Questo è l’audio della frase pronunciata dal Procuratore Gratteri alla giornalista del Foglio che lo intervistava. Le promette che finito il referndum loro, i magistrati, faranno i conti con chi dissente dalla loro prepotenza, dal loro esorbitante potere.
Non tutti hanno avuto a che fare con la Giustizia; io sì, e quel tono, pacato, minaccioso, presuntuoso e ostile lo conosco bene.
Appena aprirà il seggio andrò a votare Sì per la mia libertà.
Manterrò questa posizione qualsiasi sia l’esito del referendum: non ho mai fatto politica annusando il vento prima di scegliere (la grande strada del cinismo che sta consumando ogni civiltà, che tutto sta trasformando in utilitarismo commerciale), ma per il gusto della verità.
E la verità è che il sorteggio e la separazione delle carriere erano auspicate da tutti, da Destra e da Sinistra, ma oggi la Sinistra si è rimangiata tutto.
Sì, rifaremo eternamente i conti, ma gente come me non si piegherà mai a baciare la pantofola alla casta del privilegio e del potere vendicativo, quella della galera facile, dei sequestri patrimoniali facili facili, dei processi fatti sul “si dice” e, di contro, degli occhi chiusi sulle città come Cagliari, consegnata da due Giunte di Sinistra, armi e bagagli, a interessi privati esondanti (ieri l’apertura del centro commerciale di Elmas ha bloccato il traffico verso l’aeroporto, ma nessuno ne parla), amici e sodali della massoneria e dei compagni che hanno sfasciato e sfasciano la sanità (un giorno dovrò pur parlare del sistema Busachi) e nemici giurati di chi ha provato a farla funzionare.
Vi siete permessi di tutto continuando a fare carriera, non rispondendo di nulla.
Continuate così, magistrati salottieri, contestatori feroci delle inezie a chi vi sta sul naso, amicissimi dei vescovi che dissanguano le casse dello Stato e acerrimi nemici di quelli che sostengono la carità con risorse proprie, ciechi e sordi con i miliardari che vi lusingano e pronti a imporre amministratori giudizari al massimo della tariffa a quelli che vi ignorano, continuate pure, noi sempre dall’altra parte.
Facciamo dunque i conti, fatevi sotto, intanto vado a votare per la mia libertà dal vostro insopportabile giogo.

… pare che abbia vinto il NO.
Egregio, complimenti a Marco Pani che ben ha riassunto la genesi dell’attuale condizione del sistema giudiziario. Mi permetto di integrare il tutto richiamando il fenomeno dei cosiddetti “pretori d’assalto” che furono I precursori degli sfasciagiustizia di oggi e l’episodio che si verifico’ nella sede del PCI (poi PDS) di Botteghe Oscure nel 1993 allorquando la PG appose i sigilli agli armadi della sede del partito. Il lunedì successivo gli stessi armadi furono trovati vuoti. Ciò mentre nelle sedi degli altri partiti governativi, invece, non venivano risparmiate all’immediata asportazione neanche le lettiere dei gatti. Saluti.i
Questa martoriata repubblica si sta martoriando da sè. Guardiamo al Csm, organo di autogoverno dei magistrati. La guida del Csm è stata affidata dalla Costituzione al presidente della repubblica. Ma credo che anche i costituenti immaginassero che i presidenti, espressione dei partiti, sarebbero stati tutt’altro che imparziali. L’ultimo intervento di Mattarella al Csm ha suscitato non poche perplessità. Ma penso soprattutto a Scalfaro nel 1993, quando fu accusato di aver ricevuto fondi neri dal Sisde quand’era ministro dell’interno. Ci ricordiamo il suo intervento a reti unificate in cui pronunciò il celeberrimo “non ci sto!”, e come per incanto sull’inchiesta che lo riguardava scese il silenzio?
