Cosa costa un’intervista negata? Adesso sono un riconvertito all’indipendentismo

10 agosto 2013 09:046 commentiViews: 94

C’è un noto giornalista, che si chiama Giorgio Pisano, che mi ha chiesto un’intervista e io gliel’ho negata perché i miei rapporti col suo giornale non erano sereni. Poi ho incontrato il direttore Muroni e ho cominciato a fidarmi di più in virtù del suo sforzo di collocare il giornale su una posizione meno militante e più di servizio all’informazione pluralistica.
Tuttavia, Pisano non ha gradito. E così a ogni intervistato chiede di me.
Il sindaco maestrino Zedda, quello che dà le pagelle a tutti, richiesto di un parere sulla mia candidatura (ancora non presentata), mi condanna al purgatorio, e lui, Pisano, mette questa boutade nei sottotitoli.
Ovviamente anche a Giacomo Sanna viene chiesto di me, e la sua definizione di ‘ladro di sardismo’ viene ripresa negli occhielli.
Oggi è la volta della Barracciu a cui Pisano chiede se si aspettasse un Maninchedda ‘riconvertito’ all’indipendentismo dal Psd’az. Francesca risponde di no, poi dice comunque di rispettare le mie scelte.
Ora, io rispetto sempre più il letterato Pisano, quello che scrive sempre lo stesso ritratto con qualche sfumatura diversa a seconda dell’interlocutore. È un incrocio tra un surrogato di Balzac e una reincarnazione di Gianni Brera. Pisano non fa interviste politiche, fa interviste di costume, di colore, con un tono da salotto o da caffé nel quale l’odio o l’amore prevenuti riescono a declinarsi o nella stilettata aristocratica portata col sorriso sulle labbra o nella carezza dell’aura, del contesto, del clima e delle luci che le parole sanno accendere. Chiunque si sottoponga ai suoi trattamenti, ne esce inevitabilmente caricaturizzato, perché Pisano non racconta chi ha di fronte, racconta sempre se stesso e la sua arte. Gli intervistati svolgono la funzione della pulsione, scatenano la penna, la quale, però, racconta sempre e solo il suo padrone, Pisano appunto.
Rispetto meno il giornalista Pisano, perché se si fosse adeguatamente informato, e questo Francesca lo sa bene, io parlo di nazione sarda da sempre. Io, e non altri, ho presentato in questa legislatura la prima mozione sull’indipendenza. Io, e non il Pd, ho promosso l’unica censura morale della storia sarda comminata all’unanimità dal Consiglio regionale della Sardegna a un ministro della Repubblica italiana (Tremonti). Io ho scelto l’indipendentismo dal 2006. Io dal 2008 dico al Pd di diventare un partito interamente sardo.  Per cui, riconvertito a chi? E poi, un sardista è un indipendentista, proprio in questo non c’è alcuna evoluzione. L’evoluzione è nella profondità della convinzione, quella colta da Francesca, ma non sull’obiettivo.
Mi accorgo che quanto più io mi colloco su posizioni forti, quanto più mi sottraggo alla personalizzazione del progetto (io ho costruito con Franciscu un partito, non una candidatura; un Partito che vuol fare una cosa rivoluzionaria: vuole fare uno Stato sardo), quanto più organizzo liste di candidati, quanto più perimetro con Franciscu il programma della nostra rivoluzione, quanto più giro la Sardegna e mi rafforzo, quanto più non attacco il Psd’az, tanto più vengo attaccato da sinistra. So il perché, e hanno ragione di attaccarmi. Lo fanno perché, conoscendomi, sanno che faccio sul serio, che sto organizzando la realizzazione del sogno della mia vita, che non è fare il Presidente della Regione, ma fare uno Stato. Io voglio morire con la cartina dell’Europa modificata, per quel che ci riguarda. E siccome chi mi conosce, come Francesca, sa che non sono avido, non cerco né soldi né comodità, non sono infoiato per il potere (sono l’unico consigliere regionale che ha già dichiarato che non si ricandiderà alla carica di consigliere dopo due legislature. Gli altri che fanno? Discettano del mio indipendentismo per nascondere il loro egoismo?), ma sono determinato a impedire una gestione ordinaria (autonomistica, correntizia, burocratica e fallimentare) del potere, ecco che ogni tanto arrivano le bordate. L’accusa: l’opportunismo. È la vecchia solfa leninista: chi non si adegua all’antagonismo tra Destra e Sinistra, chi crea posizioni diverse, chi non è antagonista perché crede che dal neolitico in poi la civiltà è nata dalla collaborazione e non dalla competizione,  chi lavora sulla democrazia e la libertà, è per definizione un opportunista. Facciano pure: non muoio neanche se mi ammazzano, continuo a leggere e a scrivere, continuo ad avere l’unico programma chiaro di questa lunga campagna elettorale, continuo a non aver paura di magistrati e polizia, di intercettazioni di stato e di linciaggi da salotto a Martini e mojitos. Si scrivano a chiare lettere che io la rivoluzione civile e democratica della Sardegna continuo a organizzarla senza chiedere il permesso al sinedrio dei benpensanti panciapiena e culo al caldo con cui combatto da quando avevo sedici anni.

