Primo Glossarietto indipendentista

8 ottobre 2010 07:1816 commentiViews: 24

093(Ho pubblicato questo articoletto su richiesta della rivista Non solo Nord di Sassari)

La presentazione in Consiglio regionale, da parte del Partito Sardo d’Azione, della mozione sull’indipendenza della Sardegna (Mozione n. 6 del 21 maggio 2009) ha dato dignità istituzionale e parlamentare al termine e alla cultura indipendentisti, restati troppo a lungo prigionieri, almeno nella percezione della gente, degli estremismi ideologici extraparlamentari. Per tentare di spiegare che cosa sta accadendo in questi giorni in Sardegna, forse la forma migliore è quella del glossario, antico strumento didattico nato per illustrare il significato delle parole che si usano.

Indipendenza L’indipendenza è oggi il progetto politico di quanti ritengono che la società sarda sia la titolare legittima della sovranità che la riguarda e quindi abbia diritto ad esercitare, attraverso le proprie istituzioni, tutti i poteri connessi a questa sovranità.

Coscienza indipendentista C’è una nuova coscienza indipendentista dei sardi, che è maturata senza cercare, per legittimarsi, motivazioni storiche come si faceva nel Risorgimento: il senso dell’indipendenza dei sardi di oggi nasce dall’esperienza della responsabilità. In molti sono andati dalla Sardegna in giro per il mondo a lavorare, a studiare, a mettersi alla prova.
Hanno sperimentato che spesso noi sardi sappiamo stare al mondo meglio degli altri; questa coscienza che la cittadinanza del mondo non ci è preclusa, ha portato molti a volerla tradurre da un percorso soggettivo in un fatto sociale e politico. Le esperienze di lavoro, di istruzione e di cultura fatte dai sardi in Sardegna e fuori dalla Sardegna stanno alla società sarda di oggi come la Grande guerra è stata ai sardi di ieri: abbiamo fiducia e capacità nel nostro fare. E’ finita la paura di non farcela; abbiamo la coscienza di sapere come fare.
Noi oggi sappiamo fare ciò che i reduci non potevano saper fare: noi sappiamo di finanza, di istituzioni, di scienza, di economia e sappiamo anche governare, perché anche governando male e facendo errori si impara a governare.
Noi oggi non diciamo che siamo una nazione perché abbiamo una lingua; diciamo che vogliamo essere uno stato per difendere e promuovere la nostra lingua, le nostre lingue.
Noi oggi siamo come i reduci della Grande guerra avrebbero voluto essere: siamo capaci di governare le sfide che ci riguardano.

Rivoluzione L’attuale indipendentismo non è rivoluzionario, ma riformista e pertanto non concepisce l’indipendenza come un interruttore che realizza il suo scopo con un singolo atto istantaneo, ma la intende come un processo che si realizza col consenso della società sarda e attraverso le forme della democrazia previste dalle leggi vigenti.

Separatismo L’accusa di separatismo, mossa al nuovo indipendentismo sardo unicamente dagli esponenti di una certa borghesia sassarese (educata a usare la Sardegna per far carriera in Italia), peraltro tutti figlioletti di Francisco Vico, che si sentiva sassarese, spagnolo e funzionario del re prima che sardo (Cossiga docet), è assolutamente infondata. Nessun indipendentista propugna disegni di separazione dall’Italia attraverso dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Gli indipendentisti parlano di voler rompere i rapporti di subordinazione attuali per rinegoziarli, con l’Italia e con l’Europa, in rapporti tra sovranità originarie e interdipendenti che si rispettino. Per essere autenticamente federalisti bisogna essere indipendentisti.

Autarchia Altra solennissima stupidaggine (prodotta sempre dai salottini rosa dei borghesi-pancia-piena del capoluogo turritano) è l’affermazione secondo cui, perché si possa dimostrare la praticabilità dell’indipendenza, si dovrebbe dimostrare l’autosufficienza economica della Sardegna. Nessuno Stato al mondo vive separato dagli altri, ma non per questo affida la propria sovranità a chiunque o se ne disinteressa. Il problema è regolare i vincoli di interdipendenza senza che questi generino subordinazione.

