Cose belle e buone che fanno bene all’anima: ieri la lezione di Camilleri

11 maggio 2013 08:164 commentiViews: 24

Ieri è stata una bellissima giornata. Mi sono alzato sapendo che non avrei dovuto parlare di politica o andare all’Inps a questuare per la Cigs o bisticciare con qualche mio collega che non capisce niente.
Ieri potevo godermi il mio mestiere.
Ero in commissione per la laurea honoris causa per Andrea Camilleri, uno degli autori che seguo fin dai suoi esordi.
Si concludeva un percorso didattico di due mesi, nel quale dieci docenti, tra cui io, hanno svolto altrettanti seminari di preparazione a questo evento con un folto numero di studenti. Un ciclo di lezioni interessanti e emozionanti, svolte con metodo, senza accondiscendere al gioco retorico o al fatidico nodo drammatico, o trappola che dir si voglia, della seduzione intellettuale dei giovani da parte dei vecchi (penso che questa sia la più grande colpa per un decente maturo).
Ho scambiato due-parole-due con Camilleri, tanto fragile nel fisico quanto lucido nella mente da produrre, d’impatto, una simpatia senza mediazioni. Abbiamo parlato della Bolla di componenda: gli ho raccontato di averne trovato una originale del 1800. Ha sgranato gli occhi e io ho pensato che lui doveva aver pensato: “Minchia!”, ma non me l’ha detto. Mi ha guardato e con quella voce roca ormai universalmente nota mi sussurra (si fa per dire): “Me ne mandi una foto. La dia a Valentina (la segretaria) che me la voglio leggere con calma a casa)”. Mi ha stretto la mano e subito si è rifugiato, quasi timoroso, nelle cure dell’efficientissima e discreta segretaria.
È iniziata la cerimonia. Le facce dei presenti svelavano una certa apprensione, come di chi pensava: “Mo’ può essere che ci gonfiamo i cabasisi”.  Invece…
Giuseppe Marci ha tenuto la laudatio: bellissima. Forse la miglior lezione di Peppino che io abbia mai ascoltato. Intelligente, potentemente fondata sui fatti, capace di ricostruire un certo mondo, quello degli studi letterari cagliaritani nei primissimi anni Novanta stretti intorno alla Cuec, a Sergio Atzeni, alla rinnovata Grotta della Vipera, che fu il primo a riconoscere, contro l’Accademia più ufficiale, sia Camilleri che Sergio Atzeni.
Poi lui, Camilleri. Una lectio magistralis sul conflitto generazionale tra genitori e figli di altissimo livello per documentazione e profondità critica. Un discorso accurato ma senza orpelli con due caratteristiche evidenti: l’onestà e l’intensità.
La prima, l’onestà, è stata colta anche da Andrea Pubusa, che era tra il pubblico e che già ieri sul blog di Democrazia Oggi ne dava conto.
La seconda è stata ben raccontata da Celestino Tabasso sull’Unione, giornale che oggi riporta nella pagina della cultura questo eccellente resoconto, il quale, invece, avrebbe meritato richiami ben più evidenti nelle altre pagine.
La lezione di Camilleri verrà stampata dal Centro di studi filologici sardi. Tutti potranno leggerla, così tanti insegnanti di letteratura delle scuole superiori potranno imparare come si legge la letteratura, con quali presupposti di curiosità e con quali metodi esplicativi. Camilleri ha parlato di Verga, di Tozzi, ma soprattutto di Pirandello e di Svevo, seguendo il filo di quel dramma inevitabile del confronto-scontro tra genitori e figli, tra vecchie e nuove generazioni, che tanta parte ha avuto e ha nello sviluppo della storia. È riuscito a svolgere questo percorso, inframezzandolo di parentesi biografiche, sue e altrui, necessarie perché esplicative, non abbandonate a quel serraglio dilettantesco della critica che spiega la letteratura con la vita degli autori. E mentre lui parlava, io ripetevo interiormente una delle più tragiche poesie mai scritte su questo tema, quella dedicata da Pasolini alla madre.
Ieri, dunque, nell’aula magna della nostra università, è andata in scena una lezione di civiltà. Meritava che tutta la Sardegna l’ascoltasse, ma non tutta la Sardegna, soprattutto quella che può con i mezzi di comunicazione di massa, aveva la sensibilità giusta per capire che doveva fare il suo dovere e rendere fruibile da tutti quest’irripetibile evento.

