In alternativa al nucleare, quale modello di sviluppo?

30 aprile 2010 05:065 commentiViews: 21

Riceviamo e pubblichiamo
di Antonello Gregorini

163La scelta di investire enormi capitali sulla tecnologia nucleare é perfettamente in linea con il modello energetico che diventò prevalente con l’avvento dell’era industriale e con l’utilizzo dei combustibili fossili. Il modello della produzione di energia centralizzata in impianti di produzione molto grandi e molto impattanti ha la classica conformazione piramidale: dove in alto sta la centrale di produzione, il grande capitalista, e in basso i consumatori utenti.

La necessità di trasportare l’energia elettrica ha fatto si che l’uomo abbia costruito quella che é stata definita “la più grande invenzione del XX secolo”: la rete di distribuzione. Oggi nei paesi industrializzati questa infrastruttura consente di far arrivare l’energia elettrica negli ambiti più remoti ed é utilizzata solo in un senso unidirezionale: dal produttore al consumatore.

In quest’ottica l’avvento del nucleare in Italia non modificherà alcunché del modello esistente, anzi, data l’enorme potenza delle centrali in progetto, esse amplificheranno queste caratteristiche.

Le analisi costi benefici sin qui fatte e che hanno portato alle scelte visibili sono frutto di bilanci in cui i costi ambientali non sono mai computati. Anche per il nucleare non si é mai visto una previsione di un costo ambientale eterno (le scorie) attualizzata al presente, forse perché il costo graverebbe non su di noi ma sulle generazioni future.

Noi siamo convinti che questo modello di sviluppo debba essere abbandonato, non solo per gli eccessivi costi ambientali ma perché oggi esistono delle alternative praticabili: basta volerle perseguire.

Noi siamo convinti che oggi sia possibile il passaggio dal modello di produzione e di capitalismo energetico centralizzato al “modello di generazione e di piccolo capitalismo energetico distribuito”.

Se noi promuovessimo, individualmente e politicamente, la nascita di questo sistema, ben presto, la convenienza economica del sistema ad alta concentrazione di capitale verrebbe meno in conseguenza del venir meno della domanda. I grandi produttori dovrebbero convertirsi in gestori di sistemi energetici e installatori di piccoli impianti.

Il diritto di generare la propria energia e di commerciare l’eccedenza oggi non é che minimamente garantito. Basti pensare a tutte le pastoie burocratiche che devono essere superate per mettere in piedi un impianto di piccole e medie dimensioni.

Per stare alla nostra regione possiamo raccontare a titolo di esempio come si é evoluta la normativa e l’approccio alle Fonti Rinnovabili negli ultimi anni.

* Nell’era Pili si decise di lasciare totale libertà all’avvento dell’eolico e ci si trovò a dover contrastare il colonialismo delle grandi centrali a forte impatto paesaggistico. Di fotovoltaico, biomasse, o altro, ancora non si parlava.
* Nell’era Soru si decise per il blocco momentaneo dell’eolico. Quello che però poteva apparire giusto per un criterio di buona pianificazione si dimostrò ben presto un blocco ideologico e una volontà, non celata, di centralizzare la produzione nelle mani di pochi importanti e “avvicinabili” investitori.
* Il paradosso, dal nostro punto di vista, lo si é raggiunto quando, sempre per criteri di salvaguardia ambientale, prevalentemente di carattere estetico, si decise di bloccare anche il piccolo. Esempi:
o Divieto di realizzare impianti fotovoltaici a terra, anche all’interno di grandi aziende, ma solo in regime di autoproduzione.
o Divieto di realizzare impianti minieolici a più generatori, nonostante la norma nazionale premi il minieolico sino a 200kW.
o Divieto di realizzare impianti minieolici se non in regime di autoproduzione.
o Divieto di realizzare impianti fotovoltaici se non all’interno di zone industriali, in presenza di importanti infrastrutture realizzate per altri scopi e laddove, queste, per la costruzione di centrali fotovoltaiche ed eoliche, non sono necessarie.
o Divieto di realizzare impianti eolici se non all’interno delle zone industriali o retroindustriali.
o Divieto di realizzare serre agricole fotovoltaiche o comunque totale assenza di norme che hanno portato nuovamente al far west delle concessioni e al caos gestionale.
o Assenza di legiferazione per l’autorizzazione unica ex legge 387/2003 per la costruzione di impianti da fonti rinnovabili.
o Assenza di norme in materia di risparmio e promozione dell’efficienza energetica.
* L’era Cappellacci é partita male. La prima delibera in materia, di fatto, limita il “diritto alla produzione della propria energia”, agevole i grandi produttori, e sottopone anche i piccoli impianti ad un farraginoso iter burocratico. In conseguenza dell’emanazione di queste recenti norme vi sono state fortissime contestazioni.
* Le tre amministrazioni si sono caratterizzate per una quasi totale assenza di azioni nell’ambito del risparmio energetico e la promozione di trasformazioni appropriate e d’avanguardia.

