Ha senso il numero chiuso nelle università della Sardegna? No.

11 settembre 2013 22:4016 commentiViews: 213

È tempo di test di ammissione ai corsi universitari. Come è noto, il numero chiuso nelle Università italiane è disciplinato dalla legge 264 del 1999. Per superare gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione italiana, il legislatore ha impostato la norma sulla necessità della standardizzazione della formazione in alcune professioni. In realtà il numero chiuso nasce per ragioni di sostenibilità finanziaria e organizzativa dei corsi universitari e per regolare il rapporto tra domanda e offerta in alcune professioni.
Sarà che sono un medievista e che ho una chiara coscienza del fatto che l’Università è nata europea e non nazionale; alle origini parlavano tutti il latino come oggi parlano l’inglese (in gran parte, noi umanisti siamo l’ultima ridotta che tiene in vita lingue con gloriose esperienze letterarie che non possono e non debbono essere lette in traduzione) e gli studenti spesso iniziavano a studiare a Bologna e finivano gli studi a Parigi.
Sarà che ontologicamente l’università non ha l’obbligo di un rapporto diretto con una specifica domanda di lavoro espressa in un limitato territorio, ma tenta di rispondere alle esigenze universali di sapere.
Sarà che mi fa rabbia sapere che tanti sardi stanno andando a studiare medicina chi in Romania, chi in Spagna. Secondo il rapporto Migrantes già nel 2011 erano 42mila gli studenti italiani all’estero. In Romania, tra medici e veterinari, allora si contavano 2000 studenti che pagavano 4mila euro di tasse l’anno e ne spendevano in vitto e alloggio circa 10.000. Fate le somme: sono circa 28 milioni di euro l’anno che lasciano l’Italia. Non so quanti sardi ci siano in Romania, ma non sono pochi. Sarebbe possibile farli rientrare al secondo anno, ma esistono esponenti ottusi dei senati accademici che non ammettono il rientro negli anni successivi al primo. L’Europa sta insegnando ai giovani ad andare a laurearsi dove riescono a farlo, per poi esercitare la professione dove vogliono; l’Italia e la Sardegna non ragionano sull’argomento e perdono risorse, prestigio e qualità.
Uno dei temi della sovranità sarda deve essere il seguente: se i due Atenei ricevono fondi (e ne ricevono tanti, ve lo assicuro) dalle casse regionali, cioè dalle nostre tasse, il numero chiuso va abolito e resa semmai più autentica la selezione degli studenti per esclusivo merito attraverso un sistema di premialità/penalità che esalti la somma di talento e impegno a parità di offerta formativa e di opprotunità logistico-organizzative.

