Cosa succede intorno a noi: il Sud Tirolo e l’Austria

4 settembre 2013 20:215 commentiViews: 72

Da lunedì è in corso il referendum per l’autodeterminazione dei sud-tirolesi. In sostanza si stanno pronunciando su un loro ritorno all’Austria. Per capire il Sud Tirolo e la differenza fra noi e loro (loro non vogliono diventare uno Stato, vogliono stare in un altro Stato) e per capire quanto sia decisiva la politica estera se si vuole pensare in grande, vi rimando al resoconto di un’intervista al presidente della provincia di Bolzano.
Noi Sardi, paradossalmente, non abbiamo confini oltre il mare (che è un connettore potentissimo oggi piuttoto che un limite o un fattore di isolamento) ma siamo un confine europeo gestito dall’Italia, un fragile confine europeo che ha le rivoluzioni arabe a mezz’ora di aereo. Ma dobbiamo acquisire la mentalità di chi sa di essere un confine europeo, con i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Non possiamo pensare a noi nel mondo senza una un’idea di politica europea nel Mediterraneo che non sia quella francese o italiana o spagnola. Dobbiamo cominciare a pensare la politica della Sardegna come la pensano gli stati di confine. Dobbiamo riprenderci l’esproprio di politica mediterranea che abbiamo patito e stiamo patendo.

5 Commenti

  • Franco Sardi

    Noi sardi abbiamo anche un Consiglio Regionale che riesce a partorire il comma 4 dell’articolo della legge 20/2013, grazie al quale il Prefetto di Cagliari (sentiti gli altri prefetti: una perla del peggior burocratese) commissaria l’autonomia speciale … ma dove pensiamo di andare?

  • Evelina Pinna

    Scappare mai! Ai Sardi… non resta che far torto o patirlo… ormai la terra altra messe non dà… così reinterpreto e condivido l’intervento dell’avv. to Benevole mentre lo ringrazio.
    Il referendum altoatesino ha due caratteristiche importanti: è autogestito e, diversamente da quello catalano del 2011, non chiede ai cittadini se vogliono essere indipendenti, mettendo così sospensivamente d’accordo chi anela a uno stato sovrano, chi all’annessione all’Austria e chi al rafforzamento dell’autonomia. Va da se che da qui a novembre, avrà raccolto consensi anche da forze maggioritarie come il Südtiroler Volkspartei (SVP, Partito Popolare dell’Alto Adige), conservatrice e pro-autonomia, e dai centristi che vogliono allargare i poteri autonomi per A.A. nel territorio della Repubblica. Primo punto: molto si può ottenere organizzandosi per le vie indirette e non politicamente ortodosse: l’obiettivo è ‘catturare e tracciare’ il consenso democratico di base. Non importa che lo strumento sia ufficioso, basta che sia legittimo e che consenta di ‘aprire le porte’ a quella volontà popolare che il sistema dei partiti intimidisce. Così si modella un nuovo stato di diritto e si possono plasmare i cambiamenti. Certo, bisogna dirlo, in Sud Tirolo, si parte da un profondo sentimento fiscale che da noi è molto più debole: “lo stato non deve dire dove tagliare”, solo i governanti locali sono in grado di individuare dove i tagli arrecano il minor pregiudizio per l’economia locale. L’input a dare una accelerata alla consultazione, peraltro a lungo preparata, viene infatti dall’allarme del Premier Monti di ridurre l’autonomia. Andando più a ritroso, ricordiamo che il secondo statuto di autonomia dell’A.A. garantisce che il 90% delle entrate fiscali restino all’interno del bilancio regionale (che le ha generate), mentre solo il 10% vengano trasferite a quello nazionale. Questa clausola dello statuto ha creato uno sviluppo economico quasi indipendente fin dal 1972, una spinta al turismo, impulso all’artigianato, alla produzione delle mele. Il messaggio è che le regole si possono spezzare, che l’austerità e i tagli possono essere una precauzione utile nella misura in cui non erodono il bilancio nei capitoli fondamentali di spesa. La battaglia a rivendicare maggiori entrate fiscali in Sardegna dev’essere sempre aperta. In Alto Adige si può votare via mail, sms, lettera oppure nei seggi allestiti dal partito, propedeutiche tante sessioni informative – un po’ come quelle di Maninchedda-Sedda, e servizi porta a porta. Pensiamo a quanto si potrebbe chiedere plebiscitariamente alla politica in Sardegna con dei referendum autogestiti, semplicemente utilizzando un sistema elettronico che consenta di esprimere un voto univoco, controllabile, non duplicabile, ma reale. Servirebbe a far progredire il dibattito, a riflettere indisturbati da casa propria, a non far spegnere la fiaccola della rappresentanza popolare diretta. La gente non voterà mai l’indipendenza, ma voterà senz’altro le proposte più appetibili riconducibili alla sovranità e autodeterminazione. Se lo stato dicesse di voler aumentare del 3% il proprio gettito a valere sulle entrate fiscali della Regione, come potrebbe accadere, accetteremmo senza batter ciglio? Perché dunque non proporre un referendum per la riduzione di qualche punto del prelievo, adducendo tutta una serie di motivazioni di svantaggio della Sardegna? E poi dobbiamo batterci sulla questione della lingua. Io sono convinta che la questione della lingua non affascini di per se, o meglio, non venga ritenuta così fondamentale per i diritti dei Sardi. Invece dobbiamo ricordarci quante repressioni abbiano subito i nostri emigrati per l’accento sardo. La lingua conferisce uno status, è la condicio di residenza e di lavoro, ha una miriade di implicazioni giuridiche ed amministrative, in base alla lingua possono instaurarsi o decadere vincoli ed obblighi. Se si chiedesse, “siete favorevoli affinchè i residenti e di lingua sarda abbiano diritto all’abolizione delle tasse sulla continuità territoriale”, chi non andrebbe a votare?