Noi attualmente, per quanto concerne le fonti rinnovabili, stiamo proponendo la nascita di un modello di sviluppo alternativo che utilizza l’enorme pacchetto di capitali provenienti dagli incentivi statali per aiutare gli operatori del mondo rurale in enorme difficoltà, trasformando un certo numero delle loro aziende in aziende multifunzionali o cosiddette “energy farm”.

* Il paradigma da perseguire é quello della “generazione diffusa” che produca “reddito diffuso”, che superi il modello delle grandi centrali e delle pertinenti sottostazioni per il collegamento alle linee di Alta Tensione.
* Questo modello proiettato sulle condizioni paesaggistiche, economiche e sociali dell’Isola, dovrebbe prevedere l’utilizzo della rete di distribuzione esistente. Questa é diffusa capillarmente in tutta l’isola, con linee di media tensione esistenti anche negli ambiti rurali più interni.
* Queste, a loro volta, sono impianti che tollerano potenziali di energia in ingresso pari a circa 1-2 MW, a seconda delle caratteristiche di progetto. Ne deriva che questa é la taglia delle centrali più grandi (i nodi della rete) che il modello deve implementare.
* Nelle energy farm si integra il reddito da produzione energetica con quello agricolo. In questo caso si potrebbero fare molteplici esempi di integrazione:

1. Serre fotovoltaiche di dimensioni pari alle capacità di lavoro di una famiglia di agricoltori (da 500 kW a 1 MW), realizzate con capitale di rischio o attraverso forme di finanziamento agevolate, garantite dal progetto e dalla resa finanziare degli incentivi (500 euro circa MWh prodotto, per 20 anni).
2. Piccole centrali eoliche, fotovoltaiche o da biomasse, in grado di produrre almeno la quantità di energia necessaria alle eventuali produzioni agricole o zootecniche.
3. Centrale di minieolico sino a 200 kW rientranti negli incentivi maggiorati della tariffa omnicomprensiva (300 euro MWh prodotto, per 15 anni).
4. Centrali eoliche con un singolo generatore eolico di potenza massima 1 MW, ad altezze di circa 55 mt dal suolo, rientrante negli incentivi dei certificati verdi (180 euro MWh prodotto, per 15 anni).

L’energia della generazione distribuita sarà gestita dalle cosiddette “smart grid”: le reti intelligenti. Queste consentiranno tramite l’apporto dell’Information Tecnology (IT) di ottimizzare la distribuzione e i consumi, limitare al massimo gli sprechi, anche tramite dei sistemi di tariffazione penalizzanti.

Se ci sarà un eccesso di produzione, rispetto a quella che oggi si ritiene implementabile, non sarà un fatto negativo semplicemente se saremo in grado di convogliarlo verso sistemi di accumulo e conservazione dell’energia che ne consentano un successivo riuso.

Attualmente si ritiene che la filiera dell’idrogeno potrà in futuro sostituire quella dei combustibili fossili anche per l’autotrazione.

In conclusione e in sintesi possiamo dire che il modello di sviluppo, di una vera e propria seconda rivoluzione industriale, che consente di evitare l’implementazione del nucleare, si basa su quattro capisaldi fondamentali:

1. Il risparmio e l’efficienza degli usi energetici e la trasformazioni conseguenti:
1. In ambito edilizio.
2. Per la mobilità di persone e merci.
3. Per la nascita delle reti intelligenti.

2. L’implementazioni delle fonti rinnovabili.
3. L’avvio della creazione della filiera dell’idrogeno.
4. La trasformazione e la gestione intelligente delle reti.

SI PENSI QUANTO LAVORO C’E’ DA FARE … ALTRO CHE CENTRALI NUCLEARI!

5 Commenti

  • Comunque non quello di installare, devastando per sempre, 8000 (ottomila!) torri eoliche alte più di cento metri su tutte le colline e le montagne della nostra Isola. Ciò che sta succedendo e’ la dimostrazione che l’Isola ed i suoi abitanti non hanno abbastanza anticorpi per contrastare qualunque speculazione che venga da fuori e la espropri dei suoi paesaggi e la saccheggi, come ai tempi del taglio dei grandi boschi, in cambio di qualche elemosina! Occorre un sussulto di dignità!

  • Caro Mare in domo mia,
    se si può gettare ulteriore discredito su un antagonista basta che si insinui il dubbio con un titolo appropriato su un giornale che poi viene letto di sfuggita al bar senza approfondire.
    Ultimamente anche l’on. Maninchedda è rimasto vittima di questo sporco giochetto.
    La sempre maggiore degenerazione di molti media dovrebbe venire sanzionata, ricondotta in binari di correttezza ed etica professionale, ma qui stà il vulnus: chi lo deve fare in una società in cui le regole dell’etica sono saltate?
    Ho l’impressione che la assuefazione dei più nei confronti della situazione giornalistica nonché della trash TV permetta questa disinvoltura da parte di troppe testate di parte (dx o sx poco importa). Beninteso: questo non è diritto all’informazione pura bensì campagna mediatica finalizzata a qualcosa…

