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Il furto della liquidazione

Posted on 26 Luglio 202626 Luglio 2026 By Paolo Maninchedda 15 commenti su Il furto della liquidazione

Ogni mattina la politica italiana si sveglia e sceglie il nemico del giorno: il migrante, il magistrato, il fascista, il comunista, il casinista, l’anarchico, l’antifascista, l’Europa, il cambiamento climatico, il ponte sullo Stretto, il linguaggio inclusivo e il linguaggio sessista, le domande che non si devono fare e quelle che si possono fare.
Si costruiscono eserciti di tifosi, si alimentano rabbie, si distribuiscono slogan.
Si chiede agli italiani di scegliere da che parte stare e, possibilmente, di odiare quelli che stanno dall’altra.
È un meccanismo perfetto.

Mentre milioni di persone combattono guerre ideologiche (l’ultima, sull’alta velocità, la TAV), quasi nessuno si accorge delle ingiustizie silenti e dirette, quelle che non hanno colore politico, che riguardano tutti e che incidono sulla vita delle persone molto più di qualsiasi polemica da talk show.
Prendete la liquidazione.
Una vita di lavoro, uno stipendio guadagnato euro dopo euro, una parte della retribuzione che non viene pagata mese per mese, ma accantonata per essere consegnata alla fine del rapporto di lavoro.
È denaro di chi lavora, non dello Stato.
E invece lo Stato, al momento opportuno, se lo tiene.
Se vai in pensione non ricevi ciò che è tuo, devi aspettare: mesi, anni. E se la somma supera determinate soglie, se la vedrai, la vedrai a rate.
Ma su questo, nessun deputato o senatore si straccia le vesti, nessun ministro interviene, Mattarella, come suo solito sulle cose spinose, ha l’alternatore dell’indignazione che lo porta a girarsi dall’altra parte, e noi, in silenzio, ce la pigliamo nel culo.

Proviamo a immaginare un paragone. Vendiamo una casa. Firmiamo il rogito. Consegniamo le chiavi. L’acquirente, però, ci dice: «I soldi ve li darò tra due anni. Anzi, un po’ quest’anno, un po’ il prossimo e il resto quando avrò disponibilità». Lo denunceremmo. Se invece lo fa lo Stato, diventa una legge ingiusta su cui tutti i rappresentanti del popolo, che non vogliono le preferenze per non essere giudicati sulla loro vigliaccheria di Stato, tacciono.

L’unica che parla e scrive, da anni, è la Corte costituzionale.
Nel 2019 ha affermato che il differimento della liquidazione è difficilmente compatibile con il principio costituzionale secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione tempestiva. Nel 2023 è tornata sull’argomento.
Nel 2026 ha rincarato la dose: il legislatore continua a non eliminare un sistema che produce un vulnus ai diritti costituzionali dei lavoratori.
La Corte ha rinviato la decisione definitiva soltanto perché imporre allo Stato di pagare subito ciò che deve avrebbe un impatto enorme sui conti pubblici. Ma noi riusciamo a trovare i miliardi per allinearci alla spesa militare atlantica, riusciamo a trovare i soldi per provvedimenti tampone come l’abbattimento del costo della benzina, troviamo una valanga di denaro per il Ponte sullo Stretto, sviluppiamo aerei da guerra che mentre bombardano ti mettono anche la flebo, ti preparano il caffè e ti lavano i denti, ma non troviamo i soldi per pagare le liquidazioni.

Tradotto in italiano: la Corte dice che il diritto esiste. Lo Stato risponde che, per il momento, non può permettersi di rispettarlo e perché? Solo perché le liquidazioni non riescono a diventare un argomento elettorale, diversamente eccome che i soldi salterebbero fuori!

Se questa storia riguardasse un qualsiasi datore di lavoro privato, provocherebbe uno scandalo nazionale.
Ma siccome il debitore è lo Stato, tutto diventa improvvisamente normale, anche il furto.

