Da Zuri alle elezioni

22 gennaio 2011 09:183 commentiViews: 18

025Ieri sono andato a Zuri perché invitato dalla Cisl. Francamente ero in imbarazzo: i consiglieri regionali non devono sfilare in corteo; devono dare risposte ai cortei. Sulle risposte agli interrogativi posti dalla marcia, credo, però, che tutti, compresi i sindacati e l’associazionismo, si debba fare uno sforzo di aggiornamento. Troppi slogan; troppe ricette facili.
La prima domanda è: in quanti credono che il lavoro si generi aumentando la spesa pubblica? Bisogna saperlo e sapere perché continuino a pensarlo nonostante le tragiche esperienze di altri paesi.
Seconda domanda: in quanti credono che si possa generare lavoro qualificando e non aumentando la spesa pubblica? Bisogna saperlo, perché qualificare significa spostare risorse da un settore, magari inefficiente, a un altro strategico; ma magari, per far questo, bisogna tagliare o posti di lavoro o i costi di quei settori non strategici. Quanti hanno la forza morale di parlare di sacrifici di parte in favore di un vantaggio comune?
Terza domanda: quanti ritengono ancora attuale, e non ideologico, l’articolo 1 della Costituzione italiana, quella Costituzione ipocrita come la cultura che l’ha generata? Qualche giorno fa, il Corriere della Sera, quello a cui sembra si sia rivolto il capo della Fiat Elkann per protestare sull’informazione sui compensi astronomici di Marchionne (sui manager e le multinazionali leggere attentamente la ristampa del vecchio J.K. Galbraith, L’economia della truffa, Milano, Rizzoli, con prefazione recente – non buona- di Deaglio), diceva che mentre i diritti politici e civili (uguaglianza di fronte alal legge, libertà di informazione, elettorato attivop e passivo, ecc. ecc.) si possono e si debbono affermare a prescindere dal contesto economico, i diritti sociali sono inevitabilmente legati alla floridezza economica. E buongiorno, quale grande scoperta! Forse solo una certa vecchia e non aggiornata sinistra non è consapevole di questo. E’ chiaro che pagare buone pensioni dipende da quanta gente lavora, versando i contributi per pagare chi non lavora più. E’ chiaro che non si possono fissare i valori delle pensioni a prescindere dal sistema economico e amministrativo, se non a prezzo di sfondare la spesa pubblica o di stamapre moneta che non vale. Il problema non è di dottrina (cosa che il Corriere fa finta di non sapere); il problema è di metodo, di prassi, e cioè come garantire una pensione, un lavoro, una sanità efficiente nei momenti di crisi economica, senza per questo rottamare le persone. Attualmente la scelta in Italia è di farlo fissando più o meno i tetti di spesa, cioè bloccando la spesa pubblica e poi sperando nel buon Dio (questo è tipicamente italiano: tirare a campare, lavorare non troppo e aspettare che passi). In Sardegna, invece, la richiesta diffusa è chiedere nuovi investimenti nel sociale, non bloccare la spesa sanitaria, far finta di ignorare che le incredibili dimensioni dell’amministrazione regionale hanno, come motivazione di fondo, proprio la produzione fittizia di stipendi pur nella stagnazione del Pil. Non si regge. Bisogna cambiare il ragionamento e dire: come aumentiamo il Pil? A Pil invariato, come liberiamo risorse per aumentare il Pil? Come qualifichiamo la spesa pubblica per investire sulla scuola? Come contrastiamo le politiche di vantaggio fiscale delle altre regioni d’Italia che stanno pensando di azzerare l’Irap e l’addizionale Irpef?
Io alcune idee le avrei. Alcune esperienze virtuose sono state fatte, ma non vengono prese ad esempio. Ma una cosa è certa: occorre rinnovare il nostro modo di pensare. Le ricette e le parole d’ordine dell’ultimo ventennio sono invecchiate e sono fuorvianti.
L’altro dato certo è che il quadro politico non è più quello che generato questo Consiglio regionale. Il mandato elettorale dato nel 2009 non aveva al centro la crisi economica e sociale di oggi; non aveva al centro l’urgenza della modernizzazione della Sardegna; non aveva al centro l’urgenza della valorizzazione del privato per rispondere a bisogni pubblici; non aveva al centro l’urgenza di una nuova morale del lavoro, più seria, più impegnata, più qualificata; non aveva al centro la necessità della riscoperta dell’impegno politico nei partiti come pratica urgente di mutualismo reciproco all’interno di un’idea di bene comune; non aveva al centro la certezza dell’inutilità per i sardi del bipolarimo italiano. Tutto questo ha una precisa conseguenza: se si ha a cuore la Sardegna bisogna fare scelte fiscali, istituzionali, sociali, culturali molto coraggiose che non possono essere fatte col quadro uscito dalle ultime elezioni. D’altra parte, non si può pensare di fare grandi riforme e riandare alle urne con la stessa geografia politica delle scorse elezioni. Ecco perché sono convinto che sia necessario avere coraggio, cambiare i confini delle contrapposizioni politiche e partitiche attuali, scegliere l’Italia come antagonista, fare importanti riforme e andare a nuove elezioni a breve.