16 Commenti

  • Colpo Grosso, ciò che denunci in buona parte è vero, anzi potrei aggiungerne anche altri di fatti negativi, ma ad onor del vero devo anche dire che c’erano Prof. che nonostante fossimo circa 200, non solo ci guardavano in faccia ma ci salutavano anche incontrandoli al di fuori della facoltà.
    A mio avviso il tutto dipende dalla singola persona, e non dal numero degli studenti, chi nasce tondo non muore quadrato, hai voglia di sperare che cambi, non t’illudere mai di ciò.
    Come vedi non è che osserviamo un mondo tanto diverso, anzi da ciò che scrivi, oggi si hanno servizi migliori di 25 anni fa, dove l’unico orientamento esistente era la guida dello studente che dovevi andare a recuperare nelle singole facoltà.
    Poi sul fatto che se non si è una moltitudine si riesce a seguire meglio, a concentrarsi meglio e di conseguenza a prender meglio anche appunti questo è normale.
    Io non è che preferisco un ambiente invivibile, per stroncare chi non ha capacità sopra la media etc., assolutamente no. Io cerco di fare i conti con la realtà.
    Ma se per migliorare la situazione, la soluzione è il numero chiuso, la mia risposta è che il rimedio è molto peggio del male.
    I numeri dicono che in Sardegna, ad esempio in medicina il test d’ingresso su 11 iscritti ne fa fuori ben 10, http://www.ammissione.it/risultati-odontoiatria.php (anno 2012/2013), non mi sembra un sistema tanto civile, ne democratico, ne equo, ma soprattutto non mi sembra un sistema intelligente.
    Affermi che i giovani sono una risorsa,(più che giusto dico io), e poi affidi la selezione di essi, a dei test farlocchi, e che selezione, ogni 11 aspiranti 10 vengono espulsi, come pensi si senta chi è stato escluso? Che fine fanno quei giovani respinti attraverso un sistema cervellotico che nulla a che vedere con la sapienza e l’intelligenza, test tra l’altro spesso con soluzioni assai discutibili che si prestano a diverse interpretazioni.
    Esempio: test di medicina di quest’anno una prova di matematica: Alan lancia contemporaneamente due dadi non truccati con le facce numerate da 1 a 6. Qual è la probabilità che esca lo stesso numero su entrambi i dadi?
    A) 1/6 ; B) 1/3 ; C) 1/36; D) 1/2 ; E) 1/18.
    Ora la soluzione corretta secondo gli autori è 1/6, tale soluzione è esatta se si pensa a: “quante probabilità ha una coppia di numeri uguali di uscire, ad ogni lancio”. Ma la domanda non parla di coppie di numeri uguali, essa cita impropriamente un numero singolo, allora se la domanda diventa : “qual è la probabilità che dato un numero questo esca su entrambi i dadi, ad ogni lancio”, allora la risposta esatta è 1/36. Come si vede le risposte esatte possono essere due, la domanda è stata posta in maniera scorretta o quantomeno ingannevole.
    Il numero chiuso è una violenza che si esercita nei confronti degli studenti più capaci che non sono certamente quelli che superano il test, chi supera il test è soltanto uno studente fortunato, oppure uno che si è preparato per questo genere di selezione ridicola.
    Ma ormai siamo una società di giocatori d’azzardo, gratta e vinci dipendenti, passata dal gioco rilassante del sabato (schedina e lotto), al gioco patologico trisettimanale(martedì, giovedì e sabato), scelta criminale giustificata dal gioco d’azzardo illegale, con un ragionamento del tipo piuttosto che lasciare che ti rovini la malavita, ti rovino io Stato. Il risultato è stato che ora i giocatori patologici si sono moltiplicati in maniera esponenziale.
    In un ambiente del genere sperare in saggezza è cosa assai ardua.

  • Che l’alto numero degli studenti influisca negativamente sulle possibilità di insegnamento dovrebbe essere considerato un’assioma, neanche se ne discute. Che questo fattore crei situazioni imbarazzanti come quella che vi ho raccontato è invece un sintomo grave di come “i grandi numeri” possano contribuire a scavare grossi solchi tra lo studente e i professori (solchi che addirittura si vestono da frontiere tra classi in certi ambienti, vedi giurisprudenza, dove l’indifferenza è quasi titolo di merito, “da noi i professori non ci guardano neanche in faccia”) e a connotare sempre più le facoltà come laureifici, con gli studenti ridotti a numeri di matricola.

    Certo, se quello che Luca vuole dire è che, ciò nonostante, uno studente può raggiungere ottimi risultati, nessuno può e vuole smentirlo.
    Ma noi vogliamo che il maggior numero possibile di studenti raggiunga ottimi risultati, non solo qualcuno dotato di qualità decisamente sopra la media. Sopratutto se si mette in discussione l’istituzione, l’argomento “ce la si può fare anche così” è davvero debole, secondo me.

    “L’Università serve a formare le nuove classi dirigenti che poi dovranno confrontarsi con il mondo, in cui spesso è necessario prendere decisioni immediate, insomma è bene che si acquisisca anche la capacità di far da se, gli allievi universitari che vorrebbero costantemente vicino la figura del docente chioccia”

    Caro Luca, l’università di oggi è una giungla dove lo studente è solo. O meglio, questo è il mondo, non solo l’università.
    Mi dispiace ma siamo spettatori di realtà molto differenti:
    La realtà è che del singolo universitario, con le sue potenzialità e talenti, non gliene frega niente a nessuno, una volta sostenuto l’esame diventa un semi-sconosciuto nel giro di qualche settimana.
    Vogliamo parlare dell’attenzione e della curiosità scientifica dedicata alle tesi di laurea? …

    Aneddoto: Tizio si laurea (triennale) a Giugno 2012 con prof. Caio.
    Novembre 2012, è alla magistrale, consegna una relazione pre-esame al prof. Caio. Il prof la legge e chiede: scusi ma lei con chi si è laureato?

    Vogliamo parlare delle tesi buttate perché il professore risponde per 4 mesi con generici “si va bene proceda” poi a 3 settimane dalla laurea si sveglia e dice “no, questa tesi è da rifare, così non va bene”?
    Professori che bocciano sistematicamente il 90% degli studenti come fosse una regola?
    Professori che dopo la prima domanda bocciano o promuovono con 30?

