Identità, sovranità, fiscalità, statualità, indipendenza

28 luglio 2012 07:5018 commentiViews: 39

columbuRiceviamo e pubblichiamo. Altri che volessero contribuire al dibattito congressuale del Psd’az saranno ben accolti. Sia chiaro a tutti che Paolo Maninchedda non è candidato ad alcuna carica di partito e che quindi desidera ardentemente essere lasciato in pace a costruire l’area sovranista.

di Michele Pinna

1. La presenza del Partito Sardo d’Azione nella Giunta che guida la Regione Autonoma Sardegna dal 2009, assumendo un ruolo che va oltre la congiuntura elettoralistica e una tattica di alleanze finalizzata a superare l’ostacolo di un sistema elettorale che non consente alle forze politiche minori di governare, ha messo in discussione, con una mozione presentata dal gruppo in Consiglio Regionale, l’opportunità della Sardegna di continuare ad appartenere allo Stato Italiano; ha stigmatizzato le contraddizioni e l’inadeguatezza del bipolarismo italiano, oltre che le inadeguatezze di una Regione, se pur a Statuto Speciale, curvata ad una visione della statualità e della governabilità oramai superata sia dagli sviluppi dell’economia e della finanza internazionale, sia dai processi di globalizzazione e di mondializzazione dell’azione politica, che dalle nuove domande e dai nuovi bisogni provenienti dai territori e dalle realtà locali, anche da quelle più periferiche e marginali come quella sarda.
In quella mozione, infatti, erano scritte e pronunciate non solo le denunce rispetto ai tradimenti perpetuati nei confronti della Sardegna, da sempre, da parte dello Stato Italiano, ma, era posta con forza l’esigenza, da parte delle classi dirigenti sarde di una nuova responsabilità e di una nuova indipendenza di giudizio e di governo della realtà isolana: dell’economia, del fisco, della cultura, delle risorse, dell’ambiente e del territorio, degli stessi rapporti istituzionali sia con lo Stato Italiano che con l’Europa. Una vera e propria domanda di sovranità che superasse gli ambiti angusti del vecchio autonomismo, peraltro incompiuto, e, a tratti, affatto inespresso dal ceto politico e dalle classi dirigenti che hanno guidato la Sardegna dal dopoguerra ai nostri giorni.
Una nuova domanda di sovranità che intendeva fare i conti con una ridefinizione dei rapporti politici e istituzionali della Sardegna con lo Stato Italiano e che quindi poneva l’esigenza non solo di una riscrittura dello Statuto ma anche della Costituzione Italiana. Da qui la necessità di tutte le forze politiche presenti in Consiglio Regionale, al di là degli schieramenti e delle appartenenze, ma in una visione unitaria della Sardegna che poteva assumere dinanzi alla statualità di appartenenza una posizione critica e insieme ri-costruttiva. Ma tutti sappiamo quali sono stati i risultati della votazione in Consiglio.
Ma di là di tutto ciò l’esigenza posta dalla mozione sardista resta e noi riteniamo che l’azione politica debba andare, comunque, nella direzione ivi indicata con maggior forza e con maggiore determinazione.
2.Nel dibattito politico odierno si dice, e questo è vero, che l’esigenza di costruire uno Stato sardo ma di ricostruire la statualità in genere nasca dai tradimenti che lo Stato italiano ha perpetuato nei confronti della Sardegna, trattandola come una provincia e come una colonia, contravvenendo ai principi fondamentali della Costituzione riguardo alle politiche del lavoro, alle politiche dei trasporti, alle politiche dei servizi, alle politiche culturali e linguistiche, alle politiche di sviluppo, ai diritti di cittadinanza. Per cui da tutto ciò è facile che discenda la domanda: “è conveniente per noi sardi continuare far parte dello Stato italiano stando così le cose?”.Se è vero che noi sardi siamo parte dell’Italia e della statualità che è nata nel Risorgimento per nostra scelta e per l’adesione che le classi dirigenti sarde dettero a questo progetto nel 1847, è vero, anche, che la battaglia sovranista dei Sardi ha ragioni più profonde. Essa è una battaglia che ha radici storiche che trovano nel Medioevo i principi di una statualità propria, coerente ed espressiva del sentimento nazionale dei Sardi. Sentimento che nasce dalla sua identità geografica, l’insularità, dal principio morale della comunione solidale tra gli uomini, dalla peculiarità delle sue risorse naturali e delle sue capacità produttive, dalla percezione di sé che i Sardi hanno come popolo.