  • Mere in domo mia

    A proposito di energie pulite e parchi eolici mi ha colpito l’articolo pubblicato dall’ “Unione Sarda” di oggi 12 Maggio dal titolo ”nella partita dell’eolico si era inserita anche Tiscali”.
    La presentazione del fatto, intanto, lascia presagire chissà quali risvolti di operazioni inconfessabili dell’azienda Sarda intorno al businness dell’eolico, che tanti problemi sta creando in certi ambienti politici e imprenditoriali… La realtà é invece banalissima, ove oltre al titolo si legga l’intero articolo
    http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/180285
    Tiscali ha presentato formale richiesto al C.A.C.I.P. per l’assegnazione di 15 ettari di terreno nell’area industriale di Macchiareddu per impiantare un piccolo parco eolico. Si badi bene, un parco eolico in un contesto industriale, esattamente come previsto dalla legge sul paesaggio voluta da Soru.
    Si tratta forse di una speculazione vergognosa alle spalle o a spese di qualcuno? No, solo un progetto in grado di rendere autosufficiente l’azienda di Sa Illetta riguardo alla bolletta energetica. Lo facessero tutti!!!
    Al C.A.C.I.P. 15 ettari sono sembrati troppi, in rapporto al numero di generatori necessari a coprire i consumi elettrici, ed ha concesso solo 10 ettari, peraltro il massimo. Tiscali insiste per gli altri 5 ha perché prevede a medio termine un aumento dei consumi e quindi di dover installare altri pali.
    La cosa é a questo punto e non presenta né tensioni, né guerre, né drammi tra il Consorzio e l’azienda. Ma allora, perché questa maliziosa attenzione dell’Unione per un fatto così banale?
    Boh!
    Interessante comunque la lenta ma costante mutazione genetica che ha portato un quotidiano una volta anche troppo prudente nelle sue inchieste, a somigliare in modo imbarazzante a giornali della “caratura” di Libero e de Il Giornale.

  • Gianfranco Muggianu

    Non entro nel merito della ricerca di una alternativa al nucleare poiché penso che non serva. L’educazione al risparmio e l’impiego di tecnologie opportune farebbero produrre la più pulita delle energie possibili: quella che NON si consuma. Spegnere la luce delle scale o i televisori in perenne stand-by farebbe risparmiare quella produzione attesa dalle centrali nucleari che si vorrebbero costruire a costi folli. E la ricerca sulle rinnovabili? Se a questo aggiungiamo il “fattore umano” che potrebbe aver viziato le scelte e gli accordi sanciti in questi tempi oltre ai costi folli aggiungo anche i rischi folli. Semplicemente NON mi fido di chi dice di non conoscere il valore delle cose di cui tratta, di chi in un secondo tempo direbbe che non essendo un tecnico non era tenuto a sapere dei rischi o dei costi reali emersi etc..
    Mi limito quindi ad avanzare una provocazione in ordine all’utilizzo di risorse pubbliche in Energie rinnovabili

    Sappiamo che la produzione di energia da fonti rinnovabili, oltre una soglia che potremo definire “ragionevole”, è una mera operazione finanziaria.
    Gruppi finanziari sfruttano la politica degli incentivi per fare investimenti molto “tranquilli”. Non hanno il problema del rischio ed in sostanza NON fanno impresa, NON creano occupazione.
    Mi chiedo se si possa ipotizzare però che la Regione o le Province creino dei parchi eolici o fotovoltaici e canalizzino i benefici derivanti dagli incentivi verso un fondo sociale; che consenta di erogare un assegno a tutti quei disoccupati che in questo periodo hanno perso il posto di lavoro.
    Si tratterebbe di posti di lavoro-equivalenti dal costo iniziale di 150 – 300.000 € cadauno, che in 12 anni circa verrebbero però restituiti dalla produzione stessa.
    Detto fondo avrebbe il senso di una “Terra ad Uso Civico” dei giorni nostri. Avrebbe insomma il senso di un ammortizzatore sociale.
    In cambio di che cosa si potrebbe dare questo stipendio?
    Per esempio, in minima parte, per la manutenzione degli stessi impianti di produzione dell’energia da cui arrivano gli incentivi, maggiormente per la bonifica dei siti industriali dismessi dalle industrie che hanno creato i medesimi disoccupati.
    Nel caso di Ottana sarebbe quanto mai opportuno.
    Si può anche pensare a riconvertire alcune delle aziende che hanno chiuso o che sono in crisi, far fare ricerca e sperimentazione: ad esempio una fabbrica che sino ad oggi produceva motori elettrici per lavatrici potrà ben produrre alternatori per la realizzazione di mini e micro impianti eolici.
    La provocazione “finanziaria” contenuta nel messaggio è evidente però mi chiedo se non sia il caso di affrontare una verifica tecnico-normativa.
    Si potrebbe anche considerare la creazione di cooperative che assumano la proprietà degli impianti, con l’obbligo di impiego di personale già disoccupato a rotazione.
    Insomma si tratta di far tornare in Sardegna un pò di quei soldi impropriamente spesi o impegnati dalla Regione Sardegna per opere a carico dello Stato.

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