Dopo il convegno sul fisco a Sassari, il bivio dell’indignazione: rivoluzione o politica?

5 marzo 2012 18:2911 commentiViews: 9

rivoluzioneIl convegno di Sassari di sabato scorso, sul fisco e la slealtà di Stato,  è stato vivace. Iniziato, com’è giusto, con relazioni dense e colte, si è trovato poi di fronte la protesta e l’indignazione, che si sono espresse con toni forti.
Provo a fare sintesi delle cose che ho capito e delle sensazioni che ho provato.  Le imprese sono di fronte ad una crisi insostenibile, chiedono risposte non di sistema, ma capaci di risolvere il loro singolo problema. Chi ha Equitalia sul collo; chi ha le banche che lo stritolano; chi non regge più i costi del trasporto; chi non ha pagato l’Inps per pagare gli stipendi; chi ha confuso l’impresa con i conti della famiglia e ha legato alla famiglia la crisi dell’impresa; chi si è visto abbassare il rating dalla banca; chi si è fatto impollare dall’amico direttore di banca che con le pacche sulle spalle lo ha fatto sconfinare e non gli ha detto che se non rientrava dopo 90 giorni sarebbe stato segnalato alla centrale rischi; chi è in crisi non per aver fatto debiti ma perché non viene pagato né dagli enti pubblici né dai privati. La sommatoria di tutte queste situazioni particolari produce la protesta generale che però non ha un’idea di riforma di sistema, perché non è interessato a una riforma di sistema, ma solo alla soluzione del proprio caso. In più rifiuta ogni rapporto con i politici, a prescindere dal fatto che siano capaci oppure no: li reputa colpevoli perché esistono, perfettamente in linea con la campagna di denigrazione generalizzata che il Corrierone della Sera ha messo in campo per proteggere il mondo della finanza e del credito, vero responsabile della situazione attuale. L’insieme dei casi e degli umori, proposti in questo modo, avrebbe una sola soluzione: la sanatoria di tutte le posizioni debitorie come avveniva eccezionalmente nell’antichità. Oggi non è possibile. Di conseguenza, la rabbia e la paura, prodotte dalla crisi individuale avvertita senza via d’uscita, provoca uno spirito e un clima da insurrezione, da rivolta. Il rischio per la protesta strisciante è di scegliersi come interlocutori non i politici e la società (fatta in larga misura in Sardegna di impiegati e pensionati che temono come il fuoco il disordine), ma i carabinieri. Ciò che sta accadendo in Val di Susa è in questo senso emblematico: scegliere una posizione antagonista senza soluzione riformista significa optare per la rivoluzione. C’è chi predilige questi temi irrisolvibili con la mediazione, perché ritiene lo scontro la strada necessaria e ineludibile per produrre un cambiamento giusto. È l’etica e l’estetica della rivoluzione e della guerra come salute del mondo.
Io ho proposto un’altra strada, e un po’ di idee mi sono venute in testa sulla strada del ritorno. Bisogna distinguere la questione fiscale, che è strategica, da quella creditizia e debitoria, che è contingente.  Su quella debitoria e creditizia il modo migliore per aggredirla è toglierla dalla genericità che favorisce le banche. Ci sono situazioni irrisolvibili, ma ve ne sono molte altre che invece, se seguite con attenzione, possono essere incanalate a soluzione. Se le aziende venissero seguite con il tutoraggio che mi risulta essere efficiente nel Nord Italia, molte furbizie e molte pratiche bancarie vampiresche verrebbero meno. L’ignoranza è il peggior nemico delel imprese sarde. Certamente è assurdo che la Sardegna abbia il fondo di controgaranzia più consistente delle regioni d’Italia e non riesca a rompere il credit crunch. La Sfirs ritiene che siano i confidi a non agire virtuosamente; i confidi ritengono che in realtà il fondo Sfirs non funzioni perché imbrigliato dai mille lacci e lacciuoli messigli dalla Programmazione. Sia come sia, ma questo nodo va risolto. E se il problema è l’Ue, bisogna metterci bene la testa e risolvere le difficoltà: il debito rinegoziabile deve poter essere rinegoziato e il nuovo credito deve trovare nuove garanzie.