6 Commenti

  • Evelina Pinna

    Le interviste ai politici dovrebbero essere provocatorie e scomode per definizione. Sulle good questions, naturalmente, e non per fungere da base mutevole di sostegno ai politici, esasperando la tecnica dell’opinion leader e dei confronti che giocano sul rafforzamento/indebolimento dell’identità politica, percepita dal pubblico. Vabbè il popolo bue, ma oggi è un gran danno acuire il senso d’insicurezza del pubblico in una realtà già drammatica, e insinuare la certezza che solo la manipolazione delle élites di potere comanda le regole. Un bavaglio al voto rinnovato. Il problema della comunicazione dunque si pone. Il punto non è se andare o non andare in tv all’occorrenza, se rilasciare o non rilasciare all’occorrenza interviste. In Sardegna è un problema risultare fragili in un ambiente mediaticamente forte, dove ogni potere è effimero quanto condizionante. Se ieri pensavo che un ‘vero partito non necessita dell’indulgenza plenaria di nessuno’, ed il partito dei sardi esistendo motu proprio, non deve perdere troppo tempo in televisione o nei giornali a gestire le incongruenze, le intolleranze, le intemperanze, le idiosincrasie, i dismetabolismi degli altri, oggi penso che bisogna sapere cosa dire, quando le élite politiche e maggioritarie cercano di ‘battere’ l’altro in esclusiva su motivi settari esposti in tv, distruggendo il lavoro di chi va in piazza a incontrare le persone, o organizza dibattiti democratici basati sul libero scambio di idee… Da un lato vi è un urgente bisogno di costruire una maggiore capacità interna del partito, e di incoraggiare una coesione unidirezionale sugli obiettivi, dall’altro urge una disciplina di confronto esterno. Serve un piano di comunicazione efficace e in divenire del partito. Il punto è mettere in crisi il giornalismo che non serve, dare risposte scomode agli intervistatori, essere sempre pronti a rispondere alle provocazioni. Bisogna stroncare quegli approcci che tendono a violare, in varia misura, la libera formazione di partiti politici. La libertà d’opinione di cui il giornalismo è garante, deve ‘tendere’ a favorire i momenti aggregativi della società, senza provocare fratture sociali e ingessature di tipo competitivo. Al centro delle discussioni da salotto si sa, sta sempre un tipo di rafforzamento centralista che paralizza e demonizza gli estremi, senza nessuna strategia o beneficio nell’articolazione di differenti linee politiche oltre i massicci contesti preesistenti. In questo modo si svilisce la concorrenza e aumenta la frammentazione impedendo nuove soluzioni in democrazia.

