Guarda che chiamo mio fratello

12 febbraio 2014 17:323 commentiViews: 1605

fratellidi Paolo Maninchedda
C’era un tizio a Macomer, tanto tempo fa, quando eravamo bambini e si bisticciava per le biglie e per il pallone, che non appena si arrivava a qualche spinta e qualche pugno diceva: “Guarda che chiamo mio fratello”. Il fratello in questione era un tipo grosso e spiccio, poche parole e molti colpi, ma non era il più grosso del paese, né il più spiccio. Ne ho buscato anch’io da lui, quando ancora, dietro via Taormina, c’era un campetto (mezzo stagnoso) e lì vicino rimaneva sempre aperto il negozietto di alimentari dei Melis che faceva i panini alla mortadella-doppia più buoni e mai comparsi sulla faccia della terra.
Fatto è che arrivò in paese una famiglia di pastori di Gavoi; uno di loro cominciò a giocare con noi. Solita rissa in area, solita storia del prepotente  col fratello forte, e solita frase: “chiamo mio fratello”. Il gavoese new entry non si spaventa e chiama a sua volta suo fratello, più grosso, più forte e più spiccio dell’altro. Una scena da tempo sospeso, come nei film di Sergio Leone.
Il fratello picchiatore tradizionale sfida: “E prova a toccarlo, se hai coraggio”. Quello di Gavoi bum, piazza al prepotente più piccolo uno sganassone forte e secco alla guancia destra. Noi, disposti a braccia conserte intorno, pantaloncini corti e gambe sporche, assistevamo composti alla fine della tirannide.
Il fratello picchiatore tradizionale: “E prova a dargliene un altro, se hai coraggio”. E quello di Gavoi: Bum, all’altra guancia. Il fratello picchiatore tradizionale, che aveva una fifa evidente, stava lì inebetito, bianco come un lenzuolo. Claudio, che ne aveva buscato da lui la settimana prima, non si trattenne: “A lu bies? Sa vida est una roda; una orta in susu e una in giosso. Gai imparas”. Ma quello imperterrito continuava: “Ma allora non ci siamo capiti. Prova a toccarlo di nuovo”. Il gavoese stava caricando un’altra sberla, quando il fratellino disse: “Ajò Antò, ghiradicche; si ti ses cagande tue no ‘nde deppo leare deo”. Risate, battute e mortadella e ripristino della libertà di bisticcio in area.
Ho ripensato a questo quadretto quando ieri ho letto il messaggino inviato a tanti sindaci, invitati ad andare a chiudere la campagna di Ugo Cappellacci a Ala Birdi alla presenza del fratellone Silvio. Ho pensato che se si deve chiamare ancora un fratellone, è evidente che le si sta prendendo davvero.

3 Commenti

  • Penso proprio che sarà così!!!!!

  • Con una differenza:adesso le prendono entrambi!!!

  • Ogni mattina, in particolar modo quelle che passo nel mio posto di lavoro, una delle prime cose che faccio, ormai quasi con “avidità”, è quella di andare a vedere le novità di questo “magazine” e devo dire che oltre ha trovare contributi veri, appassionati ed interessanti, oltre ad un concentrato utilissimo di informazioni locali, ma non solo, spesso mi capita, come in questo caso, grazie certamente all’abilità dell’autore nel legare storie del vissuto con la stringente attualità, di rivivere sensazioni e ricordi di gradevole nostalgia, legate a tempi e luoghi, che sono parte importante nell’archivio dei miei affetti. Però in questo caso, caro Paolo, devo aimè segnalarti che a mio avviso, il Tuo post ha travisato la notizia! Infatti a dire il vero, l’intervento a sostegno di Ugo – Massimiliano, ad Arborea non sarà opera del Fratellone Silvio, bensì del vero “Deus ex Machina” dell’azione continentale a sostegno del citato presidente uscente, ovverosia del vero orizzonte, stella polare e speaker, della proposta politico-amministrativa della Capellacci & Co. S.p.a., l’ormai incontrastato ed immancabile “DUDU’”. Per cui mi permetto di suggerire un azione di contrasto, con una piccola variazione riguardo ai protagonisti sugli attuali sviluppi della vicenda, in questo caso date le circostanze, al posto del pastore di Gavoi, propongo di ingaggiare un “Pastore Fonnese”.

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