4 Commenti

  • Silvia Lidia Fancello

    Caro professore,
    oggi gode di tutta la mia “invidia“, per essere stato affianco a un grande come Andrea Camilleri. Concordo sul fatto che ogni tanto staccarsi dall’impegno della politica e immergersi nella cultura pura, quella che non specula, quella divertente e profondamente umana come la poetica di Camilleri, sia davvero più di una boccata di ossigeno, è una decontaminazione vera e propria da scorie e veleni con i quali si viene a contatto quando si sceglie l’impegno politico. Purtroppo ormai la “politica“ è dentro tutto, anche nella “disattenzione ” che lei lamenta da parte dei media, quelli che hanno scelto di fare o non fare informazione puntando i riflettori solo su fatti eclatanti: finti rapimenti, magici raduni al centro della Sardegna, fatti di sangue, sesso e soldi che tanto piacciono al lettore medio (poi ci spiegheranno chi è il lettore medio), lasciando in ombra o alla buona volontà di aspiranti professionisti i trafiletti (e ringrazi), su eventi come quello di ieri che, invece, meriterebbero ben altra vetrina.
    A Carlo vorrei rispondere due cose, non fosse altro perché in chiusura ha usato un saluto che contraddistingue il mondo sardista al quale mi onoro di appartenere e mi addolora vederlo ”sprecato“ da un disfattista che incarna l’eterna “invidia“, quella cattiva di chi non sa fare e non lascia fare. Scrivi in italiano corretto e hai le idee chiare, ma ti manca la finezza intellettuale per capire che la “politica del fare” è niente nella migliore delle ipotesi se non dannosa quando le manca l’apporto della fantasia e umanità degli intellettuali che tanto ti infastidiscono. Lussu, Gramsci , Voltaire, Rousseau, De Gasperi (ispiratore dell’autodeterminazione dei popoli, lo avresti mai detto?) tanto per citare in ordine sparso, furono prima di tutto intellettuali. È l’esercizio della “fantasia” che fa scaturire soluzioni alle quali i politici puri non sono più capaci di pensare. Ricorda che i programmi politici, nascono sempre prima di tutto da un sogno:
    “I have a dream”; Martin Luther King il 28 agosto 1963.
    Saluti

  • Gian Piero Zolo

    Molto bello, avrei dato non so cosa per potervi assistere. Queste sono cose che fanno bene all’anima. Quanto alla voglia di combattere certi individui, sul nostro terreno, non sul loro, sono e sarò al tuo fianco.

  • Mi mancavi Carlo! Mi mancava la tua vigliaccheria, degna di un personaggio mafioso del mondo siciliano di Camilleri. Mi mancava il tuo fascismo che confonde lo spirito critico con la superbia dei tuttologi. Mi mancava la tua incompetenza, quella di chi non conosce le cose fatte dagli altri, e se le conosce, le nega per invidia, odio o malanimo o vattelapesca quale altro tarlo dell’animo. Mi mancavi! Da un po’ non trovavo in rete un tagliagole culturale, quello che non sopporta le differenze e quindi deve ridurre tutti alla propria altezza altrimenti soffre. Io, invece, di voi fascisti incappucciati, opportunamente imboscati nelle pieghe anonime della Rete, non mi sono rotto i coglioni, no; continuerò a combattervi, a svelare quanto il vostro malanimo nasca dal vostro fallimento umano poi mascherato politicamente, quel fallimento piccolo borghese mascherato da indignazione che regalò all’Italia il Ventennio. Per il resto, stai pur certo che non sarà la tua aggressione ad impedirmi di continuare a organizzare e fare politica. Finché c’è gente come te da combattere, ha ancora un senso farla con determinazione.

  • Concordo col suo pensiero.
    Poeta letterato.
    Ma perche’ non e’ rimasto all’universita’ questi ultimi dieci anni?
    Almeno li danni con le sue belle ‘Parole’ non ne faceva di sicuro.
    Auspico per il bene di tutti e pure per il suo, un reintrego definitivo all’univerisita’.
    Ci siamo rotti i Maroni dei Tuttologi ”Tutto so io” che sanno tutto ma non risolvono niente. Forza Paris.. Ajo!!

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