Il discorso di Giacomo Sanna sulla mozione per l’indipendenza

29 settembre 2010 16:008 commentiViews: 25

042Presidente, colleghe e colleghi,
<<È chiaro a tutti – che tutti gli scribi dell’unitarismo ad ogni costo – non hanno ancora capito o mostrano di non aver capito nulla del Partito sardo d’Azione>>.
<<Signor presidente e signori onorevoli, i sardi si sentono anche italiani>>.
<<Noi ci siamo serbati italiani anche quando fummo abbandonati a noi stessi. Anche quando il resto dell’Italia serviva, e non sempre malvolentieri, i Tedeschi, oppure i Francesi, o anche gli Inglesi>>.
Sono tre affermazioni pronunciate da tre dei padri del sardismo. Nell’ordine: Camillo Bellieni; Emilio Lussu e Giovanni Battista Tuveri.
Tre frasi che a quasi un secolo di distanza bastano da sole a sfatare la stupida leggenda sull’unitarismo e quella stucchevole e strumentale sul separatismo.
A noi piace constatare però, che dopo cent’anni, soltanto chi è sardo all’anagrafe ma fa da sempre e soltanto il politico romano commette gli stessi errori e lancia i medesimi anatemi senza costrutto.
A costoro, nel 2010, domando ciò che Bellieni chiedeva nel 1921. E cioè, se il concetto di unità nazionale può non essere accompagnato da un’equa valutazione degli interessi, dei bisogni, delle tradizioni, dei costumi, dei diritti e delle aspirazioni delle Regioni che compongono lo Stato.
Oppure domando, a quanti ci accusano di velleità separatiste, se la Sardegna debba restare per sempre incatenata al carro delle attuali istituzioni. Se debba cioè rimanere immutato quel regime di accentramento che inceppa le attività produttive e lo sviluppo delle nostre migliori energie, sottoponendole a vincoli ingiusti e a formalismi ingombranti.
Se così fosse, non esiterei a rispondere come Bellieni rispondeva un secolo fa: <<Beh, allora, continuate pure a dirci separatisti>>.
Perché il concetto non cambia se invece che alla monarchia del 1921 ci si riferisce allo statuto sardo del ‘48. Per intenderci, lo stesso attualmente in vigore. Quello mai modificato nonostante i diversi tentativi del consiglio regionale, perché mummificato dal centralismo politico e imbalsamato dal Parlamento italiano. Quello statuto nato nell’immediato dopoguerra in un contesto di contrapposizioni ideologiche, sia in Italia che in Europa, caratterizzato dalle dispute tra i filo americani e i filo russi. Uno scontro così violento che anche in Sardegna attenuò il dibattito sulla riforma federalista dello stato post fascista.
Infatti, lo Statuto conquistato in sede di assemblea Costituente era già allora lontano non solo dal progetto sardista ma soprattutto dalle aspirazioni e dai più elementari bisogni dei sardi.
Mentre, invece, il progetto sardista, vecchio più di ottant’anni, sembra oggi la vittoria profetica dei nostri giovani dei primi anni Venti.
Oggi, infatti, tutte le forze politiche, in Italia e in Europa, di maggioranza o di opposizione, di sinistra o di destra, parlano di federalismo e di europeismo. E tutti voi in quest’aula vi riferite di continuo al popolo sardo e nessuno di voi può permettersi di negare i temi dell’identità.
Non soltanto all’inizio del secolo ma anche nell’era del partitismo continentale della Prima Repubblica, in quest’aula come nei comizi, affermare l’esistenza del popolo e della nazione sarda era motivo di divisione profonda tra noi sardisti e i rappresentanti sardi delle forze politiche italiane.
