gli slogan o con la tecnica del sollevare continuamente l’asticella per convincere i partecipanti alla competizione che la gara e importante ma è difficilissima da vincere. Dobbiamo correre per avere una Sardegna e i nostri paesi migliori. Possiamo farcela proponendo sostanza e concretezza, le alleanze arriveranno e non mi preocuperei tanto in questo momento di vedere chi ci sta sta e chi no perché sara la gente a starci e questo è quello che conta

  • Evelina Pinna

    Compito monumentale progettare una visione di Stato. Ciò che è desiderabile oggi è anche possibile? E’ necessario avere conoscenze storiche precise del passato o si può anche tentare di essere visionari? Al di fuori dalla follia probabilmente si, non foss’altro perché occorre convincere anche quelli che pur insoddisfatti, rifiutano un’analisi delle contraddizioni politiche del passato. E’ pur vero che i problemi e le carenze accumulate, se non chiariamo l’idea dello stato che vorremmo, rischiano di circondare i carri e non mandare avanti i cavalli.
    Non avere un’idea di Stato significa emancipazione incompleta di un popolo, disunione. Manco a dirlo che in Sardegna siamo sotto una campana di egemonia, subiamo e internalizziamo a distanza la politica di uno stato che non ci piace, senza discuterne i dettami. Indipendentismo non coincide esattamente con separatismo, senz’altro è un orizzonte e segna una rottura di leadership esclusiva dello stato.
    Importante intenderci sul fatto che la società e la coscienza collettiva plasmano lo stato, e non viceversa. Quale la nostra ancora di salvezza? Senza scomodare Marx credo che tutti vorremmo dare fiducia a una classe dirigente rinnovata ed onesta, a uomini politicamente lucidi e coraggiosamente polemici. Serve lo sfogo passionale di uomini e donne che sentano una responsabilità profonda verso la comunità di cui si sentono parte integrante. In Sardegna bisogna individuare i settori chiave, delegando dei portavoce che abbiano una voce equivalentemente forte e influente rispetto al contesto globale di riferimento, alla giungla capitalista o alla decadenza dei valori umani. Questo potenziale emancipatorio oggi è alto in Sardegna.
    E’ chiaro che tentativi di cambiamento ‘radicale’ di una forma di governo sono improbabili nell’immediato; ma in questa fase a noi interessano riforme sostanziali nell’ambito di presupposti esistenti che ne concedono fattibilità.
    Da un punto di vista politico e in prospettiva il perché di un progetto includente da parte del Partito dei sardi è presto detto. La sommatoria di tutto ciò che è stato sbagliato non è da buttare; per portare avanti le riforme occorre prendere coscienza della natura esatta dei fallimenti e delle distorsioni amministrative. Ci sono gravi critiche da fare e le si facciano; ma dobbiamo giustificare il carattere di una transizione storica. E per dare nuove basi e nuovo metodo al cambiamento, per andare a fondo ai problemi, serve un’apertura e un confronto che richiede compartecipazione, non si può fare tutto unilateralmente. Ecco perché il partito dei sardi desidera un’esperienza allargata e includente, ma sulla base di un patto politico solidale e non astratto.
    Oggi tanti diritti umani nell’isola in crisi, sono un soprannome aggiunto a ciò che resta della “libertà di fare”, una volta detratto ciò che non è in conflitto con le élite economiche e politiche, e ottemperato al dovere delle tasse. La più grossa libertà concessa all’individuo, da ogni stato, in ogni parte del mondo, è quella di “chiudersi in se stessi” nei momenti di crisi. Nessuna altra libertà è rimasta così illesa. Il cittadino non può godere di nessuna libertà capace di fruttare autointeresse in maniera passiva. L’individuo disertore, insignificante, povero, l’impotente, ignorante, per lo stato non è neanche più cittadino.
    Esiste solo come soggetto economico. Per ripararsi dai disastri politici, lo dico provocatoriamente, il ‘nuovo’ politico dovrebbe tracciare con un righello una linea di separazione con lo stato, far politica facendo un passo indietro dalla politica stessa. Occorre disabilitare quei disagi che una corretta organizzazione dello stato non cagionerebbe alla persona, ma che una politica che infetta lo stato impone sotto forma di doveri. Lo Stato abolisce, a suo modo, le distinzioni per nascita, rango sociale, istruzione, occupazione, ma quando condiziona la capacità di occupazione, sta distruggendo questi valori. Compreso il diritto al buon nome, la proprietà della casa e la sicurezza fisica. Una buona politica deve mirare al ripristino dell’utilizzo degli strumenti di lavoro, primo di tutti il cervello umano. Una parziale emancipazione dallo stato lascia intatto parte del mondo privato dell’individuo. E qua parliamo anche della subordinazione, dello sfruttamento, della concorrenza sleale. In democrazia politica, ogni uomo dev’essere considerato un essere sovrano, un essere supremo.
    Emancipazione politica non è la forma definitiva e assoluta di emancipazione umana; ma nel nostro caso bisogna tendere a quella, per ritrovare le umane forze individuali. Laddove lo stato non può abolire la proprietà individuale ma ne condiziona il possesso; si deve tendere alla riconquista della proprietà per alleggerire gli oneri del possesso.
    Da qui la necessità del rinnovamento della classe politica, l’onestà intellettuale, la persuasione delle masse, l’istruzione. Uno stato ideale oggi in Sardegna è quello che ripristini e tuteli ambiti e categorie di auto-sussistenza in termini di attività umana. La forma dello stato qua è forma della coscienza e la forma della coscienza è come la forma dell’acqua per Camilleri (dipende dal recipiente).

  • Abbiamo voluto la Regione come replica dello Stato, cioe mettere le brache italiane a quelle sarde.
    E noi sardisti ci siamo adeguati a quest’andazzo per soddisfare i famelici.
    Finalmente un’opinione seria a riguardo.

    ANDIAMO AVAANTI!

  • Nell’indipendentismo ciò esiste già, a partire dalla comparazione dell’esperienza italiana con quella istituzionale svizzera: http://www.sanatzione.eu/2012/09/sovranita-e-sudditanza-dei-sardi-costituzione-svizzera-e-italiana-a-confronto/
    Quando però in Sardegna mezzo milione di Sardi ha votato al referendum contro le Province, da parte indipendentista e sardista, oserei dire che ben pochi si sono impegnati a valutare una rimodellazione dell’architettura locale che desse maggiori poteri ai Comuni. Anzi, molti indipendentisti e sardisti, per ragioni di bottega, si sono allineati alla conservazione dell’esistente. E poi c’è il problema di fondo: tutto può essere immaginato in linea teorica, ma chi sta proponendo una riforma complessiva per tradurre le idee in realtà?

  • Attilio Pinna

    Interessante. Sono d’accordo.3

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