Autonomia Il pensiero autonomista non è più adeguato a rappresentare il problema politico della sovranità della Sardegna. Infatti l’autonomia parte dal presupposto che la sovranità legittima sia del popolo e dello Stato italiani, i quali possono delegarne (e quindi anche revocarne) solo l’esercizio parziale (cioè limitato ad alcune funzioni ed in alcuni territori). Questa impostazione incide, sempre a vantaggio dello Stato e mai della Sardegna, da un lato sul problema delle risorse e del fisco, cioè di chi decide quanto è il prelievo fiscale, di come debba agire (cioè quanto è adeguato al sistema economico) e di come venga distribuito il gettito; dall’altro sui presupposti politici di legittimazione e di forza con cui lo Stato e la Regione andranno a negoziare in vista del nuovo Statuto di autonomia. Andare ad elaborare e negoziare un nuovo Statuto con lo Stato, a partire da un pensiero autonomista significa accettare di non essere titolari di una sovranità originaria ma solo di una potenziale delega.

Identità Possedere un’identità personale significa possedere un’ordinata visione e organizzazione di sé; possedere un’identità di popolo significa avere un’ordinata visione e organizzazione del proprio futuro, del proprio dovere, della propria responsabilità, del proprio sviluppo e della propria felicità. L’identità non è data né dalla storia né dalle tradizioni, ma dal disegno e dal patto politico e civile in grado di dare un senso al passato, al presente e al futuro. L’identità non è un fatto naturale, ma il risultato di una volontà collettiva culturalmente organizzata e ordinata. Per cui, l’identità non è da dimostrare ma da elaborare, da volere, da sentire.

Italia La Costituzione della Repubblica italiana è drammaticamente in crisi di consensi. Non regge più il sistema dell’equilibrio tra i poteri dello stato, è in crisi il Parlamento, l’istituzione principe della democrazia; non regge, ed è sotto gli occhi di tutti, il rapporto tra il potere esecutivo e il potere giudiziario e tra il potere giudiziario e i diritti dei cittadini; è in crisi anche il quarto potere, quelle dell’informazione; anche la parte dei cosiddetti principi della Costituzione è in crisi di consenso da quando è stato accettato, a Destra e a sinistra, che i diritti non possono essere considerati valori senza prezzo, ma devono essere parametrati rispetto a un costo che ne decide la sostenibilità e la vigenza.
E’ in crisi la libertà, oppressa da una burocrazia irresponsabile e da una finanza ormai dotata di immunità e impunità.
E’ in crisi la struttura unitaria dello Stato, il suo rapporto con i cittadini, le comunità, i Comuni , le Regioni, crisi che la riforma del Titolo V non ha minimamente sanato. Perché l’esperienza delle autonomie locali ha posto all’Italia un problema risolto male dal Risorgimento e acuito dal fascismo: il problema è quello di quale sia il luogo di residenza della sovranità che è poi quello di quale sia il luogo che legittima all’esercizio del potere.
Le famiglia, i corpi intermedi, i Comuni, le regioni, sono ormai consapevoli che sono titolari di una sovranità originaria che li legittima ad esercitare poteri originari; questa coscienza mette in crisi ogni forma di autonomismo, fondato sempre e comunque sull’idea di una sovranità centrale, revocabile, esercitabile perifericamente solo per delega.
Non si può difendere la sussidiarietà, come si fa oggi, e parlare di autonomia; la sussidiarietà si lega al federalismo, generato dalla fides e dal foedus tra sovranità originarie solidali; la sussidiarietà non si lega all’autonomia, che invece presuppone un solo potere centrale, unico legittimato a delegare l’esercizio delle funzioni sovrane e che per di più, per pura e folle eredità hegeliana, è un potere centrale che pretende di essere l’unico educatore (in contrasto con la libertà dei singoli, con la libertà della cultura e col diritto della famiglia) dei suoi cittadini.

