Indipendenza, Politica, Stato sardo

Cosa ci insegna quel che accade in Catalogna?

Il Parlamento Catalano ha approvato la legge che dà una certa copertura di legittimità all’imminente referendum per l’indipendenza. Il Governo spagnolo sta disponendo tutti gli atti per dichiarare illegale la consultazione e perseguire il presidente del Parlamento per aver ammesso alla discussione la legge.
Il Sole 24 ore definisce senza mezzi termini gli indipendentisti catalani ‘separatisti’. Nessuno oggi dichiarerebbe ‘separatista’ Gandhi.
Discutiamo al nostro interno da anni su come affrontare questo aspetto della lotta politica europea rispetto al principio dell’autodeterminazione dei popoli, sancito dalla risoluzione Onu del 19 dicembre 1966 e divenuto uno dei principi fondamentali del diritto internazionale (sempre che esista davvero un diritto internazionale), come ricordato ieri da Franciscu Sedda.
Fino ad oggi, i nuovi stati nati o rinati in Europa dopo la caduta del muro di Berlino, debbono la legittimità della loro nascita, certamente alla volontà popolare e alla coscienza nazionale (lontana spesso, ma non sempre – basti leggere oggi le dichiarazioni del premier polacco sui migranti – da ogni nazionalismo tradizionalmente ottocentesco, razzistico e violento), ma anche e forse soprattutto agli effetti del rinnovato confronto tra Nato e Patto di Varsavia, cioè alla politica americana, sostenuta follemente solo da alcuni stati europei ma ancora oggi vincente, che sospinge la Russia verso l’Oriente, in modo da renderla innaturalmente una potenza asiatica e una minaccia europea. Ma tant’è, gli stati sono nati o rinati per una determinata congiuntura internazionale.
Ciò che sta accadendo in Spagna è gravissimo perché è sofisticato. In sostanza si nega legittimità perché si nega che oltre al popolo spagnolo esista il popolo catalano, cioè si nega il fondamento del presupposto di cui alla risoluzione Onu. Se si nega che il popolo catalano esiste, si derubrica l’iniziativa democratica dell’autodeterminazione e la si fa scivolare a una mera iniziativa politica secessionista di una parte della popolazione, motivata solo ed esclusivamente da ragioni per l’appunto politiche ed economiche. In sostanza, anziché iscrivere nell’agenda internazionale il tema di un popolo che si riprende il suo buon diritto ad autogovernarsi, si registra nell’elenco dei fattori di equilibrio e di ordine pubblico un problema simile a quello di una città che vorrebbe separarsi dal corpo dello Stato per funzionare meglio. Il primo problema, l’autodeterminazione, apre scenari Onu, il secondo no.
Questi eventi mi hanno sempre portato a privilegiare come strada per conseguire l’autogoverno dei sardi da un lato il lavoro di costruzione della coscienza nazionale dei sardi e della notizia, per l’Europa, che la Sardegna è una nazione (cosa non scontata, anzi!), dall’altro un percorso di graduale conquista di poteri, privilegiando, tra questi, quelli che producono rango internazionale, che consentono lo sviluppo di una politica estera. Non si fa uno Stato in Europa per sole linee interne; servono alleanze, ambasciate e poteri, progressivamente conquistati. L’acquisizione graduale e progressiva di questi strumenti è un grande terreno di contatto tra l’area progressista che ritiene esausta l’autonomia e l’indipendentismo democratico che sceglie il metodo graduale, pacifico e democratico per costruire il consenso necessario e il contesto più opportuno e sostenibile per edificare una Sardegna diversa, più libera e indipendente.
La bellezza nel Partito dei Sardi è che di queste cose si può parlare laicamente, senza dogmi, senza ortodossie preconfezionate, con curiosità e apertura.