Ed è questo il punto. La politica italiana riesce a mobilitare milioni di persone su questioni simboliche e identitarie. Riesce a dividere famiglie, amicizie e perfino luoghi di lavoro. Ma non riesce a trovare una maggioranza capace di restituire ai cittadini i soldi che appartengono ai cittadini. Le grandi battaglie della civiltà non sono quelle che producono più applausi nei talk show. Sono quelle che difendono i diritti concreti: il diritto a essere curati, ad avere una giustizia che funzioni, una scuola efficiente, una pensione dignitosa e una liquidazione pagata quando è dovuta, non quando fa comodo al debitore.

Per questo la vicenda della liquidazione non riguarda soltanto chi oggi aspetta il proprio denaro. Riguarda tutti. Perché misura la credibilità dello Stato. Uno Stato che pretende puntualità dai contribuenti, applica interessi e sanzioni quando un cittadino paga in ritardo, ma considera normale pagare con anni di ritardo un proprio debito, non dà una lezione di legalità. Semplicemente, cambia le regole quando il debitore è lui.
E qui viene il bello.
Se siamo noi a dover dare cento euro allo Stato e paghiamo in ritardo, ci arrivano interessi, sanzioni, cartelle, avvisi e, se insistiamo, perfino l’esecuzione forzata. Se invece è lo Stato a dover dare migliaia di euro a tutti noi, la risposta è più elegante: «Abbia pazienza».
Pare che il principio valga solo in una direzione. Lo Stato insegna ai cittadini che i debiti si pagano. Sarebbe bello se, ogni tanto, frequentasse anche lui il corso. La prossima volta che sentirete un leader italiano parlare di legalità, fate una cosa semplice: controllate se vi ha già pagato la liquidazione.

Lavoro, Politica, Vetrina

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Comments (15) on “Il furto della liquidazione”

  1. Anto ha detto:
    29 Luglio 2026 alle 15:31

    Buongiorno, ho appena raggiunto i 40 anni di lavoro, la mia liquidazione è presente nel bilancio aziendale ma effettivamente nessun fondo è stato istituito. Per cui non so se mi verrà mai pagata. Bisognerebbe istituire un fondo in cui versare i canoni annuali per ogni dipendente. Utopia per ora. Grazie

  2. Stefano ha detto:
    29 Luglio 2026 alle 02:26

    Ennesima riprova del fatto che lo stato, una delle organizzazioni umane più inefficienti, sia estortore, oltre che ladro, assassino, tassassino e menzognero.

    E coloro in quali nell’Isola di Sardegna legiferano ed amministrano nella lingua e con la lingua del sopracitato ente ne fiancheggiano e sostengono, negli atti e nei fatti, ogni illegittimità.

    Esti ora de dusus pigai a son’ ‘e corru.

    Visca Sardenya de nou lliure!

  3. Eddie Irvine ha detto:
    28 Luglio 2026 alle 15:17

    @ Angelo, provi a concentrarsi sui contenuti del mio commento, anziché sull’esteriorità.
    Subito dopo faccia un corso di coscienza di classe, o se la formulazione le sembra troppo desueta, sulla consapevolezza e sulla tutela dei propri interessi economici.
    Da ultimo, si chieda se quella parte politica che tanto le piace, che in teoria dovrebbe difendere gli interessi dei lavoratori, lo fa effettivamente, o se al contrario li calpesta e ne fa carta straccia.
    La aspetto per le conclusioni finali, che salvo conclamate sindromi di Stoccolma (le piace di più questa locuzione?), convergeranno con le mie.
    Dopo di che, tutto è possibile: Wanna Marchi ha infinocchiato fior di polli attraverso la propria vis retorica. Azzerando il senso critico, la stessa dinamica imperversa anche in politica.
    Lei è qui a ricordarcelo.

  4. angelo ha detto:
    27 Luglio 2026 alle 22:11

    @ eddie irvine
    qualificare dementi quelli che non votano come piace a me equivale a definire coglione (come faceva Berlusconi) chi non vota a destra cosi come equivale agli insulti del senatore licheri (5stars) per chi non avesse votato la tedde alle regionali
    un bell’esempio di tolleranza (Voltaire vi faceva un baffo)
    si faccia un corso accelerato di buona creanza