Federalismo fiscale Il federalismo fiscale della Lega è contro la Sardegna. Esso è nella sostanza un sistema di fiscalità di vantaggio per le zone ricche d’Italia. Bisogno opporcisi ponendo il problema della rinegoziazione del patto fondativo dell’Italia: o è tra Stati liberi e eguali o è meglio che non sia.

16 Commenti

  • Monaco Vincenzo Carlo

    Nel glossario potrebbe essere compresa la parola AMORE, che in politica non si usa, per dimostrare come l’indipendenza della sardegna può essere lo strumento istituzionale per permettere al Popolo Sardo di contribuire a risolvere metodologicamente i problemi di un mondo alla deriva, facendo tesoro e virtu del COMUNITARISMO SARDO, valido nel passato, nel presente e soprattutto nel futuro. Con questo intervento provo a dimostrare in modo sintetico il modello sardo.

    L’Indipendenza della Sardegna, un atto d’amore verso il mondo
    Diceva Antoni Simon Mossa:
    “Storicamente siamo una Comunità Etnica distinta e omogenea, e in nome di questa realtà, reclamiamo i nostri diritti non solo di fronte all’Italia ma a tutto il mondo civile”. Attualissimo.
    Scorrendo gli interventi sulla stampa di queste settimane, gli interventi nei siti dei partiti e dei movimenti politici a favore o contrari alla indipendenza della Sardegna, si riscontra un atteggiamento fondamentalmente rivendicativo verso lo Stato italiano e verso le Istituzioni Europee in termini di responsabilità per situazioni di colonizzazione centralista e finanziamenti distolti dalle reali esigenze dei cittadini sardi. Siamo colonizzati e si sfrutta la nostra vita e si nega la nostra felicità, si sfrutta la nostra terra e non si riconosce la nostra sovranità sul territorio della Sardegna.
    Ma reclamati inutilmente i nostri diritti, nonostante tutto, siamo ancora Nazione e Popolo Sardo, ed allora proviamo a considerare i nostri doveri di fronte al mondo civile ed all’Italia.
    Verso l’Italia: è nostro dovere, avendo governato costantemente nell’epoca repubblicana e democratica, ai vertici delle istituzioni italiane e dei partiti, ripeto è nostro dovere dare una mano all’Italia ad uscire dall’imbuto in cui si è cacciata per responsabilità di stato e di stati e per eccesso di capitalismo selvaggio e globale. Aiutiamo l’Italia a riformarsi per recuperare democrazia e giustizia. Creiamo un nuovo modello basato sui valori di quel popolo che noi sardi siamo e sperimentiamolo nella nostra Nazione Sarda ed assurgiamo a Stato Indipendente.
    Verso l’Europa: contribuiamo a completare il processo di democrazia interna dell’unione europea con l’allargamento interno istituzionale della realtà delle Comunità Etniche, mature per diventare Stati, definendo così il progetto di Federalismo dei Popoli Europei con una riforma istituzionale di vera libertà democratica. Federalismo delle Comunità ed apertura costante ai nuovi Stati in formazione all’interno della U.E. Regole di vera democrazia e non di esclusiva coesione finalizzata alla integrazione burocratica, economica e finanziaria. E’ giunto il momento storico per un Modello Federale Europeo.
    Verso il mondo civile: il modello indipendente del Popolo Sardo e del neo Stato è funzionale e finalizzato ad individuare percorsi virtuosi di recupero di valori identitari, sociali e solidali concreti, radicati nel vivo della cultura sarda e del suo popolo per superare le speculazioni globali e regionali del mondo, facendo leva sui patrimoni umani intrinseci e radicati nel comunitarismo solidale diffuso del popolo dell’interno sardo, evoluto modernamente lungo le coste e le città. Non vi è contrasto tra i patrimoni popolari ma sintesi e integrazione sempre adeguati ai tempi che cambiano, capaci di tenere sempre vivace il ceppo comunitario sardo.
    La Globalizzazione speculativa non sopprime le identità del globo ma le stressa senza razionalità equa e nell’interesse di una dominazione al di sopra degli Stati e delle Nazioni.
