Indipendenza, tasse e federalismo

12 aprile 2011 07:107 commentiViews: 3

012di Attilio Pinna
Il 29 aprile 2009 il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva il disegno di legge (già approvato dallo stesso Senato e modificato dalla Camera dei Deputati) recante la delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell’art. 119 Cost. (legge 5 maggio 2009, n. 42).
Credo la legge delega non costituisca affatto una svolta storica perché è solo un contenitore ricco di principi più ampi della portata della delega e più avaro nella precisazione dei criteri direttivi che dovrebbero lasciare prevedere le forme di imposizione per i diversi livelli di governo locale.
La realizzazione del cd. federalismo fiscale comporta la realizzazione di più ampie riforme costituzionali; così come, già oggi il suo limite più grosso è l’invisibile raccordo tra finanza nazionale e finanza locale, nonché l’assenza di una legge sulle autonomie locali.
Al di la di queste premesse è opportuno, anzi doveroso – se si vuole prendere il federalismo sul serio – non sottacere alcune considerazioni generali
Esse muovono dalla constatazione che, poichè l’Italia è uno Stato unitario e centralista, seppure articolato in Regioni ed Enti locali, il relativo federalismo appartiene a un modello rarissimo nella realtà europea e mondiale e cioè a quello detto dissociativo.
In altre parole, per fare solo un esempio, mentre in Germania il federalismo fiscale nasce con la Costituzione di uno Stato federale, in Italia il processo è avviato all’interno di una Costituzione che riconosce l’autonomia delle Regioni (e degli Enti locali), ma non certo la loro sovranità.
Il che comporta almeno due conseguenze.
In primo luogo, proprio perché le Regioni non sono entità sovrane, esse non hanno il diritto a trattenersi quanto prodotto e/o incassato nel rispettivo territorio.
In secondo luogo, l’assetto ancora oggi esistente lascia in eredità coalizioni politiche e tecnostrutture che tendono a difendersi, da un lato riducendo il cambiamento e, dall’altro rendendolo funzionale, alla propria sopravvivenza.
In concreto, ciò significa che il federalismo dovrà misurarsi con una tenace resistenza delle strutture centrali e tenere in gran conto due pericoli: quello di un decentramento carente nella definizione stessa delle competenze e quello di meccanismi procedurali nascosti che emergono nel successivo momento applicativo, mantenendo di fatto un livello di centralismo superiore a quello desiderato.
Infine, proprio la concreta operatività della progettata riforma deve porre all’attenzione del legislatore una questione, nel concreto, decisiva.
Il passato delle autonomie fiscali è nel nostro Paese fragile. Il legislatore della riforma tributaria degli anni ’70 (1971-1973) diede un ruolo marginale ai Comuni e alle Province e non attribuì nessun tributo alle Regioni appena costituite e se, negli anni ’90, la situazione migliorò per gli Enti locali, nulla mutò per le Regioni che, ancora oggi, non gestiscono un grande tributo proprio.
Non si deve prescindere dal fatto che i tributi regionali non dovranno essere solo istituiti, ma anche gestiti, ovvero accertati, difesi nel contenzioso e riscossi, e tutto ciò richiede specifiche professionalità che, non essendo mai esistite, dovranno essere costruite nel tempo e richiedono molto tempo. In questo contesto vengono in primo piano due problemi di grande importanza:
1) il grado di autonomia finanziaria e, in particolare, le previsioni di spesa e le competenze da attribuire ai livelli di governo regionale e locale;
2) come sia possibile attuare un sistema fiscale federalista in un Paese dai forti squilibri economici e sociali.
Per quanto riguarda i modelli virtuosi, senz’altro migliorabili, in un ottica riformatrice, si può dire che vi è quello del «federalismo cooperativo di tipo tedesco», caratterizzato:
a) dalla prevalenza del potere normativo centrale (cui i lander partecipano attraverso il Bundestrat);
b) dalla conseguente uniformità del sistema tributario in tutto il territorio;
c) dalla partecipazione di tutti i livelli di governo al gettito delle principali imposte e da un valido sistema di bilanciamento orizzontale delle risorse tra i lander.
Ma v’è anche quello «di tipo americano», dove:
a) gli Stati e gli Enti locali erogano ben due terzi della spesa per usi civili;
b) vi è un’elevata sovrapposizione fiscale tra i diversi livelli di governo per le imposte sui redditi (ma anche una piena autonomia tributaria degli Stati e degli Enti locali per i tributi sulle vendite e le property taxes);
c) vi sono elevatissime differenze di capacità finanziaria tra i diversi livelli;
d) vi è una forte concorrenza fiscale tra gli stessi;
e) vi è un basso livello di assistenza del centro a favore della periferia.
Il tempo non mancherà, quindi, di porre, a chi vorrà affrontare i problemi posti dalla realizzazione del federalismo fiscale con rigore e con serenità, problemi che, qui di seguito, si ricordano brevemente.
La partita politica si gioca tutta sui criteri e le modalità con cui le regioni a Statuto speciale, come la Sardegna, dovranno concorrere agli obiettivi di perequazione e di solidarietà.
Occorre pensare, inoltre, che la pressione e l’attenzione morbosa, affinchè anche le regioni a statuto speciale entrino a far parte di questo modello federale (che poi federale non è), nasce dal semplice fatto che, lo Stato Italiano, dovendo mantenere gli stessi livelli e quantità di risorse derivanti dall’imposizione fiscale, è costretto voracemente a far sì che tutte le Regioni, anche quelle a Statuto Speciale, siano coinvolte.
In sostanza: o anche le Regioni a Statuto speciale entrano nel modello federale, o, per mantenere gli stessi livelli sopra accennati, vi sarà un aumento di pressione fiscale sui cittadini delle restanti regioni. Il che suonerà insostenibile per questi ultimi e sarà la tomba del federalismo per la sua conclamata contraddizione.
In conclusione, tuttavia, e alla luce di quanto detto, se è sacrosanta e legittima, come riteniamo che sia, l’aspirazione della Sardegna all’indipendenza, si rende anche necessario esortare la sua classe dirigente a che la rivendicazione di indipendenza e il rispetto delle diversità trovino atteggiamenti coerenti, consapevoli cioè che la diversità ha un prezzo, che non consente negligenze e reticenze.