La questione fiscale ha un altro significato: rappresenta la scelta dello Stato di contrapporre la sopravvivenza della sua struttura consunta all’esistenza del sistema produttivo sardo. A Sassari si è detta una cosa importante: la natura dello scontro è tra lo Stato e la società sarda. Finalmente questa consapevolezza sta entrando nella testa di molti, ma il rischio è di contrapporsi singolarmente o a gruppi allo Stato e di farlo nelle forme del ribellismo. Sarebbe un errore fatale. Il modo migliore per porre la questione fiscale e recuperarne la natura fondativa dello stato;  è cioè  fare della questione fiscale la questione politica della competizione degli interessi dei sardi con quelli dello stato italiano; in una parola, fare della questione fiscale il paradigma con cui esaminare quanto lo Stato italiano garantisca piena cittadinanza ai sardi. Il fisco italiano è una garanzia per lo stato italiano ma è un limite per i sardi. I sardi sono legittimati a fare del fisco il confine su cui riverificare il patto costituzionale con lo stato italiano. In questa partita, i sardisti possono cercare il consenso per l’indipendenza, i federalisti per un nuovo patto associativo non subalterno, gli autonomisti per un rilancio della specialità. Tutti, però, ci schiereremmo a favore di ciò che serve per lo sviluppo e per le famiglie: un fisco diverso e più leggero. Ma se lo stato, come io credo, facesse orecchie da mercante, i non indipendentisti comprendono o no che l’unica strada per porre la questione Sardegna è votare nuovamente la mozione per l’indipendenza in Consiglio regionale? Se Il Consiglio diventa interprete di questa piattaforma, il ribellismo diviene problema politico; se il Consiglio si nasconde dietro la protesta, la gente in piazza avrà come interlocutori poliziotti e carabinieri e lo Stato avrà gioco facile ad ottenre il consenso del ceto medio impiegatizio che capisce che la sua sopravvivenza sta nell’ordine e non nel disordine. Io vedo solo questa via d’uscita istituzionale (il Consiglio) e non partitica; anzi vedo possibile solo a partire da una forte esperienza istituzionale la nascita di nuove e più convincenti forze politiche.

11 Commenti

  • Salcan hai perfettamente ragione. Il Quello di cui ho paura pero’ è che molti continuano a svendere la propria dignità per un pezzo di pane senza pensare al domani e a che mondo lasceranno ai propri figli. Se un popolo svende la propria dignità e si svende alle parole del primo raccontastorie che ci propone la politica italiana promettendo il paese di Bengodi in cambio di ulteriori sacrifici siamo veramente messi male.
    Diceva un sardo illustre non molto tempo fa “Meglio una repubblica di straccioni che una colonia di miserabili” io spero che un pò di orgoglio sia rimasto ai sardi, più gente prende coscienza forse abbiamo qualche speranza di riuscire a rialzarci.

    Fortza Paris

  • dice michele “la gente non è ancora ricettiva a certe tematiche: riforme, indipendenza, sovranità fiscale”.

    nel corso del suo intervento a sassari, il nostro prof ha usato parole più forti, affermando che “il ceto medio ha paura” di affrontare ed approfondire questi argomenti.

    sono convinto che questi atteggiamenti della gente, o meglio del popolo, derivino dal fatto che c’è poca conoscenza e scarsa consapevolezza delle sevizie e delle angherie che lo stato e la sua burocrazia esercitano a livello quasi quotidiano nei confronti del popolo, ed in particolare del popolo sardo.

    solo da quando mi sono avvicinato al PSdAz io stesso mi sono reso conto dell’atteggiamento che lo stato e la sua burocrazia ha nei confronti della nostra terra, e ci ho molto riflettuto proprio in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’italia, una unità imposta a forza più per ragioni economiche che per ragioni di nazione.

    alcuni giorni fa ho scritto un commento alle proteste del nostro assessore riguardo all’atteggiamento del governo a proposito della nostra competenza sulla continuità territoriale, e mi sono stupito che egli avesse nutrito speranze o peggio fiducia che l’atteggiamento del nuovo governo fosse diverso da quello tenuto dal vecchio governo: l’assessore non ha infatti riflettuto sul fatto che l’apparato burocratico è rimasto esattamente lo stesso, e continua e continuerà a predisporre le stesse risposte, quelle che hanno permesso a privati di ingrassare speculando sulla nostra insularità.