    E nel popolo Sardo è presente l’identità che limita la corsa al “genocidio” dei popoli ed in particolare di quello esistente in Sardegna. Il genocidio morale e sociale, perpetrato anche nella contemporaneità non ha ucciso il popolo e la sua comunità sarda. Il modello alternativo o limitativo che il popolo può creare per frenare la deriva consumistica e speculativa, è suggerito e proviene dal ceppo originario vitale del modello comunitario sardo. Non isolamento ma modello interno di possibile integrazione, dimostrato dalla elevata capacità di accoglienza del popolo verso altri popoli e di inserimento positivo del popolo sardo tra gli altri popoli accoglienti. Modello interno ed esterno di capacità di convivenza e di interscambio sia culturale che produttivo e soprattutto di ricerca innovativa e conservativa delle positività vitali. Un popolo con capacità di contribuire alla soluzione dei propri problemi strategici e di quelli degli appartenenti ad altri popoli.
    La consapevolezza piena della nostra oppressione “falsamente democratica” fa del popolo Sardo il più adatto per la necessaria “evoluzione popolare” ed alla Indipendenza istituzionale che permette di esercitare l’autogoverno e l’autodeterminazione a favore di se stessi e degli altri popoli, requisiti necessari ed indispensabili per diventare POPOLO PROTAGONISTA della più importanti e vitale storia necessaria per il mondo. Riuscirà però il popolo sardo ad impadronirsi di questo ruolo?
    Essendo l’unico con tutti i requisiti di popolo, diverso ma simile a tutti i popoli in Europa e nel mondo, si ritiene possa essere il più adatto a svolgere questo ruolo trovandosi oggi nelle posizioni istituzionali favorevoli. Su cosa possiamo a questo punto fondare la forza per raggiungere gli obiettivi legati ai doveri e riuscire a riequilibrare gli scompensi provocati dai diritti mancati? Sulla volontà popolare, non solo in termini di dichiarazione di volontà della indipendenza della Sardegna dall’Italia, sia pur nell’ambito di una ipotetica volontà di Federazione o Confederazione tra Regioni e nuovi Stati. Non è possibile realizzare il Federalismo a tavolino o dagli scranni parlamentari, neanche quello fiscale. Domandiamo allora se il popolo sardo la forza necessaria per ottemperare a questi doveri verso l’umanità? Se è capace con la sua classe dirigente a governare tutti i processi necessari per raggiungere l’indipendenza dello Stato Sardo e soddisfare con concretezza e dignità i suoi doveri? Ha la volontà di assumersi queste responsabilità rappresentando il primo modello del nuovo equilibrio mondiale del periodo post contemporaneo?
    Rispondendo a queste domande affermativamente si predispongono le fondamenta del progetto di indipendenza del nuovo Stato Sardo, superando l’autonomia, il regionalismo, il meridionalismo e l’illusione del centralismo mediterraneo ed europeo. Non ci sono soluzioni di mezzo o mezze soluzioni funzionali ad obiettivi individuali, di gruppo, di partito o di partiti, di schieramenti e di nuove alleanze per l’occasione, tappe intermedie di modifiche autonomiste o sovraniste mascherate dalla parola indipendenza. La storia ed i suoi tempi non lo permettono più. E’ giunta l’ora di assumerci come popolo la globale responsabilità verso la storia, verso l’intera umanità e la nostra terra, perché come popolo sardo abbiamo veramente tutti i requisiti. E se tutto dovesse rivelarsi un fallimento , sarà la storia, quella che vivremo come sardi del mondo e per il mondo, a dimostrare che un piccolo popolo senza ricchezze materiali, in un’isola del mediterraneo ha tentato di seminare un nuovo modello di vita nel solco del XXI secolo.
    Non è il tempo del mercato delle riforme, ti chiedo indipendenza per ottenere più autonomia da chiamare “sovranità “, non è tempo di scimmiottare i siciliani o qualsiasi altro popolo d’Italia o d’Europa. E’ il tempo dell’azione del popolo sardo in grado di compiere un grande atto di amore verso il mondo.
    Spetta quindi anche alla classe politica dirigente non Indipendentista, di destra, di centro e di sinistra, prendere una decisione storica che consideri l’indipendenza della Sardegna necessaria per evitare che la prudenza li faccia traditori. Il popolo sardo potrebbe rivelarsi il “popolo eletto” perché lo spirito del Comunitarismo è incarnato ancor oggi e va solo riscoperto e vissuto.
    La forza di questo comunitarismo, nonostante sia ancestrale nei sardi, è attualissimo per le necessità di recuperare quei valori positivi intimi e condivisi che costituiscono la saggezza delle collettività. Un comunitarismo per una nuova vita degli esseri umani capaci di governare con nuovi modelli la vita attuale e quella futura. E l’indipendenza della Sardegna serve ai sardi per riscoprire e rivivere attualizzandolo, il patrimonio del nostro comunitarismo.
    Vincenzo Carlo Monaco

