Il complotto di Stato di Ottana. I consigli comunali del Marghine inaugurano la battaglia con lo Stato, l’unica vera battaglia

5 giugno 2012 19:5510 commentiViews: 18

indipendenza1Non sto a ripetere cose già scritte, ma la gravità della situazione e la leggerezza con cui il mondo politico e istituzionale  la sta affrontando, mi porta a scrivere cose gravi ma vere. Spero che ci sia la mobilitazione contro lo Stato che la situazione richiede: a me spesso si chiede di fare chissà che cosa. Bene, ora è il momento di mostrare che esiste il popolo, perché io da solo non posso fare assolutamente nulla; e non bastano neanche le rituali riunioni con Confindustria e Sindacati.
Il dato su cui riflettere è il seguente. Fino a quando il gruppo Indorama-Clivati se n’è stato quieto a Ottana, Terna comprava i servizi della Centrale di Ottana e il sito industriale di Ottana si reggeva tranquillamente senza un euro di apporto pubblico, dando lavoro a più di trecento persone.
A un certo punto, il gruppo Indorama-Clivati fa un’offerta a E.On per l’acquisto del nuovo gruppo a carbone che E.On non intende realizzare. La risposta di E.On è negativa. Subito dopo, Terna dichiara essenziali gli impianti di E.On, gli stessi che operano in deroga ambientale. Addirittura pare esista una lettera di Terna al Ministero dell’Ambiente con cui perora la causa della proproga dell’esercizio in deroga dei gruppi 1 e 2. Poi Terna, ovviamente con mille motivazioni tecniche, smette di fornirsi dalla Centrale di Ottana. Qual è l’obiettivo? L’obiettivo è togliere di mezzo l’offerta su Porto Torres nel modo più netto: facendo fallire la presenza in Sardegna del gruppo Indorama-Clivati. Questa è l’Italia, l’Italia di Passera che mette al Dipartimento dell’energia il dott. Senni, salutato con giubilo dai grandi gruppi europei dell’energia, impauriti dalla liberalizzazione del mercato elettrico italiano. L’Italia di Monti, che chiama Giavazzi al Governo per contenere la vocazione lobbistica di Passera anziché mandare via Passera. Questa è l’Italia dei tecnici, indifferenti a dare ragioni ai cittadini, a cercare consenso, ma prontissimi a dare spiegazioni e creare condizioni ottimali al mondo delel grandi imprese internazionalizzate da cui provengono.
Ottana conferma ciò che vado dicendo da tempo: non esistono tante vertenze Sardegna. È sbagliato accettare lo spezzatino della Questione sarda. Bisogna porre la Questione sarda unitariamente e la Questione sarda è una questione di sovranità, perché troppe condizioni negative della Sardegna nascono dalla slealtà di Stato, dalla subordinazione con cui l’Italia tratta la Sardegna (anche per colpa di chi rappresenta i sardi, perché lo fa senza una coscienza nazionale sarda adeguata). Oggi l’Italia sta rendendo inutili le elezioni amministrative, perché col solo Patto di stabilità i sindaci sono condannati a non poter fare niente. Non solo, la loro cassa è stata trasferita alla Banca d’Italia e finanzia lo Stato prima che il Comune.
Per questo, dopo le dimissioni coraggiose del sindaco di Macomer, ho scritto una mozione di sovranità dei comuni contro lo Stato che ieri è stata approvata dall’Unione dei Comuni del Marghine. È iniziata la battaglia con lo Stato, una battaglia legale, pacifica, gandhiana, ma profonda e unitaria. Basta tavoli per i problemi, i tavoli si comprano all’Ikea. Basta spezzatini. Adesso una sola battaglia. E il Marghine ha iniziato per difendere i comuni, per difendere le fabbriche di Ottana, per difendere i suoi produttori, per difendere la sua libertà e il suo diritto a esistere in forma non subordinata.
Questa è la mozione che adesso i Consigli comunali del Marghine voteranno nei loro consigli comunali. Chi volesse, la faccia approvare anche in altri consigli comunali. Proviamo ad aprire una battaglia vera.