  5. Eddie Irvine ha detto:
    27 Luglio 2026 alle 18:21

    Pur senza nominarla, questo articolo spiega magistralmente perché è da dementi votare la cosiddetta sinistra.
    La quale è pronta a dare battaglia per qualunque coglionata pseudo-inclusiva e finto-identitaria le passi a tiro, purché non si parli di classi sociali, di redistribuzione del reddito, di condizioni di vita materiale delle persone.
    Ma se non si parla di soldi (soprattutto di fronte a una platea che di soldi ne ha pochi, come i lavoratori dipendenti e in questo caso i pensionati), non si sta parlando di niente.
    Gli unici soldi che interessano sono quelli che derivano da incarichi istituzionali, quelli che finiscono nelle loro tasche tramite incarichi nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione: in altre parole, vogliono il potere per il potere (e i soldi che li accompagna), non certo per risolvere i problemi della povera gente (anzi!).
    Non più tardi di una quindicina di giorni fa, la Schlein e i suoi sodali (Conte e i due gianni e pinotto di AVS) hanno dato vita a una delle più sguaiate esultanze mai viste in Parlamento per festeggiare la sconfitta della maggioranza sugli emendamenti che avrebbero reintrodotto le preferenze nelle liste elettorali.
    Festeggiavano quindi il mantenimento delle liste bloccate.
    Cioè le rendite di posizione del loro essere casta.
    Cioè le loro carriere in Parlamento.
    Cioè i loro stipendi.
    E hanno anche la faccia di rivendicare i voti degli elettori.
    Non votare la cosiddetta sinistra è un servizio che si rende al proprio cervello, e al proprio portafogli.

  6. Ariovisto ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 22:19

    Dottore, vero tutto, ma l’italia ha un deficit pensionistico rispetto ai concorrenti europei ed occidentali. Traduzione: a fronte di una media europea che vale mediamente l’8 per cento di PIL per emolumenti pensionistici noi ne “offriamo” invece il doppio. E dunque spendiamo in più ogni anno in pensioni la cifra colossale di 162 miliardi di euro. Non si può avere pertanto la botte piena e la moglie ubriaca.

  7. Masaniello ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 21:54

    Tre anni tre, per vedere liquidato il mio tfr/tfs. Tre anni trascorsi scrivendo e chiamando l’INPS con regolarità e trovando sempre un muro di gomma.

  8. Vittorio Murgia ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 14:22

    Si dice sempre che i presidenti della repubblica dovrebbero essere i garanti della Costituzione. Compreso quindi l’art. 3. Mattarella, ma pure numerosi suoi predecessori, l’hanno fatto a corrente alternata. Ricordo peraltro su Tik Tok un’intervista dell’ex presidente Cossiga che raccontò cosa gli disse un costituzionalista britannico sulla Costituzione repubblicana:”la peggiore Costituzione tra quelle scritte nel dopoguerra”. Questo, per la cronaca.

  9. Stefano Locci ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 11:40

    Egregio, nella mestizia che accompagna la dissoluzione di un ordinamento di uno Stato, ho posto alla AI il quesito: tramonto dell’Impero Romano.
    Questa la risposta:
    Il tramonto dell’Impero Romano d’Occidente è un lungo processo di crisi conclusosi nel 476 d.C. con la deposizione di Romolo Augusto da parte del capo barbaro Odoacre. Le cause principali furono le invasioni germaniche, la grave crisi economica e la debolezza politica interna.
    Le Cause.
    Principali invasioni barbariche: i popoli germanici e gli Unni premettero con forza sui confini dell’impero. Crisi economica: la mancanza di nuovi schiavi, le tasse troppo alte e la perdita dei commerci impoverirono le città e le campagne. Instabilità politica: i generali e i soldati cambiarono spesso gli imperatori con la forza, indebolendo il governo centrale.
    Questo schema non ci ricorda nulla dell’attualita’?
    Prepariamoci al peggio perché l’odio (alimentato di continuo) causa solo macerie.
    Saluti

  10. Frank Mallocci ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 11:40

    Se Vannacci si impossessa della questione prende il 20% alle prossime elezioni

  11. Alfio ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 11:02

    In effetti lo stato è l’unico datore di lavoro che non consente ai propri dipendenti di devolvere il TFR ai fondi pensione cosa che gli permetterebbe di risparmiare un sacco di soldi ma come al solito preferisce nascondere la testa sotto la sabbia.