  • Per Decarali: ci sono diverse interpretazioni naturalmente dell’essere indipendentisti. E diversamente dall’estero, in Sardegna l’indipendentismo non ha particolare esperienza nell’applicazione di un particolare percorso. Anche perché l’indipendentismo Sardo è un fenomeno relativamente recente (al di là della piccola Lega Sarda di Bastià Pirisi), e solo recentemente ha iniziato a riformarsi per concepirsi come forza capace di amministrare ma soprattutto di modificare lo status quo (cosa per cui il Sardismo paga innumerevoli ritardi e COLPEVOLI distrazioni nel corso degli anni).

    Il PSD’AZ sostanzialmente è quello che dal 1980 – ma anche da alcuni scitti di Bellieni come ha giustamente ricordato Michele Pinna in altro intervento – aveva già stabilito un’ipotesi di percorso: rinegoziare il patto con l’Italia da pari. Nello statuto sardista infatti si parla di indipendenza ma anche di federalismo, nella misura in cui lo stato centrale dovrebbe devolvere poteri alla nostra comunità ma ad un livello paritario, quindi previa formazione di un nuovo stato (Sardo) con relativa trasformazione della rigidità costituzionale attuale.
    E sappiamo tutti quanto sia difficile nelle condizioni attuali.

    Io personalmente la trovo una pista molto più complessa rispetto ad un potenziamento graduale della sovranità (e quindi dell’Autonomia).
    Un potenziamento dell’Autonomia non implica giocoforza che in un eventuale processo indipendentista si arrivi immediatamente alla costituzione di un nuovo Stato. Ancora meno poi oggi si potrebbe fare l’indipendenza di uno Stato Sardo con una popolazione (ed una classe politica) che si sente italiana.

    Ha detto bene Gianfranco Pintore qualche giorno fa, attualmente non conta tanto la formalità dell’istituzione in sé ma la qualità e la quantità di sovranità effettivamente conseguibile per valorizzare al meglio i nostri interessi territoriali (economici e culturali vari).
    Il resto lo decideranno i cittadini quando nel corso del tempo assorbiranno i pregi di tali riforme e matureranno maggior coscienza territoriale.

    Ma io ho sempre pensato che prima ancora di passare alle riforme istituzionali si sarebbe dovuto mettere mano agli strumenti politici con cui ragionare su quelle riforme. Parlo dei movimenti Sardi. Con questo livello di frammentazione e di scarso peso dei singoli partiti Sardi non c’è di che farsi illusioni. Ma è interessante a questo riguardo osservare quale politica 2 partiti di maggioranza come i Sardisti ed i Riformatori a breve potranno portare avanti.

