Elezioni, tasse, banche e moralità

4 ottobre 2012 07:398 commentiViews: 18

La situazione economica della Sardegna sta precipitando per due ragioni fondamentali. Iniziamo con la prima:  la pressione fiscale è sproporzionata rispetto alla realtà della ricchezza prodotta e alle dinamiche del confronto delle imprese sui mercati. O si fa la Zona Franca o si muore, non vi è dubbio. Questo argomento, rianimato con forza dai movimenti delle iccole imprese, deve stare in campo tutti i giorni, non un giorno sì e invece nel successivo ci si ributta nel sogno della grande industria del parastato. Bisogna veramente cambiare in profondità la prospettiva. Il welfare è per le persone e non per le imprese. Per le imprese, la politica deve creare condizioni strutturali di sviluppo e quella principale per la Sardegna è appunto quella fiscale. Io sono pronto con una proposta articolata che spero di riuscire a far firmare a tutti i consiglieri regionali, in modo da non connotarla negativamente con protagonismi personalistici. Ma non è sufficiente un’iniziativa ‘normale’ sul fisco. Bisogna fare le elezioni sul fisco, bisogna inchiodare la repubblica italiana alle gravissime responsabilità storiche di avere strozzato una nazione col prelievo ancor prima di averle consentito le normali ed essenziali condizione di accumulazione e di utilizzo dei propri capitali. Non riesco a spiegare ai miei colleghi e ai partiti che è urgente una legittimazione popolare sui temi strategici per il nostro futuro. Serve un mandato popolare per una forte iniziativa nazionale sarda. Non la si può realizzare con le proteste, o con le marce, o con i ritualismi dei partiti tradizionali: bisogna organizzare e fare esprimere la sovranità popolare. E non la si può realizzare senza selezionare bene i candiati. Servono competenze: non rabbia, non urla, non narcisimo. Servono persone forti e competenti e bisogna avere il coraggio di non candidare i maneggioni incompetenti ma popolari. Se sarò io a guidare una coalizione, sarò severissimo nella selezione dei candidati. Non si può riprodurre un Consiglio regionale in cui non più del 10% ha realmente le competenze per seguire i lavori dell’Aula, indirizzare la Giunta ecc. ecc. Non si possono più avere Assessori Bla Bla o Assessori Gnam Gnam e l’unico modo per eliminarli democraticamente e non accompagnarsi con loro, fare una proposta fondata sulla riconosciuta competenza delle persone.
La seconda ragione è la burocrazia. La burocrazia regionale è un’emergenza. Riflette le percentuali di competenza del Consiglio regionale: non più del 10% è all’altezza del ruolo che esercita e  nasconde questa inadeguatezza complicando la vita ai cittadini. Il problema è che la burocrazia regionale è tutelata dai contratti e non viene giudicata dall’elettorato. Ma si possono elevare i fattori di valutazione e di controllo; si può seriamente aggredire la selva dei pluriincarichi (c’è un signore molto vicino al Presidente che ne ha 8); si possono sciogliere i consigli di amministrazione (e la mia Commissione lo farà a breve); si possono mandare all’ispettivo i complicatori delle cose semplici; si possono allontanare dai ruoli di responsabilità tutti quelli che non hanno una competenza certificata nel settore e riutilizzarli in ambiti più esecutivi; ma soprattutto si può eliminare questo clima di impunità che consente i comportamenti irresponsabili.
Il punto dolentissimo delle banche richiama la nostra responsabilità. Bisogna definitivamente capire che il Banco di Sardegna e nessuna banca è mai stata la Banca dei sardi. Una banca deve in primo luogo tutelare gli interessi dei risparmiatori che le affidano i propri risparmi e quindi non può e non deve prestare denaro a pasticcioni, avventurieri o imbroglioni. Ma tra una banca attenta e una banca cinica e avara c’è una bella differenza. Oggi bisogna certificare che i sardi hanno più bisogno di piccole banche cooperative che di grandi banche terminali di raccolte che vengono poi utilizzate secondo logiche assolutamente estranee all’incremento dello sviluppo della Sardegna. Io sto parlando molto con i ricchi della Sardegna per convincerli ad avere un autentico sentimento nazionale, cioè a occuparsi di tenere qui la ricchezza e di farla fruttare.
Infine, la questione morale. È un’emergenza. Ma l’emergenza maggiore è l’ipocrisia. Ci sono partiti che stanno pontificando sull’uso dei fondi dei gruppi e che invece dovrebbero nascondersi. Se ci fosse un investigatore mediamente acculturato farebbe in Sardegna una banale inchiesta acquisendo tutte le carte di tutti i gruppi consiliari che si sono alternati nella storia dell’autonomia in Consiglio regionale. Un rapido sguardo e un po’ di miti, non poche figure carismatiche della storia passata, recente e recentissima, cadrebbero nel fango dell’avidità e, probabilmente non pochi non li ritroveremmo nelle liste dei candidati ai diversi Parlamenti. Io non amo la magistratura italiana e tanto meno apprezzo la sua disinvoltura, quella con cui assolve e condanna a sentimento. Non è dunque la magistratura che mi interessa. Mi interessa liberarmi definitivamente di un ceto politico parassitario e l’unico modo per farlo è accendere la luce.

