Il caos in testa: l’istruzione e la formazione professionale secondo il Bando Ardisco

28 ottobre 2013 06:209 commentiViews: 497

logoPSMarco Pitzalis, docente dell’Università di Cagliari, ha pubblicato nel suo profilo facebook un’analisi degli esiti del bando Ardisco. Dopo aver detto in premessa che la Sardegna non ha una politica dell’istruzione e della formazione professionale per il fallimento, in questo settore, delle tre Giunte Pili, Soru, Cappellacci, scrive quanto segue. Lo sottoscrivo.

(…) Il primo aspetto che mi colpisce è che l’Assessorato che si occupa di formazione professionale intitola il bando “recupero della dispersione scolastica”. Qui a mio modo di vedere sta la prima perversione del bando e della logica propria degli Enti che si occupano di formazione professionale. Infatti, la formazione professionale viene sovrapposta se non confusa con il problema dell’abbandono scolastico. Questo comporta il fatto che si finisce per non avere né una seria politica di lotta all’abbandono né un’idea precisa della formazione professionale.

Gli esiti del bando parlano da soli sotto questo punto di vista:

Nella provincia di Cagliari sono stati presentati 7 progetti e ne sono stati approvati 5 (per un totale di € 1,4 Ml ). En.A.P. (Operatore della ceramica artistica), CIOFS (Acconciatore), CNOS FAP (Operatore meccanico riparatore veicoli a motore); ANAP (Operatore della lavorazione e commercializzazione dei prodotti della panificazione/pasticceria), ISFOR API (Estetista).

Nella provincia di provincia di Carbonia/iglesias sono stati presentati ben 7 progetti ma ne è stato ammesso solo uno, promosso dall’IPSIA G. FERRARIS (Operatore della trasformazione agroalimentare – panificazione/pasticceria). E’ interessante osservare che i sei rimanenti progetti vertevano su due sole qualifiche: Operatore della trasformazione agroalimentare ed Estetista.

Nella Provincia del Medio Campidano sono stati presentati due soli progetti per Estetista (quello vincente, presentato da CIOFS ) e uno per la qualifica di “Operatore della trasformazione agroalimentare”.

Nella provincia di Sassari sono stati presentati 8 progetti e ne sono stati approvati 3, il primo e il secondo, presentati rispettivamente da da IFOLD e da IAL, propongono entrambi la qualifica di operatore della ristorazione, Il terzo presentato da CNOS-FAP per montatore di impianti termoidraulici e di condizionamento. Tra gli esclusi ben 4 proponevano la formazione di estetisti e uno di operatori per ristorazione.

Nella provincia di Olbia-Tempio invece sono stati presentati due progetti. Il progetto approvato è stato presentato da IAL e propone la qualifica di Operatore del montaggio e della manutenzione di imbarcazioni da diporto. Il secondo escluso (CNOS) proponeva la qualifica di Operatore Meccanico riparatore veicoli a motore.

Provincia di Oristano: è stato approvato un solo progetto per operatori della ristorazione. E ne sono stati esclusi altri cinque, due per estetista, uno per acconciatore, due per operatori per prodotti alimentari.

Provincia di Nuoro, due progetti approvati di ANAP e En.A.P, entrambi nel campo della ristorazione. Esclusi invece 4 progetti, 2 per estetista e uno per acconciatore e infine l’unico presentato in Sardegna per “operatore agricolo”.

Che cosa si capisce dalla lettura dei risultati del bando? Che l’assessorato non è in grado di fare alcuna programmazione, che non esiste alcun progetto legato alla formazione professionale, che non si ha la minima idea dei bisogni presenti o futuri in materia di mercato del lavoro. Soprattutto, si evince che l’unica strategia è legata alle “esigenze” degli agenti della formazione professionale. La distribuzione delle domande nelle diverse province è quantomeno misteriosa. Prevalgono nettamente le proposte legate al mestiere di estetista e di cameriere. In alcuni casi, vi è addirittura la sovrapposizione due identiche proposte di qualifica, nel caso della Provincia di Nuoro per esempio entrambe le proposte vertono sugli operatori della ristorazione. Quindi nessuna visione strategica.

D’altronde, questa formazione non è pensata per formare ad una professione, non è pensata per il lavoro, ma è pensata per ridurre l’abbandono scolastico.

