Due parole su Tuvixeddu

19 febbraio 2012 09:275 commentiViews: 20

fineÈ  ricominciata la guerra di religione. Mi ero ripromesso, perché molto adirato, di non intervenire su questo argomento fino a quando alcuni eventi non si fossero realizzati e ancora son lì da venire. Tuttavia parlo, perché non sono più adirato. La vita aiuta a dare la giusta dimensione alle cose e a capire meglio le ragioni degli altri.
Politicamente si confrontano tre culture: 1) quella dell’esproprio vendicativo (già sperimentata in Sardegna a costi molto alti per la Pubblica Amministrazione e che è all’origine dell’  ‘affaire’  Tuvixeddu. Tutti dimenticano che il caso nasce da un esproprio in perfetta salsa di Destra sociale, fatto dal sindaco Delogu); 2) quella dell’ottimizzazione del complicato quadro normativo emerso dalle sentenze emesse, per produrre un contenzioso infinito che comunque blocchi tutto (anche gli interventi pubblici necessari); 3) quella del negoziato per acquisire le aree e fare un grande parco. Questa posizione sta raccogliendo consenso. Questa è sempre stata la mia posizione, oggi molti lo scordano, ma non solo la mia: in un convegno pubblico, il Rettore dell’Università di Sassari disse che la mia posizione era, a sua memoria, quella di tanti nostri maestri (nostri lo dico per un collega universitario con la memoria corta e il fegato ingrossato e con non tutte le carte in regola per censurare gli altri). Ora è arrivata la proposta di legge dei colleghi della Sinistra che, addirittura, anche nei conteggi sugli oneri finanziari si avvicina alle stime fatte da me.
Tutti tacciono, però, su un problema: il rischio dei danni. Questa vicenda non si avvia a conclusione senza un accordo generale che inibisca qualsiasi azione politica sui danni (quelle giudiziarie sono nelle mani e nelle menti di uomini che non hanno l’obbligo di dar conto delle proprie azioni).
Lo dico io per primo: molti hanno fatto molti errori; io ne ho fatto di verbali (i famosi e enfatizzati cani da sciogliere, che peraltro sono un’inezia rispetto a ciò che di me si diceva allora nelle riunioni di alcuni gruppi politici che alcuni registravano e poi, gongolanti, mi facevano sentire per farmi udire che cosa dicevano di me persone che in aula mi sorridevano e vezzeggiavano; non è un errore che io sia amico di Cualbu, perché non è né un bandito, né un latitante, né un inquisito né io ho la sua posizione su Tuvixeddu, mentre  io, a memoria, ho in testa almeno cinque episodi , nella scorsa legislatura, di rapporti imbarazzanti tra imprenditori e potere politico. Io sono amico di molti imprenditori, perché è giusto parlare con loro. Parlare vuol dire parlare, non fare affari. Io non faccio affari con nessuno ma rivendico il diritto e il dovere di parlare di affari con chi per mestiere li fa e facendoli aumenta il Pil della Sardegna. Non sopporto la borghesia dei dipendenti pubblici che considerano ‘buono’ tutto ciò che è Stato e cattivo tutto ciò che è Privato. La Sardegna è nelle condizioni in cui è anche per questo cascame di cultura estremista, molto diffusa nei quadri dell’amministrazione pubblica).
Lo ammetto: non mi fido della magistratura italiana, la trovo approssimativa e politicizzata in modo eccessivo, piena di pregiudizi, imbottita di pettegolezzi, molto borghese e mondana, pericolosissima quando decide di essere feroce,  ma sto con i Radicali, su questo punto, non certo col Pdl.
Altri hanno fatto gravi errori amministrativi e vivono con l’incubo di essere inseguiti da questa vicenda per anni.
Io sono quello che ha messo più in evidenza questi errori. Anziché convincere, ho spaventato, irritato, scatenato ire e fraintendimenti.
Bisogna fermarsi e capirsi. Io mi fermo; non voglio stare in posizione di attacco, ma di soluzione. Altri facciano un po’ quello che vogliono.
L’altro giorno ho incontrato Gesuino Muledda (che è un gigante, per me, per la dignità e l’umanità con cui vive la sua malattia e me ne fotto di tutti quelli che mi ricordano i suoi errori politici: Gesuino è un uomo) insieme a Carlo Mannoni. Ci si è stretti la mano ‘minacciandoci’ un caffé insieme. Mi sembra che ci si sia riconosciuti dalla stessa parte, quella della buona fede, con posizioni diverse.
Il primo patto da fare è prevedere che, qualora anche ci fossero danni da pagare, li si copre con legge del Consiglio regionale.
Non si fanno grandi cose facendo vittime e questa vicenda rischia di farne troppe, sia sul versante pubblico che su quello privato.
D’altra parte, è chiaro che il Presidente della Regione è inibito dal fare qualsiasi cosa, anche dare attuazione all’Ordine del Giorno del Consiglio, perché ha una paura molecolare della magistratura cagliaritana (che si serve, per la funzione statale della Polizia Giudiziaria, di 21 guardie forestali distaccate a Palazzo e che paghiamo noi. Questo continua a farmi adirare e lo dico a Franco Meloni che mi chiede sempre come faccio i conti sul residuo fiscale della Sardegna. Questi agenti sono pagati dalle tasse dei sardi per remunerare una funzione statale, do you understand, Frank? I have had enough….).
Questa inibizione è alla base della condizione di stallo. Inoltre, nessuna legge, nessun negoziato sembra essere praticabile prima che si concluda l’attività del collegio arbitrale.
E allora occorre fare un patto politico su un obiettivo alto: fare il grande parco.
Ci si siede, ci si parla; se serve una legge, la si fa, e si mette la parola fine su questa vicenda senza che vi siano strascichi per nessuno.
L’unico problema, oggi, è dato dalla crisi finanziaria. Bisognerà sforzarsi per trovare soluzioni sostenibili, ma se prevale una logica positiva, ce la si può fare.