8 Commenti

  • —non candidare i maneggioni incompetenti ma popolari—

    nel nostro partito c’è il pienone

    eliminateli al congresso altrimenti quello che tu dici non si può fare…

  • Evelina Pinna

    Organizziamo dunque le nomination, contestualizziamo ciò che intendiamo fare mettendo i presupposti di una politica includente, instaurando un dialogo con i migliori potenziali rappresentanti della politica isolana per il prossimo quinquennio; ma sopratutto partecipiamo alla formazione delle decisioni politiche e diamo il via a una campagna di sensibilizzazione per garantire l’integrità del background elettorale!!!

    “Ogni come ogni quando e ogni perché mi è rimasto in gola”, gentile Elio, credo sottenda un discorso che condivido io per prima. Molto spesso la politica viene vissuta come un momento teleologico, da qui all’infinito, fatto di analisi retrospettive che non individuano gli strumenti necessari al cambiamento. Forse il peggior difetto di noi Sardi, non di tutti i Sardi, e non vorrei della maggior parte, politici inclusi, è quello di vivere il passato come una persecuzione perenne; il passato nel passato, il passato nel presente e il passato nel futuro. Assumendo a modello positivo sempre un passato nel quale nessuno onestamente saprebbe indicare una parentesi di benessere collegato a prassi di buon governo. La politica è sempre in crisi per antonomasia, così come il passato, è evidente, ha rappresentato spesso l’indulto alla politica del non fare, e dunque a una politica perdente a priori. Nell’arcipelago politico dei presunti innocenti sarebbe invece il caso di ‘affogare’ i detrattori della politica, quelli che lavorano rubando i crediti ad avversari e rivali, etichettando a malgoverno, con tanto di meteorismo orale, qualunque azione venga svolta. Il rancore che viene dal passato è già di per se il retroimpulso potenzialmente debilitante, di una politica sfinita che non deve essere ricapitalizzata da nuove elezioni. Il quando è oggi, innanzitutto attraverso una selezione di candidati onesti e volenterosi. La politica è passione ed è bella a chi piace perché aperta a tutti. Serve l’agricoltore, il letterato, il medico, lo studente. Non dissuadano quindi certe affermazioni su una politica elitaria ed altera fatta solo di professionisti ed abbienti. E’ innegabile però che la politica oggi non possa prescindere da una massiccia preparazione nelle materie di diritto. Diventa quindi un fatto di coscienza nominare un esecutivo idoneo. Manca la funzione di controllo degli elettori sui propri governanti, questo è un problema. E di fronte al fatto che la politica debba assolutamente lavorare in modo rigido e pragmatico, l’unica soluzione è quella di controllare le elezioni. Serve un’opera di saggezza politica per garantire l’integrità dei passaggi elettorali. Il comportamento etico è un tutt’uno col rispetto dei diritti politici. Occorre insistere sull’integrità morale e materiale dei candidati e sulla regolarità dei meccanismi di propaganda e di voto. Bisogna denunciare il self serving politico, i soprusi preelettorali, gli esborsi sospetti di denaro, la distribuzione di prebende, i comportamenti minacciosi e lesivi del buon gusto, rendere chiare le fonti di finanziamento. Penso che il voto più veritiero sia quello che sgorga dalle associazioni, dai gruppi organizzati, non dalle congreghe e dal consociativismo di derivazione carbonara. Un atto di coerente trasparenza a livello di coalizione, gentile Adriano, sarebbe anche quello di rendere nota la potenziale rosa di assessori a disposizione. Occorre garantire un più facile accesso alle informazioni preelettorali, introdurre dei deterrenti alla trasgressione delle norme e dei costumi civili. Non esistono i superuomini fautori del governo ideale, esiste però la garanzia della legge, l’autorità del codice civile, cosa che ci pone tutti in posizione di responsabilità.