Ma tutto ciò riteniamo che oggi non basti più, in se stesso, a legittimare una visione indipendentista e sovranista che potrebbe relegare la questione all’interno di un dibattito tutto ottocentesco, aperto, persino, a pericolose derive vetero-nazionaliste e razziali; noi riteniamo, invece, che la battaglia sovranista, il bisogno di ripensare le forme della statualità locale e le forme statuali dei vecchi Stati-Nazione sia oggi imposta dalle nuove dinamiche dell’economia, delle relazioni politiche e delle visioni del mondo, della cultura e del sapere che travalicano i confini e i vecchi assetti politico-istituzionali. I processi di mondializzazione e di globalizzazione della comunicazione, delle politiche monetarie, delle politiche produttive, della circolazione delle merci e degli uomini, impongono l’assunzione, da parte dei governanti e dei ceti politici locali, l’esigenza di rimodulare sia la mentalità, sia le scelte strategiche; scelte ed azioni politiche che superino il vecchio rivendicazionismo meridionalista e delle “periferie” che chiedono ai “centri”, maggiori concessioni e maggiori poteri.
Gli imperativi, pur giusti e pur discutibili nelle loro modalità di attuazione, di razionalizzazione della spesa pubblica, voluta dall’attuale governo Monti in linea con le esigenze, certo, anch’esse, tutte da verificare, di un assetto mondiale dell’economia, piegata, a sua volta, sulle esigenze della speculazione finanziaria internazionale, che si riversano, principalmente, sulla riduzione di quegli assetti istituzionali e burocratici creati dallo Stato Italiano ma ad esso storicamente funzionali, sublimati dal linguaggio politico e da certe ideologie novecentesche in luoghi di partecipazione democratica e in servizi ai cittadini, ma in realtà rivelatesi macchine farraginose produttrici di clientele politiche e di sprechi, persino inutili rispetto alla loro natura, tutto a discapito di un sistema di vita e di lavoro fondato sull’economia reale e sulla produzione della ricchezza, nascente, per esempio dalla coltivazione della terra, dalla trasformazione dei prodotti e dalla capacità di commercializzarli, esonerando le imprese dall’investimento di risorse in nuova intelligenza produttiva, trovano le classi dirigenti sarde disorientate e le coglie oltremodo impreparate dinanzi a queste nuove situazioni e alle nuove domande che lo stato attuale delle cose pone; così come trova inadeguato ed insufficiente l’attuale assetto istituzionale interno (Regione, Provincie, Comuni) modellato sull’impianto statualistico e costituzionalistico italiano.
Il Partito Sardo d’Azione che, certamente più di altre forze politiche, può vantare, storicamente, una posizione critica rispetto all’esistenza di una serie di Enti inutili (province, prefetture, sovrintendenze) generati dalla logica centralistica dello Stato italiano è necessario che nell’attuale situazione ripensi il suo ruolo, la sua funzione e le sue categorie di analisi. Noi riteniamo che, nel suo parterre storico-teorico di partito indipendentista e federalista, per quanto a tratti dissimulato nelle congiunture della sua azione politica concreta, debba oggi trovare, al suo interno, ma nelle energie migliori della società sarda, la forza e la capacità di un partito in grado di catalizzare intorno alla sua proposta quelle forze più sensibili, e non solo quelle indipendentiste, che, pur con linguaggi diversi, che pur da provenienze ideali e di militanza diverse, esprimono oggi il disagio delle popolazioni sarde che, nella crisi del vecchio sistema politico-istituzionale, difficilmente possono trovare risposte adeguate ai loro bisogni.