Il mio giudizio è che in questo modo non si ottengano buoni risultati né sul piano della formazione né sul piano della lotta all’abbandono scolastico. Certo qualcuno gode. Ma questi non sono i ragazzi e le ragazze in difficoltà. Al loro posto ne traggono sicuro profitto gli impresari della formazione e forse qualche intellettuale disoccupato. Ma in questo nessuna novità. In Sardegna, tutte le politiche “contro” la dispersione e l’abbandono scolastico sono state caratterizzate dal fatto di essere pensate non per risolvere i problemi e migliorare il sistema ma per rispondere ai desideri di alcuni portatori di “interesse” e gruppi di potere.

 

9 Commenti

  • Gianni Benevole

    Oltre a quelle condivisibili da voi illustrate, vorrei illustrare una ulteriore distorsione di ordine pratico, connessa ai corsi di formazione. Caso reale e concreto: corso di formazione riservato al terziario/commercio. L’addetto alla formazione è un ex controllo di gestione di una grossa multinazionale, iscritto alle liste di mobilità INPS, percepisce pertanto la relativa indennità. Ebbene, questa persona accede, in qualità di formatore, ad un corso regionale retribuito per 200/300 ore. Automaticamente le banche-dati incrociate segnalano il suo nuovo stato di occupato, viene pertanto sospesa l’indennità INPS, in quanto si presume che l”interessato sia percettore di altro reddito. Ovviamente la Regione non paga puntualmente il corrispettivo dovuto per la prestazione formativa eseguita, anzi, dopo qualche mese, trasferisce le risorse, destinate e previste per la formazione, verso altri settori. Il mal capitato continua a rivestire, per l’Inps, lo status di occupato in virtù dell’attività svolta, sebbene non abbia ancora percepito il compenso dovuto dalla Regione. Risultato ? Più nessuna indennità INPS, poichè sospesa ( l’Inps fa in fretta a sospendere e a ripetere, ma non altrettanto a erogare) e nessun contributo dalla Regione. Quella persona, senza lavoro con figlio a carico, è senza una lira.

  • Giusi Boeddu

    Cercare di rappresentare lo stato della formazione oggi, è un’impresa. La formazione rappresenta un mezzo per realizzare quelle che si ipotizzano essere possibilità raggiungibili dalle persone nel corso della loro vita. E non solo di ordine lavorativo. E in ragione di questo, deve potersi sviluppare da idee, a partire dall’idea di uomo, donna, lavoratore, studente. Deve quindi contenere ed essere contenuta da una cultura che la sostiene, che la supporti, che sia adeguata ai suoi destinatari (bambini, ragazzi, adulti) e alle finalità e obiettivi che intende raggiungere. Come è possibile che in uno scenario in cui impera la carenza di cultura (aspetto messo in chiara evidenza dal prof. Tagliagambe a Macomer) non solo della classe politica, si possa pensare a una formazione adeguata. Il disimpegno, anche di tipo economico, di questi ultimi anni ha cronicamente ridotto al ribasso l’offerta formativa. Se è vera la premessa e cioè che quando si parla di formazione si deve pensare al come si immagina chi popolerà il futuro panorama lavorativo (dai bar all’accademia) allora c’è da correre ai ripari, perché l’idea che ne viene fuori è di persone che avranno una formazione approssimativa, inadeguata ad affrontare le sfide del futuro, incapaci di disegnare strade diverse da quelle battute, di esprimere qualità. Concordo con il Prof. Pitzalis, in testa a chi ha progettato il bando Ardisco, c’è il limite del pensiero rivolto a un problema e non a creare opportunità. Emerge, ancora una volta, un’incapacità di mettere in comunicazione i livelli formativi differenti (di base, universitaria, professionale..) che vagano in mondi separati senza mete distinguibili, orfani di progettualità integrata e adeguata alla realtà delle cose, delle persone e dei luoghi.
    In generale, nell’ambito della formazione, mancano chiare finalità culturali-educative-programmattiche verso le quali tendere, non c’è chiarezza degli obiettivi formativi individuati sulla specificità del contesto e dei bisogni ai quali la formazione è rivolta; manca una coerenza fra questi aspetti e le metodologie utilizzate.
    E in tutto questo si innescano distorsioni come quelle descritte in un intervento e cioè corsi organizzati male e gestiti peggio, perché l’obiettivo non è più quello dichiarato, ma quello di arricchirsi per alcuni, di sbarcare il lunario per altri. Tutti complici di un andazzo che regala un pezzo di pagnotta a ciascuno, anche se di misura diversa. A proposito di questione morale…anzi, preferisco, etica. Ma questo è un altro problema.
    Vorrei concludere con un proverbio africano: quando gli elefanti combattono, è sempre l’erba ad essere calpestata.
    Buona notte.
    Giusi Boeddu

