Il sen. Massidda sull’indipendenza, con nostre precisazioni

19 settembre 2010 09:5711 commentiViews: 11

969Oggi Piergiorgio Massidda scrive cose intelligenti sull’indipendenza. Alcune precisazioni: 1) il dibattito non è stato aperto dalla Nuova e da Mario Segni, ma da noi, con la nostra mozione. Mario segni ha rotto la cappa di silenzio e di non curanza sul tema, voluto da non pochi protagonisti della politica sarda. La Nuova ha ripreso il suo ruolo storico di luogo di dibattito, dove certa piccola borghesia sassarese ha potuto dar prova dei suoi anacronismi culturali, tutti maturati all’interno di un’educazione orientata, nelle famiglie benestanti della città turritana, a far carriera in Italia. Modello Cossiga, insomma. 2) Non è vero che nessuno si è accorto della portata della sentenza dell’Aja sul Kosovo. Non se ne sono accorti i giornali, ma i sardisti sì. Questo è l’articolo che io avevo dedicato all’argomento. 3) Non è vero che il Pdl è sulle posizioni di Massidda; è auspicabile che lo sia, ma oggi non lo è; 4) l’ultimo paragrafo dell’articolo disegna appunto un tipo di rapporti con l’Italia che assegna la sovranità originaria alla Sardegna e quella delegata alla Federazione italiana. Questo è un disegno di disimpegno istituzionale dall’attuale ordine; è un disegno di smontaggio e di rimontaggio dell’Italia molto prossimo alle nostre posizioni, ma non a quelle del Pdl ufficiale. Mi auguro che le distanze fittizie vengano meno e ci si ritrovi su questi contenuti.

di Piergiorgio Massidda

Bene hanno fatto La Nuova Sardegna e l’amico Mario Segni ad aprire l’interessante dibattito.
Un dibattito sulla prossima sessione del Consiglio regionale dedicata alla riforma dello Statuto Sardo. Negli interventi fino a ora succedutisi ho trovato argomentazioni che mi trovano totalmente o parzialmente d’accordo, altre con le quali il mio dissenso non potrebbe essere più netto. Ma non riesco a capire come nessuno abbia ancora fatto cenno al fatto che, dopo la sentenza della Corte dell’Aja sul Kosovo niente possa essere considerato come prima.
Non entro in polemica con nessuno e preferisco muovere da dove la sessione del nostro Parlamento regionale ha preso le mossa: la mozione del Psd’Az sull’indipendenza della Sardegna. Si possono tentare le vie dell’eufemismo e, al contrario, dell’esorcismo, ma la questione posta dai sardisti è molto seria, soprattutto, dopo che la Corte internazionale dell’Aja ha dato alle Nazioni Unite il suo alto parere: la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è in linea con il diritto internazionale. E, aggiunge la Corte, non vale il richiamo dell’Atto finale di Helsinki al diritto degli Stati alla propria integrità territoriale. Essi hanno il diritto a non essere aggrediti da stati terzi, non quello di impedire l’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Questo significa che la mozione sardista non solo è legittima, ma potrebbe produrre effetti in sintonia con i trattati e i patti internazionali che richiamo al disegno di legge che ho presentato in Senato, con il quale è in piena sintonia la mozione del gruppo consiliare del Pdl. L’indipendenza – o più propriamente il diritto all’autodeterminazione – della Sardegna è fondata e ha dalla sua le fonti di diritto internazionale. Il problema non è, dunque, di legittimità, ma di opportunità e di desiderabilità.
Sulla desiderabilità culturale e linguistica non credo si possano nutrire dubbi, posto che non esiste alcun pericolo di isolamento, che a me sembra più un bau bau che un rischio anche lontanamente ipotizzabile. Anche sulla opportunità economica, difficile – almeno in mancanza di studi seri – affermare che i costi dell’indipendenza sarebbero insostenibili: che interesse avrebbe l’Unione europea a decretare l’embargo per una sua regione, quasi rappresentasse, al pari dell’Iran, un pericolo per la pace e la convivenza fra i popoli? Dal punto di vista sociale, davvero qualcuno potrebbe pensare che, liberi dallo Stato italiano, i sardi si trasformerebbero d’incanto in uomini lupi per gli uomini? Il problema della desiderabilità dello stato sardo indipendente sbocco ovvio dell’indipendenza sta altrove, a mio parere. Abbiamo davvero bisogno dello stato sardo? O abbiamo, come io credo, bisogno di tutta la sovranità necessaria a una Sardegna prospera? È una sovranità che non ci è utile quella in materia di forze armate, non ci è utile in materia di reciproco riconoscimento con stati esteri né è utile, in questa Europa e in quella che si va costruendo, un codice penale sardo (semmai l’adeguamento di norme alla nostra specificità).
Queste sono le quattro competenze contemplate nel mio disegno di legge costituzionale come più utilmente esercitabili dalla Repubblica Italiana, unita e diventata, anche con il contributo del Nuovo Statuto speciale, federale. Sono convinto che la Sardegna non abbia bisogno di indipendenza, ma di conquistare una vera sovranità: un autogoverno reale della Nazione Sarda all’interno della Repubblica Italiana. Sia a livello regionale che nazionale si deve realizzare un’autentica stagione costituente, è il tempo delle azioni concrete, i sardi non possono più accontentarsi di sterili proclami.