    Quanti studenti universitari conosci Luca? Altro che prof chioccia.

    “Io immagino che studentessa ed anche colpo grosso intendano dire un’altra cosa, ossia che sarebbe necessario dar agli studenti delle superiori una conoscenza più ampia ed articolata delle singole facoltà, in maniera tale da poter scegliere con più consapevolezza la facoltà che meglio si adatta ai propri talenti”

    Questa è l’idea di orientamento che si è perseguita fino ad ora. A parte il fatto che essendo l’orientamento pensato e organizzato dalle università stesse, diventa, se non per la sensibilità del singolo professore, semplice pubblicità per il proprio istituto.
    Quello non è orientamento a mio parere, e che ti dispiaccia o meno, caro Luca, molti giovani hanno bisogno di maestri oltreché di docenti.
    Hanno bisogno che qualcuno faccia spazio alle loro attitudini, premi i loro talenti, rafforzi la loro autostima, allarghi le loro menti, insegni loro il bello del sapere.

    “un giovane Universitario, non è più un ragazzo è dovrebbe essere dotato di una sua bussola interna, che dovrebbe indicargli la strada maestra da seguire. Meglio sbagliare da se che a causa di aver dato retta ai consigli altrui, è una delle principali regole della vita.”

    Non sto esprimendo giudizi diretti verso ciò che hai scritto, perché non mi interessa duellare, ma quest’ultima citazione del tuo intervento dice tanto. Personalmente ti percepisco molto lontano dai giovani del 2013: i tempi sono cambiati.
    Noi siamo molto diversi da voi, il mondo è diverso.

    Probabilmente sappiamo anche ritrovarci molto in fretta, ma che siamo smarriti e spaesati è indubbio.

    Sempre per il dialogo.