3. Un partito sovranista, indipendentista che aspira a costruire un nuovo modello di statualità, non può esimersi dall’assumere il ruolo, indipendentemente dai numeri che oggi possiede, di assumere la responsabilità che gli viene dal farsi portatore di queste istanze. Una centralità che non può sottrarsi alla responsabilità di governare la Sardegna e di governare soprattutto quei processi di rinnovamento politico, di profonde riforme istituzionali, di ipotizzare nuovi modelli di sviluppo economico e di crescita. Il Partito Sardo d’Azione non può farsi trascinare nelle spire di strati sociali, di ceti politici e di classi dirigenti decadenti che rischiano di dissolversi, miseramente, nel nulla dei vecchi teatrini della politica. Il PSd’Az non può accontentarsi più, in questo scenario, di essere il valore aggiunto di coalizioni il cui obiettivo è quello dell’una di sconfiggere l’altra, il cui obiettivo è quello di spartirsi, a scadenza quinquennale, o quadriennale che sia, le prebende dell’alternanza.
Il congresso del Partito Sardo dovrà essere, perciò, un congresso che seleziona le sue classi dirigenti, (cosa non facile) ma dovrà essere un congresso che, soprattutto, chiede confronti sui programmi, a questa maggioranza, e ad eventuali altre che se ne potranno costruire: sul fisco, sulle politiche culturali e linguistiche, sull’economia, sugli assetti istituzionali, sul governo della giustizia penale, civile, amministrativa e contabile, che sappia confrontarsi sia col mondo laico che con quello cattolico e di ogni appartenenza religiosa, col mondo universitario e della ricerca scientifica, con il mondo della scuola, con il mondo del lavoro, con i giovani, sulle politiche internazionali.
In tal senso andrebbe ripensato anche il rapporto con l’ALE (Alleanza Libera Europea, della quale il Partito Sardo è co-fondatore) con le altre regioni e con gli altri movimenti indipendentisti dell’Europa, ma direi, anche, del bacino Mediterraneo in logiche che non siano quelle che ci hanno visto finora come appendici terminali di scelte già fatte dagli stati nazionali. In tutto questo, il primo terreno di confronto con le forze politiche e con la società sarda dovrà essere quello della riscrittura dello Statuto e delle ridefinizione dei rapporti tra regione e comuni. Se le province sono state finora uno strumento con parvenze di decentramento, la loro abolizione dovrà costituire il presupposto per una riscrittura dei rapporti interni tra le municipalità che, forse, rivisitando la natura delle antiche curatorie potrebbero, mutatis mutandis, fornire delle utili indicazioni, sicuramente più di quelle che hanno espresso finora le “Unioni dei Comuni”, spesso nascenti da piccoli interessi di bottega anziché che da vere esigenze di natura territoriale e culturale.
Un programma, quindi, che intenda lasciarsi alle spalle le vecchie abitudini, le vecchie logiche di accomodamento politico e che abbandoni anche il vecchio linguaggio ideologico e propagandistico che ha enunciato i temi e i problemi piuttosto che indicarne le modalità e i percorsi per la loro soluzione. In questa nuova stagione della politica il PSd’Az non potrà fare a meno di rivedere anche il suo statuto interno di partito che, finora, ha cercato di imitare, in piccolo, gli statuti dei grandi partiti italiani, che ha visto, perciò, statuti farraginosi, complicati, sanzionatori più di quanto non sarebbe dovuto essere lo statuto di un partito di movimento, d’azione e di grande coinvolgimento popolare. Si tratterebbe di dar vita a uno statuto che favorisca l’apertura, verso la società, e che dia ai dirigenti ma anche ai militanti di base quella dignità ed anche quella autonomia di elaborazione e di capacità critica, linfa vitale per gli uomini che, espressioni del Partito, stanno dentro le istituzioni e nei luoghi di governo.
Dovrà essere un congresso che, pur senza stravolgimenti velleitari e di “assalto alla diligenza”, ma senza finti rinnovamenti, favorisca e sviluppi la sua vera natura di partito nazionale e popolare dei Sardi per il governo della Sardegna e del suo destino di libertà e d’indipendenza. Una libertà e una indipendenza dignitosa: nel lavoro, nella pace, nel confronto con gli altri, nella capacità di assumere nuove responsabilità dinanzi alle nuove sfide del mondo contemporaneo.
Fortza Paris.