  • Se il Sardismo rappresenta l’aspirazione di realizzare lo Stato Sardo, credo che debba appartenere ad ogni Sardo di buona volontà e non al singolo esponente di questo o quel partito e la storia ci darà soddisfazione. Il nemico più diffuso è lo scetticismo e l’ignoranza, per sconfiggerli si deve essere convinti e convincenti utilizzando tutti i mezzi di informazione.

  • Giusi Boeddu

    Nel rispetto delle premesse e valutazioni di chiunque, la frase “…gestiamoci la nostra piccola fascia di potere.”, sollecita una riflessione e questo intervento. La riflessione è rivolta alla visione che la frase esprime. Mi sono chiesta spesso perché, nonostante i tempi sono favorevoli, le voci del sardismo non siano state in grado di generare un consenso politico più ampio e in generale un altro respiro, nel quale consolidare l’apporto comune verso la costruzione di quello che oggi propone il Partito dei Sardi. Tante case nobili, abitate da valori condivisibili, ma chiuse e centrate tutte su loro stesse, a difesa di una purezza ideale che non conosce la sfida dello sconfinamento, della contaminazione e che, appunto, si accontenta. Oggi il confronto, l’offerta di un lavoro comune è una strada percorribile poiché il partito dei Sardi, non solo ha un’anima valoriale, ma si distingue per proposte concrete, sostenute da competenza e passione. Propone un futuro possibile, un’idea da realizzare concretamente. Come? Attraverso il confronto su questioni programmatiche chiare e la costruzione di consenso, con la gente e con quegli interlocutori politici che tali vorranno essere. Per realizzare un progetto bisogna essere nelle condizioni di farlo, si deve poter disporre di potere politico (che qui intendo e spiego utilizzando le parole di M. Weber come “la possibilità di far valere, entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione, la propria volontà”). Altrimenti ci si può accontentare, e l’azione politica ha più il sapore di un saggio di fine anno, per soli parenti.

  • Tu dici:
    “perché, conoscendomi, sanno che faccio sul serio, che sto organizzando la realizzazione del sogno della mia vita, che non è fare il Presidente della Regione, ma fare uno Stato….”

    Questo passaggio mi ricorda quello che disse un tale di nome Nelson Mandela.. “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”

    “Il Partito dei Sardi” se starà da solo crescerà talmente tanto che sarai costretto a modificare il nome in “Movimento del Popolo Sardo”….
    Saludos
    Giorgio

  • Antonello, la nostra strategia è mai da soli e mai sotto qualcuno. Con certezza di identità e di programmi si possono fare acccordi. Nessuno ci obbliga a farli, ma per una volta anon volerli fare devono essere gli altri. Agli altri, evventualmente, va lasciata la responsabilità dello splendido isolamento. Per il resto, le adesioni sono veramnette tante, per cui a fine settenbre primi di ottobre è probabile che dovremo fare un congresso.

  • Antonello Loriga

    Il comportamento dei giornalisti è noto a tutti. Il comportamento delle persone e dei politici anche. Nulla di nuovo sotto il sole.
    Se la tattica di dichiarare che il “partito dei sardi” si schierava con la sinistra serviva per assistere alle reazioni esterne, il gioco è fatto.
    Personalmente ho sempre creduto che “il partito dei sardi” per essere realmente credibile deve andare da solo, con tutti i rischi che tale scelta comporta, è meglio iniziare con una sana minoranza che far parte di una maggioranza all’interno della quale ogni scelta sarà il frutto di interminabili mediazioni, compromessi etc. etc.
    Su tale argomento l’esperienza del Partito Sardo d’Azione deve essere di insegnamento, a partire dalla presidenza di Mario Melis quando fu bocciata in aula (..a sorpresa…) la proposta di legge sulla lingua sarda da parte dell’allora alleato partito comunista.
    Altrimenti, Giacomo Sanna ha ragione, gestiamoci la nostra piccola fascia di potere e… tiriamo avanti.
    Buon lavoro

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