11 Commenti

  • Coerenza? Sono quello che per primo in Sardegna nel 2005 ha posto la questione indipendentista in nuovi termini: per farla uscire dalle secche dell’estremismo verbale, degli slogan, dell’eccessiva ideologizzazione a sinistra, che ha parlato di europeismo, di liberaldemocrazia, di globalizzazione, di Partito Nazionale Sardo, di pragmatismo, di riforme dell’immagine e della comunicazione, di superamento del settarismo, del romanticismo e dell’esotismo.
    Mi pare una filosofia oggi abbastanza diffusa e che sta lentamente premiando le sigle che in vari modi l’hanno applicata (forse insufficientemente o male).
    Io non ho scoperto l’acqua calda, ho solo suggerito di usarla…
    Me ne frego di chi paventa anni di militanza politica in questo o quel partito e non ha mai prodotto niente.

    Io non ho insinuato nulla, peggio: ho affermato che il PSD’AZ in 10 anni non è stato attivo quanto oggi, e che una discreta dose del clima favorevole attuale non è stata determinata dal sardismo. Che c’è di male? E’ solo una critica costruttiva per stimolare a fare meglio.
    E lei Nino di cosa si occupa?

  • Bomboi continua imperterrito ad insinuare. Il PSD’Az è il PSD’AZ, da 90 anni sempre sulla breccia nonostante tutto, errori compresi. Nulla sappiamo invece della “coerenza” di Bomboi il pontificatore che da tempo ho invitato ad informarci sulla sua vita politica. Ma il treno sul quale ora viaggia sarà l’ultimo? E’ egoista e non vuole che ci divertiamo.

  • Sono d’accordo Paolo, soprattutto dalla crisi Greca in poi la Germania ha assunto una leadership politico-economica capace di influenzare le posizioni di altri grandi stati UE (e non solo).
    Ormai anche gli USA, quando c’è da dibattere sui grandi temi della finanza mondiale, il primo telefono che fanno squillare è quello della Merkel. In un contesto simile, ogni centimetro in più di sovranità guadagnata non può che essere utile.

    Sulla “Sardegna che fa l’Italia” non sò cosa dire, ma non vorrei che quel filone in passato sia nato proprio nel sardismo per poi diventare una prassi tra i partiti italiani locali…
    Vedo comunque una linea argomentativa molto simile tra i detrattori della sovranità a prescindere, come Guido Melis: lo Stato (italiano) come golem intoccabile e capace di risolvere i problemi. Anche Attilio Deffenu (morto per l’Italia…) un secolo fa contestava ad alcuni politici Sardi a Roma la stessa mentalità nella difesa dell’esistente.
    In 100 anni sotto questo profilo non c’è stata molta evoluzione culturale.
    Dei miei professori in passato non ho mai avuto nulla da lamentarmi…di storia Sarda infatti a scuola non ne ho mai vista! Negli anni ho dovuto illuminare il buio da solo leggendo testi di diversi autori (e con orientamenti diversi), anche per non cadere nel rischio di romanzare la storia (o viceversa, per accantonarla a favore dell’Italia)…
    Speriamo che le prossime generazioni siano più fortunate. Ma questo dipenderà da ciò che faremo oggi.