Una autonomia effettiva, fondata sull’autogoverno, non può oggi esistere se non si dà un’ampia base economica. Si tratterebbe di costruire, fuori dalla dipendenza, un’economia nazionale sarda procedendo a una riappropriazione di tutte le risorse dell’isola. Parallelamente deve procedersi alla costruzione di una cultura nazionale sarda che puntualmente valorizzi tutte le risorse isolane per un confronto con le altre culture. Questo processo di riappropriazione economica e culturale non può esercitarlo una classe dirigente succursalista.

18 Commenti

  • Indipendenza ed autodeterminazione passano necessariamente attraverso l’identità.
    Il referendum sull’autodeterminazione promosso da Malu Entu è stato bloccato per incostituzionalità e dunque non è dato sapere quanti Sardi avrebbero aderito.
    È impensabile ipotizzare altri referendum autorizzati secondo regole italiane che verrebbero inevitabilmente boicottati da qualche organo giudicante italiano.
    Le uniche forme di consultazione ipotizzabili sono unicamente autogestite.
    In questa ottica, come movimento di liberazione MLNS, abbiamo promosso e stiamo promuovendo l’autocertificazione di cittadinanza sarda.
    La compilazione della dell’autocertificazione non comporta di per sé alcuna adesione al movimento in quanto consideriamo l’anagrafe sarda di proprietà esclusiva del popolo sardo.
    http://www.avaaz.org/it/petition/Indipendenza_della_Sardegna/

  • Quinto Moro ha letto la situazione attuale di parte del Partito Sardo, è opportuno precisarlo, con le parole di 30 anni fa. Tanti anni di solitudine, di lotte intestine e di tentativi di omicidio da parte di altre forze politiche, non hanno vinto i sardisti, ma attualmente, mancando un circuito intellettuale e dirigenziale degno di nota, li ha trovati a corto di idee e con tanti soldati semplici promossi al rango di tenenti. E costoro non sono certo capaci di capire le dinamiche di potere, quanto di esserne fagocitati. In questa mozione di Michele leggo di alcune modifiche statutarie. Aspettiamo di che proposta si tratti.
    Per Luigi, se Atene piange, Sparta non ride, anzi alcuni recenti vicissitudini dei movimenti indipendentisti sembrano da peggior commedia all’italiana.