  • Colpo Grosso, riferendosi genericamente alle facoltà italiane, cita dei modi di fare discutibili(secondo lui a causa dei grandi numeri, ergo troppe matricole) senza precisare se ne ha prova certa o la fa per sentito dire.
    Relativamente all’allusione a “miei vaneggiamenti”, deduco che derivi molto probabilmente dalla frase in cui scrivo: “18.30 correzione e successiva immediata dichiarazione di accettazione o meno della prova orale in base alla propria autovalutazione”, credo non abbia ben compreso cosa intendessi dire, mi rendo conto che la frase, per i non addetti ai lavori, è poco chiara è troppo sintetica, quindi provo ad darne una stesura più ampia e comprensibile, in pratica: la Prof. per guadagnare tempo evitando, sia a lei che a noi, un’inutile successiva convocazione per la consegna degli scritti e la dichiarazione dell’accettazione o meno della la prova orale, nonostante fosse in facoltà +- dalle 7 del mattino alle 18.30 ha ancora avuto voglia di svolgere alla lavagna gli esercizi dell’esame assegnando a ciascuno, svolto sia per intero che parzialmente, i relativi punteggi, poi ciascuno degli studenti ha fatto la propria autovalutazione, sia del suo stato di preparazione sia di quanto +- avrebbe potuto essere il suo voto scritto, chiaramente i 35 compiti di chi accettò l’esame orale furono corretti in seguito, l’esame orale praticamente spazio su tutto il programma, e parlo del programma di oltre 20 anni fa(+- 2 esami di oggi), per fare un esempio soltanto sugli integrali mi fece qualcosa come 7-8 domande, esame sostenuto davanti a circa 50 studenti, una ragazza tra di essi, quando stavo andando via dalla cattedra, mi si è avvicinata e mi ha detto: “ti ha chiesto anche le successioni ?”, le ho risposto di si e lei ha replicato: “ma ti ha chiesto tutto il programma, questa è pazza!”, altro che con i grandi numeri non si studia.
    Colpo Grosso, tenga anche presente che io replicavo a Studentessa Universitaria che per meno di 900 studenti parla di mesi e mesi per sostenere l’esame orale, come si vede da un esempio concreto basta uno scritto ed una regola ragionevole del tipo “se non passi l’orale salti il successivo appello”, per sfoltire e di parecchio gli aspiranti all’esame orale.
    Nel citare classi con oltre 300 studenti chiaramente ho citato un caso limite, ma con 150-200 studenti in aule adeguate chiaramente(che spesso purtroppo non c’erano, e credo non ci siano ancora in numero sufficiente), si possono seguire le lezioni in maniera più che dignitosa, la qualità dell’insegnamento non dipende affatto dal numero degli studenti ma quasi esclusivamente dalle qualità del docente.
    Uno dei compiti principali delle Superiori è quello d’insegnare agli studenti a “saper studiare”, una volta giunti all’Università si dovrebbe mettere a frutto questa capacità, diceva il mio Prof. di Fisica, “voi potete limitarvi a studiare e conoscere le mie dispense, l’esame riuscirete a superarlo, ma non diventerete mai degli ottimi professionisti se non leggerete, almeno, anche il libro di testo”. Senza la voglia di conoscere sempre cose nuove, d’indagare, di dubitare, di confrontare, di verificare, non si può eccellere, in nessun campo. L’Università serve a formare le nuove classi dirigenti che poi dovranno confrontarsi con il mondo, in cui spesso è necessario prendere decisioni immediate, insomma è bene che si acquisisca anche la capacità di far da se, gli allievi universitari che vorrebbero costantemente vicino la figura del docente chioccia, si devono rendere conto che una volta acquisito il tanto desiderato pezzo di carta, poi fuori dalle aule universitarie, si è totalmente soli in un mondo non proprio tenero, per cui se durante il periodo universitario ci si forgia un po’ a saper fare da soli, senza stare a chiedere in continuazione spiegazioni ad altri, non credo sarebbe male per se stessi e per l’intera collettività.
    Colpo Grosso si è sentito particolarmente colpito da questa frase: “Io mi sento di rispondere che se uno studente dopo aver acquisito un Diploma di Maturità, non è ancora in grado di capire quali talenti può coltivare, sinceramente tale studente è meglio rinunci all’Università.” Ammetto che ho esagerato, soprattutto le ultime parole, quindi faccio ammenda e mi correggo scrivendo che: “l’Università deve accogliere tutti, senza se e senza ma”. Detto ciò, la questione dei talenti vorrei trattarla un po’ più a fondo:
    Prendo dalla rete la seguente definizione:
    “ Il talento è dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c’è non si può imparare – inclinazione troppo più profonda di una capacità, troppo più radicata di una passione, troppo più caratterizzante di un volto o di una maniera, per poter essere riprodotta o finta. È un taglio del sé.”
    In base a ciò, allora continuo a chiedermi come è possibile che uno studente universitario non conosca se stesso?
    Poi immagino che studentessa ed anche colpo grosso intendano dire un’altra cosa, ossia che sarebbe necessario dar agli studenti delle superiori una conoscenza più ampia ed articolata delle singole facoltà, in maniera tale da poter scegliere con più consapevolezza la facoltà che meglio si adatta ai propri talenti, ma questi ultimi essendo “un taglio del proprio se”, nessuno dovrebbe conoscerli meglio di noi stessi.
    Scrive colpo grosso: “Aggiungo solo una cosa: i giovani sono risorse. Quando parliamo di orientarli, parliamo di arricchire la società, non solo gli individui”.
    Completamente d’accordo che i giovani sono risorse. Un po’ meno con sta storia dell’orientamento, un giovane Universitario, non è più un ragazzo è dovrebbe essere dotato di una sua bussola interna, che dovrebbe indicargli la strada maestra da seguire. Meglio sbagliare da se che a causa di aver dato retta ai consigli altrui, è una delle principali regole della vita.
    Questo non toglie che un giovane non debba cercare di assorbire il più possibile l’esperienza altrui, e quindi il dialogo e confronto con figure più esperte chiaramente può essere solo un arricchimento, a patto che si abbia poi il coraggio di assumere le proprie scelte-decisioni da se.
    Che i giovani abbiano bisogno, di aule confortevoli, di Biblioteche con ampie sale di lettura, di mense decenti, di alloggi a prezzi ragionevoli che dovrebbero essere pubblici e tanto altro, non ci piove.
    Ma che debbano essere orientati, indirizzati, consigliati, confortati, coccolati etc., lo trovo assai mortificante, suvvia un po’ di orgoglio giovanile dai, possibile sti giovani siano così smarriti e spaesati? Non ci credo.

  • Per Colpo Grosso
    Luca non ha vaneggiato per niente.