Anche Scalfaro nel 1993 presiedeva il Csm. Nelle repubbliche non esistono personalità imparziali, siamo sinceri. Dal Quirinale in giù, tutti hanno una tessera di partito o comunque un background politico che li condiziona nei loro incarichi. Riflettiamoci su, con profonda onestà intellettuale.
C’era una volta un gruppo di giovani “giudici ribelli”, animati da uno spirito democratico e libertario, ma soprattutto dalla consapevolezza che il dettato costituzionale dovesse essere pienamente applicato e che lo Stato andasse svecchiato dalle ruggini del passato, in particolare da quelle fasciste. Si indignavano quando la Cassazione neutralizzava le decisioni dei tribunali che, con un sottile sotterfugio, distingueva tra norme precettive, immediatamente applicabili, e norme programmatiche, considerate semplici auspici da perseguire.
Giocando su questo doppio filo, i giudici conservatori — i “grandi anziani”, che detenevano la maggioranza nelle istituzioni del diritto, in primis la Cassazione — esercitavano un controllo soffocante sui giovani magistrati, mantenendo in vigore il Codice Rocco e le leggi di pubblica sicurezza fasciste, limitando così le libertà civili.
Questi giudici, spinti verso una maggiore applicazione dei principi costituzionali, ma anche incoraggiati dall’istituzione della Corte costituzionale, si fecero sempre più intraprendenti. Di fronte alla Consulta presentavano i loro ricorsi quando la Cassazione, di orientamento più conservatore, annullava le loro decisioni.
La Consulta iniziò così a dichiarare illegittime molte norme legate al ventennio che limitavano le libertà fondamentali — come quelle di parola, riunione e sciopero — adattandole al nuovo spirito repubblicano. Su questo versante “progressista” si distinse un gruppo di “giovani turchi” che nel 1964 diede vita alla corrente di Magistratura democratica. Animati da principi nobili, trasformarono la funzione del giudice da burocrate dello Stato in garante dei diritti costituzionali.
L’azione congiunta della Consulta e di questi magistrati contribuì a scardinare la morale patriarcale: l’abolizione del reato di adulterio (1968), la legge sul divorzio (1970), la rimozione del divieto di contraccezione (1971), la riforma del diritto di famiglia (1975) e il riconoscimento del diritto di sciopero furono tra le principali conquiste di quegli anni, culminate con il referendum sull’aborto.
Nel decennio successivo, tuttavia, forse per una crescente prossimità al potere, forse per una visione palingenetica della società, forse per una deriva moralistica o per una smisurata autocelebrazione (la vanità negli uomini è una brutta bestia) — probabilmente per una combinazione di tutti questi fattori — la magistratura, o parte di essa, iniziò a trasformarsi in un corpo sempre più conservativo. Il pluralismo presente nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti di Magistratura democratica, Magistratura indipendente e Unicost erano nate per un confronto ideale, scivolò progressivamente nella “lottizzazione burocratica”.
Il CSM divenne il luogo in cui le correnti negoziavano le nomine dei capi degli uffici giudiziari (procuratori, presidenti di tribunale). Il magistrato non veniva più valutato per la qualità delle sue sentenze, ma per il peso della sua appartenenza correntizia. Questa chiusura corporativa spinse la magistratura a difendere se stessa e i propri equilibri interni prima dei diritti dei cittadini, come già segnalava Giuliano Vassalli nel 1987.
Ma il punto di non ritorno arrivò con Tangentopoli e l’inchiesta di Mani Pulite. Un gruppo di giudici “volenterosi” (mi tengo soft), che influenzò anche la parte più politicizzata della magistratura — spesso riconducibile a Magistratura democratica — assunse un ruolo di supplenza della politica. Cavalcando il consenso popolare e investiti di una missione eticista o peggio moralista, di “pulizia morale”, si spinsero oltre, determinando uno slittamento degli equilibri della sovranità e contribuendo alla fine di parte consistente della classe dirigente (tutto il pentapartito), salvandone una minoranza (sinistra democristiana e gli ex del Pci).