10 Commenti

  • Egregio Pascal, il Marghine vive la crisi ne più ne meno come Olbia, Nuoro, Sassari e tutti il resto dell’isola.
    Comprendo l’amarezza, non l’atteggiamento di attesa. nessuna fune a cui aggrapparsi scenderà dall’alto. la parola e il segnali verranno da noi stessi.
    chiediamoci cosa possiamo e come possiamo fare il meglio possibile per dare una speranza al nostro territorio, e mettiamoci a farlo, anche se può sembrare cosa piccola o insufficiente.
    C’è una marea di gente che fa un sacco di cose per gli altri con slancio e gratuità.
    Vedi l’esempio di un gruppo di ragazzi, mi pare si chiamino “macomente”, che qualche settimana fa ha organizzato un’iniziativa di aggregazione per “sa die de sa sardigna” gratuitamente.
    Vedi le tante persone che invece di piangere sulle difficoltà utilizzano l’ indignazione come molla per cercare di fare andare meglio le cose tutti i giorni.
    Mica facile, ma sempre più produttivo che rassegnarsi o pensare che le responsabilità siano sempre di qualcun altro.

  • Piacerebbe vedere qualcosa del genere: una grande mobilitazione… un vortice di idee e partecipazione di noi sardi per risvegliare e ritrovare il nostro orgoglio ormai sepolto sotto chissà quale pietra; ed in Sardegna le pietre son tante. Piacerebbe vedere le persone normali, quelle che non vedi spesso in giro, quelle che dalla mattina alla sera pensano e provano a portare qualcosa a casa… quelle che non hanno tempo pur avendo tutto il tempo, per indignarsi ed arrabbiarsi; un orgoglio ferito e indignarsi contro chi? Lavoro nel Marghine da 8 anni, conosco tante tante persone, uomini che come mio padre hanno creduto nel progresso, nelle fabbriche nelle istituzioni, nell’apparenza di un tessuto sociale che andava costituendosi e radicandosi in un territorio la cui vocazione era ed è ben’altra; come per tanti altri territori il Marghine ha trovato per 40 forse 50 anni un modo per riscattarsi per trasformasi in un borgo attivo, fiorente di idee ed imprese portando benessere e sicurezza, dove vedere crescere la propria famiglia i propri figli. Un miraggio, non lo è stato per i nostri padri (era qualcosa di più), lo è per i nostri figli. Mi piange il cuore vederli andar via, andar via dove poi, a cagliari ad olbia a fare niente di più, che commesso o rintanarsi per ore in un qualche call center. Figli di Macomer, figli del Marghine figli della Sardegna, son figli nostri son figli di tutti. Mi amareggia il pensiero che quest’emorragia di giovani, questa fuga chissà dove, sia inarrestabile; mi spaventa il disgregarsi, il frantumarsi di quel poco di buono che ancora reggeva nelle aziende e nelle imprese locali. Mi terrorizza l’immobilità, lo sconforto dei molti interessati in prima persona, lo smarrimento, il sapere, che è qualcosa più grande di noi.
    Cosa fare, come possiamo invertire questa marcia inarrestabile verso il precipizio, non è facile. Poche idee, pochi soldi, poca voglia di rischiare in un periodo di recessione. Quando si precipita aspetti che qualcuno ti tiri fuori, aspetti una mano, una fune che scende dall’alto e ti aggrappi, aspetti una parola un segnale.
    Da chi?
    Pascal

  • Al Sig. Pippo, che non ci spiega perchè è contro l’Europa, rispondo con le parole di un giovane Sardo, Andrea Nonne, con il quale condivido l’essere favodevole all’Europa. Mi creda Sig. Pippo, non la voglio convincere, vorrei solo prospettarLe un diveso punto di vista, per una riflessione più ampia e completa sulla questione.
    La saluto cordialmente

