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I Servizi uccidono? Denunce e cronache giudiziarie

Posted on 24 Maggio 202624 Maggio 2026 By Paolo Maninchedda 6 commenti su I Servizi uccidono? Denunce e cronache giudiziarie

Oggi Antonello Zappadu, il più celebre fotoreporter sardo, dichiara candidamente alla Nuova Sardegna che i Servizi segreti italiani, alla fine degli anni Novanta, avrebbero ucciso il latitante Attilio Cubeddu, il quale invece avrebbe voluto consegnarsi alle forze dell’ordine.
Motivo?
Temevano che parlasse.
Non è una notizia da poco. Dire che un uomo è morto non è mai una notizia da poco. Dire poi che è stato ucciso dallo Stato, è gravissimo.
A leggere i libri di coloro che hanno diretto i Servizi (da Martini a Mori), i Servizi non uccidono, non hanno killer al loro soldo, ne va della credibilità dello Stato. Tuttavia, come mi disse un ex ministro della Difesa, la difesa e l’intelligence sono due di quei settori dove ogni giorno accade qualcosa di imprevisto, dove i reparti agiscono e reagiscono e dove chi ha ruoli politici o ha polso e cuore fermi o balla. Difficile credere che ci sia stato un capo dei Servizi che abbia dato l’ordine di uccidere Cubeddu; facile che si sia creata la classica situazione dell’equivoco e del pericolo, per cui magari una fonte dei Servizi si possa essere sentita minacciata da quanto stava accadendo e abbia reagito. Zappadu non mente (anche perché chi fa quel mestiere sa che a ogni menzogna segue una bella rottura di scatole) ma semplifica. Oppure: Cubeddu è vivo e la notizia della sua morte serve a farlo vivere tranquillo.

Una cosa è certa: l’informazione sui fatti di cronaca è sempre lacunosa, ha sempre zone d’ombra. Per esempio: Zappadu parla delle 500 foto scattate agli ospiti di Berlusconi a Villa Certosa come di una cosa passata.
Non è vero: le foto sono ancora oggi una fonte preziosissima.
In quelle foto c’è più storia della politica estera italiana e europea di quanta ve ne sia nei libri di tanti celebrati di giornalisti e professori, perché l’inevitabile doppio volto di un uomo pubblico, sebben poco raccontato, è sempre esistito e, spesso, la storia ufficiale risulta incomprensibile senza la ricostruzione di quella ufficiosa.
Io non so quante giornate della Seconda Guerra Mondiale abbia passato Churchill da ubriaco, ma so che alla guerra è servito che tutti considerassero Churchill resistente e sobrio. La necessaria ipocrisia pubblica, non tollera che un primo ministro virtuoso e integerrimo sia anche un cliente assiduo delle escort; viceversa, i Servizi di mezzo mondo sperano che lo sia e sono pronti a usare ogni mezzo (Mori racconta nel suo libro dei servizi resi da una di loro per un’azione) pur di raggiungere il risultato. Le honey trap esistono e sono utilizzate sia dalle forze dell’ordine che dagli avversari politici. Berlusconi non amava i Servizi e neanche le forze dell’ordine, ma era un esperto delle debolezze umane, anche perché le praticava come ansiolitico (solo chi soffre d’ansia sa quanto il sesso sia un’attività liberatrice). Berlusconi offriva svaghi in cambio di relazioni, di rapporti tra nazioni, tra potentati economici, per questo era convinto che tutto si potesse accomodare, con una leggerezza (e superficialità) che non lo tenevano adeguatamente lontano da ambienti pericolosi.
Zappadu è un grandissimo cronista dell’underground del potere, in questo è un autore bachtiniano.

Il recente libro su Lombardini ha rivelato, però, che esiste ancora una generazione di giornalisti (come Romano Cannas) che sanno della cronaca nera e della cronaca giudiziaria più di quanto si sia scritto. Ciò accade perché il potere, in questo caso quello delle forze dell’ordine e della magistratura, non tollera che si racconti nel dettaglio del loro operato, vogliono che si divulghi la loro versione di comodo.
Per esempio: bisognerebbe riscrivere la storia del sequestro e del processo Licheri e ripercorrere con scrupolo il sequestro Vinci per osservare come in entrambi i casi lo Stato non abbia voluto svolgere la funzione che invece ha svolto in altri processi, come alcune piste non vennero seguite, come alcune figure centrali nelle relazioni barbaricine non vennero neanche sfiorate dalle indagini, come grandi cantonate vennero coperte (vi fu una persona che si fece più di dieci anni di carcere per un’intercettazione in sardo mal compresa).