Questo generò, da un lato, un clima di giustizialismo e impunità, dall’altro, un diffuso sentimento di frustrazione e rivalsa, alimentato dalla percezione di un’applicazione partigiana della giustizia. Come detto, la sinistra ex comunista e una parte della Democrazia cristiana furono “salvate”, nonostante episodi controversi come il caso Enimont e la figura di Primo Greganti. Anche la defenestrazione di Tiziana Parenti dal pool di Milano è stata letta, da alcuni, come indicativa di tali dinamiche. Per ottenere risultati, questi magistrati oltrepassarono i limiti etici: l’uso estensivo della custodia cautelare portò a suicidi eccellenti; la spettacolarizzazione mediatica degli avvisi di garanzia anticipava spesso il giudizio pubblico rispetto a quello processuale: l”accusato appariva già un condannato. Alcuni magistrati si tennero nel crinale della correttezza giuridica, criticando l’uso eccessivo della carcerazione preventiva e opponendosi alla deriva giustizialista, vedi Carlo Nordio, di fatto salvando il culo al Pci-Pds (colui che oggi dagli stessi viene bastonato!). Ma i pozzi ormai erano avvelenati e il principio di garanzia apparve duramente intaccato.
La situazione si irrigidì ulteriormente con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. A quel punto, come sostiene la Parenti, la magistratura si trasformò “da forza di potere con prospettive anche propriamente politiche, a potere solo burocratico” che ha finito per sclerotizzare ulteriormente la giustizia, alimentare la chiusura e statizzare una casta.
La politica tentò di reagire, talvolta in modo discutibile (come nel caso delle cosiddette leggi ad personam), cercando di recuperare spazio d’azione e autonomia decisionale, senza essere continuamente sotto la scure di iniziative giudiziarie percepite come “politiche”.
Si incrinò così l’equilibrio tra i poteri dello Stato: da una parte, una magistratura attiva e spesso diffidente verso la politica, vista come un ambito di malaffare; dall’altra, una politica che accusava una parte della magistratura di protagonismo e invasione di campo.
Ogni azione di riforma della giustizia veniva quindi interpretata in modo opposto: come tentativo di limitare l’indipendenza dei magistrati o, al contrario, come necessaria ridefinizione dei confini tra i poteri. Guelfi contro ghibellini, rossi contro neri: il confronto si trasformò in scontro, le tifoserie prevalsero, la ragione arretrò e i contenuti si impoverirono. Questo è il clima che ancora oggi anima la nostra martoriata Repubblica. E come nelle migliori sceneggiature, secondo un turbinio ciclico, la magistratura torna alle sue origini corporative e conservative e la politica cerca di riemergere e prendere piede, riconquistando uno spazio d’azione perso, ma legittimo. Sono i cosiddetti corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. Personalmente, mi auguro che certa magistratura ripeschi lo spirito nobile che l’aveva animata sin dal secondo dopoguerra e che la politica sia saggia nel presentare i suoi progetti di riforma allontandosi il più possibile da ideologie preconcette. In attesa che la prima rinsavisca e la seconda attrenui i suoi furoni di rivalsa, io mi tengo strette le mie certezze: il primato della politica come difesa della democrazia!!!