  • Quinto moro

    “È ormai tempo di capire che non si può prescindere dalla necessità di dare forma ad una “nuova forma” di essere partito”.
    “Il nostro è un partito di ideali, di programmi, di opinione:un partito pertanto di militanti, di elettori, di consenso sociale. È soprattutto di questo che dovremmo tenere conto quando parliamo di “nuova forma”, di “rinnovamento”, di “individuazione” e “maturazione” di quadri atti a quel ricambio generazionale del quale, prima o poi (è un processo naturale), non potremmo più fare a meno:uomini al servizio del Partito, non viceversa, perchè al servizio della società. Ma per fare ciò, fin d’ora, è necessario tornare più spesso a fare politica alla base, non preoccuparsi solo di tessere, di quote di potere, di leadership interne od esterne.Significa, principalmente, annullare quei momenti di vuoto che troppe volte si verificano tra sezioni e federazioni, fra queste e comitato centrale, esecutivo e segreterie. E purtroppo un vuoto che se non si colma rischia di ridurre il Partito ad una specie di ufficio catastale dove di volta in volta si archiviano i dati elettorali e, di volta in volta, si riconsultano per formulare le proiezioni”. Questo ed altro scriveva Nanni Loy su “Il Solco” nel 1984 col Partito al massimo storico. Parole che dovrebbero far riflettere tutti coloro che dicono di avere a cuore il destino del Partito che, nel frattempo è arrivato al minimo storico e continua come che niente fosse accaduto. Nel 2001, durante un intervista, il compianto Mario Melis, alla domanda:” si può affermare che il passaggio dal Partito delle idee al Partito degli amministratori è iniziato con il boom elettorale dell’85?”, rispose: “si pùò dire che quel successo ha contribuito a promuovere a ruoli di gestione del potere persone che altrimenti non avrebbero mai raggiunto posizioni di rilievo.Il Partito sardo ha sempre garantito solo un ruolo di denuncia, di protesta, di lotta. Certo, anche di governo, ma non legato al potere, legato agli obiettivi. Se ci si lega al potere, di chiese che hanno più potere di noi ce ne sono molte. Purtroppo, ad un certo punto,quando un sacco di persone si sono trovate al centro di una situazione in cui un loro esponente era presidente della giunta regionale, hanno assaporato il potere. Il problema, oggi, è recuperare gli ideali del Partito, l’essenza del significato autentico della lotta sardista, che non si fa soltanto con piccole e furbesche alleanze ma si realizza dando certezza di obiettivi alla gente che si vuole rappresentare”.Quanto ancora dovremo aspettare per vedere realizzato quanto ricordato con questo scritto… ancora di una attualità… disarmante. Fortza paris

  • Sono grato a Nino per l’ottima risposta (Piero non riesco proprio a capirlo… ma non voglio far gazzarra…).
    Però vorrei chiedere a Nino che parla di indipendentismo strumentale, alla luce di questo documento che sostiene un maggiore coinvolgimento dellaa società sarda e delle forze sensibili a certe tematiche, seppur non militanti nel Psd’az, cosa pensa di alcuni fermenti nati in questi ultimi anni, che certamente io stesso ho criticato per ragioni riguardanti i singoli, nell’area indipendentista e cosa differenzia il Psd’az da loro?

  • Il mio dito è puntato contro i politici e militanti dei partiti italiani, che con la loro appartenenza “militaresca” fanno in modo che io, e come me tutti i sardi, non abbiamo la stessa percentuale di servizi, diritti, tra cui quello alla mobilità (trasorti in primis) e quant’altro ci differenzia dal resto degli italiani. Insomma quello che vorrei, è che stando ognuno nel proprio partito, differenziandosi per ideologie (perchè nessuno ha la verità in mano) prima facciamo i nostri interessi (come sardi) poi possiamo essere italiani, cosi come fanno in Valle D’Aosta, oppure accetterei anche di avere meno degli italiani e pagare le tasse in percentuale a quanto lo stato ci da, quindi essere “italiano in percentuale”

  • La VISIONE del PSD’AZ, fin dalla nascita, è la SOVRANITA’. È frutto di un dibattito interno o l’idea di Michele Pinna? È il patrimonio consolidato di generazioni di sardisti (per dare una informazione a Luigi). E lo ripropongono, fermamente convinti che è la strada maestra anche nel terzo millennio. Il dibattito, strumentale, sulla indipendenza della Sardegna è alimentato dagli altri che non hanno una visione e quella che avevano o è fallita o mostra la corda (leggi clientela). Ed è proprio la clientela l’ostacolo maggiore sulla via dell’indipendenza. E mi viene in mente l’UDC, ma anche gli altri non scherzano. Abbanoa che oggi sciopera (società fatta nascere MORTA da Soru e Mannoni) è una società in house del PD. E si può continuare all’infinito.
    Ecco, il dibattito pre-congressuale e congressuale del PSD’AZ, fatto fermo l’obiettivo sovranista, dovrà incardinarsi sui modi e sui tempi per liberare i Sardi dal bisogno. Pre-condizione questa perchè il sogno indipendenza si concretizzi.

