Il Corriere della Sera lancia oggi il nuovo libro di Corrado Augias, scritto con la figlia Natalia: L’uomo che inventò la politica. Inchiesta su Machiavelli. L’ennesimo libro di Augias.
Se dovessi decidere se comprarlo sulla base del suo libro su Gesù, che ho letto, non lo comprerei. Vi trovai troppo pattume ideologico e troppo saccheggio divulgativo e selettivo di opere altrui, per affidarmi serenamente a un’altra sua incursione in territori tanto complessi.
L’intervista di oggi contiene, però, una contraddizione ancora più interessante. Augias accusa Renzi di egotismo, ma non si astiene dal distribuire pagelle agli uomini politici non per ciò che hanno fatto – esercizio legittimo e necessario – bensì per ciò che sarebbero stati, cioè sulla loro natura più intima. Dire che Andreotti era attratto dal male e dai malvagi è una solenne e presuntuosa impostura: significa pretendere di conoscere non gli atti, ma l’anima di un uomo.
Dire che Cossiga era pazzo, è solo un insulto.
Dire che Renzi è machiavellico perché possiede un pensiero strategico, significa invece, ricondurre un politico di formazione cattolica al modellino stentoreo del perfetto dirigente materialista: calcolo dei rapporti di forza, previsione delle mosse, conquista del risultato. Renzi è Renzi perché non crede che la politica sia solo l’arte del possibile.
Quando poi si arriva a Veltroni, che sarebbe stato un bravo politico perché «scaldava il cuore», il metro improvvisamente cambia. Per giudicare positivamente chi evidentemente non misurava tutto sul possibile e sul conveniente, si sente il bisogno di ricorrere proprio a categorie non machiavelliche.
Il punto, infatti, non è Machiavelli. È l’uso che di Machiavelli si fa oggi.
Augias è un materialista ideologico prima ancora che pratico. Tutti, credenti compresi, conduciamo larga parte della nostra vita facendo i conti con ciò che vediamo, tocchiamo e possiamo misurare. Il materialismo ideologico compie un passo ulteriore: nega che esista un punto di vista esterno a questa realtà; riduce la spiritualità a psicologia, esclude ogni alterità e ogni eternità che non sia quella dell’universo — il quale, peraltro, per il secondo principio della termodinamica sta morendo, e dunque non promette affatto l’eternità.
Trasferito alla politica, il problema diventa enorme. Se la politica non è giudicabile attraverso valori che la trascendono, resta solo l’etica (si fa per dire) del risultato. E se il risultato è il metro, bisogna stabilire che cosa sia questo famoso «interesse generale». Perché l’interesse generale non è un oggetto che si trova per strada né qualcosa che emerga spontaneamente dai rapporti sociali. Portato fino alle sue conseguenze, un Machiavelli ridotto a pura tecnica del potere conduce a una conclusione brutale: interesse generale è ciò che conserva o accresce la potenza dello Stato. Anche Putin potrebbe allora sostenere di perseguire l’interesse generale della Russia. Il problema non è sapere se una politica sia efficace. È stabilire da dove ricaviamo il criterio per dire che è giusta.
Ed è qui che i materialisti maccheronici dovrebbero tornare a un materialista assai più serio: Antonio Gramsci.
Bisogna leggere i suoi tormentatissimi Quaderni del carcere, in particolare il Quaderno 10. Gramsci non abbandona affatto il materialismo storico, ma combatte la sua trasformazione in un determinismo elementare: l’economia non genera meccanicamente la storia, le sovrastrutture non sono semplici ombre dell’economia, le idee sono forze storicamente operanti, la volontà interviene sulle condizioni date. Nel Quaderno 10 arriva a definire l’uomo «volontà concreta» e insiste sulla capacità di modificare, entro limiti reali, le condizioni nelle quali quella volontà opera. Gramsci non arriva a dire che «la materia non spiega tutto» nel senso spiritualistico che gli si potrebbe dare. Arriva però a una critica radicale dell’economismo e del meccanicismo fatalista e riconosce un’efficacia storica autonoma alla cultura, alle idee, alla volontà, cioè a realtà completamente immateriali. Il Quaderno 10 definisce infatti la riflessione crociana sulla storia etico-politica una reazione all’«economismo» e al «meccanicismo fatalista» e riconosce l’importanza e, spesso, l’autonomia dei fatti di cultura e di pensiero nello sviluppo storico. È precisamente qui che Machiavelli diventa per noi una domanda, non una risposta.
La storia, senza un’idea di giustizia che consenta di giudicarla, diventa una prigione. E i più grandi uomini politici non sono necessariamente quelli che hanno compreso meglio i rapporti di forza e vi si sono adattati. Talvolta sono quelli che li hanno sfidati in nome di qualcosa che, in quel momento, appariva irrealistico.
Quando la schiavitù sembrava naturale, qualcuno affermò che naturale non era. Quando Hitler sembrava inarrestabile, i polacchi furono tra i primi a opporglisi: non perché avessero calcolato di essere più forti, ma perché ritenevano ingiusto sottomettersi. Quando Gandhi cominciò la sua lunghissima battaglia contro il dominio britannico, il rapporto delle forze rendeva la sua impresa semplicemente irrealistica e sproporzionata.