  • I grandi numeri sui quali vaneggia Luca, in uno stile “si stava bene quando si stava di merda” creano ogni giorno nelle facoltà italiane situazioni imbarazzanti ma arcinote, del tipo: esame scritto, 250 studenti che consegnano il compito alle 11 e leggono i risultati online alle 12.
    Come se fosse possibile correggere non dico 250 compiti, ma 50, in un’ora. Sarebbe questa la serietà da trasmettere alle nuove leve?
    Con gli studenti che ufficialmente smettono di studiare, giustificati dal fatto che “tanto i compiti il prof neanche li guarda”, “se studi o meno è uguale”, etc.

    La modalità scritta (imposta spesso proprio dal vasto numero di partecipanti) andrebbe sempre associata a quella orale (molto diffusa dove i numeri sono ridotti) e viceversa, dato che mettono in gioco e costringono lo studente a sviluppare capacità sideralmente differenti oltreché inserire il momento d’esame in contesti comunicativi e di problem-solving peculiari.
    Banalmente: se da una parte all’orale non si può copiare, è indubbio che lo scritto sia più obiettivo. Se è vero che prendere 30 ad uno scritto rasenta l’impossibilità (e ciò fa la differenza nei voti finali!), passare un esame senza avere le minime competenze linguistiche è molto più complesso all’orale.

    Ma ragazzi, siete consapevoli o meno, che ci sono masse, gruppi, stormi di studenti che in preparazione di esami (scritti ovviamente) passano più tempo ad elaborare strategie di copiatura (è l’epoca degli smartphone…) che a studiare?
    Masse di persone che festeggiano un 21 conquistato copiando?
    Ovviamente questa mentalità è anche figlia della strutturazione in CFU e dalla derivata concezione per la quale il prossimo esame è solo l’ennesimo scoglio da riuscire a superare, ma ad oggi, non si può fare quasi nulla per evitarlo.

    I grandi numeri sono difficili da gestire, Ciò non significa che dinnanzi a 400 aspiranti dobbiamo eliminarne 300, ma potrebbe significare che dobbiamo moltiplicare i docenti.

    “Io mi sento di rispondere che se uno studente dopo aver acquisito un Diploma di Maturità, non è ancora in grado di capire quali talenti può coltivare, sinceramente tale studente è meglio rinunci all’Università.”
    Questa poi…
    Io sto per prendere la laurea magistrale (quindi nei termini odierni la seconda laurea) con un voto che sarà molto vicino al massimo, ma secondo l’ottica appena descritta non avrei mai dovuto mettere piede all’università.
    Nel trattare questi argomenti ovviamente entrano in collisione bisogni collettive e storie private ma anche restando all’interno del perimetro “del legislatore” che richiede necessaria generalità nelle decisioni, posizioni così istintivamente intransigenti sono, secondo me, fallaci sotto diversi punti di vista.

    Aggiungo solo una cosa: i giovani sono risorse. Quando parliamo di orientarli, parliamo di arricchire la società, non solo gli individui.
    La logica dei paletti è di sicuro preferibile a quella dei muri invalicabili.