  • Se il dito puntato di Piero è contro di me, gli ribadisco che ha sbagliato obiettivo. Io ho letto questo documento, non so se lei lo ha fatto, visto che non ne ha fatto cenno nel suo sermone, l’ho trovato interessante e ho fatto un ragionamento sul Psd’az, tutto qui.
    E ci leggo questo:
    – come ha scritto Franko, il punto di partenza è la mozione sulla sovranità presentata in consiglio regionale e che ha spaccato il bipolarismo italiano in consiglio;
    – in che modo la Sardegna si mette riguardo le strategie della globalizzazione e chi governerà questi processi;
    – il sistema istituzionale italiano in sardegna è funzionale ai partiti succursalisti, quindi un ripensamento di Regione, Province, Comuni.
    – una proposta interessante è questa: “Noi riteniamo che, nel suo parterre storico-teorico di partito indipendentista e federalista, per quanto a tratti dissimulato nelle congiunture della sua azione politica concreta, debba oggi trovare, al suo interno, ma nelle energie migliori della società sarda, la forza e la capacità di un partito in grado di catalizzare intorno alla sua proposta quelle forze più sensibili, e non solo quelle indipendentiste, che, pur con linguaggi diversi, che pur da provenienze ideali e di militanza diverse, esprimono oggi il disagio delle popolazioni sarde che, nella crisi del vecchio sistema politico-istituzionale, difficilmente possono trovare risposte adeguate ai loro bisogni”.
    – le dinamiche interne del Psd’az non le conosco e non posso giudicare
    Di quale peccato mi sono macchiato Piero, di averlo forse letto? E lei che ne pensa?

  • Penso che il Partito Sardo d’Azione debba riprendere con più convinzione alcuni suoi temi classici (come la specificità linguistica e culturale ad esempio). Bene in questo senso l’affermazione di Paolo Maninchedda sulla responsabilità degli eletti. Che poi è quanto da 90 anni molti ex sardisti lamentavano contro il PSD’AZ.

    Con Roberto Bolognesi, con Pintore, con Carboni e altri che gestiscono individualmente o collettivamente la comunicazione “nazionalista” nel web (visto che ormai i veri dibattiti si fanno online), ci siamo orientati nel ricordare ai lettori che i diritti identitari non vengono dopo quelli economici, ma che tutto è importante (anche in chiave politica). Negli ultimi tempi – complice la confusione intellettuale e la frammentazione delle varie sigle indipendentiste – stava (ma sta tutt’ora) passando il pericoloso messaggio che “ci sono cose più importanti”. La questione è stata oggetto di varie conversazioni private con diverse persone. Ma quello di procrastinare nel tempo certi temi da parte del sardismo è storia vecchia.
    Contiamo anche di organizzare qualche nuovo dibattito in autunno con l’Osservatorio Sardegna che Maninchedda ha già avuto modo di conoscere.

    Ancora oggi nel 2012 la specificità linguistica non è fra i primi punti di interesse delle forze sardiste (e non mi riferisco solo al PSD’AZ ma a tutti quelli che a vario titolo rappresentano l’autonomismo o l’indipendentismo all’interno del Consiglio Regionale).
    Ancora oggi nel 2012 nelle scuole non si studia la storia del proprio territorio (e non mi si venga a parlare di miti shardanici come scusa per evadere il problema dei giovani che confondono i nuraghi per ammassi di pietre).

    Un territorio che non tutela i suoi diritti identitari e culturali trovando ogni scusa possibile per non farlo rimarrà un altro secolo a deprezzarsi e occuparsi di “cose più importanti”…senza neppure risolverle…

    Se da qualche decennio il PSD’AZ non è più l’epicentro politico e culturale del cambiamento, vedendo costantemente crollare i suoi consensi (perché quelli recuperati non si devono unicamente alla ripresa del tema indipendentista), probabilmente il “Partito Sardo” dovrebbe tornare a fare il “Partito Sardo”….