  • La Sardegna diventerà indipendente di nome o, quantomeno, di fatto, molto prima di quanto noi indipendentisti ipotizziamo, nonostante i sardi ed in particolare la classe politica sarda (con qualche giusta eccezione). Come la caduta del muro di Berlino ha prodotto il generarsi, con tempi e modalità diverse, di decine di nuove Entità territoriali sovrane, nessuna delle quali mi risulta essersi pentita del percorso intrapreso, così la prossima, inevitabile, fine del berlusconismo con lo sfascio istituzionale che si genererà porterà la fine del feticcio post risorgimentale dello Stato Unitario Centralista.
    Con buona pace dei Mariotto Segni, Arturo Parisi, Guido Melis e compagnia cantante autocolonizzante.
    Mi auguro che noi sardi non ci facciamo cogliere completamente impreparati e che riusciamo, almeno in extremis, a trovare un minimo di unità sulle cose che possiamo fare per agevolare e rendere proficuo il ritorno della sovranità perduta.

  • Evelina Angela Pinna

    Parlare oggi di indipendenza o di federalismo non è così antitetico come una volta; i modelli sono talmente simili da non poter più dire che le caratteristiche di ognuno siano nette o penalizzanti. Soprattutto certi attriti politici sembrano più pretestuosi che dottrinali e allontanano il governo sardo dal senso pratico delle cose. Competenze fiscali, potere giurisdizionale, controllo delle leggi, camera e senato, potere militare, sono variabili di uno stato federale tassativamente identiche a quelle di uno stato indipendente.
    Non è un caso che l’Italia realizzi l’importanza del federalismo mentre è in atto un confronto serrato con l’UE. L’adesione a regole esterne così vincolanti, la conformità a un Trattato che come fonte di diritto internazionale sta assumendo connotati più rigidi della nostra Costituzione, rappresenta una cessione di sovranità ormai irreversibile. Per essa l’Italia intera sta pagando pegno, in termini di coesione interna delle sue articolazioni regionali, con ricadute costituzionali, istituzionali ed economiche. La tappa finale di questo processo storico in atto, dicono gli economisti, sarà la creazione degli Stati Uniti d’Europa. L’indipendentismo sardo è consensuale alla compresenza di sovranità molteplici, all’interno dello Stato italiano, proprio come definisce il federalismo.
    L’indipendenza sarda è quindi vocato ante litteram alla ricerca della ragione della propria esistenza politica e del proprio assetto territoriale; nell’integrazione europea i motivi della diversità e della coerenza che attesta l’identità del nostro popolo.
    Il processo federalista, inizialmente sottoposto a verifiche macroprudenziali da parte del governo centrale, porterà a un numero sempre minore di competenze centralizzate, con maggior ricorso alla categoria delle competenze prima concorrenti e poi esclusive.
    L’orientamento insomma sarà verso una sovrapposizione / contrapposizione del modello di federalismo forte – competitivo – concorrente, al modello di federalismo cooperativo (come oggi viene proposto per edulcorare il concetto).
    La Spagna, che spesso viene citata ad esempio, non è ancora uno Stato federale, bensì uno Stato regionale, dove al suo interno si è comunque realizzato un federalismo moderno, a geometria variabile, imperniato sul concetto di Regioni e Comunità Autonome, tanto da aver coniato il termine di federo-regionalismo spagnolo per indicare appunto questo processo di costruzione di uno Stato federale del tutto peculiare rispetto ad altre esperienze nazionali, come l’esperienza tedesca, impostata invece sulla cooperazione e sulla negoziazione ad ogni livello istituzionale.
    Il ruolo dei politici sardi dovrebbe andare oltre la composizione partitica in questo momento, puntare sui buoni contenuti e riflettere più di tutto la rappresentanza del territorio, la politica estera, la difesa, la giustizia, le grandi scelte di programmazione economica, che sono le ambizioni più alte in questa svolta federalista.