    Mi spiace per Nino che parla di opportunismo, ma se fossi interessato a fare soldi, notorietà e simpatia con la politica non mi sarei certo scelto l’indipendentismo (ed ancora meno la critica di certo indipendentismo), ma un qualsiasi partito italiano. E forse non ci avrei messo nulla a prendere per i fondelli tante brave persone con un po di oratoria per avere voti e poggiarmi le chiappe da qualche parte. Inoltre, almeno per questo periodo…il panorama politico mi pare sufficientemente inflazionato da personaggi ed interessi vari…

  • Presnaghe Decarali

    Mi piace molto tutto ciò. Bene qualunque movimento che persegua questi obiettivi nella non-vilenza e nel rispetto delle leggi vigenti.
    Ma mi viene un dubbio, forse un cavillo giuridico, ma forse un vero nodo. Premesso che so poco di giurisdizione e ancor meno di teoria giuridica,mi chiedo: ma come si può reclamare una sovranità senza separarsi?
    Viene detto, nel glossarietto, che:
    “Nessun indipendentista propugna disegni di separazione dall’Italia attraverso dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Gli indipendentisti parlano di voler rompere i rapporti di subordinazione attuali per rinegoziarli, con l’Italia e con l’Europa, in rapporti tra sovranità originarie e interdipendenti che si rispettino. Per essere autenticamente federalisti bisogna essere indipendentisti.”
    OK, tutto ciò mi sta bene in linea di massima e anche di principio; ma come si può – ripeto – reclamare la sovranità, senza la separazione?, perché, e soprattutto come, giuridicamente, l’Italia dovrebbe/potrebbe rinunciare alla sovranità in una parte del suo territorio?
    I diversi stati federali attuali collocati all’interno di una (con)federazione (p.es. USA, Germania, Svizzera, ecc.) hanno una loro sovranità sul loro territorio? una sovranità totale?, oppure hanno solo spezzoni di sovranità? una sovranità limitata, si sarebbe detto in altri tempi.
    Ditemi, please, o po piaghere, si cheris menzus.

  • Piero Atzori

    @Claudio, forse ha ragione lei. Sarà che sono condizionato dall’idea che si debbano doversi fare i conti con una certa sinistra che, al pari del fascismo, da troppo tempo si frappone sulla via dell’autodeterminazione dei sardi. Se certa sinistra vuole contrastare la lega lo faccia con i suoi argomenti che noi cercheremo di farlo con i nostri, attingendo dalla nostra storia negata e dalla nostra visione del mondo.
    La ringrazio per il link completo di tutti gli interventi su autonomia e indipendenza. Alcuni mi erano sfuggiti.

  • Per Piero Atzori..
    Penso che Paolo Maninchedda, si riferisca a ben altri personaggi…pur non nominandoli.
    Può darsi che mi sbagli, ma rileggendo gli interventi sulle pagine della Nuova Sardegna, e su altri giornali, penso si riferisca a quei politici che la pancia la riempiono in Sardegna per fare poi ”carriera” a Roma (ad es Segni…Parisi…e aggiungo anche Pisanu).

    http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/la-nuova-autonomia/2388026

    Claudio

  • Caro Ettore ti informo che la tua scelta non ha scatenato in me scenate di gelosia.
    Riconfermo tutto con l’aggiunta: non apprezzo gli opportunisti, quando poi salgono in cattedra ancora meno.
    Buona giornata.

  • Onorevole, intanto le chiedo scusa per l’intervento senz’altro fuori tema.

    E’ di ieri la notizia, apparsa sul giornale online ilmiogiornale.com, secondo la quale il giudice del lavoro di Cagliari avrebbe sospeso il bando regionale relativo all’assunzione di 42 funzionari per comportamento antisindacale.

    Non entro nel merito della vicenda, che non m’interessa.
    Nè m’interessa contestare il bando per come è stato fatto, posto che, alla PA si dovrebbe accedere per concorso pubblico.
    M’interessano di più le conseguenze. Sono 7 mila gli iscritti a questo concorso. Un esercito di 7 mila disperati, senza nessuna prospettiva e opportunità, trentenni letteralmente fuori dal mercato del lavoro che vivono in casa dei propri genitori, menomati e mortificati nel loro sviluppo individuale: 7 mila, tra disoccupati e inoccupati, laureati borderline, che sperano, non dico in un lavoro, ma in una possibilità: un ambito nel quale potersi finalmente esprimere.