Oggi è un’altra musica ed è evidente che a sbagliare non erano i sardisti. Così come è evidente, però, che la maggior parte dei partiti ha puntato ad impossessarsi dei linguaggi del sardismo piuttosto che dei suoi profondi valori.
Forse per queste ragioni alcuni ancora oggi si mostrano tiepidi nel dibattere nel parlamento dei sardi il tema dell’indipendenza. Mentre altri, invece, si ostinano a trattare l’argomento con slogan vecchi di cent’anni e pregiudizi smentiti dai fatti, dalla politica e dalla storia.
Noi sardisti oggi come allora tiriamo dritti per la nostra strada. Abbiamo un cammino lungo, per certi versi tortuoso e certamente difficile. Ma abbiamo un orizzonte politico certo. Quello che è scritto nell’articolo uno dello statuto del Partito Sardo d’Azione e che si chiama Indipendenza della Sardegna.
E’ così dal 1981. Da quando cioè il Psd’Az ha scelto con nettezza l’opzione strategica dell’indipendenza e ha superato quella autonomistica. Quest’ultima una stagione politica che non rinneghiamo affatto e che giudichiamo comunque importante. E’ vero, infatti, che l’autonomia per oltre mezzo secolo ha regalato ai sardisti e alla Sardegna momenti di alta dignità politica in difesa del nostro popolo, dei nostri valori e della nostra democrazia.
Ma è altrettanto vero il fatto che l’opzione politica dei sardisti è soltanto quella scritta e certificata nella carta dello stare insieme dei sardisti.
E’ così ormai da trent’anni.
E non c’è alcuna intenzione di rinunciare al sogno dell’autogoverno dei sardi e alla speranza di costruire una Sardegna più libera, più uguale e più giusta.
Giudico, pertanto, superfluo rimarcare che l’opzione indipendentista del Psd’Az è ben nota da tempo a tutte le forze politiche che a partire dagli anni Ottanta hanno dato vita ad alleanze con il Partito sardo d’Azione e che con i sardisti hanno governato e in molti casi governano nei Comuni, nelle Province e alla Regione.
La precisazione è d’obbligo per quanti fanno confusione tra il contingente momento politico e il nostro orizzonte politico di sardisti convinti.
Noi oggi, chiediamo a tutte le forze politiche sarde di dire con chiarezza nel parlamento dei sardi quale sia il loro orizzonte politico. Quale Sardegna immaginano e quale è la stella polare che seguono nel difficile cammino sulla strada delle riforme.
Un passaggio che giudichiamo un momento di politica alta oltre che un chiarimento necessario per avviare insieme un grande programma di riforme profonde. Non ci spaventano né i toni patriottardi, né scoprire gli anti-autonomisti, ma ci interessa invece aprire un confronto serio, perché vogliamo rimettere al centro della politica sarda, la Sardegna e i bisogni del suo popolo.
Non ci piace, infatti, subire le riforme del parlamento italiano e vogliamo che la politica sarda ritrovi un ruolo da protagonista nella stagione dei grandi cambiamenti costituzionali.
Troviamo paradossale vedere la politica sarda ai margini del dibattito sul federalismo, dopo che nella nostra terra, il pensiero sardista ha per primo tratteggiato la trasformazione in senso federale della repubblica italiana. Non ci piace dunque l’agenda delle consultazioni del ministro Calderoli, che ha messo la Sardegna in fondo al calendario degli incontri per far posto, in cima, alle regioni a Statuto speciali del nord Italia.