  • A mio parere dovrebbe essere obbligatorio sino ai 16 anni, o più correttamente sino ai “10 anni scolastici”, frequentare, dopo la Media Inferiore, esclusivamente un Istituto Scolastico Superiore ossia : Liceo, Istituto Tecnico o Istituto Professionale.
    Spesso sotto la parola Professionale c’è chi spaccia il pezzo di carta rilasciato da questi Corsi Regionali come titoli alla pari se non addirittura superiori a quelli conseguiti negli Istituti Superiori Professionali, cosa assolutamente falsa, in quanto gli Istituti Professionali oltre a dare un vero titolo di studio ed una buona preparazione sia pratica che teorica, mettono in campo degli insegnanti di buon se non ottimo livello, ho conosciuto un docente di matematica che oltre ad insegnare al Meucci, teneva (da assistente) lezioni di geometria all’Università ed era molto meglio del titolare della cattedra(tanto per cambiare un quasi settantenne).
    Ho invece conosciuto un insegnante di questi pseudo-corsi professionali regionali, che insegnava aritmetica non era in possesso di una laurea, ed alle superiori in matematica non aveva nemmeno fatto scintille, insomma senza lode e senza infamia, aveva però un santo nel ”paradiso regionale”.
    Questi pseudo-corsi professionali regionali, come scritto nell’articolo, vengono creati più per distribuire, stipendi, che per fornire una vera qualifica ai ragazzi anzi spesso li si danneggia, tanti di loro potrebbero acquisire un vero titolo di studio in un Istituto Professionale Superiore ed invece vengono attirati e fregati da questi corsi.
    Aver equiparato (almeno nella consuetudine pratica), questi corsi-caserecci agli Istituti Professionali, fa si che tante famiglie optano per iscrivere i ragazzi a questi corsi senza rendersi realmente conto sia della differenza qualitativa, sia della spendibilità del titolo.
    Corsi che spesso si tengono vicino casa con giovani docenti, magari figli di conoscenti di famiglia il che insomma fa presagire un cammino agevolato, ma per ottenere cosa alla fine? Nulla o quasi.
    La “Regione-Stato Sardegna” potrebbe (dovrebbe) emanare una sua legge elevando l’Obbligo Scolastico sino ai “10 anni scolastici”.
    Sono contrario all’innalzamento dell’obbligo scolastico sino ai 18 anni, perchè oltre i 16 anni trovo che l’obbligo sia una deresponsabilizzazione della persona ed anche una coercizione inutile e dispersiva.
    Sarebbe invece auspicabile, dopo i 10 anni scolastici obbligatori, prevedere anche delle “attività formative” dal contenuto “pratico-teorico” capaci di avviare al mondo del lavoro, quei giovani che per i più svariati motivi hanno lasciato la scuola, ma che a 16-18 anni non possono e non devono essere abbandonati a se stessi, offrendo loro degli strumenti formativi attrattivi e stimolanti magari diversi dalla scuola classica, ad esempio si potrebbero creare strumenti di formazione di tipo misto, parte del tempo in azienda e parte a lezione.

  • Per Dario. Nulla ? Mah ! Non penso sia poca cosa poter spendere e presentare liberamente e a testa alta il suo titolo e il suo curriculum di esperienze professionali. C’è una bella differenza tra Lei ed il suo sedicente capo, che immagino impegnato in tortuosi e obbligati percorsi quotidiani, visto che peraltro è anche un millantatore. Lei è libero, lui no. Lei è onesto, lui no. Lei può fare delle scelte, lui no. Lei non deve esprimere un sentimento di rassegnazione, lui si !

  • “Studio e preparazione = lavoro e migliori condizioni di lavoro”..
    Per Gianni Benevole: io sono laureato e ho ventennale esperienza specifica nel settore dove opero.
    Uno dei capi presenti nell’azienda dove lavoro (misto pubblico-privato) non è laureato, non è esperto, non è preparato… eppure si firma Dottore e l’azienda lo riconosce come tale (non si sa bene in base a quali criteri).
    Cosa posso fare? Nulla.
    Questo combina guai, si accredita presso organismi istituzionali, cresce come un tumore. E io non posso fare nulla.
    Mah.