  • A leggere il post di Studentessa Universitaria, ci si convince immediatamente del perché il numero chiuso è da abolire.
    Non certo perchè non consente a tutti di cimentarsi negli studi secondo la loro aspirazione, ma bensì perchè una vera selezione naturale non è possibile con un numero di allievi cosi ridotto appena 110 dice, ora mi chiedo come è possibile dopo una simile penuria di materiale umano eliminarne 55 ossia il 50%, naturalmente non si può fare, questo porta a non essere abbastanza severi durante gli esami, e di conseguenza si è portati a mandare avanti quasi tutti gli allievi a prescindere dalle reali capacità intellettive e psico-fisiche, con grandi danni alla collettività.
    Purtroppo nel formare i futuri gestori della società, si è perso l’obbiettivo primario che dovrebbe essere quello di “estrarre” il meglio possibile dalla massa umana disponibile, e che di conseguenza più è numeroso il numero degli allievi da discernere, meglio è per tutti. Questo concetto lo si è abbandonato, facendo diventare anche l’Università una specie di diplomificio, ossia un posto dove se un allievo viene bocciato, è lo Stato che viene bocciato(parole di una Sottosegretaria all’Istruzione di qualche anno fa) io trovo simili concetti del tutto fuori luogo anche se riferiti ai Licei, Istituti Tecnici e simili, figuriamoci questa filosofia applicata all’Università, praticamente diventa mortale, ma veramente MORTALE, è la morte dell’Università e causa gravissimi problemi anche alla collettività tutta.
    A cavallo tra gli anni 70 e 80 per riuscire a prendere un banale diploma di maturità, ho dovuto superare una selezione del tipo 50% di bocciati al primo anno, 70% al secondo, 50% ancora al terzo. Ed all’Università ci si deve fasciare la testa se uno studente, non passa un esame? Siamo veramente fuori da ogni grazia di buon senso. Quando si aspira al massimo è chiaro e lampante che si debbono obbligatoriamente superare selezioni dure e severe, come degli atleti che vogliono partecipare alle Olimpiadi, si parte in tantissimi, ma poi pochi arrivano, e la “naturale selezione alla ricerca dei migliori”, e non la ricerca di un lavoro, per quello si può andare benissimo andare a far il portinaio oppure l’imprenditore.
    Relativamente alle paure della Studentessa Universitaria, io ho seguito le lezioni di analisi matematica anche con oltre 300 allievi in aula, ho sostenuto l’esame scritto con oltre 200 partecipanti, esame che si è svolto in tre turni da circa 70 allievi, nella stessa giornata, orari 8-10, 11-13, 15-17; 18,30 correzione e successiva immediata dichiarazione di accettazione o meno della prova orale in base alla propria autovalutazione, solo in 35 abbiamo accettato dopo una settimana inizio degli orali 7 candidati al giorno, abbiamo superato l’esame +- in 20, anche all’orale tanti sono caduti. Sopravvissuti circa il 10%. Certo mi rendo conto che è stata una selezione ferrea e che tanti di quelli che hanno superato il test avrebbero paura di simili prove (faccio notare che la Prof. era al suo primo anno da docente – dopo circa 10 anni di assistenza – ed anche primo appello), quindi tanta voglia e tanta grinta di voler fare tutto al massimo.
    Studentessa dice ancora che bisognerebbe far scoprire agli studenti quali talenti possono coltivare all’Università. Io mi sento di rispondere che se uno studente dopo aver acquisito un Diploma di Maturità, non è ancora in grado di capire quali talenti può coltivare, sinceramente tale studente è meglio rinunci all’Università. Una volta in possesso della Maturità, è assai grave non rendersi conto di quale sia l’Università adatta a se stessi, mi chiedo in caso contrario che Maturità si è acquisita? È pur vero che oggi non lo si definisce più Diploma di Maturità ma semplicemente Diploma. Chissà perché il termine Maturità è stato fatto sparire?
    Uno dei problemi della nostra Università è il corpo docente troppo vetusto, se non ricordo male il più vecchio nel mondo occidentale, bisogna svecchiare ed aprire ai giovani talenti, ci sono e sono anche molto seri ed equi oltre che bravi. L’esame dovrebbe essere sempre pubblico, pena nullità, il verbale andrebbe controfirmato da almeno 3 studenti a garanzia della pubblicità dello stesso, basta con le ragazze nei camerini dei Prof. Ci dovrebbe essere un limite alla ripetizione dell’esame orale, massimo 3 o 4 volte, se uno studente non è capace di autovalutarsi, allora non credo possa diventare in futuro un buon dottore.

  • Oggi sono circa 2mila i futuri medici e dentisti italiani che studiano nelle università romene. Meno problemi col numero chiuso, meno costosi i test. E vita universitaria meno faticosa. Ma c’è da fidarsi di un medico o di un dentista con titolo romeno? Gli studenti intervistati da Repubblica sono, ovviamente, entusiasti della scelta: le università sono serie e gli strumenti all’avanguardia, dicono.

  • Allora calo l´asso! Buona lettura.http://www.navedeglindignados.it/523/

  • Per la comodità di quanti non avessero voglia o tempo per studiare ma volessero conseguire ugualmente una Laurea, segnalo questa ottima Università:

    http://www.unihe.ch/ita/index.htm

    Questa Università apre le porte alla carriera.

    L’ho toccato con mano!!!