prof le scrive (ieri l’apertura del centro commerciale di Elmas ha bloccato il traffico verso l’aeroporto, ma nessuno ne parla), amici e sodali della massoneria e dei compagni che hanno sfasciato e sfasciano la sanità Mauro Pili ne parla quasi tutti i giorni sta facendo una battaglia
Molti dimenticano (o fingono di scordare) che il rapporto tra Magistratura e compagni fu forte anche all’epoca di Mani Pulite: il procuratore Borrelli disse che almeno un partito andava salvaguardato (chissà perché, bah!) perché tutti erano coinvolti. E fu deciso di salvare il pci-pds. Il magistrato Tiziana Parenti, che aveva delle inchieste sulle tangenti ai compagni, fu invitata a lasciar perdere. Non lo fece e i suoi colleghi la emarginarono. Non scordiamoci dell’ingenuo Cossiga che al Quirinale nel 1989 firmò il decreto che in pratica fu un’amnistia per il partito comunista e per i finanziamenti illeciti che riceveva fin dal 1945 dai sovietici, anche all’epoca dell’idolatrato Berlinguer (cugino di Cossiga) che nel 1981 faceva la predica sulla “questione morale”. Solo degli altri, però. (Sconcerta parecchio che dal 1945 al 1989 la magistratura abbia dormito profondamente…) I compagni l’anno dopo, “ringraziarono” Cossiga chiedendone la messa in stato d’accusa. Morale della favola: le porcate del mondo comunista sono state tante, ma per la quasi totalità è stato fatto in modo che venissero salvate le loro terga. Ora basta! Votiamo SI.
Ancora 48 ore e sapremo se l’Italia resta fra i paesi (astrattamente) civili o se bisogna prendere atto che il medioevo intrinseco nel sistema continuerà, dilagando (e cambierà molto nella prospettiva di azione politica da parte di chiunque abbia votato SI).
Mi sforzo di essere fiducioso.
secondo me il vero pericolo è quello che scrivono su questo link
https://www.ildubbio.news/news/commenti/49649/tutto-il-potere-ai-magistrati-ecco-il-day-after-che-gli-amici-del-no-ignorano.html
E allora proviamo davvero a parlare di contesto. Ma non di quello evocato ogni giorno col rischio della “deriva autoritaria”, del “fascismo alle porte” e dello “smottamento istituzionale”. Proviamo a fare l’esercizio opposto: immaginiamo il famigerato contesto nel caso in cui vincano i No. Immaginiamo, dunque, che vinca l’Anm, perché nessuno potrebbe rivendicare quella vittoria politica se non l’Anm. E immaginiamo le conseguenze politiche e istituzionali di una legittimazione plebiscitaria della magistratura: una consacrazione diretta e senza più bisogno di alcuna intermediazione politica. Ecco il contesto di cui si parla poco. Un contesto nel quale l’egemonia della magistratura – già fortissima da trent’anni – riceverebbe un sigillo ulteriore.
Sarebbe il compimento di una vecchia visione. Quella dell’ex procuratore Francesco Saverio Borrelli, coltissimo e ambiziosissimo procuratore di Milano, che parlava del nuovo secolo come del secolo dell’egemonia del potere giudiziario.
se vince il NO ne vedremo delle belle non mi vorrei parlamentare o amministratore locale di FdI
Credo a quello che mi sice. Ma per la prepotenza, lo spirito vendicativo sono in tanti che dovrebbero essere condannati
In posizioni di potere, eletti da noi, quanti hanno toni minatori. Tanti. È difficile vivere.
Grazie Paolo per il tuo impegno per la LIBERTA’. Vado e voto SI facendo Forza Paris.
Scelgo convintamente SÌ e comunque vada manterrò la posizione che è ormai quarantennale, come te non bacio pantofole al potere, viviamo un degrado culturale di cui è conseguenza il degrado politico, ho sentito Piccolotti in Fratoianni dire in TV che la magistratura con la riforma rischia di perdere “il controllo” sulla politica, io che nel 1992 osservavo atterrita la deriva giustizialista mi chiedo come possa considerarsi seria una chiusura di campagna referendaria che vede al tavolo relatori un procuratore, un presidente di tribunale, un sindaco
Chi controlla chi?
Sì, certo.
Mille volte SI! Ad maiora!
Emmo, emmo, emmo!
C’è tanta gente che voterà SÌ non si è espressa per paura di essere poi minacciata, etichettata, perseguitata, spero trovino il coraggio dii andare a votare e sepellire i vigliacchi voltagabbana che voteranno nella speranza di dare una spallata al governo Meloni.