Questo è il punto che rende singolare l’odierno ritorno di Machiavelli. Si può denunciare il potere delle multinazionali del web, l’imperialismo russo, americano o cinese e contemporaneamente assumere come unico orizzonte della politica la forza, l’efficacia, la possibilità e la convenienza? Il problema merita almeno di essere posto. Anche perché lo stesso libro degli Augias dichiara di voler interrogare Machiavelli proprio davanti alla crisi del diritto internazionale e al «ritorno delle logiche di forza». È come interrogare Dracula sulle anemie.
Machiavelli ci ha insegnato in modo formidabile come il potere si conquista, si conserva e si perde. Ma proprio per questo non possiamo chiedergli ciò che non può darci: il criterio ultimo per stabilire a che cosa il potere debba servire. Le forze possono decidere chi comanda. Non possono, da sole, decidere dove sia giusto andare.
A molti materialisti interessa soprattutto capire il combattimento, prevedere chi colpirà, chi cadrà, chi resterà in piedi. A me, che credo nell’eternità dello spirito umano, interessa un’altra cosa: capire il destino, non il pugilato.

Dottore, come già le dissi, lei appartiene a quella categoria di uomini (ben rara) che è rigorosa con se stesso, ma non lo è con gli altri (ed anzi, prova umana pietà per le miserie altrui). Non le nascondo che provo per lei (essendo io non rigoroso con me stesso ma lo sono con gli altri) profonda invidia. Il tale, Augias, appartiene ad una categoria ancor più “miserrima”: e difatti da giudizi sui morti. Mi lasci dunque citare Pilato: “quod scripsi, scripsi!”
Ariovisto, ti chiederei prudenza e attenzione. Negli archivi della polizia segreta cecoslovacca esiste un dossier di 135 pagine relativo a un informatore indicato con il nome in codice “Donat”, identificato nei documenti pubblicati da Antonio Selvatici con Corrado Augias. I rapporti della StB descrivono incontri e una presunta collaborazione tra il 1963 e il 1967, fino a prospettarne la prosecuzione durante il trasferimento di Augias negli Stati Uniti. Augias non nega di aver frequentato l’agente cecoslovacco, ma nega categoricamente di essere stato consapevolmente reclutato: sostiene che l’agente lo avesse presentato ai propri superiori come una fonte per accreditare il proprio lavoro.
Ma è l’Augias che (così si é nei documenti dei servizi segreti della Cecoslovacchia) faceva lo spione? Sposato con la figlia di un generale dell’aeronautica divenuto pacifista ed eletto poi nelle file del PCI? Con una moglie (di Augias) pure lei spiona? È lui?
Da telefono a giallo a farsi filosofo…c’è voluto non poco.
Dite a questo Augias che sembra il don Bastiano del Marchese del Grillo, quello che voleva farsi Vescovo (ma non era manco prete😀)
Augias è uno dei tantissimi esempi di pseudo intellettuali di sinistra che vorrebbero fare i tuttologi per spiegare cose che non amano a chi le ama: Augias è dichiaratamente ateo eppure fa i soldi scrivendo libri su Nostro Signore Gesù Cristo o sulla Religione in generale. Caprarica si dichiara fieramente repubblicano eppure fa i soldi soprattutto scrivendo libri sulla Monarchia inglese dei Windsor! Mi chiedo chi possa acquistare libri simili, quando pare evidente anche ad un bambino che non saranno mai imparziali ed attendibili. Saranno pubblicazioni in cui la faziosità, l’ideologia e la disinformazione prevarranno sempre sulla realtà. E tutto ciò porta ad ingannare ed indottrinare coloro che avranno la sventura di acquistare certa robaccia.
A me Veltroni il cuore non lo ha mai scaldato. Semmai l’esatto contrario ma è comunque riuscito a squagliare il suo partito.. Quindi io non leggerò il libro degli Augias.
Egregio, come da Lei evidenziato, citando Gramsci ed il paragone che inevitabilmente ne consegue (sperando che Antonio non si rivolti nella tomba) questo è l’attuale miserrimo livello dei cosiddetti intellettuali di sinistra. Prima di dare un libro alle stampe ci si dovrebbe chiedere quante puttanate possano esservi state inserite; ma, è evidente, il desiderio di monetizzazione prevale su tutto.
Proprio in questi giorni un collega della redazione di Report a proposito del libro di Sigfrido Ranucci La Scelta ha affermato che vendere decine di migliaia di copie non significa che poi vengano lette. Ecco, diciamo, che questo è un fenomeno diffuso.
Quanta carta sprecata. Saluti.
……..proseguendo su quanto ha detto fermaglio io vorrei aggiungere qualche altro nominativo tipo Gruber, Bianchi, Floris, Formigli ed il fuori classe Travaglio…… per esempio.
Questi non parlano di cultura…….
Da Scorranese a Verderame, da De Bortoli a Gramellini passando per Cazzullo e Mieli: il Corriere della Sera è ormai illeggibile. Fazioso ed autoreferenziale giornalismo d’opinione (dal sapore spesso velatamente razzista), non adeguatamente aggiornato se confrontato con AGI, Open e ADN Kronos. Augias: OMISSIS avrebbe fatto meglio a dedicare un pò di tempo ai nipoti.
Un abbonamento da non rinnovare.