  • Un buon governo si adegua alle esigenze dei cittadini, un cattivo governo fa il contrario. Nel suo intervento “Studentessa Universitaria” parla dell’impossibilità di immatricolare tutti coloro che vorrebbero iscriversi al corso di laurea in medicina presentando diversi “problemi” di natura organizzativa sia a livello di spazi sia di didattica. A mio avviso non si tratta che di giustificazioni, invece di reali problemi. Se consideriamo il numero di studenti iscritti al test di medicina a Cagliari per l’a.a. 2013/2014 (oltre 2000) con una contribuzione media di 500 euro di tasse per studente verso l’Ateneo (questo è l’importo da versare con un reddito medio-basso annualmente), qualora avessero la possibilità di immatricolarsi, si arriverebbe a 1 milione di euro. Io credo che con una somma del genere si potrebbero fronteggiare tutti i problemi di natura organizzativa. Inoltre mi sembra scorretto accusare gli aspiranti medici di avere maggior interesse per l’aspetto economico che non per la professione in se, e di sicuro coloro che hanno già hanno superato il test non sono da considerarsi tutti medici per vocazione. Se la “Studentessa Universitaria” fosse davvero onesta ammetterebbe che anche tra i suoi colleghi studenti e tra gli specializzandi non sono pochi coloro che hanno scelto questa strada più pensando al 27 di ogni mese che non alla vocazione. In conclusione, il numero chiuso non seleziona in alcun modo i medici per passione da quelli per convenienza. In ultimo, cade a proposito l’articolo di oggi del Prof. Maninchedda su scuola e università. Cara “Studentessa Universitaria” sei consapevole che lo svantaggio della graduatoria nazionale (unita anche ad una riduzione dei posti per ciascuna scuola di specializzazione) che inevitabilmente colpirà i sardi laureati in medicina potrebbe riguardare anche te? Magari allora sì che la chiusura ti sembrerà ingiusta!

  • Da quello che mi risulta in Romania ci vanno, spesso, i figli di papà burriccos che hanno i soldi per comprarsi, di fatto, una laurea.
    Sono d’accordo che il problema sta a monte nel numero programmato,
    che va superato e che comunque,deve essere regionalizzato, ma anche i furbetti che vanno in Romania e simili in accoglienti università private simili a quella che ha laureato il Trota non mi sembrano da difendere più di tanto.
    Ti ricordo che, CEPU su questa scappatoia rumena o bulgara,
    ci fa i soldi e tanti!
    http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-159596119
    Quelli veramente bravi si iscrivono che so a Barcellona a Friburgo o a Bochum non alla Trota University!

  • Per Studentessa Universitaria: quando non esisteva il numero chiuso a Medicina, nei lontani anni “80, si iscrivevano ai corsi anche 1200 studenti.
    Nell’anno successivo al primo si iscrivevano circa 800 persone; al terzo anno erano circa 400 che poi in realtà arrivavano a laurearsi anche dopo 10 anni.
    Fra questi laureati in 10 anni erano tante le persone che ora svolgono la professione medica in modo esemplare.
    La professione medica è spendibile – sempre e ovunque nel globo – e pertanto applicare il numero chiuso che poi impedisce una giusta competizione ai pochi che vi accedono, è quanto di più innaturale, lobbistico e classista che si possa fare.
    Anche perchè esiste in itinere la naturale selezione naturale, che ora in realtà non esiste più.
    I criteri di ammissione ai corsi a numero chiuso non favoriscono i più bravi bensì i più scaltri ed elastici in certe condizioni, persone che poi non necessariamente saranno buoni medici.
    Il numero chiuso deve essere abolito per qualsiasi Facoltà; semmai devono essere introdotti severi criteri di espulsione per chi non riesce negli studi, senza però negargli il diritto all’accesso e alla competizione.

  • Gianni Benevole

    Credo che chi si è reso artefice di questa vergogna probabilmente non conosca una delle più importanti c.d ” coincidenze significative” che, negli ultimi 200 anni , hanno caratterizzato il particolare destino, strettamente incrociato, di Winston Churchill e di Alexander Fleming rispettivamente nobel della letteratura e della medicina.
    Non sarebbe male, inoltre, non perdere di vista la dichiarazione Onu dei Diritti dell’Uomo, visto che il diritto allo studio incarna una delle libertà fondamentali sancite dalla nostra Carta Costituzionale. Ogni deroga o eccezione è censurabile, specie se introdotta con leggine promulgate nel segno di una inaccettabile standardizzazione, dissimulanti in realtà ben altre ragioni. Dopo di che reputo che ciascuno di noi, secondo spirito e principi declinati dall’art. 3 della Costituzione Italiana, debba avere la possibilità di essere artefice del proprio destino. Nessuna giustificazione puó reggere ad una simile aberrazione del numero chiuso, che imporrei categoricamente solo in altri ambiti e contesti. In merito alle Università, ritengo che, più che gli studenti, al loro ingresso, debbano selezionare, con rigore, gli insegnanti e i professori che a vario titolo ne fanno parte ! Il tema prescelto è certamente complesso, ma molto coinvolgente. Offre interessanti spunti e argomenti di discussione, in relazione ai quali sarebbe interessante andare a scavare per bene, a 360^, con enorme soddisfazione. Procedete ragazzi senza demordere, butterete giù anche questo muro e supererete anche questo ostacolo!