7 Commenti

  • Monaco Vincenzo Carlo

    Il Federalismo comunitario guiderà la riforma federale all’interno della Sardegna e riguarderà gli organismi locali o le regioni storiche interne alla Sardegna nel regolamentare il patto federale e le competenze sovrane e concorrenti in un rapporto alla pari tra locale e centrale, istituzionalmente rappresentato nella camera dei territori e nel governo della federazione.
    Il Federalismo cosmopolita continentale e globale dovrà essere instancabilmente la proposta istituzionale dello Stato Sardo Indipendente che dovrà sollecitarla costantemente nell’ambito della attuale Unione Europea e nell’ambito dell’Onu che dovranno diventare Federazione Europea degli Stati e delle Nazioni, governata da un governo democraticamente eletto dai popoli a suffragio universale e diretto e non dai Governi Nazionali in base a criteri antidemocratici come quelli che regolano la Commissione Europea attuale.
    A livello globale, una Federazione delle Federazioni Continentali dovrà essere governata anch’essa da un governo eletto dai popoli a suffragio universale e diretto, secondo i principi di vera democrazia.
    Il cammino è ancora lungo per il popolo sardo in cammino, ma non è nè impossibile e ne utopico. E’ il cammino che l’umanità deve percorrere per non autodistruggersi seguendo l’attuale ordine mondiale o meglio disordine mondiale.
    Non è precluso a nessuno e tanto meno al Popolo sardo, il dovere e la possibilità di proporlo con determinazione sino al raggiungimento di questa democrazia quasi perfetta, garantita da regole universali e locali capaci di riformulare il vivere comune e preservare il nostro pianeta dalla esponsabilità autodistruttiva in atto.