    a dire il vero una riflessione di questo tipo l’avevo fatta dopo avere visitato la miniera di monteponi, ed avevo appreso dello stato di schiavitù in cui venivano tenuti i nostri minatori, e come venivano sfruttati col benestare del potere centrale, ben rappresentato dal direttore della miniera servito e riverito e pieno di privilegi.

    da qualche tempo ho avviato la lettura de “il movimento autonomistico in sardegna” di salvatore sechi, e sto prendendo coscienza che questo atteggiamento dello stato nei nostri confronti è iniziato ben prima dell’unità, ma evidentemente si è persa la memoria delle angherie allora subite, specialmente in tempo di guerra, con le requisizioni ed i calmieri.

    ecco, io credo che la prioritariamente occorra far fare alla gente il percorso che io ho intrapreso, un percorso di conoscenza e quindi di consapevolezza di come stanno le cose.

    solo così possiamo pensare di risvegliare la coscienza del popolo sardo, diversamente la gente ascolterà il tribuno del momento senza capire e seguendo l’istinto del momento.

    solo così si potrà convincere la gente che lo stato italiano ed il popolo sardo sono due cose ben distinte, e che lo stato italiano deve incominciare a riconoscere ed a rispettare la identità e la dignità del popolo sardo.

    sempre e comunque FORZA PARIS

  • Purtroppo mi sto rendendo conto che la gente non e’ ancora ricettiva a certe tematiche: riforme, indipendenza, sovranita’ fiscale..
    Se uno prova a parlarne ti prendono per un alieno o ti ignorano. Oppure ti danno ragione ma, come se fossero colpite dalla Sindrome di Stoccolma, continuano e persistono a chiedere aiuto alla mano che li affama ogni giorno sempre di piu’: lo Stato Italiano.
    Comunque cerco di essere ottimista, ad Ottobre l’iva salirà al 23% per gentile concessione del governo Monti, in pratica solo con l’iva lo Stato ci preleverà quasi 1/4 del nostro reddito (tutto per stimolare la “crescita” ovviamente..) in Sardegna aumenteranno nuovamente carburanti, traporti, alimentari, etc….Mi chiedo fino a che punto e fino a quando arriverà il masochismo dei sardi a farsi prendere in giro, spero che ci sarà qualcuno in più che spinto dalla disperazione inizierà ad interessarsi ed informarsi seriamente.

  • Per Bomboi: condivido.

  • Ma ci si rende conto o no che la casa brucia? E che per impostare azioni strategiche di ampio respiro è necessario, contemporaneamente o prima non saprei,tamponare, come minimo, i bisogni quotidiani di sopravvivenza? Perché è questa che è a rischio. E sono necessari soldi, soldi, soldi. Sarei curioso di vedere, ma nel dettaglio, la finanziaria fresca di approvazione per verificare la bontà delle uscite! E poi c’è il capitolo entrate che pare ormai incanalato in un binario morto. Un campo sterminato di azione politica è a disposizione. Basta andarlo ad occupare con proposte serie nel breve, medio, lungo periodo. Non bisogna più perdere tempo.

  • Per Pinna e Mmc:

    D’accordo con Pinna, non ho avuto modo di essere presente a Sassari ma conosco benissimo le questioni poste che purtroppo fanno parte del nostro tessuto sociale: alla confusione della protesta che confonde la questione fiscale con quella creditizia si somma infatti la solita “Informazione della conservazione” che cavalca, distrae e incrancrenisce il problema senza dibatterlo. Eppure spesso in molti intellettuali non ci vedo solo malafede o nazionalismo italiano ma anche molta, molta pigrizia nel leggere altre opinioni e scarsa apertura mentale (esattamente l’opposto di ciò che servirebbe ad un “intellettuale”).

    Mmc, nell’ombra di Bolzano c’è stata persino Vienna. I Sardi naturalmente non hanno alle spalle l’influenza politico-economica di Stati “sardofoni” e negli anni hanno subito una completa omologazione centralistica per ragioni storiche e culturali differenti rispetto al percorso della minoranza tedesca e ladina. Ma proviamo a chiedere ad un consigliere provinciale di Bolzano e ad uno regionale Sardo (a caso) che cosa ne pensano della possibile introduzione dell’inno di Mameli a scuola e avremo la misura del loro interesse attorno alle questioni fiscali del territorio. Dalle nostre parti la sudditanza ideologica cela l’ignoranza e la comprensione verso gli interessi locali.