    L’isola senza Stato che sogna l’Europa
    Scritto da grandeovest.com il 27 Novembre 2011 – 20:02 –

    da Sardegna Quotidiano del 4/11/2011

    Tutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista anti-storico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’auto governo rispetto al soffocante egemonismo degli Stati Nazionali. Anche se questo proto-indipendentismo appariva talvolta immaturo e spesso confuso con il federalismo e l’autonomismo, oggi che l’idea di Europa è messa in crisi proprio dal comportamento di questi agonizzanti Stati Nazionali, fa un certo effetto scoprire questi nostri avi tra i precursori di quella vision tanto diffusa tra i costituenti dell’Ue quanto latitante tra chi oggi, purtroppo, ne decide in gran parte le sorti. Di questi tempi è frequente sentire critiche verso le politiche economiche prevalenti, mentre in pochi mettono sotto esame l’attuale assetto istituzionale degli Stati nazionali. Se infatti proviamo a spostare l ’attenzione dal contenuto al contenitore, ci accorgiamo subito che gli Stati Nazionali sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca, e che col tempo sono divenute sempre più inefficaci rispetto alla nuove necessità. In particolare, queste strutture si sono rivelate troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccole per governare le problematiche globali. Nel contempo, essi si rivelano sempre più incapaci di stimolare una partecipazione popolare ai processi di governo democratico oltre che suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche. Questi Stati, spesso appesantiti da enormi debiti e gestioni miopi, oggi, con i loro comportamenti, mettono a rischio l’idea stessa di Ue che pure ha garantito fino ad oggi condizioni di pace tra i popoli europei che mai la storia aveva sperimentato prima. È bene quindi non dimenticare che oggi il futuro dell’Ue e l’autodeterminazione delle Nazioni senza Stato sono due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe sono minacciate dagli stessi egoismi nazionali totalizzanti delle grandi vecchie potenze europee. La Sardegna insieme alle altre Nazioni senza Stato ha quindi oggi interesse a costruire e partecipare ad un’Ue realmente democratica sulla base di pari diritti e regole condivise. Mi sia permesso infine di chiudere citando un altro grande indipendentista ed europeista sardo, Antonio Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza Stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. Simon Mossa, che tra gli altri ha il non trascurabile merito di mettere d’accordo l’indipendentismo sardista con quello non sardista, definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. L’intellettuale sassarese diffidava inoltre dal seguire la strada dell’Europa degli Stati nazionali prevedendo che avrebbe portato ad un’Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi quest’ultima intuizione, purtroppo inascoltata, ci pone di fronte alla consapevolezza dei tanti errori che si son commessi, ma continua ad indicarci la strada da percorrere.

    Andrea Nonne

  • Penso che bisogna essere molto cauti, nei prossimi mesi in gioco c’è molto di più di una modesta centrale elettrica, c’è molto di più anche della stessa compravendita di energia elettrica ( come utente, rimango comunque dell’idea che le utility devono appartenere allo Stato, organizzato con il proprio territorio, popolo e sovranità, penso sia cosa dannosissima e pericolosissima affidarle ai privati, chiunque essi siano).
    Nei prossimi mesi c’è il serio rischio di iniziare ad intravvedere i veri effetti di una crisi economica che è solo all’inizio, rischiamo di vedere la fine dell’Europa, sono contro l’Europa, ma riconosco che siamo arrivati ad un punto tale nel coinvolgimento politico ed economico con l’Europa che non possiamo più uscirne se non a fronte di un gravissimo disastro economico come quello che si prospetta all’orizzonte, rischiamo di tornare indietro di oltre cinquanta anni, ma con un problema molto più grande di quello che avevano i nostri nonni o genitori, nel momento della ricostruzione del paese, dopo aver perso la guerra. Negli anni della ricostruzione c’era un popolo, un popolo unito e questa unità era prima della propria appartenenza politica o religiosa, si stava insieme anche litigando ma con la voglia di costruire e produrre ricchezza per se e per tutti, oltre a questo c’era una forte domanda dal mercato interno e non si sentivano gli effetti della globalizzazione.
    Oggi, esiste ancora quel popolo?, siamo tutti disposti, pur mantenendo le diversità che ci caratterizzano a metterci insieme, per costruire come hanno fatto in passato i nostri genitori?, penso che sia questo il vero problema e la vera battaglia dei prossimi mesi. Rimangono aperti altri problemi economici che sarebbe interessante indagare, come per esempio l’apertura ai mercati esteri che con l’avvicinarsi della vera crisi, non rimane più una possibilità per aumentare quote di mercato, ma rimane l’unica possibilità per cui in futuro una impresa può o non può sopravvivere, è vero che rimane un mercato interno ma sarà così povero da essere soddisfatto da micro imprese locali, i servizi e prodotti avranno marginalità così bassa che stenteranno a crescere ed il rischio che l’obbiettivo della crescita, venga sostituito con quello della sopravvivenza.
    Caro Paolo, questo a mio avviso, viene prima, viene prima di qualsiasi altra battaglia.
    Con stima, Pippo.