  12. Medardo di Terralba ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 09:51

    “Prima pagina, venti notizie
    Ventuno ingiustizie e lo Stato
    che fa
    Si costerna, s’indigna,
    s’impegna
    Poi getta la spugna con gran dignità“
    Don Rafaè
    Fabrizio DeAndrè

  13. Giorgio ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 09:07

    Concordo pienamente con il Professore e con il commento di Aequitas. Dirò di più: quel commento pone un’ulteriore questione di rilevanza costituzionale. L’articolo 3 della nostra Costituzione sancisce il principio di uguaglianza, principio che, su questa vicenda, viene disatteso proprio dallo Stato, che invece dovrebbe esserne il primo garante.

  14. Laura ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 08:45

    Aequias buongiorno
    Io in realtà la distinzione tra pubblico e privato l’ho letto in questa frase” Se questa storia riguardasse un qualsiasi datore di lavoro privato, provocherebbe uno scandalo nazionale.
    Ma siccome il debitore è lo Stato, tutto diventa improvvisamente normale, anche il furto.“.

  15. Aeqitas ha detto:
    26 Luglio 2026 alle 08:13

    Caro Professore,
    la leggo spesso, anzi sempre, con molto piacere. Mi è capitato più volte di commentare e condividere i suoi editoriali, apprezzandone sia i contenuti sia quella scrittura pungente e capace di stimolare il dibattito senza mai risultare banale.
    Anche questa volta condivido pienamente il principio di fondo del suo ragionamento: la politica, ormai da troppo tempo, preferisce concentrare il confronto pubblico su temi identitari e divisivi, mentre questioni concrete che incidono direttamente sulla vita dei cittadini finiscono sistematicamente ai margini. È una riflessione che considero assolutamente condivisibile, così come è forte e centrato il richiamo alla credibilità dello Stato quando pretende puntualità dai cittadini ma, al contempo, non sempre la garantisce quando è esso stesso debitore.
    Mi permetto, però, una piccola osservazione tecnica, perché credo possa rendere ancora più solida la sua tesi.
    Nell’editoriale, infatti, la questione della “liquidazione” viene rappresentata come se riguardasse indistintamente tutti i lavoratori italiani. In realtà non è così.
    Nel settore privato il TFR non è normalmente pagato dallo Stato: nella maggior parte dei casi viene liquidato direttamente dal datore di lavoro oppure, se il lavoratore ha destinato il TFR alla previdenza complementare, dal fondo pensione. Solo in ipotesi particolari interviene il Fondo Tesoreria INPS, che comunque non coincide con il sistema del TFS/TFR dei dipendenti pubblici.
    È proprio nel pubblico impiego che esiste quella disciplina del differimento e, in alcuni casi, della rateizzazione della liquidazione che la Corte costituzionale ha più volte censurato, evidenziandone la difficile compatibilità con i principi costituzionali, pur senza arrivare finora a una declaratoria di illegittimità immediatamente demolitoria per gli evidenti riflessi sulla finanza pubblica.
    Per questo motivo, forse, sarebbe stato ancora più incisivo circoscrivere la critica ai rapporti tra Stato e dipendenti pubblici. Così formulato, invece, l’editoriale rischia di indurre il lettore a ritenere che il medesimo trattamento riguardi anche milioni di lavoratori del settore privato, mentre la disciplina è profondamente diversa.
    È una precisazione tecnica che, a mio avviso, non indebolisce affatto la sostanza del suo ragionamento; al contrario, la rafforza. Perché la questione dei ritardi dello Stato nel pagare ciò che deve ai propri dipendenti è già di per sé sufficientemente grave da non aver bisogno di essere estesa a fattispecie che seguono regole differenti.
    Continuerò, come sempre, a leggerla con interesse, anche perché il confronto sulle idee è sempre più utile quando si accompagna al rigore tecnico. E, da questo punto di vista, sono certo che accoglierà questa osservazione con lo stesso spirito con cui è formulata: quello di un lettore che apprezza molto il suo lavoro e che ritiene il dibattito pubblico tanto più efficace quanto più è preciso nei fatti.

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