    A noi tutti Buon Lavoro

  • Monaco Vincenzo Carlo

    Ragionare in modo integrato di indipendenza della Sardegna, nel senso di costituzione di uno Stato Sardo, diverso e distinto da quello italiano ed alla pari con tutti gli attuali Stati del mondo, di federalismo e di tasse, richiede una ottica diversa da quella che sino ad oggi si è focalizzata tramite la lente distorta del federalismo fiscale.
    L’indipendenza è una cosa, ed in uno Stato Sardo indipendente la politica fiscale dovrà essere completamente ripensata e calibrata con le risorse interne prodotte in Sardegna e le risorse esterne acquisibili solo tramite i Fondi della Comunità Europea o altri Organismi Internazionali condivisi, uniche istituzioni esterne con le quali si potranno interscambiare quote di partecipazione ai bilanci comunitari e benefici dai Fondi distribuiti dagli stessi bilanci negli stati e nelle regioni d’Europa e del Mondo. Il rapporto fiscale con l’Italia, dovrà ssere solo un ricordo da utilizzare come complesso esercizio accademico ed esempio da non mutuare per oggettive esigenze e differenze di sistema socio economico e politico fiscale tra lo Stato italiano e lo Stato Sardo. E’ logico che nello Stato Sardo tutto dovrà essere ripensato e riformato rispetto ai modelli sino ad oggi vissuti. Il Federalismo quindi riguarderà una ripartizione dei poteri e delle sovranità interne alla Sardegna nell’equilibrio delle Istituzioni locali e centrali che lo Stato Sardo vorrà darsi, compresa la ripartizione equa delle risorse. Tutte le riflessioni di Attilio Pinna ed gli utili commenti conseguenti, sono utilissime riflessioni e consigli utili e necessari per ridurre al minimo i nefasti effetti del federalismo fiscale inventato ed attuato da questo Governo e condiviso nei fatti dal Governo ombra che lo sostiene con una intensa opposizione che non modifica gli effetti delle riforme funzionali al regime in atto tra le due parti alternate nel governare il Colonialismo sulla Sardegna.
    Fortza Paris sino alla Indipendenza della Sardegna e soprattutto dopo nello Stato Sardo.

  • Ad Antonio ed ai lettori: è questo il problema, lei contrappone nell’assunto del mio discorso le ragioni ideologiche a quelle giuridiche, al contrario, altrove nel mondo è proprio questo l’errore che hanno evitato di fare e proprio per non perdere peso politico. Forse pensate che in altri Stati l’abbinamento avesse più rigore giuridico della nostra situazione?

    Le ragioni giuridiche separate da quelle ideologiche in termini politici portano ad una contrattazione al ribasso, in cui al tema delle riforme si associa una presunta specialità (a loro difesa) che nei fatti (quì in Sardegna) risulta essere un contenitore vuoto. Se non c’è una specialità sarda con cui argomentare politicamente il tema delle riforme, per quale motivo vogliamo tali riforme?
    Non vorrei che una parte del PSD’AZ fosse influenzata dal provincialismo tipico dei partiti italiani in Sardegna, i cui convegni, come quelli visti nel 2009/2010, parlano di tutto meno che di specialità abbinata al tema delle riforme. La Corte Costituzionale dice pure che non c’è un Popolo Sardo sovrano e noi tacciamo, altrove per cose del genere portano un milione di persone in piazza. C’è un registro sociale ovviamente diverso, quì non avremmo seguito. Ma sono altrettanto diversi i contenuti dei nostri dibattiti da quelli del nazionalismo di altre minoranza linguistiche. Un autonomismo che rinuncia preventivamente alla specialità che lo dovrebbe contraddistinguere è fallito in partenza. Esprimo solo un’opinione ovviamente.
    Ma voi ce li vedete dei partiti, ad esempio, autonomisti e indipendentisti catalani, che parlano solo della differenza (in materia fiscale) tra federalismo cooperativo ed antagonistico e quando parlano di “nazionale” si riferiscono solo allo Stato-nazione che intenderebbero riformare? Io no. E non solo io. Solo in Sardegna però vediamo un partito che per statuto dice di essere “indipendentista” ma che nell’articolazione della sua dialettica politica contesta lo Stato ma non la nazione che di quello stato ne è la forza propulsiva.
    Questa è anche una delle ragioni storiche per le quali il PSD’AZ nel corso degli anni ha perso smalto, avendo riunciato al “privilegio” (o forse al dovere) di poter utilizzare politicamente la sua minoranza linguistica come elemento di rivendicazione politica. In parte insomma ci siamo fatti influenzare dall’inutilità e dall’ignoranza dei partiti italiani, che quà ci prendono alla manina e ci dicono che oltre la giurisprudenza italiana c’è solo la nostalgia ed il folklore. Da un’altra parte invece c’è l’eccessiva intellettualizzazione dell’indipendentismo sardo, nel quale, nel maldestro tentativo di “rimodernare” la sua concettualità, ha perso per strada le ragioni della nostra alterità territoriale rispetto al resto della Repubblica.