3 Commenti

  • Marco Cannas

    Non vi citerò i classici dell’economia del lavoro. Da anni l’area sardista e indipendentista, formula idee e progetti, nei quali si è creduto poco! Le riforme vanno fatta ad iniziare dalla gestione politica, dal non amministrare, troppi enti, troppa burocrazia, Troppa gente a “conto politica”, troppo alta la spesa pubblica!La riforma deve anche prevedere anche e sopratutto un rinnovamento del sistema capitalistico e finanziario, che non può andare avanti di questo passo, tra guerre e crisi, tra sfruttamenti dissennati dell’uomo e del suo habitat! Certo, concordo con Paolo, quando dice che bisogna proporre cose nuove che non svuotino le casse pubbliche!
    Da anni proponiamo la zona franca integrale, quale importante modulo di fiscalità, accompagnato possibilmente da un sistema di Micro Risparmio Condiviso, la creazione di una Banca Etica, altri strumenti da individuare paese per paese. Questo se vogliamo dare gambe alla non dipendenza romana! Domenica 20 Febbrio p.v., ci sarà un incontro dibattito su questi temi: Cultura, Fisclità, Ambiente e Lavoro. Vi aspettiamo!

  • È stato pubblicato di recente un compendio del primo libro del Capitale, scritto da Domenico Moro. E’ il secondo, dopo quello “storico” del Cafiero.
    Siccome leggersi l’opera di Marx può risultare laborioso per diversi motivi, con questo compendio sono sicuro che troverete le risposte a tutte le vostre domande e scoprirete che quello che dite (mi rivolgo all’estensore del post e al commentatore, of course) non è poi così nuovo e originale…
    Grazie dell’attenzione

  • Antonello Gregorini

    L’altro giorno ho sentito l’intervista di uno dei candidati della sinistra alle comunali di Cagliari. Con semplicità disarmante sosteneva che il problema della casa, del lavoro e dell’ambiente, si risolve facendo investimenti.
    Talmente ovvio che appare banale. Non diceva però con quali risorse economiche fare gli investimenti, come se il comune avesse un bancomat da cui poter prelevare liberamente.
    Non posso pensare che le affermazione dipendessero da furbizia politica quindi ho concluso che é semplice ignoranza. Citava Keynes e Roosvelt dimenticando però, totalmente, che il paese, l’azienda Italia non é bancabile e che la carta moneta prodotta in eccesso, non rapportata al valore degli scambi, anche futuri, si svaluta.
    Lo inviterei a leggere la “storia della moneta” del citato Galbrait da cui questo basilare principio emerge chiaramente.
    Hai ragione: serve una “pratica urgente di mutualismo reciproco all’interno di un’idea di bene comune” e una diversa “cultura del lavoro”. In una parola più responsabiltà creativa.

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