Lei ha già detto che non porterà avanti la legislatura fino alla sua scadenza naturale quindi rassegnatevi e, se avete ancora un po’ di onestà intellettuale, votate serenamente SÌ perché questa riforma è giusta da 30 anni auspicata da tutti soprattutto dai programmi della sinistra che, a costo di essere noioso vi riporto:
1997–1998: Bicamerale, D’Alema
La Commissione Bicamerale per le Riforme presieduta da Massimo D’Alema (allora leader PDS), propone la separazione costituzionale delle carriere.
La proposta: “Due distinti ruoli: giudicante e requirente, con due diversi CSM”.
Firmatari: PD/PDS: D’Alema, Violante, Bassanini, Salvi.
Motivazione: “Garantire terzietà del giudice e autonomia del PM”.
Luciano Violante (PDS) dichiara: “La separazione è necessaria per evitare commistioni tra accusa e difesa”.
2001: Programma dell’Ulivo (Rutelli premier)
L’obiettivo: “Riforma della giustizia: separazione delle funzioni tra giudici e PM, con percorsi di carriera distinti. Per modernizzare la giustizia, ridurre conflitti di ruolo”.
Firmatari: Fassino (DS) e Rutelli.
2006–2008: Governo Prodi II
Il ministro della Giustizia Clemente Mastella (UDC, ma in coalizione con PD/DS) presenta un ddl costituzionale per la separazione delle carriere.
Sostenuto dai DS (Fassino, Violante) e da Margherita (Rutelli).
Il ddl PASSA alla Camera (2007), ma cade il governo Prodi.
Violante afferma: “La separazione è un obiettivo storico della sinistra riformista”.
2014: Riforma Orlando (Governo Renzi)
Il ministro Andrea Orlando (PD) introduce il divieto di passaggio PM → giudice.
Orlando (PD) dichiara: “Abbiamo realizzato una separazione funzionale. La separazione delle carriere è il passo successivo”.
Matteo Renzi: “Serve separare PM e giudici, come in Europa”.
2019: Congresso PD – Mozione Martina (vincente)
Afferma: “La separazione delle carriere è ineludibile per garantire la terzietà del giudice”.
Firmatari: Martina, Serracchiani.
Debora Serracchiani dichiara: “Non possiamo più difendere l’unità della toga come dogma”.
2021: Riforma Cartabia (Governo Draghi)
Il PD sostiene la riforma Cartabia che rafforza la separazione funzionale prevedendo un solo passaggio in carriera (PM → giudice o viceversa) nella vita.
Enrico Letta (segretario PD): “È un passo verso la separazione. Serve ora il coraggio di completarla”.
Orlando (ministro): “Abbiamo separato le funzioni, ora serve separare le carriere”.
2022: Programma elettorale del PD (Letta)
“Completare la separazione delle funzioni con percorsi di carriera distinti”.
Letta in campagna elettorale: “Non possiamo avere PM che diventano giudici e viceversa”.
2026: oggi gli stessi affermano: “chi vuole la separazione delle carriere è un criminale” …vabbè, evviva la coerenza che sempre contraddistingue la sinistra…
IO LA PENSO COME LORO.
RESTO COERENTE SENPRE DI PIÙ E VADO A VOTARE SÌ
… Bella die de sole, oe, SI!
Oe no «eja» ma SI, fintzas si no semus, ca no semus, «dove il si suona», eja!
Fortza paris, SI!
Oh bella! Questa non me l’aspettavo proprio: L’attesa del post-referendum trasforma la cronaca in un dramma a scadenze fisse. Ma questo è il trionfo della temporalità non della Giustizia perche’ si rimanda la “resa dei conti” a un evento politico, confermando con cio’ che il magistrato non è un individuo libero ma be si un ingranaggio che attende il via libera del sistema per “funzionare”.
Perdonate rido per la sconcezza ma e’ tutto cosi’ manifesto.