  • Paolo Maninchedda

    Per Gianfranco. E’ vero, sono stato un po’ severo in passato con la vostra proposta, più severo del dovuto, mosso dall’irritazione verso il mio vecchio professore di storia medievale, colpevole di aver distribuito a man bassa il mito degli Arborea, a mio avviso assolutamente ingiustificato, e di aver inventato questa stupidaggine della “Sardegna che fa l’Italia”, pur di riuscire a conciliare il tema della sovranità ancor prima di averlo sviluppato. Sul merito della vostra proposta (poi, se non ho capito male, adottata da Massidda), io ho da dire per l’aura di eccessivo autonomismo catalano (altra sfumatura casuliana che non condivido) che vi leggo, ma è una proposta ragionata con cui non si può non confrontarsi. Concorreremo insieme a spingerla ulteriormente verso il massimo di sovranità possibile, integrando le diverse proposte in campo, compresa quella che noi abbiamo nel cassetto e che tireremo fuori appena si risolverà il tema, per niente marginale, della costituente. Non credo che si possa stare bene in Europa, senza essere uno stato. Sono stato in Germania da poco: l’Europa è la Germania, ormai, con l’Inghilterra a farle da rincalzo. L’agenda la detta Berlino e i suoi satelliti orientali. L’asse franco-tedesco non esiste più e la coincidenza della forza economica con il meccanismo di controllo dell’euro, indurrà inevitabilmente a rimodulare la democraticità dell’Unione. E lì, in quella partita, giocheranno solo i soggetti dotati di piena sovranità.

  • Riporto qui, non certo per mancanza di rispetto a questo blog ma solo per non far finta di inventare cose nuove, quanto ho scritto nella pagina di Massidda a commento del suo articolo:
    “Caro senatore, sono sicuro che non mi fa velo l’amicizia, dicendole che finalmente qualcuno pone la questione della autodeterminazione del popolo sardo nei termini più corretti. Autodeterminazione è, secondo il diritto internazionale, “sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il regime politico interno ed esterno”.
    Di questa capacità di decidere fa parte sia la sua convinzione che, per dirle banalmente, sia meglio avere il massimo di sovranità senza rompere l’unità della Repubblica, sia la convinzione di quanto pensano che il massimo di sovranità coincida con la creazione dello Stato sardo, sia la convinzione di chi, come me, ritiene che la piena sovranità coincida con l’indipendenza della Sardegna all’interno dell’Unione europea, sperimentando la via della inutilità (e perniciosità) di uno Stato sardo.
    C’è anche chi, in un processo di autodeterminazione, potrebbe persino battersi per la rinuncia all’autonomia e una più forte integrazione nella Repubblica italiana. Un referendum di autodeterminazione non ha un risultato scontato (nel Québec non ha portato all’indipendenza, in Timor Leste sì). Ma finalmente ci si batterebbe per qualcosa per cui vale la pena spendere energie e intelligenze.”

    PS – Certo, è la mozione sardista ad aver imposto all’attenzione la questione dell’indipendenza (e, direi di più, per porre questa questione all’ordine del giorno della politica sarda). Però, per un volta, riconosciamo alla Nuova Sardegna un merito: senza la sua iniziativa, i lettori sardi non frequentatori di blog e di siti avrebbero ignorato che la questione di un rapporto ex novo fra Sardegna e Italia si pone in termini diversi dalle litanie cui siamo abituati. E sarebbe una cosa gradita il riconoscimento che la proposta del Comitato per lo Statuto ci ha almeno sottratto alla pena di un dibattito sul “cambiamento di alcune norme del vecchio Statuto”. Anche questo è stato scritto non molto tempo fa.

  • Mai detto che Cossiga sia stato un santo, rispetto la tua opinione ma dissento sul fatto che il Sardismo negli ultimi 10 anni sia sempre stato in prima fila nell’ambito culturale a parlare di indipendenza e riforma statutaria. E’ proprio Cossiga, paradossalmente, ad averlo fatto e tutti se ne sono fregati fino a poco tempo fa. Non scordiamoci neppure che Cossiga ha appoggiato anche il Comitato per sa Noa Carta de Logu quando di copertura del partito “dei 4 gatti” non vi era ormai alcuna particolare esigenza politica.
    Tendo ad allineare la proposta del Comitato fatta nella scorsa legislatura al dibattito istituzionale per l’indipendenza perché, sostanzialmente, quel comitato (eccetto alcune personalità del centrodestra sardo) è stato promosso da indipendentisti e proprio con l’obiettivo di arrivare al dibattito istituzionale sulle riforme.
    La riscrittura dello Statuto quindi vista come un mezzo (graduale) per l’indipendentismo e non come un fine per l’Autonomia. Il concetto del “sovranismo” insomma.
    Il PSD’AZ giunge a puntino, ma non perché nel tempo sia sempre stato costante nel dibattito al rigurado e nel voler perseguire specifici obiettivi, ma perché una serie di personalità presenti in diverse sigle, associazioni e comitati, con la loro lenta (e spesso contradditoria) costanza, ha creato un piccolo clima nel quale alcuni sardisti hanno ritrovato il vento favorevole….
    Inoltre si deve anche al tuo arrivo nel Partito una sua ripresa. Senza levare niente a chi da anni milita nel PSD’AZ…