5 Commenti

  • Egregio Zunck (mi scusi, ma il nick mi ricorda uno che non è proprio amico mio), io non sono mai stato sputtanato da nessuno, nel senso che non ho niente di così grave da farmi perdonare se non immagini colorite. Altri, che sputacchiano su tutti con aristocratica sufficienza, hanno ben altro da far dimenticare nei loro percorsi professionali e rispetto ai compensi ricevuti. Vedremo a che punto di ferocia si vorrà portare il confronto. Sulla magistratura, le faccio due domande: 1) cosa ne penserebbe Lei di un PM che durante il processo Saatchi mi chiede di ripetere che cosa sosteneva Brigaglia dinanzi alla Commissione d’inchiesta, quasi prendendomi come un delatore di dichiarazioni altrui, peraltro, già agli atti dell’inchiesta? 2) Che cosa penserebbe di un altro PM che, dopo avermi ascoltato sulla vicenda dei fondi dei Gruppi consiliari, controlla tutti i conti miei e di tutte le persone che avevano avuto rapporti col mio Gruppo, fino a mandare la Guardia di Finanza a verificare i registri (peraltro impeccabili, ovviamente) di un’associazione culturale, e che, di contro, si guarda bene dall’andare a fondo sui conti degli altri gruppi politici, nonostante dichiarazioni sui giornali di possesso di carte di credito e quant’altro? Lei avrebbe verificato oppure no se il sistema di accreditamento sul conto corrente personale dei consiglieri per il quale è indagato l’ex on. Atzeri era o no diffuso presso altri gruppi? Lei sì, la magistratura cagliaritana no. Perché? Perché non esiste la verità, esiste a seconda di chi la dice e di chi la fa. Lei sa che cosa rischio io a dire queste cose? Sono solo due esempi. Lei che cosa penserebbe di una magistratura che, a fronte di ripetute segnalazioni su nomine fatte a favore di persone prive di titoli, non muove un dito? Lei, ha mai avuto a che fare con lo strano e complicato mondo che ruota intorno alle procedure fallimentari (quelle che tengono bloccati decine di capannoni in Sardegna, che vendono le macchine all’asta ecc. eccc.), alle perizie e quant’altro, dove si ritrovano sempre le stesse persone con costi e guadagni mai sottoposti ad un giudizio dell’opinione pubblica? E soprattutto: Lei è mai vissuto sapendo di stare ‘antipatico’ a un PM che invece ha simpatie per il proprio o i propri avversari politici? Ci provi Lei, io vivo costantemente in allarme. La magistratura è un pezzo di questo Paese, consunto quanto il resto, non candido e immacolato come vorrebbe far credere. La fortuna della Magistratura italiana è stata Berlusconi che ha spinto tutti noi a schierarci con i giudici a prescindere; se non ci fosse stata l’anomalia di Arcore, la riforma della Giustizia sarebbe cosa già fatta (non le fa impressione che il caso Tortora si sia ripetuto col caso Bellomonte?). Quanto al giornale-dittatore, con me sfonda porte aperte; ci dobbiamo rassegnare all’idea che in tanti a Cagliari hanno paura del giornale: dalla politica, appunto, alla magistratura. Lei crede che abbiano voluto colpirmi di proposito con la pubblicazioen di una telefonata irrilevante? Ma no! Ma vede, non l’hanno capito quanti il giorno dopo chiesero le mie dimissioni non cogliendo come la mia posizione fosse stata usata dal Giudice per asserire che avendo io la stessa posizione di Soru, Soru non era pregiudizialmente ostile a Cualbu. Sa come avrebbe chiamato tutto questo Sciascia: tritacarne. Il Pm crea il contenitore, io, sicuro di me stesso ma ingenuo sui poteri di Cagliari, ci metto di mio e mi infilo nel contenitore perché parlo troppo e in modo troppo disinvolto, Zunk gira la manovella preso da un orgasmo diabolico, quasi a dire: “Ti ho preso”. In realtà, mi ha fatto un baffo (a parte l’aritmia). Io sono estraneo a Cagliari, ai suoi poteri e ai suoi salotti (quelli rosa mi odiano) e in molti sanno che se solo avessi la possibilità di riformare la Regione saprei veramente come fare e il cielo sarebbe più libero. Per questo io do fastido, perché so (il mio amico interiore Pasolini sarebbe contento). Su Sardegna Quotidiano: per me è un dolore profondo, perché ha aderito alla linea populista dei quotidiani italiani, ma l’ho difeso prima e continuo a difenderlo ora. Su Cualbu: non sono io il suo avvocato difensore e forse è come dice Lei, nessuno lo demonizza; e forse ha ragione Lei: anche lui deve fare uno sforzo di ragionevolezza in più; ma forse su questa vicenda è ripartita la cultura dogmatica e faziosa della tradizione italiana e io non mi ci riconosco: dentro questi costumi c’è una necrofilia latente che spera nello spettacolo della morte del potente o per lo meno del famoso.
    Grazie, comunque, per aver posto tutte queste questioni: in un momento difficile per me, riparlare liberamente e serenamente di questi argomenti tabù mi dà speranza.
    P.S. cambi il nick………

