Gli invisibili, i cassintegrati e le patacche di Olbia

16 aprile 2013 07:392 commentiViews: 14

Chi sta tenendo in piedi la baracca in Sardegna? Un esercito di silenziosi che lavorano, fanno il proprio dovere pagano le tasse (tutte le tasse), continuano a credere nello Stato, non tirano fregature agli altri, suppliscono le mancanze della scuola, fanno figli, riducono i propri consumi per mantenere i figli all’università, non lasciano una rata indietro, se danneggiano una macchina mentre parcheggiano, lasciano un biglietto, pagano gli artigiani alla consegna ecc. ecc.
Questi sono sempre stati i veri eroi della storia, ma sono stati sempre gli invisibili della storia, perché la normalità del Bene, che rende un Paese normale e vivibile, non fa notizia e non ottiene, dunque, politiche specificamente dedicate alla sua virtù. Questo ceto civile è quello più impaurito in questo momento e anche il più dimenticato, anche in Sardegna.
Viceversa oggi la notizia (si fa per dire) è che i circa 30.000 sardi in cassintegrazione sono a rischio indennità. Non è per niente una novità. Già due mesi fa si pose questo problema, aggravato dal fatto che la Regione Sardegna non chiese i 140 milioni della Cassa Integrazione nel 2010, e quel buco incombe anche sullo sbilancio attuale. Tuttavia, adesso, si sta dicendo la verità, mentre a gennaio si ridimensionò il problema: il totale del fabbisogno per pagare tutta la cassa integrazione e la mobilità è intorno ai 200 milioni di euro. Attualmente la Regione ne ha in cassa 42; ne avanzerebbe circa 132 dallo Stato che però non sa da dove tirarli fuori. Io avevo detto che, per sicurezza, bisognava trovare almeno un centinaio di milioni nella Finanziaria. In realtà lo dicemmo in tre: io, Luciano Uras e Giulio Steri, a dicembre. Venimmo presi a pernacchie. Resta il fatto, oltre la pernacchia, che servono almeno 100 milioni di euro e la Regione non se ne sta occupando. Ovviamente il motivo è che se la Regione stanzia queste somme, lo Stato si sottrae dal proprio dovere. Forse è vero, a patto che al momento in cui non ci saranno più soldi in cassa, qualcuno sappia come pagare.
Che c’entrano gli invisibili con i cassintegrati? C’entrano, c’entrano. Nel Marghine, con una legge proposta da me e votata dal Consiglio regionale ed estesa a tutta la Sardegna, i cassintegrati Legler in mobilità sono stati utilizzati in vari e diversi lavori dai Comuni, dalle Asl, dalle Associazioni di categoria, in cambio di un’integrazione al reddito. Il mondo degli invisibili, anziché vedere aumentare i lavoratori a spasso, o il lavoro nero, ha visto migliorare il decoro delle scuole, del verde, dei servizi e tra gli invisibili, lo Stato e questi lavoratori si è rinsaldato quel vincolo civile che rende una società migliore. Pensare all’esercito dei 30.000 cassintegrati, immaginando di corrispondere solo un sussidio e non utilizzare in qualche modo questa forza lavoro è sbagliato. Se utilizziamo questa forza nei servizi verso la Pubblica Amministrazione (senza creare precariato e senza modificare le piante organiche), il mondo della piccola impresa, l’unico rimasto, recluterebbe tra i giovani. Non si tratta dunque di ragionare di Tabelle, sulla Finanziaria, ma di non fare finanziarie ininfluenti rispetto alla tragedia incombente.
Questa tragedia richiede competenza, senso del dovere e responsabilità. Il tema della Zona Franca è stato retoricizzato abbondantemente in questi mesi, al limite della decenza. In pochi ci hanno messo la testa in modo efficace. Verificando lo stato delle cose in modo approfondito mi sono imbattuto in quel mostro che è a Olbia la sovrapposizione di poteri e di funzioni tra Comune, Autorità portuale (che imperversa su metà della città per una perimetrazione folle) e società di gestione del porto (un capolavoro di accordo alla Prima Repubblica, con assegni riconosciuti a maggioranza e minoranza). Olbia è un porto importantissimo per la Sardegna e la Sardegna è l’unica regione d’Italia che continua a trasportare le merci con i traghetti e non con le porta container (lo si può fare solo a Cagliari, ma in un rapporto con la società di gestione del Porto Canale che sviluppa una sua politica, non proprio una politica della e per la Sardegna). Fatto sta che continuo a informarmi e che cosa scopro? Che una porta container, anche la più piccola, non può attraccare a Olbia perché i fondali non sono adeguatamente profondi. Che senso ha, allora, proporre la realizzazione immediata della zona franca doganale a Olbia se neanche una sola porta container potrebbe attraccarci? Ecco, sentite queste cose, gli invisibili si incazzano.

2 Commenti

  • Giovanni Scanu

    Articolo interessante.
    Il primo pensiero che mi è venuto in mente però, è quello che tanti invisibili si sono già incazzati. I risultati della crisi hanno già messo a dura prova i loro nervi e le emergenze CIG, quelle della disoccupazione e così via, stanno progressivamente dando loro il colpo di grazia perchè riguardano o riguarderanno i loro figli.
    Ecco perchè hanno ancora più paura.
    Ecco perchè si incazzeranno ancora di più.
    Ecco perchè bisogna agire in fretta.

  • Silvia Lidia Fancello

    A proposito dei fondali del porto di Olbia.
    Mi risulta che l’innalzamento del fondale del porto di Olbia è un problema che avevano già riscontrato gli antichi romani i quali lamentavano l’apporto di sabbia dal delta del fiume Padrongianus che sfocia all’interno del golfo.
    Non credo che questo costituisca un ostacolo alla Zona Franca perché, oggi, a differenza di 2000 anni fa, si hanno a disposizione potenti mezzi, per cui credo che si tratti solo di volontà da parte degli organi preposti (Autorità portuale, Cipnes, Comune) di tenere i fondali sempre al giusto livello. Non vedo il problema, anzi in questo momento molto particolare, forse, che il porto non sia adatto a far attraccare qualche “strana nave” ci torna a favore, almeno finché non si decida quale vocazione dare a questa città, se turistica o industriale.
    Tempo fa Olbia si salvò dalle ciminiere che andarono a finire a Porto Torres, perché all’epoca la città ebbe la fortuna di avere un sindaco proveniente da una famiglia di mitilicoltori, che difese insieme ai propri interessi anche quelli dell’intera comunità in un’epoca in cui la parola ecologia forse non era neanche contemplata nel vocabolario. Non tutti i mali vengono per nuocere e a volte gli invisibili ringraziamo, in silenzio, che le amministrazioni siano così distratte.

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