  • Paolo Maninchedda

    Per Bomboi. Non ci siamo. Cossiga è Cossiga, cioè un grande equivoco politico della storia sarda. Cossiga è un sardo che ha studiato per fare carriera in Italia, non per rappresentare la Sardegna. Solo dopo la caduta da Presidente della Repubblica, protetto dallo status di senatore a vita e di presidente emerito, e anche strumentalmente per dare copertura al partito dei “quattro gatti”, ha adottato l’impostazione storicistica di Francesco Cesare Casula, il quale da giovane ha frequentato gli ambienti sardisti e indipendentisti oristanesi, per poi produrre un’idea (la Sardegna che fa l’Italia) molto funzionale al percorso di un uomo come Cossiga. Il Comitato è altra cosa: è scritto da sardisti della diaspora a cui prima o poi bisogna restituire cittadinanza nella casa sardista. Ma il Comitato ha prodotto la sua proposta nella scorsa legislatura per offrire un testo su cui discutere per la riforma dello Statuto, non per inaugurare un dibattito istituzionale sull’indipendenza. Questo lo abbiamo fatto noi sardisti, come dici anche tu, che però, di mestiere e cultura, ti assicuro, non spolveriamo né rispolveriamo niente.

  • Per la verità è stato Cossiga negli ultimi anni a parlare di riscrittura dello Statuto e non i Sardisti…e tutti i (pochi) dibattiti si devono anche al comitato che ha proposto sa Noa Carta de Logu ed alla lenta crescita dell’indipendentismo.
    Al PSD’AZ il merito di aver rispolverato il problema ponendolo con forza come elemento di discussione nel Consiglio Regionale.
    Un’aspetto che, tra il proliferare si sigle indipendentiste, la piccola crescita di IRS e l’azione sardista, sta iniziando a far preoccupare una serie di persone abituata a pontificare senza agire.
    Prima che La Nuova Sardegna, la verità è che i “dibattiti” stanno su internet, e chi sta positivamente recuperando il suo ruolo storico è proprio il PSD’AZ, che per anni si è dimenticato lo scopo della sua esistenza….

  • Non solo l’Unione Europea non avrebbe alcun interesse a decretare l’embargo per la Sardegna ma si porrebbe, con forza, il problema di dare il giusto riconoscimento ad un isola ricca di potenzialità.
    Altrimenti, entrerebbe nell’orbita di potenze economiche che, di recente, hanno iniziato a scoprirne ricchezze e specificità storiche, ambientali, economiche in senso stretto, etc.
    È evidente che, per arginare i fortissimi interessi finanziari in campo, serva un consiglio regionale competente* e, comunque, dotato degli strumenti per affrontare tali problemi.
    Solo la Costituente Sarda può, svincolando l’elezione dei componenti dalle logiche dei partiti italiani, creare un gruppo di lavoro coerente con gli obiettivi dei sardi.
    Con la forte crisi economica in atto si va formando quella massa critica che consentirà di superare l’intorpidimento dei decenni precedenti e, presto, l’Azionismo ritornerà per darci tante soddisfazioni.
    Pro esse’ meres in domo nostra.
    Fortza Paris

    *(che Dio ce la mandi buona e, comunque, quello italiano non è certo migliore. I nostri li teniamo sotto controllo da vicino e, ogni tanto, danno anche risposte, quindi, proviamo a dargli più poteri. Al Consiglio, ovvimente.)

Invia un commento