  • Rosa Maria

    Il sistema economico italiano delle grandi imprese, società e multinazionali versa in condizioni di degenerazione morale e, insieme, di copertura statale inaudite. Buona parte delle ragioni dell’esorbitante debito pubblico italiano, dell’assistenzialismo eletto a metodo di governo, del paternalismo di stato finanziato con le tasse di tutti è da attribuire a loro, non certo alle piccole e medie imprese. E questi grandi gruppi, quando sono italiani (perché ci sono anche casi di parassitismo a spese dello stato italiano da parte di società non italiane, alcune delle quali stanziate anche in Sardegna: vedi Alcoa, che sta per Aluminum Company of America) sono quasi sempre del nord Italia; di quel Nord che si è sempre lamentato di essere ostaggio dell’inefficienza e degli sprechi del Sud. La Sardegna in modo particolare, (ma anche il resto del Mezzogiorno), è stata invece oggetto dell’assalto ripetuto di imprese che sono venute per realizzare investimenti in cambio di esorbitanti sussidi(tra l’altro contestati più volte e messi sotto inchiesta dall’UE), e che ci rimangono solo sotto il ricatto di conservarli.
    Il colmo sta nel fatto che questi squali famelici, nel nostro territorio, cerchino anche di sbranarsi a vicenda (se ho capito bene, vince il più protetto!). Dopo quasi mezzo secolo di sussidi in Sardegna non ci rimane altro che aziende che chiudono, milioni di euro da restituire alla UE, disoccupazione superiore alla media nazionale, porzioni bellissime del nostro territorio devastate e nessun progetto per il futuro. Se non la speranza di altri sussidi.
    In Ogliastra la mozione difficilmente verrà votata. Il nostro territorio è in mano a due consiglieri regionali (speriamo ancora per poco), uno del PD, l’altro del PDL, che si stanno muovendo per ogni dove in forma appaiata, sbarcando addirittura a Treviso, sempre insieme, in amore e d’accordo, per “convincere” Zago, dietro il solito sistema di “incentivi”, a venire ad Arbatax a realizzare un TERMOVALORIZZATORE (o inceneritore, o brucia rifiuti che dir si voglia) se non altro per promettere posti di lavoro in vista delle prossime elezioni. Se lo facessero nel camino del soggiorno di casa loro il termovalorizzatore!

  • Quinto moro

    Ottima iniziativa da far conoscere a tutti i consigli comunali della Sardegna. Così vedremo quanti e quali “amministratori” sono pronti, partendo dal basso, a far riconoscere il diritto dei sardi all’autogoverno e alla sovranità.S e inascoltati, l’alternativa politica potrebbe portare alle dimissioni in massa con la “restituzione simbolica delle chiavi dei comuni” allo stato tiranno. Riprendiamoci la libertà di decidere sul nostro futuro.
    Fortza paris.

  • Uda si era dimesso perché lo Stato gli ha tagliato un milione di euro di trasferimenti; lui ha preteso uno spirito di battaglia dalla sua maggioranza.

  • la battaglia è nell’aria, facciamo rullare i tamburi, raduniamo il popolo sardo.
    FORZA PARIS

  • Anna Sirca

    Condivido il contenuto della mozione; non capisco cosa c’entrino le coraggiose dimissioni di Uda (per dissidi coi suoi alleati), col tema del presente articolo…

  • E’ una vergogna che un imprenditore serio come Paolo Clivati, che ci ha messo del suo di tasca sua, sia affossato dalle lobby di Stato. Sono indignato come Sardo e Sardista. Sono felice che l’Unione dei Comuni del Marghine abbia approvato la mozione sulla Sovranità e spero che anche le alte Unioni dei Comuni della Sardegna facciano altretanto. Sogno una grande manifestazione di Sindaci Sardi qui in terra nostra e magari anche a Roma che gridano a voce alta Sovranità e Indipendenza! Forza Paris

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