  • Gianni Benevole

    Vorrei introdurmi su questo tema ricollegandomi alle condivisibili e pregnanti considerazioni della Sig.ra Evelina Pinna che icasticamente – nel significare il proprio scetticismo verso i cd. modelli imposti, ai quali ci si adegua senza la coscienza di poter creare un prototipo – sottolinea la necessità di sagomare uno stato, chiedendo alla gente di proporre soluzioni da adottare e concretizzare responsabilmente sul territorio. “Questo si può fare anche entro i confini dell’Italia, della Costituzione e dello Statuto”. Che dire, sul punto, della volontà espressa dagli abitanti di Cortina d’Ampezzo (Veneto), attraverso un referendum consultivo conclusosi con la maggioranza dei SI, con cui, nel 2007, si chiedeva che il comune fosse distaccato dal Veneto e annesso alla Provincia Autonoma di Bolzano ? Da allora il governo non ha mai dato corso al predetto passaggio e il comune di Cortina D’Ampezzo, che continua a far parte della provincia di Belluno, ha citato lo stato italiano davanti alla Corte a Europea di Giustizia! Non sbaglia il Sindaco di Bolzano a sostenere, in modo critico, che ” l’Italia è un paese malato”! Io aggiungerei che l’Italia è un paese malato perchè contagiato e reso tale dalla gente malata che lo ha governato! Basti pensare al disastro che ha combinato la Prof.ssa Fornero con il colpo di mano che ha cancellato certezze, norme e regole conquistate con anni di dura lotta, col carcere e con la vita, anche di illustri rappresentanti della nostra terra! ” È la medicina amara, ma necessaria, per favorire gli investimenti e per far partire un nuovo circuito virtuoso di assunzioni e posti di lavoro “, diceva in lacrime ! Ebbene, a distanza di un anno, l’occupazione è in calo e i licenziamenti, rispetto al 2012, sono aumentati del 12 % ! Di recente in Tribunale ho assistito legalmente un lavoratore precario che chiedeva giustizia, invocando la regolarizzazione del proprio rapporto di lavoro (per inciso, veniva sfruttato da una delle tante multinazionali che, a loro dire, operano in Sardegna per la nostra salvezza, pur potendo andare in Thailandia o altrove). Sapete qual è il paradosso tragi-comico ? Il Giudice che stava giudicando quel Signore era anche lui un precario, impiegato a termine, senza contratto, con incarico rinnovato di anno in anno dal Ministero di Grazia e Giustizia, senza copertura assicurativa e senza copertura previdenziale, sprovvisto delle minime garanzie retributive conformi all’art. 36 della Costituzione. In effetti c’è qualcosa di patologico nel nostro sistema Italia che giustifica e rende più che legittimo il desiderio degli amici del Sud Tirolo di autodeterminarsi e di scappare!

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