    In conclusione, la situazione mi pare quella del buon bambino a cui viene insegnato dai genitori a lavorare piuttosto che studiare, perché “studiare non serve” e deve solo occuparsi delle “cose pratiche”…Peccato che studiare però serva anche a sviluppare queste ultime…E il bambino, non avendo ancora compreso la realtà in cui vive, fatta di soggezioni, di contingenze e di paure, si beve quello che dicono i genitori senza farsi troppe domande…ma crescerà senza quegli strumenti che in futuro potrebbero consentirgli di avere voce in capitolo sulle scelte importanti della vita.

    Fatevi furbi insomma…poi il PSD’AZ non si lamenti se nascono altri cento partiti indipendentisti che però fanno l’errore opposto (parlando poco di cose pratiche)….Ho compreso benissimo che dice Pinna, anche perché sono cose note per chi segue il federalismo, ma non si scordi di quale nazione parla e da quale partito ne sta parlando….

  • Insomma l’opzione indipendentista pare non voler uscire dal limbo dell’onirismo acuto. La legge 42 c’è ed il rischio vero è che si venga cavalcati anzichè cavalcarla. E saranno cazzi amari per tutti. Arrabbiati compresi.

  • Che la Sardegna sia una nazione storica,- prigioniera di uno Stato che, come dicono alcuni storici, ha generato, ma che ormai, come altri sostengono, questo titolo non costituisce più alcun vanto e alcun orgoglio, per i sardi, se non quello di una inutile quanto melanconica nostalgia,- appartiene, credo, alle prime lettere dell’alfabeto sardista e indipendentista. Il P.S.d’Az, come nessun altro, ce l’ha presente e costiuisce, nelle parole e nell’azione del partito, la sua bussola. Ma quando il presente incalza, caro Bomboi, fare sempre la storia delle cose, è come grattarsi la pancia quando si ha fame. La partita del federalismo, oggi, non si gioca né sul terreno delle nostalgie, né sul terreno ideologico, quanto, invece, su quello delle ragioni giuridiche e politiche e, sopprattutto, si può vincere sulla capacita di contrstare e di incalzare regioni forti (come la Lombardia) e forze politiche, aggressive e prepotenti, (come la Lega) che continuano a utilizzare lo Stato centralista per imporre la loro egemonia sul resto del paese. Prima questo l’hanno fatto i Savoia e Cavour in nome dell’unità nazionale, (e che unità!) oggi lo fanno Bossi e Tremonti in nome del federalismo (?)a in realtà per affermare lo strapotere delle lobyes finanziarie ed economiche del Nord Italia. Il senso dell’intervento di Pinna, molto tecnico si ma comprensibilmente) adattato,certamente,e per quanto possibile, alle esigenze di un dibattito necessariamente agile, quale può essere quello che si può sviluppare in un blog, non è privo, però, di spunti politici che ben si conciliano, a mio avviso, con una seria e fattiva (non solo ideologica,sulla quale molti, ancora, si attardano) strategia indipendentista e, perchè no, seriamente federalista.

  • Segnalo che nel vostro articolo si parla di indipendenza e federalismo fiscale ma…senza nazione…Dell’indipendenza di quale nazione si sta parlando? Dell’isola in se?
    Quando si prende a paragone il modello USA e quello tedesco bisogna considerare che tali modelli sono inseriti in un quadro mono-nazionale, ovvero sono realtà istituzionali modellate attorno ad una sola concezione nazionale. Il caso della Sardegna non può disarticolare il tema del federalismo fiscale da quello politico, perché in quest’ultimo esistono anche i federalismi multinazionali (es. Canada), i quali, nei loro capitoli di spesa, tengono anche conto delle alterità linguistico-culturali, ambientali, commerciali, dell’istruzione, ecc.

    Spero quindi che il Partito Sardo d’Azione tenga conto di questo piccolo ma fondamentale dettaglio che fa la differenza tra l’essere un partito autonomista italiano ed uno autonomista/indipendentista sardo.

  • Se risulta vero cio che scrive Mannoni qui http://goo.gl/oCGzg sarebbe piu opportuno essere sudditi di una monarchia mediata da regicidio.

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