Allo stesso modo di come riteniamo non più rinviabile il varo del nuovo Statuto. Quello vecchio, lo ricordo a quanti continuano ad agitarlo come un totem nell’arena del dibattito politico, non parla d’Europa e non ha saputo garantire alla Sardegna gli strumenti necessari per uscire dal sottosviluppo.
E’ vero che il Consiglio regionale ha, fin dal suo primo insediamento, tentato di riformare lo statuto sardo. Ma è altrettanto vero che tutte le commissioni consiliari, appositamente istituite con tale finalità, hanno sempre fallito il compito attribuitogli. Ad eccezione di quella speciale dell’undicesima legislatura che è riuscita ad approvare un documento finale sulla materia. Ma le considerazioni di mera contingenza politica, da parte dei due principali partiti di maggioranza e opposizione, ne hanno però impedito la discussione in Aula.
Il superamento delle prerogative dell’Autonomia è dunque nei fatti e non è un caso che mai una proposta di legge costituzionale approvata dal Consiglio regionale abbia trovato accoglimento nel Parlamento italiano.
E’ stato così anche per quella che istituiva l’assemblea costituente del popolo sardo. Arenata nella commissione affari costituzionali e che non ha neppure avuto l’onore dell’iscrizione all’ordine del giorno dei lavori parlamentari.
Per certi versi una sorte ancora peggiore è stata riservata all’iniziativa del centrosinistra nella scorsa legislatura. Dalla discutibile convinzione che <<lo Statuto sardo non è da riscrivere ma da applicare>> è nata la così detta Statutaria. Graziata dal quorum al referendum è stata stroncata senza appello dalla Consulta il quattro maggio dello scorso anno.
Al di là delle differenti valutazioni è certo un fatto, noi non vogliamo arrenderci. Vogliamo riscrivere lo Statuto insieme ai sardi e vogliamo restituire alla Sardegna un ruolo da protagonista nel dibattito sulle riforme.
Offriamo il nostro patrimonio storico e la nostra credibilità politica sul tema del federalismo e riaffermiamo il diritto dei sardi all’autogoverno e all’indipendenza.
Auspichiamo altrettanta franchezza e analoghe disponibilità al confronto da parte di tutte le altre forze politiche, ad incominciare da quelle a noi alleate.
Il nostro obiettivo politico è chiaro:
condividere nel Consiglio regionale un progetto di libertà che dica come la Sardegna dovrà affrontare la partita decisiva sul tema della sovranità dei sardi e dell’indipendenza. Vogliamo farlo all’interno di un sistema federalista o se si preferisce di interdipendenze, così come è stato già detto, dell’Italia e dell’Europa.
Ma sappiamo bene che insieme all’indicazione dell’obiettivo strategico serve un percorso possibile in Consiglio regionale. E per questo diciamo che siamo pronti al confronto perché separatamente sia definito nei dettagli il percorso legislativo possibile per il nuovo statuto e per quelle riforme che questo consiglio può realizzare.
Il Psd’Az vorrebbe farlo con tutto il popolo sardo e per questo ribadiamo il sostegno convinto all’assemblea costituente.
Ma come sempre abbiamo fatto e come sempre faremo siamo pronti ad ascoltare tutti. Anche coloro che ancora oggi tentano di deridere o annacquare la spinta verso l’indipendenza. Nel passato medesima sorte era spettata alle questioni della lingua, all’idea stessa del federalismo, alla zona franca, o alla continuità territoriale.
Il tempo e i fatti hanno detto chi stava dalla parte del giusto e soprattutto dalla parte dei sardi.
E oggi i fatti dicono che il tempo è quello dell’indipendenza.
Fortza Paris

