L’Assessorato dell’Industria ha fatto un affidamento diretto di 135.000 euro a Pricewaterhouse (in partenariato con l’Università di Cagliari) per la costituzione di una Società Sarda dell’Energia che dovrebbe avere il compito «di fungere da struttura di compensazione per l’accesso alle Fonti di Energia Rinnovabili, così da promuovere le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), garantendo energia a tutti i cittadini e reinvestendo gli utili per sostenere lo sviluppo della transizione energetica».
A parte una certa patina ideologica rinvenibile nell’affermazione del voler garantire energia a tutti i cittadini e di voler contemporaneamente realizzare addirittura utili, attraverso questa attività, da reinvestire per sostenere lo sviluppo della transizione energetica, ciò che dispiace è vedere all’opera l’incapacità di coordinare le idee che maturano nelle diverse articolazioni dell’Amministrazione regionale per comporle in visioni e obiettivi strategici.
L’obiettivo di diffondere le comunità energetiche e di favorire il più possibile la diffusione di impianti di produzione da energie rinnovabili in tutti gli edifici della Sardegna risale alla Giunta Pigliaru, che fece il bando più ricco della storia sulle rinnovabili, impostandolo in modo da non far arrivare un solo euro nelle casse di Enel e delle grandi società dell’energia. Si sapeva dove si voleva andare.
In secondo luogo, si riuscì a riportare nel controllo della Regione un pezzo dell’idroelettrico, incardinando due dighe e le connesse centrali nel patrimonio e nella gestione di Enas (che poi si servì di Enel per farle funzionare).
In terzo luogo si risanò Abbanoa, l’azienda più energivora della Sardegna e si finanziarono i rewamping degli inceneritori di Macomer e del Cacip.
Quale era l’idea strategica?
Si aveva in mente di creare una grande multiutility, una società multiservizi, detto in italiano, capace di gestire il ciclo dell’acqua e dei rifiuti e di divenire un importante player nella produzione e nel consumo intelligente dell’energia. Dove c’è una tariffa c’è una grandissima potenzialità industriale e sociale. Questa è la strada che si è rivelata vincente in tanti Paesi europei e questa si aveva in mente di realizzare anche qui in Sardegna.
Invece, l’invidia e l’ignoranza al potere, i puledri presentati come equini in campagna elettorale e rivelatisi asinini con la crescita, guidano oggi indisturbati la politica e le sue devastazioni e così si è giunti a:
– distruggere il lavoro fatto su Abbanoa, pensando addirittura a ridurne il capitale (poveri i sindaci che dovessero votare in un’assemblea straordinaria dei soci questa proposta) e a condannarla ad essere solo un inefficiente e agonizzante gestore dell’acqua;
– pasticciare sugli inceneritori alimentando le discariche che non producono una cipolla e consumano suolo;
– non essere per niente pronti alla crisi industriale legata alla decarbonizzazione.
In questo quadro di danno dilettantesco diffuso, ecco che ora si pensa al giglio tra i cardi della società dell’energia che linda e pinta si occuperebbe solo di compensazione e comunità energetiche.
Anziché avere ampie visioni e pianificazioni strategiche, ognuno pensa al proprio gioiellino, che spesso è meno prezioso e più rapidamente invecchiato di quanto si pensi.
Siamo al nanismo cerebro-politico.

In 10 anni di ACCORDI DI COLLABORAZIONE e/o partecipazioni dirette o sotto mentite spoglie o mascheramenti alla famigerata “terza missione”, non ho mai visto un contributo del mondo universitario che andasse oltre il convenzionale, ossia la produzione di risultati ordinari, nella migliore delle ipotesi, al massimo pari a quelli ottenibili, con oneri pubblici più convenienti, da un qualunque altro studio professionale di media caratura. Quindi, per quel che mi riguarda, nutro zero fiducia anche in questa mossa per il serio rischio probabilistico che si possa tradurre nel solito marchettone ultra-sovrastimato in relazione al risultato finale.
L’unica buona notizia è che sembra (dico sembra) che dietro Pricewaterouse non ci siano grillini o pidioti da foraggiare. Chissà….