  • Per Bomboi:
    Mi sembra di ricordare che a Bolzano oltre la lingua abbiano utilizzato altri mezzi di persuasione meno condivisibili.

  • Michele Pinna

    La vera questione è proprio questa. Chi non vuole sposare il problema del fisco come problema politico, decisivo e costitutivo di una visione dello Stato nel suo rapporto con i cittadini sono gli stessi che non sposano nè il problema linguistico, nè alcuna visione che voglia affrontare i problemi alla radice. La strada della ribellione animata dal bisogno di risolvere, ciascuno, il proprio caso individuale,è la più lontana dalla strada della politica e, purtroppo, anche da quella della rivoluzione.(Gli assalti ai forni non hanno mai portato bene nè alle democrazie né alle rivoluzioni) Nel senso che le rivoluzioni, quelle vere sono state cose serie. Ma l’Italia non è un paese di rivoluzioni e men che mai di cose serie.
    La rabbia degli artigiani, dei camionisti, dei pastori, confonde, purtroppo la questione fiscale con quella creditizia. E quando, come nel convegno di Sassari si è cercato di esporla e di svilupparla, questa differenza, anche con l’ausilio dei tecnici, dei professionisti e dei politici seri, la reazione di qualche arrabiato è stata, a tratti, persino scomposta. Ma ci sta pure questo. Vero è, però, che siamo gli unici, nella politica sarda, e anche nella visione culturale complessiva, nella Sardegna di oggi, ad avere chiare le questioni e ad avere anche un progetto ed un orizzonte su cui orientare il timone della discussione pubblica. I giornali e gli intellettuali sardi che scrivono nelle loro pagine culturali danno notizie su premi e festival di varia umanità. Le pagine della cronaca dedicano colonne all’ennesimo accoltellamento in qualche bettola del centro storico, o all’ennesimo incidente stradale sulla Buddi Buddi; (in questo ultimo periodo erano molto impegnati, poi, a seguire il tour del presidente Napolitano in Sardegna) ma dell’importanza dei rapporti su “fisco finanze e impresa” e dell’importanza strategica e politica della questione fiscale, a loro, come si dice, “non glie ne pò fregare de meno”.

  • Esiste anche un’altro tema che nelle minoranze territoriali funge da traino alla questione fiscale e non viceversa: la specificità linguistica. Che diviene così politicamente più potente rispetto ad una mera questione economicistica, la quale, come abbiamo visto anche nella recente visita di Napolitano, sul contingente viene solo derubricata nel più ampio e articolato panorama della “questione meridionale”. In questi termini dunque il solo piano fiscale rischia di ottenere meno di quanto si pensi. Dopotutto, anche altre parti della Repubblica potrebbero reclamare una fiscalità più consona alle loro esigenze (e ne avrebbero il diritto).
    Bisogna però domandarsi su quali basi oggi si parla di Popolo Sardo e su quale perimetro si vuole agitare (attraverso la mediazione e non la ribellione) lo scontro con lo Stato. La fiscalità è certamente un tema che potrebbe coinvolgere anche le componenti politiche regionali riottose ad una visione nazionalista della Sardegna, ma sul piano linguistico permangono forti ritardi politici e culturali (che ormai hanno ampia diffusione nel Popolo Sardo e che rendono non semplice l’utilizzo dell’arma linguistica sul piano politico).
    A Bolzano infatti poche migliaia di persone riescono a mediare più di quanto non faccia la politica di un milione e seicentomila Sardi.
    Credo a tale proposito che non bisogni abbandonare al suo destino il tema della rivendicazione linguistica (per quanto meno sentita rispetto ad altre minoranze linguistiche) e che possa muoversi parallelamente alla questione fiscale. Rinunciarvici significherebbe abdicare ad una parte dei nostri diritti territoriali riconoscendo allo Stato l’opera di omologazione culturale degli ultimi 60 anni, e verrebbero meno anche le ragioni fondanti della nostra Autonomia (che non erano solo economiche).

  • Carlo Deidda

    Per chi volesse avere una visione piu chiara di chi sono i colpevoli dello sconquasso attuale consiglio la visione del film “Inside the job”. Non male anche “Capitalism a love story”.. in attesa di una Norimberga finanziaria….

Invia un commento