  • Gentile onorevole Maninchedda, a prescindersi dalla condivisibilità o meno delle sue posizioni (io non le condivido, ma è un bene che si discuta) non le sembra di essere eccessivo nei confronti della magistratura? Certo, forse se mi avessero sputtanato a mezzo stampa con la pubblicazione di intercettazioni penalmente irrilevanti, come è stato fatto con lei, sarei ancora meno tenero, tuttavia se le intercettazioni escono è anche perché c’è qualcuno che le pubblica. In altre realtà giudiziarie, quando sono fuoriuscite notizie che in linea di massima è illecito pubblicare – e questo è il caso, perché le intercettazioni servono a prevenire o reprimere reati, non a captare pettegolezzi – si sono applicate varie norme del codice penale ai giornalisti che se ne sono resi responsabili, dalla ricettazione fino, addirittura al peculato (a Palermo Lodato e Bolzoni furono addirittura arrestati). Questo a Cagliari non avviene, e forse è su questo che ci dobbiamo interrogare. Spero che anche lei si convinca che la vera emergenza in questa città non sono le possibili “sparate” di un Giorgio Todde o di chiunque altro le voglia male, ma l’anomalia di un quotidiano che esercita un potere assolutistico su cosa pubblicare e cosa no, su quali notizie imboscare e su quali strombazzare anche nei dettagli più “crastuli” ed irrilevanti. Spero che il compito che persone democratiche come lei si porranno continuerà ad essere quello di rafforzare realtà imparziali e innovative come Sardegna Quotidiano. Quanto all’ingegner Cualbu, nessuno, credo, lo demonizza, ma sappiamo che è un uomo intelligente, e forse, compatibilmente coi conti aziendali, potrebbe ripensare la sua posizione uscendone molto positivamente, su un piano non solamente d’immagine. Cordiali saluti.

  • Saro’ (come sempre) fuori tempo, ma mi chiedo perchè l’azione politica sarda non incide mai sulla rivendicazione della quantificazione ed incasso delle tasse erariali in Sardegna, mentre altresì spesso appoggiano la tassazione al dettaglio dei singoli soggetti contributivi.
    In Sardegna il danno da mancato incasso sull’effettiva redditività determina un notevole gap fra daanaro versato alla collettività a fronte di macro entrate per il cessionario.
    E’ uno schifo.

  • Mettiamola così: se si deve o non si deve pagare deve essere accertato nelle sedi opportune. Secondo punto: io sono tra quelli che dicono che se lo Stato vuole ciò che non è suo, lo deve pagare. Ovviamente lo deve pagare quello che vale, non di più. Sul piano della cultura giuridica occidentale, poi, andrebbe valutato se è giusto uno Stato che quando volesse un bene, prima di prenderlo, mettesse in atto norme e procedure per deprezzarlo. Torno a dire: l’errore di partenza è l’esproprio Delogu, la sanatoria successiva legata all’Accordo di Programma, atti difficilmente, credo, revocabili o annullabili. Ma se c’è da pagare, che facciamo? Ho solo voluto dire che se c’è da pagare, come io credo che comunque accadrà, per gli errori fatti e per banale giustizia, lo facciamo senza lasciare mal di testa a nessuno. Il problema non è Cualbu: forse se si chiamasse Cossu non susciterebbe tutto questo odio. Il problema è fare cose lineari, che continuino a dare il senso di uno Stato di diritto, che può cambiare anche le regole del gioco in nome di una nuova politica, ma che lo deve fare cercando e trovando una strada giusta, non arbitraria.

  • Non esiste una ragione al mondo per cui la fiscalità pubblica debba riempire le tasche di Cualbu per acquistare “sa calara de Is Mirrionis”

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