D’altra parte, l’attività processuale non ha mai sopportato una cronaca puntualmente esatta.
Le Procure tendono a manipolare l’informazione e i giornalisti pigri amano lavorare poco e avere un impiccato al giorno da dare in pasto al popolo.
C’è chi ha fatto carriera pubblica con queste esecuzioni sommarie.
Ma se durante le indagini il giornalista fa il megafono della Procura, difficilmente ritratta durante il processo. Ne vengono fuori cronache lunari che per mesi e anni individuano e indicano uno o più colpevoli, che poi sono costrette a inversioni a U per assoluzioni eclatanti da liquidare in poche righe.
Ma il bello è che adesso anche l’avvocatura è infastidita da un’informazione puntuale, perché può rivelare le consuetudini del mestiere che stanno più a proteggere la professione che gli assistiti. Per esperienza posso dire che quando un’inchiesta produce migliaia di carte, sono pochissimi gli avvocati che se le leggono tutte, che arrivano ben preparati sin dalla prima udienza, che sanno contro-interrogare gli investigatori ecc. ecc. Viceversa, sono moltissimi quelli che dicono ai propri clienti che occorre non scoprire le proprie carte sin dalla prima udienza, cosa vera, ma anche comoda, perché sin dalla prima udienza occorre scoprire la carte giuste. Molti avvocati vivono di istinto, di abitudine a stare nel processo, non di lavoro e di studio.

Ieri ho parlato del caso Ottana e un avvocato si è sentito offeso per ciò che ho scritto rispetto a un altro processo, nel quale, a suo modo di vedere, avrei omesso di dire che una perizia sulle intercettazioni era stata richiesta proprio da lui e non disposta autonomamente dal giudice.
Il tono della lamentela è stato da subito alto e minaccioso, con la solita adombrata possibilità di “vedersi in altre sedi”.
È un’abitudine avvocatesca quella della denuncia facile, ma ormai sono vaccinato (ho pronunciato il mio più gustoso vaffanculo all’indirizzo di un avvocato la cui forza stava solo in un congiunto potente. L’ho fatto con mucho gusto).
Vengo da due archiviazioni per due procedimenti attivati da uno che io non manco mai nominato.
Spesso la denuncia serve a mascherare il fastidio della dialettica.
Anche ieri ho mandato al diavolo l’avvocato roboante, allungando la lista di quelli che in cuor mio ho mandato a quel paese. Tuttavia, siccome ho lo scrupolo della verità (un mio ex amico vescovo, mi ha rimproverato un giorno della mia presunta superficialità sul destino di un prete la cui unica colpa è essere colto e aver preteso di essere retribuito in modo regolare dal suo datore di lavoro. L’accusa mi fece male e andai a riverificare tutte le carte: avevo ragione io e la sicumera episcopale mi indusse a aggiungere il vescovo nell’elenco di cui sopra), sono andato ad acquisire le carte del processo, arrivate in tarda serata.
E cosa scopro?
Che è vero che la perizia è stata richiesta dalla difesa, ma che poi il perito di parte, cioè della difesa, non solo non si è presentato, ma non ha depositato alcuna perizia.
La verità non piace a nessuno.
L’uomo non sa stare di fronte alla verità di se stesso e chiedere perdono o, più semplicemente, scusa.

Politica, Servizi segreti, Vetrina

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Comments (6) on “I Servizi uccidono? Denunce e cronache giudiziarie”

  1. Maria MA ha detto:
    25 Maggio 2026 alle 09:29

    “la Sardegna emerge come terra di confine, come laboratorio perfetto per queste operazioni opache; qui il potere ha sempre trattato gli uomini come pedine ,prima , per la guerra fredda e poi per il controllo sociale, oggi per chissà quali nuovi equilibri.”
    Concordo con questa dura constatazione del signor Marco Casu e quindi pongo una domanda dai risvolti storici, antropologici, sociologici:
    Questo modo di agire per tutelare il potere a tutti i costi, eliminando senza troppi problemi e con molti mezzi – pure sofisticati, non solo fucili e pistole – chi potrebbe parlare o magari ha visto qualcosa (vedi il caso dell’elicottero Volpe 132 nel 1994), era presente da sempre in Sardegna? O lo dobbiamo invece considerare un’importazione continentale, se non transcontinentale (visti i metodi stile CIA)? Quindi a tutela di un sistema che non è sardo ma che anche in Sardegna trova purtroppo spazio per impiantarsi.

