Elezioni parlanti Le elezioni di Elmas non sono state un banale evento amministrativo, piuttosto la replica in sedicesimo della sempre più diffusa subordinazione del Diritto e dello Stato alla forza dei soldi.
Ho seguito le vicende delle aree della ex Fas sin da quando il problema che esse ponevano era dato soprattutto dalle bonifiche. Conosco le carte. Diversi articoli di Sardegna e Libertà sull’argomento hanno la data del 2009.
Elmas si è dovuta difendere da due poteri: dalla Sogaer (non si dimentichi che pur di bloccare – giustamente – l’espansione dell’aeroporto verso l’abitato, il Comune optò per farci lo Stadio del Cagliari con Cellino), e dai proprietari dell’area ex Fas, in ultimo l’ing. De Pascale, costruttore, presidente della Camera di Commercio, dominus dell’aeroporto, editore e socio di soci importanti. Da assessore lo conobbi come imprenditore e si comportò in modo correttissimo, ma oggi non è più un imprenditore, è un sistema (e solo oggi si capisce il vero obiettivo della montagna di fango, falso, che travolse il vecchio presidente della Camera di Commercio Deidda, alla fine condannato solo per aver usato una sola volta la macchina dell’ufficio per recarsi al lavoro. Solo a Cagliari si possono orchestrare i linciaggi; e lo dico perché io mi sono salvato da un disegno analogo).
La prima convenzione Nel 2016 le forze politiche che hanno perso le ultime elezioni guidavano, invece, l’amministrazione comunale e stipularono con la società Villa del Mas (allora Scanu ora De Pascale) la convenzione urbanistica (modificata in modo non sostanziale nel 2017) preliminare all’inizio dei lavori.
Come chiunque costruisca a Elmas (e in qualsiasi altro comune sardo) la convenzione prevedeva l’integrale rispetto del Regolamento edilizio comunale che ovviamente prevedeva e prevede la contestuale realizzazione delle urbanizzazioni primarie (gli edifici ecc) e secondarie (Strade, infrastrutture, sottoservizi ecc.). Dico “ovviamente” perché si è imparato che se si consente la posticipazione delle secondarie rispetto alle primarie, si aumenta il rischio di trovarsi (e il caso, in passato, è stato tutt’altro che raro) case edificate in periferie sguarnite di ogni servizio.
La seconda convenzione Nel 2023 erano invece al governo del Comune di Elmas le stesse forze che hanno vinto le ultime elezioni. Il 13 giugno di quell’anno venne assunta la delibera 18 del Consiglio Comunale, il cui principale contenuto era il permesso di disallineare, in deroga al Regolamento edilizio, le urbanizzazioni primarie rispetto a quelle secondarie, in buona sostanza un’autorizzazione ad aprire prima di aver completato anche la parte “pubblica” della convenzione.
Ovviamente, non si modificò il regolamento edilizio: si fece una pesantissima e privatissima eccezione che ha sempre tre effetti quando si realizza: 1. anticipazione dei ricavi; 2. riduzione temporanea degli investimenti (con la possibilità di completarli grazie ai ricavi e non attingendo a riserve proprie); 3. trasferimento del rischio sul Comune.
Sono convintissimo che questa scelta ha avuto un peso notevolissimo, insieme al negoziato per le assunzioni prioritariamente di residenti a Elmas (di cui ho già parlato tempo fa), nelle ultime elezioni, vinte da un’alleanza forte e cementata da fatti e delibere tra l’amministrazione uscente e il Centro Commerciale edificato-edificando (rectius De Pascale).
Il popolo e il privilegiato La domanda è semplice: perché ciò che non era consentito agli altri è stato consentito a uno?
La risposta che viene suggerita è altrettanto semplice: c’era in gioco l’apertura del centro commerciale, c’erano gli accordi con Ikea, c’erano penali pesanti in caso di ritardo. In altre parole, c’era un interesse economico considerato così rilevante da giustificare un’eccezione.
Ma è proprio qui che nasce il problema.
Da anni il capitalismo contemporaneo afferma una regola non scritta: quando l’investimento è abbastanza grande, la norma deve adattarsi. Non si chiede più all’investitore di rispettare le regole; si chiede alle regole di accomodare l’investitore.
È una mutazione culturale prima ancora che amministrativa. Le eccezioni vengono sempre motivate con l’interesse pubblico: posti di lavoro, sviluppo, crescita. Tuttavia, se l’interesse pubblico coincide sistematicamente con l’interesse del soggetto economicamente più forte, allora il confine tra i due diventa indistinguibile.
Le fideiussioni garantiscono il credito. Non garantiscono l’eguaglianza.
Per un pugno di voti Perché il punto non è se le urbanizzazioni secondarie verranno realizzate. Il punto è che un soggetto ha ottenuto ciò che agli altri era stato negato.
Le comunità si indeboliscono non quando violano apertamente le regole, ma quando iniziano a considerarle elastiche per alcuni e rigide per altri.