    7 mila disperati che hanno speso gli ultimi soldi in manuali il più possibile aggiornati; che hanno fatto delle rinunce, investendo tempo prezioso nello studio.

    Mi dica lei se questa è una Sardegna che può andare così.
    E se le legittime aspirazioni indipendentiste di noi tutti non siano fuori luogo, e addirittura fuori dal mondo, in una Sardegna che svilisce i popri figli costringendoli a stuprare qualsiasi aspirazione di emancipazione.

    Vogliamo quel concorso. Vogliamo quel concorso perchè è una opportunità. A voi la palla.

  • piero atzori

    Mi trovo in sintonia con Paolo Maninchedda, tranne nel ruolo che egli assegna alla lingua sarda. Ho notato come Maninchedda scelga di non nominare i noti borghesi a brente prena di Sassari, di formazione marxista, integralisti della Costituzione e sprezzanti verso i nostri antichi Stamenti. In segreto costoro continuano a osannare Togliatti, il “porco” che fu favorevole all’invasione sovietica dell’Ungheria e che riuscì a far somigliare la Costituzione italiana a quella sovietica del 1947. Prima o poi lo scontro frontale con simile genia rinunciataria,impiccababbu, con una perenne puzza sotto il naso ci dovrà pur essere.

  • Evelina Angela Pinna

    Nobile contributo alla migliore interpretazione del grappolo di valori della democrazia indipendentista sarda, con un pizzico di revisione al vecchio statuto, alla luce dei rimaturati valori di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà e cittadinanza europea.
    Un glossario-taccuino ben venga a identificare quale politica riformatrice voglia compiere il sardismo moderno, all’avanguardia europeista, occidentale, pluralista, rispettoso delle regole di mercato e delle culture diverse.
    Molto sardismo odierno esiste ed insiste sottoforma di sardismo sommerso, diversamente espresso o eterogeneamente mescolato nel voto di altri partiti. Molti elettori sarebbero pronti ad emergere a un consenso sardista orgogliosamente espresso, purchè si spieghi loro l’organizzazione e il metodo del nuovo sardismo. Poco compresi.
    Il dibattito attuale sul federalismo offre l’occasione per ridiscutere le convinzioni del partito, nelle tappe progressive di un processo rifondatore delle istituzioni e dell’economia che ancora sembrano utopia. Una carta di valori, puliti, univoci ed elastici nel loro significato, serve anche a stimolare l’esercizio della fantasia rispetto alle politiche che tali valori possono ispirare.
    Nel partito vecchio ad esempio, il ceto intellettuale (pur di notabili) decifrava i messaggi ideologici in senso retrospettivo, con gran senso di rivendicazione o di rivalsa verso gli uomini e la storia. Oggi questa inclinazione al revisionismo storico, pur talvolta necessaria ad inquadrare certi aspetti del cambiamento, è abbandonata. Molta retroguardia intellettuale, quella che ingabbiava il partito nella fissità dei simboli e delle suggestioni politiche, a un certo punto si è ritrovata disoccupata e ha preferito allontanarsi dalla compagine. Nel partito nuovo, più programmatico che ideologico, è regola perentoria guardare al futuro all’insegna del dialogo pacifico, con apertura circolare alle alleanze fattive.

  • nino, già è poco acido, Lei !

  • Nino data la tua nota intelligenza mi permetto di sottolineare con forza che non concordo affatto con le tue “riflessioni”, con rinnovata stima ettore

  • Caro Nino, mi vengono in mente quei non pochi periodi in cui dal PSD’AZ vennero defenestrati via personaggi come Simon Mossa…
    Per fortuna nel vostro partito oggi c’è più apertura e non si tende ad allontanare le persone prima ancora che queste abbiamo manifestato l’intenzione di entrarci…

  • Bomboi ovvero: ma il discorso è un’altro. Questa volta condivide la sostanza ma non la forma e giù il richiamo ad abbeverarsi a sanatzione.
    Il libretto di Mao del terzo millennio, con il quale si è magari anche crogiolato prima del 2005, anno da cui data il suo indipendentismo.
    Pensate che radici! Più terra terra cerca un posto a tavola.
    Non ha ancora capito che il Partito Sardo D’Azione non ha bisogno delle sue “riflessioni”.