8 Commenti

  • Condivido la linea di Pintore, nel senso che uno Stato Sardo può essere tanto utile quanto inutile a seconda della QUALITA’ della sovranità che saranno in grado di esercitare le istituzioni che riformeremo.
    Il nodo focale infatti è il come riformarle affinché in una prima fase vi siano degli strumenti idonei -da un lato- alla tutela della nostra identità (e della sua attualizzazione), dall’altro per il nostro sviluppo economico: fattori che uniti porterebbero ad uno sviluppo maggiore di autocoscienza territoriale.
    Un percorso tanto semplice quanto banale che molti indipendentisti si dimenticano o non vogliono vedere, forse perché fa più comodo lanciare uno slogan di coerenza (senza responsabilità amministrative) e pensare che la sua (chissà quando, chissà come) attuazione risolverà come per magia tutti i problemi.

    Essere indipendentisti oggi è prima di tutto un atto di responsabilità, per capire la conduzione dei processi di autodeterminazione ed evitare di fermarsi alle analisi superficiali del fenomeno nazionalista di un territorio.

  • La rivendicazione dell’indipendenza e quindi la creazione della Nazione Sarda con uno Stato Sardo sono i presupposti di partenza e non il solo ed unico obiettivo per la ripartenza della popolazione di Sardegna.
    Il timore del distacco dall’Italia – che per 150 anni ha immobilizzato e messo in sonno la ragione dei sardi – è ora un baluardo meno difficile da affrontare rispetto a soli 20 anni fa.
    Le nuove tecnologie di comunicazione, la maggiore consapevolezza dell’esistenza del resto d’Europa, ma anche una Nazione Italia ormai decotta sotto il profilo giuridico ed istituzionale, stanno effettivamente eradicando dalla mente dei sardi il concetto di dedizione a qualsiasi costo ad uno Stato ingiusto.
    Cambiare in corso d’opera l’obiettivo principale perseguito fino ad ora può significare suicidio politico e galleggiamento ancorchè trasformismo opportunista.
    Questo è il momento per rivendicare anche se si ha debole potere contrattuale.
    Se non si rivendica l’indipendenza ora e sempre, il potere contrattuale per altre istanze di calibro inferiore tenderebbe a diminuire oltremodo.
    Non si può vivere di bastone e carota, in quanto l’asino sarebbe la nostra popolazione e il fattore l’Italia.
    No, bisogna puntare all’indipendenza della Sardegna in Europa.
    marco m. cocco

  • Giancarlo Mameli

    PRESIDENTE

    A te il merito di aver guidato il partito, alla visione moderna dell’indipendenza, favorendo un graduale ricambio generazionale e l’inserimento di nuova linfa, attraverso un confronto ideologico di spessore politico.
    Il militante sardista, oggi è più che mai orgoglioso dei propri rappresentanti istituzionali,per la meritoria azione di proposta al dibattito che sta portando a dei risultati storici e vede il partito attore principale nelle proposte e nella strategia del raggiungimento degli obiettivi.
    Tutto questo per sottolineare che chi è andato via…. ha torto, che il dialogo è possibile soltanto, quando non viene calpestata, la dignità politica e il senso di appartenenza.
    Al sig. Pintore ( che plaudo per il suo contributo dialettico ), vorrei chiedere:
    Non sarebbe possibile ad es: avere nei nostri viglili urbani,il primo embrione di Polizia Federale?
    E come sono stati riconosciuti dall’Unione Europea I nuovi stati nati dopo la fine dei Blocchi?… Slovenia,Croazia, Rep. Ceca, Rep. Slovaca, …per equilibrio internazionale?
    Allora, bisogna dire, che lo Stato Sardo, ha anche in questo una enorme possibilità diplomatica.
    Il nuovo blocco politico, culturale ed economico in contrapposizione nell’era attuale, è il blocco dei paesi del medio oriente e noi, forse, da Repplublica Indipendente, potremmo svolgere quel ruolo, che ha svolto per parecchio tempo il Libano; con il vantaggio che noi, non confiniamo con Paesi instabili e potremmo garantire realmente un flusso di capitali senza precedenti.
    Qualcosa di positivo esiste già da cui partire, parlo del Polo di Ricerca “POlaris” e tutta la struttura di “Sardegna Ricerche”, la nostra “Silicon Valley”.
    Ecco il nostro futuro sig.Pintore, una repubblica Sarda, che crea futuro, che conserva il suo patrimonio culturale e tradizionale, ma che, concorre ad elevare il grado di tecnologia nel mondo.
    Codice Penale?…. se cè qualcosa che a noi Sardi non è mai mancato, sono i giuristi!
    E senza sconfinare nel folklore, bisogna pur riconoscere, che ogni popolo, anche in materia giuridica, ha le sue esigenze specifiche.
    Perchè dovremmo battere una nuova moneta?…. quando nel pianeta, quasi tutto si scambia con l’Euro?
    …Sig.Pintore, noi vogliamo autodeterminarci…. non cambiare il mondo!!
    Fortza Paris

  • Gianfranco, sono d’accordissimo con quanto tu dici sul fatto che ci voglia tempo e ci vogliono i numeri. Nessuno crede a rivolte armate o guerre civili. Per poter avere i numeri però, bisogna convincere più gente possibile, il restante 80%, 70% dei sardi. Mi spieghi però come fai a convincere la gente se sei il primo a sostenere l’inutilità di uno stato sardo?