  • Cari ex comunisti, o attuali “di sinistra”, ma cosa vene frega a voi di questo, secondo voi, piccolo partito de 4% o del 5% o di quello che più vi piace, cosi vi consolate. Un partito può essere grande anche con dei piccoli numeri, se i contenuti e la storia sono importanti e liberi come quelli del PSD’Az, sempre gli stessi sempre attuali, dalla nascita a oggi, non per niente i partiti italiani romadipendenti fanno a gara per appropriarsi dei nostri punti programmatici. Il fatto è che siete “frazados” perchè la gente si sta accorgendo del menefreghismo dei partiti italiani verso la Sardegna e i sardi, e da unpo di tempo a questa parte, prima di ogni apuntamento elettorale, alle primarie i candidati del PD vengono regolarmente fregati (Milano Cagliari Genova Parma ecc.) brutto segno, imparate anche voi ad essere più umili, e pensare prima di tutto agli interessi di chi vi sta vicino, pure agli altri ma dopo.

  • Sul Nuorese, le regionali e le provinciali danno altri dati. I sindaci sono una decina o poco più. Ho sbagliato il tono ma mi deve scusare: essere sottoposto a scrutini quotidiani sfianca. Mi scusi ancora.

  • Per Antonia Cuscusa.
    Muledda e i movimentini sono tutti arrivati al capolinea.
    Sperano tutti nella ciambella di salvataggio del listino.

  • Onorevole, mi creda, ho solo intenzioni da osservatore che dopo qualche anno di militanza nei movimenti indipendentisti, ha scoperto che il Psd’az non è il male assoluto. Ho letto il documento e ci vedo alcuni interessanti spunti. E chiedevo unicamente se fossero frutto di un dibattito interno oppure del solo Pinna. Ho scritto che nonostante alcune lodevoli iniziative (la mozione di sovranità e indipendenza firmata da diverse unioni dei comuni, il manifesto contro Napolitano, il convegno sul fisco organizzato da Michele Pinna) l’azione del Psd’az appare come episodica.
    Sulle cifre, quelle sono. E riguardano le comunali di tutte le città più importanti della Sardegna. Sui sindaci, i dati esatti li fornisca lei.

  • Antonia Cuscusa

    Sempre per Giovanna: ho appena finito di leggere su Sardegna Democratica l’intervento di Muledda (che fa male i conti) e di Francis Drake (alias?), il solito ferocissimo anonimo del sito……. E con chi se la prendono? Con Maninchedda. Perché? Perché sta loro sulla punta del naso perché non possono dire che sia scemo, cioè perché è un intellettuale né di destra né di sinistra (lo stesso motivo per cui non lo possono vedere non pochi sardisti) ma anche perché col non voto sul Ppr è riuscito a portare il Psd’az su posizioni di dialogo più avanzato col Pd. E adesso che succede? Il Soru-pensiero si scatena: “mai col Psd’az, anche se dovessero riuscire a moltiplicare i pani e i pesci. Per cui il non voto e l’opposizione alle linee guida diventano, da motivo di dialogo, motivo di censura. A Muledda fa male ogni volta che nascono ponti di dialogo che annichiliscono il suo disegno (abortito) di distruggere il Psd’az o di isolarlo; e Maninchedda, senza mai litigare con Sanna, senza fare correnti, comunque è riuscito a non appiattire il Psd’az sul centrodestra. Pensa tu che Francis Drake se l’è presa anche perché è apparso in televisione scamiciato e scarmigliato. Secondo me è anche invidioso del fatto che Maninchedda, che se la tira un po’, alle donne piace.

  • Antonia Cuscusa

    Egregia Giovanna, non capisco perché Lei sottolinei che il Psd’az non ha votato contro e non invece che si è pronunciato contro le linee guida di Cappellacci e non ha votato con la maggioranza….. o meglio…. lo capisco bene. Ho già capito quale livello di manipolazione di questo evento certi ambienti (più della sinistra borghese benestante convegnista soriana che sardisti) stiano preparando.