  • Gianni Benevole

    Ho sentito un bel discorso e un ragionamento serio del Prof. Silvano Tagliagambe che a Macomer ha sottolineato l’indissolubile legame “studio e preparazione = lavoro e migliori condizioni di lavoro”. Condivido pienamente. In un contesto come il nostro è ancor più imprescindibile tale binomio. Per essere ” tendenzialmente” liberi dal ricatto, dalle logiche dello scambio e della sottomissione. Dico tendenzialmente, perchè purtroppo, non sempre, anche in questo caso, si hanno garanzie in tal senso! Ma a maggior ragione l’equazione di cui sopra si rende ancor più necessaria. Quella della formazione, per come è congegnata, non è altro che una delle tante mangiatoie cui facevo riferimento in un precedente intervento. Soldi sperperati senza ritorno e adeguata programmazione. Ma capita anche che figure altamente qualificate, da oltre 15 anni impiegate in settori richiedenti massima specializzazione, con incarichi di responsabilità e coordinamento, vengano improvvisamente assegnate a ruoli esecutivi e di mera rendicontazione in tutt’altro settore. Per quale ragione ? Per essersi rifiutate di subire le pressioni del politico o dell’assessore di turno che pretendeva di includere nel progetto il proprio raccomandato, senza ne arte e ne parte, a discapito di chi invece possedeva la formazione e i requisiti richiesti. Troppe storture non più tollerabili.

  • Condivido anche io quanto scritto. Quello che mi lascia più interdetta è il fatto che in tutti questi anni nessuno ha mai risposto seriamente alla domanda semplice che sta dietro al dato drammatico della dispersione ( anche in tempi lontani dalla crisi) e cioè perché? Quali sono le cause? Ricordo uno studio finanziato dalla regione, diversi anni fa che si può trovare ancora sul sito, che individuava tra le maggiori cause il pendolarismo. Anche l’uomo più ignorante della terra non sarebbe mai arrivato ad una conclusione simile. Sono certa che semmai è proprio il contrario. Per esempio l’aver permesso l’esistenza di piccole scuole, con pochi alunni, in paesini, nella maggior parte dei casi poco distanti da altri, con la necessità di dover creare classi miste, ha dato un grande contributo alla dispersione scolastica. Li promuovono per mantenere in vita la scuola e i posti di lavoro, il livello è bassissimo, per non parlare della difficoltà di gestire una classe dove convivono ragazzini di età diversa. Nessun confronto e pochi stimoli. Appena finiscono quella che una volta era chiamata la terza media affrontano le superiori senza avere nessuna base, con delle lacune ormai incolmabili. Mollano subito! Certamente ci sono le eccezioni, ma sono convinta che una delle cause maggiori sia proprio questa. Chiaramente ce ne sono altre che coinvolgono non solo la scuola , ma tutto il tessuto sociale. Sul fatto poi che l’assessorato, per non parlare dell’università e di chiunque dovrebbe avere un idea chiara sui bisogni del nostro tessuto imprenditoriale , non ce l’hanno, beh , questo è un mistero difficile da capire. Stupisce tanta stupidità ! Basterebbe la semplice osservazione della realtà!

  • Enrico Cadeddu

    “Tecnico dei servizi educativi con funzione di promozione esterna operante in siti culturali-ambientali valorizzati”; questa era la denominazione del corso di formazione IFOLD che frequentai a Nuoro da gennaio a luglio del 2008.
    Corso finanziato nell’ambito 2.4 del P.O.R Sardegna 2000-2006
    dall’Assessorato del lavoro, dal Ministero del Lavoro e dal Fondo SocialeEuropeo.
    Nonostante l’impegno e la professionalità di alcuni docenti, il corso fu caratterizzzto da una totale improvvisazione, e più di un docente ci disse di essere stato contattato dall’ente promotore, solo uno o al massimo due giorni giorni prima dell’inizio del loro incarico come insegnanti.
    Inutile dire che su 12 partecipanti al corso, coloro che in seguito riuscirono a trovare lavoro in un campo attinente furono pari a zero!

  • Professore, ho letto solo ora: mannaggia, Lei mi ha rovinato la serata!
    Mi sta dimostrando sempre più che i continentali, gli italiani, hanno solo ragione: siamo una manica di deficienti.

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