Per questo la vicenda di Elmas merita attenzione. Non riguarda un centro commerciale. Riguarda una domanda molto più seria: chi decide quando una regola vale e quando invece può essere sospesa?
Se la risposta è la dimensione dell’investimento, allora non siamo più nel terreno del diritto. Siamo nel terreno del privilegio. E il privilegio, per definizione, è l’opposto dell’uguaglianza davanti alle regole. Tutto per un pugno di voti.

Il 14 gennaio 1997 il sindaco di Elmas – Giovanni Ruggeri – venne trovato carbonizzato all’interno dei rottami fumanti della propria auto. Non era stato un incidente e qualcuno avanzò l’ipotesi del suicidio ma – sia la famiglia che molti cittadini (era un uomo molto ben voluto dalla comunità) – protestarono vigorosamente per un’ipotesi ritenuta assurda. Dopo la morte dell’uomo, il progetto ex FAS continuò a ripresentarsi nelle sedi opportune e nei vari Consigli Comunali, in ENAV, Provincia (ora Città metropolitana) e in RAS e assieme a quel progetto (sotto molti aspetti ancora allo stato embrionale) si parlava di Gili Acquas e delle enormi potenzialità del sito. Il resto è storia recente. È probabile che “poteri forti” siano intervenuti per portare a compimento l’investimento, così come le attività previste per la spianata del Porto Canale e del lungo mare (o meglio lungo porto) di Cagliari. E manca ancora il corposo capitolo del Parco di Santa Gilla.
Potere e soldi,questa di chiedere alle regole di accomodare l’investitore non l’avevo mai sentita, ho invece sentito e ho subito che le regole venissero accomodate per impedire all’imprenditore di realizzare un grande centro commerciale per poi riacomodarle quando le quote capitale della società cambiano padrone ,non succede solo a Cagliari, succede anche a Sassari,vi posso assicurare che non prevalgono una manciata di voti ma tanti, tanti tanti pugni di euro.
signor Alessandro le conclude ” qual’è allora il motivo ostativo a concorsi e assunzioni? ” semplice aspettano che partecipi l’amico o parente allora sbloccano tutto , Prof ne vedremo delle belle con i terreni della fiera
Ancora per Daniele Macciotta se gli enti pubblici non possono creare posti di lavoro (ricordo che creare significa fabbricare qualcosa dal nulla, fisicamente e chimicamente impossibile, a meno che non si abbia la Fede), non sarà che forse c’è un interesse superiore? Com’è possibile che, per esempio all’ARNAS, decine di medici si siano dimessi o siano andati in pensione e o non sono stati rimpiazzati o sono stati fatti contratti a termine -o peggio sono stati acquisiti gettonisti-?
Quei posti esistono, non è necessario “crearli” a meno di incompetenza (e questa c’è da almeno 5 anni all’ARNAS) e malafede (questa invece trabocca). E qui non si tratta d’essere complottisti, ma semplici osservatori.
E sempre a proposito di “creare” cosa ci fanno i miliardi nelle casse della regione? perchè non utilizzarli? Le attuali vicende sui gettonisti, sugli operai forestali (leggi piaga degli incendi) etc. dimostrano chiaramente che c’è sia l’offerta che la domanda e anche i denari, qual’è allora il motivo ostativo a concorsi e assunzioni?
Per Daniele Macciotta. Agli enti pubblici non è richiesta la creazione di posti di lavoro, non scherziamo.
Se il riferimento era all’articolo 1 della Carta costituzionale, esso è da intendersi in una posizione di tutela, nel loro rapporto funzionalmente dicotomico, del Lavoro e non del Capitale.
Di contro, la sua affermazione oltre a non trovare riscontri normativi nella Costituzione, è il lasciapassare ideologico-pappone di quelle formazioni politiche (pressoché sempre della molto cosiddetta “sinistra” nei suoi molteplici travestimenti) che usano la Pubblica Amministrazione per piazzare i loro affiliati, rendendo uno strumento degli organi di governo in una mediocre entità chiamata a rispondere alle logiche della conservazione del (loro) potere e delle (loro) posizioni di sottogoverno, e non al rispetto delle regole generali e universali prodotte nell’interesse dei cittadini.
La ferita, sanguina sempre, se nn si fa di tt x cicatrizzarla
Non dimentichiamo che su biadu di Cellino lo stadio lo avrebbe fatto coi suoi soldi senza chiedere niente a regione, comune o altri enti pubblici mentre a Giulini elargiranno €60.000.000.
HONESTÀ HONESTÀ HONESTÀ.
D’accordissimo soprattutto sulla constatazione della potenza degli interessi dei grandi investitori, non è certo una novità e tecnicamente ritengo che l’investimento privato possa assumere un interesse pubblico proprio quando ha proporzioni tali da impattare sulla dimensione economica in modo rilevante, quello che è richiesto è la creazione di posti di lavoro, che gli enti pubblici ormai da decenni non possono più creare, ciò su cui si dovrebbe fondare la repubblica e su cui si è basata l’economia almeno fino a pochi anni fa