  2. Marco Casu ha detto:
    25 Maggio 2026 alle 07:14

    Egregio Paolo Maninchedda, la ringrazio della risposta e comprendo la sua divergenza da Zappadu in merito alla possibilita’ di Cubeddu ancora vivo negli anni Duemila e,tuttavia, rimango colpito soprattutto dal “metodo” che emerge, al di là della data esatta della morte .
    Se fosse vero anche solo in parte ciò che dice Zappadu, trovo inquietante l’idea di un testimone tolto di mezzo prima che potesse parlare.
    Cordialmente

  3. Paolo Maninchedda ha detto:
    25 Maggio 2026 alle 06:27

    Egregio Casu, io, a differenza di Zappadu, penso che ancora negli anni Duemila Cubeddu fosse vivo. Ho voluto dire che, s ele cose fossero andate come dice lui, sarebbero andate diversamente.

  4. Marco Casu ha detto:
    25 Maggio 2026 alle 01:00

    Non so, questioni come queste mi procurano sempre disagio perche’ il Volto del potere ha forme estremamente impercettibili e, inquietanti anche se, lo scrivo con una punta di inperdonabile cinismo, pensarlo ha un suo singolare “fascino”.

    Ecco secondo Antonello Zappadu , Cubeddu doveva costituirsi alla fine degli anni novanta con l’intenzione di voler parlare ma cio’ non e’ stato possibile perche’ sempre a detta di Zappadu, i Servizi Segreti lo hanno ucciso prima che potesse farlo.
    Personalmente non trovo che questa sia una notizia di cronaca ma che sia niente altro che la conferma di un metodo e in questo Paese abbiamo imparato a conoscere il doppio Stato: quello che appare in tv e quello che opera nell’ombra, con i suoi informatori, i suoi doppi giochi, le sue esecuzioni silenziose quando qualcuno diventa ingombrante.
    Cubeddu certamente non era un santo, ma un bandito dell’Anonima , eh! ..ma proprio per questo era prezioso perche’ sapeva nomi, soldi, complicità, forse anche chi, tra apparati e massonerie deviate, aveva usato o protetto certe bande per altri fini e dunque che dire, ..lo hanno tolto di mezzo come si fa con un testimone scomodo.
    Spiegata allora la sua latitanza diventata leggenda utile a tutti: ai carabinieri che continuano a cercarlo, ai giornali che ogni tanto titolano “Il bandito fantasma”, ai politici che fingono di credere nella lotta senza quartiere alla criminalità.
    Io non so se Zappadu abbia prove inoppugnabili so però che questa storia puzza esattamente come tante altre in cui la Sardegna emerge come terra di confine, come laboratorio perfetto per queste operazioni opache; qui il potere ha sempre trattato gli uomini come pedine ,prima , per la guerra fredda e poi per il controllo sociale, oggi per chissà quali nuovi equilibri.

    Allora la domanda , autentica, che ci dobbiamo porre non è se Cubeddu sia morto ma un’altra che e’ piu’ inquietante e cioe’ quante volte lo Stato, o pezzi di esso, ha preferito un cadavere silenzioso a un vivo che parla?

    P.s.: non e’ affatto una bella cosa pensare. Ma un amico , uno ora “importante” mi disse: “” nel pensare non si dispiega una Volonta’ ma l’ accadere di un evento e che dunque non puoi evitare””.

  5. Stefano Locci ha detto:
    24 Maggio 2026 alle 11:47

    Egregio, articolo impeccabile nel descrivere (controcorrente) cosa e com’è la giustizia in questo Paese allo sbando. Non solo larga parte della magistratura di ogni ordine e grado, ma anche il mondo dell’avvocatura, sono spesso circondati da una sorta di nebbia che molto avvolge. La italica imbecillita’ che poche settimane orsono hanno spinto la maggioranza dei votanti a contrastare il primo di una serie di tasselli per portare la nostra giustizia alla civiltà ha confermato che il marito per fare dispetto alla moglie si taglia gli zebedei. Che dire di più? Saluti.

  6. Mm ha detto:
    24 Maggio 2026 alle 09:09

    Come sono vere le ultime parole. Ci vuole coraggio a guardare la propria vita e azioni con la stessa spietatezza con cui si guarda a quella altrui.

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