  • Non condivido alcuni punti ma concordo sulla sostanza. La lingua da sola non fa la nazione, ma nel nostro caso, la nazione sarà costituita anche da essa, ne è parte costitutiva. Perché senza elementi endemici di coesione sociale (che se ci sono, vanno tutelati e diffusi affinché si evolvano), la sola responsabilità non giustificherebbe (in un territorio quasi completamente omologato in tutto e per tutto alla nazione italiana) una forte coscienza indipendentista. E se non ci sono caratteristiche territoriali da difendere al di là di quelle economiche, bisogna valutare se sia utile o meno fare un nuovo Stato o piuttosto occuparsi di riformare quello esistente.
    In Canada la politica nazionalista è forte anche e soprattutto perché ricorda alla federazione la peculiarità della sua minoranza linguistica. In Sardegna questo non succede, per una serie di motivi, politici, culturali e linguistici. Qualche idea sul tema: http://www.sanatzione.eu/2010/10/il-senso-di-essere-liberal-nazionalista/

    La nazione inoltre è un cosìddetto gruppo sociale (costituito da diversi elementi, tangibili e non tangibili), ed anche la storia contribuisce a costruire un’identità nazionale condivisa laddove presenta fattori di differenziazione rispetto al resto dello stato-nazione. Basti guardare alla spinta propulsiva seguita da diversi stati arabi con il crollo dell’Impero Ottomano, come le scoperte archeologiche dell’Egitto tra 800 e 900, che saldarono l’ideologia nazionale locale contrapposta a quella turca e successivamente inglese. Ma non è necessario che nella storia si debba trovare chissà quale mitico passato o forzare quella che è una semplice successione di fatti nel tempo per piegarla alla costruzione di un nazionalismo che ci riporterebbe a quello mitologico di matrice risorgimentale, e di cui non abbiamo bisogno.
    Ecco perché sbaglia chi nei Giudicati ad esempio vede (come in quello arborense) una “nazione sarda perduta” (che in realtà non c’era). Sul tema: http://www.sanatzione.eu/2009/12/storia-sarda-o-storia-nazionale-sarda/

    Nel 2005 chiamammo U.R.N. la nostra associazione (Unione per la Responsabilità Nazionale) proprio per il criterio di coscienza e di responsabilità basata sull’esperienza che ricorda nel suo glossario Maninchedda.

    Fino a pochi anni fa purtroppo l’indipendentismo era ancora schiavo della retorica della Guerra Fredda in cui è nato, all’ipotesi riformista veniva contrapposta quella rivoluzionaria, benché in verità in Sardegna quest’ultima non si è mai concretizzata e fino a poco tempo fa è rimasto lo slogan “indipendentzia” da urlare e basta, ignorandone però un parallelo processo riformista. Sul tema, un riassunto in un articolo dell’anno scorso “Rivoluzione o riforme?”: http://www.urn-indipendentzia.com/URN/URN%20Sardinnya%20-%20Sa%20Natzione%3b%20Riforme,%20capire%20il%20DNA%20del%20Nazionalismo%20Sardo.pdf

  • marco m. cocco

    Bene, bravo Paolo,
    Evitiamo di fare finire nel dimenticatoio la mozione e portiamola avanti con forza.
    Non lasciamoci innervosire da chi spera di vederci soli dopo essere stati male accompagnati.
    E la vera fregatura, che prima era dietro l’angolo, ormai è una realtà: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-10-07/ecco-come-regioni-applicheranno-230903.shtml?uuid=AYEPKoXC

  • Onorevole Maninchedda con queste dichiarazioni odierne Lei ha finalmente guadato il fiume. Aspettiamo sulla nostra sponda anche tutti quegli altri politici Sardi che non riescono ancora a superare definitivamente questa barriera mentale.

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