  • Studentessa Universitaria

    Salve a tutti, sono una studentessa sarda universitaria e l’articolo sul numero chiuso imposto dagli atenei mi interessa molto, in quanto è un problema che riguarda i giovani della mia generazione. Al riguardo, vorrei raccontarvi la mia esperienza.
    Ho dato il test di medicina a Sassari 4 anni fa e l’ho passato: i candidati erano 893 per 110 posti. Ora, vi immaginate, senza il test d’ingresso, fare lezione al primo anno con 893 studenti? Quali aule dovrebbe predisporre l’università per accogliere tutte queste matricole? E ancora, immaginate gli appelli d’esame, gli esami orali: i colloqui andrebbero avanti per mesi. Inoltre, quando un professore deve insegnare la sua disciplina ad un tale numero di studenti, la qualità dell’insegnamento è spesso pessima. Insomma, immatricolare 893 studenti vorrebbe dire causare la paralisi della facoltà, con gravi problemi organizzativi.
    Sono d’accordo con voi:il test d’ingresso è ingiusto, non premia il merito e le competenze individuali del candidato, ma esso è il male minore, l’unica risorsa per far fronte alla valanga di aspiranti medici che ogni anno si presenta a sostenere la prova. Il problema, secondo l’opinione mia e di tanti altri colleghi, è un altro: perché in Italia abbiamo un così alto numero di persone che vuole studiare Medicina? Perché questo problema non si presenta in Francia, Germania, Regno Unito, ma solo nella nostra penisola? Penso che il problema sia attribuibile al modo in cui vengono presentate la facoltà di Medicina e la professione medica. Un giovane diplomato, al momento di iscriversi all’università, tenta il test di Medicina perché ha idea di trovare lavoro subito dopo la laurea, di guadagnare tanto e di non avere un impiego precario. Niente di più lontano dalla realtà: oggi anche un giovane medico ha un posto di lavoro precario, non guadagna tantissimo e non è detto che trovi un impiego subito dopo la laurea.
    Altri studenti tentano il test di Medicina dopo aver tentato quello di Architettura, Professioni Sanitarie, Biologia, CTF e via discorrendo. Non sanno, in pratica, quale strada intraprendere in futuro.
    Bisognerebbe, quindi, orientare meglio gli studenti nella loro scelta, facendo scoprire loro quali talenti possono coltivare al meglio all’università.

  • Il numero chiuso imposto ai diversi corsi di laurea in Sardegna e in Italia, spesso, non è altro che un ostacolo alla futura carriera di giovani dotati e meritevoli. Tant’è che i famosi test d’ingresso a risposta multipla non sono affatto idonei a misurare l’adeguata preparazione dei candidati e ancora meno a stabilire l’inclinazione per una certa professione a scapito di un’altra. Inoltre, se questo metodo di valutazione fosse così valido, com’è che basta presentarsi ad una selezione per lo stesso identico corso di laurea (es. medicina) in una qualsiasi università privata all’interno del territorio nazionale e i paramentri di giudizio sono completamente diversi? E ancora, se questi test fossero così attendibili e verificassero nient’altro che il merito, com’è che anche tra i fortunati che riescono al primo tentativo a superarli, una discreta fetta o abbandona del tutto il corso di studi, oppure impiega perfino il doppio della durata legale per conseguire la laurea? Questo dimostra che il numero chiuso non è certo un sistema basato sulla meritocrazia, quindi alla domanda: è giusto il numero chiuso all’università? La risposta dovrebbe essere sempre e per tutti: NO GRAZIE!

  • Il sistema di premialità/penalità secondo me dovrebbe esaltare, in entrata, anche le attitudini e gli skills personali pregressi.
    Possibile che non si sia in grado di dire ad un ragazzo “sei più portato a …”, “avresti molte difficoltà in …”?

    Non dico che i test debbano chiudere completamente delle porte, ma di sicuro, quantomeno ostacolare percorsi probabilmente errati e facilitarne altri.
    Sia nell’ottica individuale che in quella della comunità.
    Perché se è vero che “ontologicamente l’università non ha l’obbligo di un rapporto diretto con una specifica domanda di lavoro”, è anche vero che sono gli stessi studenti che all’università cercano e chiedono lavoro, reddito, un posto stabile nel mondo.

Invia un commento