  • Egregio Luigi, se ti firmi per esteso riusciamo anche a capire le tue reali intenzioni, posto che su Nuoro sei proprio male informato su numeri e sindaci. IL Psd’az c’è, ma non ha bisogno di persone che ne diminuiscano ad arte il peso per poi fare generici appelli.

  • Giovanna Ara

    Va bene qualsiasi discorso sui massimi sistemi del Psd’Az, che comunque in tempi recentissimi non ha votato contro nuove linee guida PPR. Qualcosa non torna..

  • Non ho capito bene se è una mozione congressuale (ottimi spunti, non c’è che dire) questo scritto dell’intellettuale organico del Psd’az Michele Pinna. E’ interessante la riscrittura dell’assetto degli enti locali, ma la risoluzione di questo nodo spinoso è nell’immaginazione di Pinna o è un patrimonio del Psd’az? L’indipendenza non può essere gestita da una classe dirigente succursalista, ma i sardisti sono in grado, con la loro classe dirigente di gestirla? A tutte queste domande il Psd’az è in grado di rispondere? La contestazione contro lo stato italiano è lodevole, quello che leggo quà è lodevole, pure Pinna col suo convegno sul fisco a Sassari lo è. Ma sono episodi e dunque, aundi oleis andai?
    Un pò di cifre:
    NUORO: 5,84%
    SASSARI: 5,29%
    CAGLIARI: 3,39%
    ORISTANO: 2,82%
    OLBIA: 2,68%
    MEDIA, 4,004%
    Avete 3 sindaci (Macomer, Dorgali e mi pare Posada) su 377, più o meno quanti ne ha Progres e Irs…
    Pinna scrive “Si tratterebbe di dar vita a uno statuto che favorisca l’apertura, verso la società, e che dia ai dirigenti ma anche ai militanti di base quella dignità ed anche quella autonomia di elaborazione e di capacità critica, linfa vitale per gli uomini che, espressioni del Partito, stanno dentro le istituzioni e nei luoghi di governo”.
    Constatato che Irs, Progres, Muledda, Zuncheddu, Repubricanos hanno ormai evidenziato tutti i loro limiti e guardando con interesse ai sardisti e al partito nazionale sardo: Psd’az, ci sei o non ci sei? E se ci sei batti un colpo!

  • Questa proposta a quanto pare ruota intorno alla mozione sovrana presentata qualche anno fa in consiglio e che ottenne una decina di voti favorevoli. In proporzione agli 80 sarebbero circa il 15%. Un risultato che in termini elettorali il Psd’az aspira a raggiungere, è il risultato che ottenne nel 1985, ma che nelle condizioni in cui versa sembra abbastanza difficile. A parte Nuoro provincia col 13%, dal 2009 il Psd’az ha visto percentuali da piccolo partito, con il capoluogo regionale al 3% e inoltre lo ha visto perdere in tutti i centri maaggiori. Vedo che questa mozione parla di un riassetto istituzionale del territorio nsardo, tra l’altro con l’affascinante proposta di ripristinare le zone omogenee come le curatorie (proposta affascinante, ma bisognerebbe capire quanto di diverso in termini di sprechi e assistenzialismo c’è con l’attuale), ma non si è vista nessuna proposta ufficiale del Psd’az in questi anni. Vedo pure che c’è un accenno finale allo statuto, definito farraginoso. Certo è che, a parte il consiglio regionale, i sardisti, (a parte qualche sindaco e qualche consigliere comunale), le loro proposte e i loro dirigenti sembrano abbastanza invisibili. Penso che in questi due anni il Psd’az si giocherà tanto in termini di credibilità: se, come dice questa mozione, essere il Partito nazionale dei Sardi o il partitino del 4% a rimorchio dei grandi partiti italiani e congeniale per il piccolo cabotaggio.

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