  • E come, Michele? Dando l’assalto al Palazzo di inverno o costruendo con pazienza e sapienza il consenso della grande maggioranza dei sardi? L’indipendenza della Sardegna è un diritto iscritto nei Patti internazionali firmati anche dall’Italia, ma per realizzarla ed esserla riconosciuta un solo strumento è possibile: un referendum di autodeterminazione, nel quale voterebbero sia gli indipendentisti come noi, sia i federalisti, sia gli autonomisti, sia quelli – ce ne sono – che trovano eccessivo lo straccio di autonomia che ci troviamo.
    Non vince chi pensa di essere nel giusto, come te e me; vince chi ha più numeri. E dopo 150 anni di scuola, televisione, università, industria culturale, dipendenza coloniale, tutto targato Italia, pensi che basti quel 20, 25% di nazionalisti a vincere? O, come mi sembra sia nell’orizzonte politico e culturale del nostro ospite, non è meglio battersi per quel tanto di sovranità condivisa, sapendo che – come scritto nella proposta del Comitato per lo Statuto – la soluzione istituzionale raggiunta non estingue i diritti storici del popolo sardo?

  • Io invece sostengo la necessità ormai di prendere il nostro destino in mano, di responsabilizzarci senza delegare nulla a nessuno e di procedere avanti per la nostra strada, come ha diritto ogni popolo su questa terra. L’indipendenza è una nostra necessità di soppravvivenza in quanto nazione sarda, altrimenti buttiamo via la nostra storia, dimentichiamoci chi siamo e da dove veniamo ma poi non diamo la colpa agli altri.

  • Continuo a sostenere la inutilità di uno stato sardo (a meno che non siano gli avvenimenti in Italia e in Europa ad imporcelo) e per questo mi trovo più d’accordo con il vostro ordine del giorno che con la mozione di partenza. Quel di cui abbiamo bisogno è una sovranità compiuta in tutti i domini che sono utili alla prosperità della Sardegna, fra i quali – insisto – non riesco a vedere
    – il reciproco riconoscimento di stati esteri;
    – il battere moneta;
    – la creazione di un esercito sardo;
    – la scrittura ex novo di un codice penale sardo.
    Ma vedo, senza bisogno di uno stato indipendente, l’apertura fuori della Sardegna di uffici per il commercio e per gli scambi culturali; la difesa di quella parte dell’Europa che è la Sardegna; l’amministrazione della giustizia in Sardegna.
    Nel dibattito in Consiglio regionale che ho letto con attenzione, c’è uno spiraglio per una condivisa conquista di sovranità compiuta ma porte chiuse alla proclamazione unilaterale (tipo Kosovo, per intenderci) o alla separazione consensuale (Cechia e Slovacchia e presto, forse, Belgio). Il problema, semmai, è la qualità della sovranità. Nazionale, e cioè fondata sugli elementi costitutivi della Nazione sarda, lingua in primo luogo, o Economica, deriva che vedo incombere come vincente per colpa di economicismi vecchi e nuovi, cui neppure i sardisti mi paiono partecipare.
    L’idea della spallata indipendentista, invece di una corretta, graduale e condivisa sua costruzione, appartiene ad un mondo onirico che, infatti, suscita nei forum e in Facebook scomposte reazioni in chi pensa che basti proclamare per ottenere. E non si rende conto come in un possibile referendum di autodeterminazione (unica arma… non armata prevedibile) non l’indipendenza ma neppure quote importanti di sovranità sarebbero maggioritarie. Chi si illude che 150 anni di italianità della Sardegna siano passati come acqua fresca, invece che come inculturazione e dominio, non è solo un sognatore. E’ un irresponsabile.

  • D’accordo, Camillo Bellieni, citando Tuveri, diceva che: “Noi ci siamo serbati italiani anche quando fummo abbandonati a noi stessi, anche quando il resto d’Italia serviva e non sempre malvolentieri, a Tedeschi, Francesi ed Inglesi e noi ci vogliamo serbare italiani”.
    Il fatto è che non abbiamo il coraggio di smettere di essere italiani nella pratica clientelare, nel parassitismo politico, nella partitocrazia che stanno portando a fondo la Sardegna insieme all’Italia tutta.
    Occorre un progetto indipendentista complessivo che discrimini per rifiutarli “i mali italiani che sono entrati a far parte di noi”, per dirla con Maria Isabella Puggioni. Se non vogliamo più dipendere da Roma, non vogliamo neppure mantenere “caddos de istalla” del sistema italico alla Regione.

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