  • Per “mettere a fuoco l’esecutivo”, per usare un’espressione di Evelina, bisogna vincere.
    Per vincere, c’è poco da fare (purtroppo, aggiungo), bisogna allearsi.
    E, ancora purtroppo, non solo con buone idee e con i cittadini.
    Non è obbligatorio, è evidente. Ma se si vuole evitare una battaglia di sola testimonianza bisogna farlo.
    E’ altrettanto evidente che, per quanto le ragioni siano migliori di quelle degli altri, gli altri difficilmente si fanno fagocitare o partecipano alla processione senza cantare.
    Non per essere poco concentrato sulle cose e molto sulle alleanze, ma credo che sia qui lo snodo. Ed è giusto che se ne parli. Anche perché non ci voleva molto a capire, 3 anni fa, che alleandosi con Cappellacci e Berlusconi la Sardegna avrebbe fatto questa fine, nonostante le firme sugli accordi e sui contenuti programmatici, che puntualmente sono disattesi. Forse sarebbe successo anche alleandosi con l’altro schieramento, anche se è da dimostrare. Quindi, con chi si cucina il pranzo? Dire: “con chi ci sta” è riduttivo. C’è qualcosa di più in mente? La faccio breve: per me ci vuole una proposta, un accoglimento di altre proposte, una sintesi, un’alleanza, strappare con primarie o altro meccanismo la leadership di quest’alleanza, vincere e infine mettere a fuoco l’esecutivo.
    Sarò accusato di troppo tatticismo, di politichese, di traffichismo, di trasversalità, di svendita agli schieramenti italianisti. Pazienza. Ma se si vuole governare…. E bisogna farlo presto, prima degli altri. Come quando si va a caccia.

  • Giovanni Porru

    ONOREVOLE ritengo che le sue parole siano scritte con il cuore sardista, la ragione ci impone di applicarle a breve, affichè il tempo non ci colga in ritardo. Sono con lei d’accordo sul contenuto,il metodo va condiviso con tutti per arrivare allo scopo affinchè si riesca una volta per tutte nel sopperire alle diversità che l’isola detiene dalle altre dicianove regioni italiane dovute al mare. L’unione dei sardi deve essere realizzata sul tema da lei riportato, condiviso e applicato in coscienza con Giustizia e Sviluppo UGUALE per tutti.
    Disponibile, un cordiale saluto a tutti
    Giovanni Porru

  • rimango sempre perplesso quando leggo certe cose…secondo me sono accadute poche semplice cose…
    1. stiamo pagando la politica degli anni passati sempre troppo iper garantista;
    2. le cose vanno male non perchè la politica va male ma perchè l’economia va male…nel senso che è facile governare quando l’economia va bene è difficilissimo farlo quando l’economia va male. La crisi è mondiale NON REGIONALE…
    3. ma soprattutto ognuno di noi ha i politici che si merita…

  • Perdonatemi: sono “nuovo”. Chi scrive? il PSdAz? Per me, è un consigliere regionale, visto che scrive di colleghi e di altri partiti e si candida a guidare la giunta. Tutto regolare, per carità, sia essere consigliere regionale, sia pensare di andare al governo della Regione in prima persona. Avrei qualche domanda da fargli sul come, sul quando e sul perchè.

    Per ora, onde tenermelo buono, dirò solo che sono prati verdi per i miei occhi, quanto scrive su “proteste,… marce,… ritualismi dei partiti trdizionali” e su quanto sia necessario “organizzare e far esprimere la sovranità popolare”.

    Pochino veramente. Il fatto è che mi ha messo in crisi il commento di Evelina: è così sicura di quel che c’è da fare che, ogni come, ogni quando e ogni perchè mi è rimasto in gola. Il motivo lo conosco bene: sono avanti con gli anni e mi mette in imbarazzo chiunque mi sciorini davanti la propria conoscenza, al passo coi tempi, delle dinamiche sociali, economiche e politiche. Allora mi tacio e mi dico: “Quanto sei ignorante”:

  • Evelina Pinna

    Il contesto attuale è quello di una grande sfida, per la situazione economica, sociale, territoriale e soprattutto per il contesto istituzionale dal quale attingeranno le nuove elezioni che manco a dirlo, hanno un significato diverso per i partiti parlamentari ed extraparlamentari. Il sistema sociale sardo è sempre più complesso, sempre più esigente e sempre più incerto. L’incertezza è soprattutto in relazione alle scelte in un periodo di forbice, in cui è difficile comprendere come l’attività politica possa incanalare limitate risorse pubbliche nell’ormai irreversibile e comunque non univoco processo di globalizzazione dell’economia e della conoscenza. Il limite principale della politica è quello di non prendere atto dei propri punti di debolezza e consapevolezza dei suoi punti di forza. Il primo punto di forza, paradossalmente, è il malessere sociale che attende di riscattarsi. Per l’individuo il malessere corrisponde alla difficoltà di mettere a frutto le proprie vocazioni di studio e imprenditoriali; per le imprese si tratta di un blocco dinamico della crescita; per la politica spesso è la frustrazione di esserci ma non esistere, con una volatilità d’impegno addosso almeno alla metà dei politici. Occorrerà mettere a fuoco un esecutivo preparato, è certo, ma è compito di tutti i politici e non soltanto di qualcuno supportare le esecuzioni di giunta. L’orizzonte elezioni già da oggi ha percorsi, progetti e caratteri contrastanti. Al momento non si comprende se sono più pericolosi i vincoli anacronistici dei candidati o l’impreparazione dei volenterosi. L’intenzione di sfidare lo Stato non è un colpo di spugna: è necessario costruire un governo alternativo, probabilmente di transizione delle regole. Guai alla manipolazione lorda del voto che resta un esercizio di diritto libero e segreto. Eliminiamo la politica buffettara, la demagogia basata sulla sensibile questione del diritto al lavoro. Le risse in aula degli ultimi tempi sono lotte senza lividi e con poco sudore, spesso rituali di sfida tra consiglieri, eventi di parentesi che criptano il fallimento morale di certa politica, l’incapacità di trovare una prospettiva nei processi storici, e perché no, il mancato rispetto verso quei politici che lavorano. Oggi c’è la necessità di ripensare a nuove modalità d’intervento pubblico nelle prerogative sociali di crescita economica e culturale, con riforme orizzontali e verticali e naturalmente una programmazione partecipata. Il riordino del sistema della ricerca e dell’innovazione è il cavallo di battaglia del decennio presente, e in tal senso occorre coinvolgere le risorse e il know-out privato oltreché pubblico. Occorre incrementare le entrate proprie, non derivandole più dallo Stato (le tasse restino nel territorio che le ha generate), attraverso un’azione di preservazione di quei gettiti destinati a ricoprire il costo dei servizi essenziali dei cittadini sardi e soprattutto parametrandole alle condizioni reddituali ed economiche. Incentivare la finanza di progetto attraverso iniziative in cui inizialmente sia preponderante il peso della mano pubblica che in seguito dovrà svincolare l’imprenditore. Viceversa i capitali privati andranno coinvolti nella realizzazione di opere a valenza pubblica. Urgentissima l’apertura creditizia delle banche, anche attraverso un rafforzamento del sistema della finanza locale e una riforma tributaria che contempli dinamiche equivalenti tra il sistema d’investimento pubblico e quello privato. In questo senso programmazione, supervisione di controllo e valutazione ex post della spesa pubblica sono fondamentali. La Sardegna potrebbe essere organizzata in distretti tecnologici di energia e di ambiente. L’abilitazione all’uso delle tecnologie di rete va garantita perché è la prima condizione, il presupposto essenziale di interazione e di competitività con il mondo esterno, in tutti i settori di produzione e di scambio, a qualunque contesto si voglia appartenere. Per far questo occorre concertare le motivazioni politiche, prevedere i rischi per affrontarli assieme, semplificare la burocrazia nei suoi punti di accesso e consultazione, predisporre dei passaggi di transizione alle nuove regole e ai nuovi assetti regionali, e cogliere le occasioni esterne non disperdendo la vocazione di crescita interna dei giovani inesperti che possono diventare adulti maturi.

  • Credo anch’io che il tema dei diritti economici (ma anche identitari) dei Sardi, debba diventare materia di campagna elettorale se si vuole dare una dimensione più ampia al progetto di riforma graduale della Sardegna. I singoli provvedimenti si perderebbero nell’amalgama consiliare e nel solito teatrino della destra contro la sinistra.

    Bisogna far si che anche la protesta venga assorbita e trovi un canale politico ordinato e competente con cui potrebbe avere la forza di portare avanti determinati temi.

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